A day in the life of Jeff Dahl

Sarebbe una fatica titanica spiegare con dovizia di particolari chi è Jeff Dahl. Una fatica esacerbata dal fatto che, per la miseria, se leggete Black Milk dovreste non dico conoscere a menadito la sua opera, ma almeno avere un’idea piuttosto precisa di chi si tratti e di cosa ha fatto. Nel caso proprio ci fosse qualcuno a digiuno totale (orrore: dovete rimediare al più presto alla lacuna, altrimenti peggio per voi), vi basti sapere che da fine anni Settanta in poi Jeff è stato membro di Vox Pop, Angry Samoans, Powertrip e Motherfucker 66, oltre che prolificissimo nella sua carriera solista. La sua discografia è sterminata (una trentina almeno di album e un centinaio di singoli, molto approssimativamente) e per anni ha suonato in ogni angolo del pianeta senza tregua. Ora si è ritirato a vita più quieta e rilassante alle Hawaii, ma come leggerete il rock’n’roll non l’ha abbandonato. Ladies and gentlemen, eccovi l’intervista che Jeff gentilmente ci ha concesso pochi giorni orsono.

Aggiorniamoci sulle ultime cose, nel caso qualcuno si fosse perso i passaggi più recenti: quale è il tuo ultimo disco? E stai lavorando a qualcosa di nuovo?
Il mio ultimo album è uscito circa due anni fa, è intitolato Back To Monkey City. L’ho registrato nel mio studio in Arizona praticamente live; col gruppo che suonava insieme, tutti nella stessa stanza. E non ci sono quasi sovraincisioni. Ho spedito i nastri a Jack Endino per il mixaggio e sono molto soddisfatto del risultato. Penso sia un gran bel disco.
Nel frattempo mi sono trasferito alle Hawaii e sto mettendo su un nuovo studio; sto imparando quello che serve a livello di computer e software per la registrazione. E’ un mondo di incidere completamente diverso. E’ molto facile lasciarsi prendere la mano dalla tecnologia e da tutte le possibilità che offre, ma è per questo che cercherò di usarla nella maniera più basilare possibile: mi piacerebbe comunque mantenere il processo simile alla vecchia registrazione su bobina.

Eri un vero guerriero dei tour, sempre in giro; ora sembra che tu abbia scelto di prendertela un po’ più calma e suoni pochissimi concerti: ti eri stancato di quella vita? E non ti manca mai?
E’ cambiato tutto – nell’economia e nell’industria musicale – rispetto a quei tempi. Ormai non è più possibile farlo e non perdere denaro… sfortunatamente. E poi, è ovvio, sono anche invecchiato. Mi manca suonare e incontrare le persone che venivano a vedermi, ma tutta la roba legata al viaggiare… aerei, guidare furgoni, gli hotel… questo non mi manca per niente.

Pensi che tornerai in Europa a suonare?
E’ possibile. Non ho nulla di organizzato al momento, ma se arriverà l’offerta giusta lo farò di sicuro.

Ti tieni aggiornato sulla scena musicale hawaiana, ora che vivi lì? E’ buona?
C’è una piccola scena punk dove vivo. E’ una cittadina su una delle isole più lontane… lì tutto è molto diverso da quello che accade sull’isola principale – dove ci sono Honolulu e Waikiki, grandi città dove accadono tante cose. Dove sto io per lo c’è musica hawaiana o reggae e hip hop. Ma ci sono un paio di giovani band divertenti da vedere e ascoltare.

Cosa fai in una tua giornata tipica?
Di solito suono la chitarra o faccio qualcosa comunque relativo alla musica e al mio studio per un paio d’ore ogni giorno. E poi faccio cose normalissime… vado in spiaggia, faccio passeggiate in montagna, cucino, faccio le commissioni… è una vita piuttosto ordinaria. Magari un po’ noiosa… ha ha!

Hai avuto una carriera lunga, prolifica e che ti ha fatto meritare lo status di artista di culto. Hai qualche rimpianto? Qualcosa che faresti diversamente se potessi tornare indietro?
Complessivamente sono piuttosto contento di come sono andate le cose. Non ho rimpianti per cose che ho fatto, ma piuttosto per quelle che non sono riuscito a fare. Ad esempio Stiv [Bators – nda] ed io stavamo pianificando di registrare insieme, ma lui è stato ucciso prima che ci riuscissimo. Purtroppo non si può prevedere il futuro. L’unica cosa è fare del nostro meglio quando le situazioni si presentano.

Ero un grande fan della tua fanzine Sonic Iguana (di cui conservo ancora gelosamente la maggior parte dei numeri); ti andrebbe di raccontare ai nostri lettori più giovani la storia di questa pubblicazione veramente pazzesca? E come mai hai smesso di farla?
Sono sempre stato un fanatico di tutte le piccole fanzine che circolavano a fine anni Settanta e primi Ottanta e volevo scrivere anche io dei gruppi e della musica che mi piaceva. Così ho iniziato a pubblicare Sonic Iguana che è durata qualche anno; e mi sono davvero divertito a farla. Ma, ancora una volta, il music business è cambiato moltissimo… ormai ci sono pochissimi negozi indipendenti che vendono anche riviste come Sonic Iguana, meno distributori, meno tipografie, meno etichette che comprano pubblicità… a un certo punto è diventato troppo difficile far quadrare l’aspetto finanziario. La fanzine andava bene, vendeva senza problemi e alla gente piaceva, oltre a essere divertente da fare… ma le spese di spedizione, le spese di stampa, la distribuzione, i negozi erano un problema. Ormai non trovi più molte buone fanzine in giro negli scaffali dei negozi… ma, d’altro canto, non mi andava assolutamente di convertirmi alla versione online: non era quello che volevo fare.

Hai progetti per lavorare nuovamente con Cheetah Chrome? Siete sempre in contatto?
Sì, ci sentiamo ed è grandioso vedere che le cose gli vanno bene, coi suoi tour e il suo nuovo libro, che è davvero bello. Mi piacerebbe lavorare ancora con Cheetah se ce ne fosse l’occasione, ma non ci sono progetti in piedi, al momento.

Penso che ci siano un po’ di persone che apprezzerebbero qualche ristampa dei tuoi dischi – almeno quelli di fine anni Settanta, degli anni Ottanta e dei primi Novanta (la roba che inizia a essere difficile da trovare). Hai in mente qualcosa in questo senso?
La maggior parte di quei dischi è reperibile su Internet; ma è la casa discografica che li ha pubblicati a detenere i diritti per la stampa, quindi non è una decisione che posso prendere io. Anche altri mi hanno detto che alcuni dei dischi più vecchi sono diventati difficili da trovare. Credo che, se ci sarà abbastanza richiesta, potrebbero essere ragionevolmente ristampati, prima o poi.

Hai mai pensato di scrivere un’autobiografia? Sicuramente ne hai di cotte e di crude da raccontare…
No, no… mai! Diverse persone me l’hanno chiesto o suggerito, ma proprio non mi va di mettermi lì a scrivere questa roba. In più ho preso davvero troppe droghe anni orsono, quindi la mia memoria è andata… non vorrei proprio fare qualcosa come l’autobiografia di Keith Richards, che è piena di roba presa dai libri di altra gente e di ricordi di altre persone. Il mondo non ha bisogno di un’altra pessima autobiografia scritta da qualcuno che non si ricorda cosa ha fatto.

Compri ancora musica? E, se sì, preferisci il vinile o i cd, oppure ti sei convertito agli mp3?
Sì! Dove vivo non c’è scelta, visto che non c’è neppure un negozio di dischi, quindi di solito ordino da Amazon. Preferisco sempre il vinile, ma solitamente per comodità compro i cd. sono più maneggevoli e ora hanno un suono piuttosto buono. Mi capita di scaricare qualcosa, se non è disponibile su vinile o cd, ma gli mp3 per me hanno un suono terribile.

Visitavo frequentemente il tuo sito, che era molto bello e ricchissimo di informazioni. Ma a un certo punto ti sei spostato su MySpace e tutto quello che c’era nel sito è scomparso. Hai qualche piano per rimetterlo online o ti trovi bene con MySpace?
Avevo un ottimo amico che era un genio dei computer: lui mi aveva fatto il sito e lo manteneva in piedi, facendo un grande lavoro. Ma ci voleva molto tempo e molte energie per tenerlo sempre aggiornato, così quando MySpace e poi Facebook sono diventati più popolari hanno reso più facili le cose e posso occuparmene io. Sarebbe utile avere un mio sito se suonassi ancora molto in giro e avessi cd e magliette da vendere, ma ormai non sono più così attivo. Direi che Facebook va benissimo per le mie esigenze.

Una domanda per chitarristi: che set-up usi, dal vivo e in studio?
Dal 1990 fino a poco tempo dal vivo suonavo sempre la mia vecchia Les Paul Jr. Ma quella povera chitarra a forza di essere usata è quasi distrutta… concerti, tour, furgoni, aeroplani… è conciata piuttosto male. Così ora la uso ogni tanto in studio per registrare. Sempre in studio uso anche una Fender Strat, una Esquire, una Epiphone Broadway e una vecchia Les Paul che apparteneva a Ron Asheton degli Stooges [in realtà non è una vera Les Paul, ma un’imitazione – nda]. Come ampli, negli Stati Uniti uso da molti anni dei Carvin, modello Bel-Air: hanno un design vintage come i Vox AC30 o i Fender. Non ho mai usato i Marshall o quelle robe moderne con la distorsione spintissima. In Europa di solito affitto un Fender Twin Reverb. Di preferenza attacco la chitarra direttamente all’ampli, non uso effetti; anche se a volte mi concedo – quando registro – dei pedali della Sioux.

Dì qualcosa ai tuoi fan italiani – ne hai molti…
Grazie per tutto il supporto che mi avete dato in questi anni. Spero di tornare da voi, un giorno, a suonare un po’ di rock’n’roll. Ciao!

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Black Halos, il lato oscuro del punk

adam3.jpgPaint it black, tutto nero. Tra emo boy e indie rocker figli di papà, ultimamente è un tripudio di jeans attillati, Converse sminchiate ed eyeliner sbavato. Le mode, si sa, vanno e vengono. Sì, per fortuna vanno, se ne vanno. E quelli che si vestono di nero, da sempre e per sempre, continuano a marciare e magari marcire, “unchanged” – proprio come il titolo di una canzone dei Black Halos. La band di Vancouver ha sfornato un nuovo disco, il quarto: si chiama We Are Not Alone, ce ne parla il chitarrista Adam Becvare. Adam è uno che di nero se ne intende, di tanto in tanto suona anche con i Lords of the New Church. Praticamente sostituisce Stiv Bators, scusate se è poco.

Allora Adam, avete cambiato chitarrista e bassista: Jay Millette, Black Halo dal primo omonimo disco del 1998, ha lasciato la band, sostituito da Johnny Stewart. E si è perso per strada anche Denyss…
Quando cinque fratelli vanno in guerra, non tutti tornano a casa. Ai fan potrà sembrare strano, ma è sempre stato così: i membri dei Black Halos vanno e vengono. Quando Jay ci ha lasciati non eravamo più convinti di andare avanti, ma avevamo ancora buone canzoni da buttare fuori. Poi, una nostra vecchia amica – Melissa – ci ha presentato Johnny, che è entrato immediatamente nella band. Dopo un anno se n’è andato anche Denyss, ma a quel punto le canzoni avevano preso forma. E Johnny ha portato il suo amico JR, il nostro nuovo bassista.

Finalmente avete un nuovo album, We Are Not Alone, pubblicato in Europa dalla People Like You (disponibile da metà marzo) e prodotto da Jack Endino…
Jack è il sesto del gruppo, lui ha prodotto tutti e quattro i dischi: non possiamo lavorare con nessun altro. E’ incredibile come riesca a materializzare le idee che abbiamo in testa. E secondo lui questo è il nostro miglior lavoro: in Jack we trust.

Chi ha scritto le canzoni?
Billy (Hopeless, cantante dei Black Halos, ndr) non è in grado di suonare una nota, lui pensa a scrivere i testi. Io ho portato in studio otto pezzi e ho aiutato ad arrangiare le cinque canzoni di Johnny e Denyss. Questa volta ci siamo concentrati maggiormente sul songwriting: nel precedente Alive Without Control ci sono cose diverse in diverse canzoni, ora siamo riusciti ad amalgamare il tutto.

Adam, tu vivi a Chicago e suoni con i Black Halos che sono canadesi. Praticamente sei un pendolare del rock and roll…
Ovunque io sia, ho con me chitarra e computer. Per questo album facevo i compiti a casa, spedivo i pezzi a Denyss e poi volavo a Vancouver per dieci giorni di prove. Per quanto riguarda il tour, invece, mi sposto in Canada una settimana prima della partenza. A volte la gente si stupisce, ma è solo questione di sentimento e disciplina. La cosa dura è tenere in riga gli altri Halos quando io sono lontano…

L’anno scorso avete cancellato un tour europeo per girare gli Stati Uniti in compagnia dei Social Distortion. Ne è valsa la pena?
Domanda difficile, davvero. Lo abbiamo fatto per suonare in posti da duemila persone, tutti sold out. C’è stato un momento veramente incredibile: durante un soundcheck, Mike Ness mi ha chiesto di mostrargli come suonare un pezzo dei Clash. Così, ora lo vedo da tutt’altra prospettiva. E’ stato magnifico, ma certo mi è dispiaciuto paccare l’Europa. Non vedevamo l’ora di venire nel Vecchio Continente e, all’improvviso, ci è stato chiesto di suonare negli States con i Social Distortion: non puoi dire no a Mike Ness.

Meglio i club europei o i locali stelle e strisce?
Tutti hanno una visione romantica dell’America, perché qui tutto è così rock and roll. Ma oggi come oggi gli Stati Uniti non hanno nulla di più rispetto all’Europa.

adam2.jpgEcco, tu sei venuto in Europa più volte e, quando suonavi con gli American Heartbreak, sei stato nominato miglior chitarrista dell’anno dalla Gruta 77 di Madrid… Senti ancora i ragazzi di quella band?
Becco Billy Rowe (negli anni Ottanta chitarrista dei Jet Boy, ndr) due volte al mese. Avevano capito che l’unico modo per farmi felice è farmi suonare la chitarra. Ma quando è finito il tour mi sono reso conto che non mi avrebbero permesso di scrivere le canzoni, quindi ho lasciato. Insomma, rimanendo con loro non avrei potuto esorcizzare i miei demoni…

E sempre a proposito di tour europei, qualche anno fa sei passato da queste parti con i Lords of the New Church. Come se la passano i vecchi Brian James e Dave Tregunna (ex Damned il primo, ex Sham 69 e Barracudas il secondo, ndr)? Ma, soprattutto, come ti senti a vestire i panni di Stiv Bators?
Ho suonato nuovamente con i Lords lo scorso Halloween, a Londra, per il loro venticinquesimo anniversario. Abbiamo fatto due prove e mezza, poi è stato il caos. Brian è sempre lo stesso: imbraccia la sua Telecaster, mette il Marshall a dieci ed è contento. Per me è il chitarrista punk per eccellenza e suona più incazzato di qualsiasi altra persona più giovane di lui di trent’anni. E Dave Tregunna è ancora uno dei migliori bassisti in circolazione. Io canto i pezzi di Stiv con il massimo rispetto e piaccio ai fan proprio per questo motivo. Comunque, ci saranno altre sorprese in futuro.

L’altra band in cui suoni, i Lustkillers, è pesantemente influenzata dal mix di punk e new wave dei Lords…
Lo dicono in molti. Ho imparato a usare la mia voce ascoltando Stiv Bators, vero, ma anche Jim Carroll e Wendy O Williams. Ho creato i Lustkillers solo per me stesso e li tengo distanti dal business: l’unica cosa che abbiamo registrato finora è un cd di otto canzoni, Black Sugar Sessions, che vendiamo solo ai concerti. Un paio di etichette svedesi sono interessate a produrlo, a quel punto potremmo venire in tour in Europa. Ma voglio farlo al momento giusto e con le persone giuste.

Incredibile: a Chicago hai i Lustkillers, a Vancouver i Black Halos, sei stato in California con gli American Heartbreak e di tanto in tanto fai un giro in Inghilterra per unirti ai Lords of the New Church. Come se non bastasse, hai suonato anche con i newyorkesi Kowalskis…
Voglio veramente bene a Kitty (cantante dei Kowalskis, ndr): la conosco dal 1994, da quando stavo a New York con gli Heartdrops. Ha sempre provato a convincermi a suonare con lei e, alla fine, ce l’ha fatta: lo scorso settembre ho girato il nord della California con loro.

Ti piacciono da sempre sia la new wave più oscura che il rock and roll: cosa pensi di tutti questi gruppi di oggi che provano a suonare come i Joy Division e di tutti i ragazzi che indossano jeans neri attillati, si mettono le creepers, la matita intorno agli occhi…
Davvero? Non me ne sono mai accorto! A parte gli scherzi, io ascolto molta roba vecchia, a partire dai primi Sisters of Mercy e i Red Lorry Yellow Lorry. Il disco dei Blaqk Audio non è male, ma non riesco a canticchiare neanche una loro canzone. Molte band odierne dureranno poco più di un giorno. Per quanto mi riguarda, ho sempre indossato jeans neri attillati e continuerò a farlo per tutta la vita.

Ultima domanda: quando e come nasce la tua passione per il Fernet Branca?
Non dovrei dirvelo, ma tutto è cominciato al Velvet Rope Electronica Club di San Francisco…

San Francisco, New York, Chicago, Vancouver… Adam e i Black Halos ripartono: prima il Canada, da una costa all’altra, e poi l’Europa. Saranno in Italia domenica 18 maggio a Savona, il giorno dopo a Bologna e martedì 20 al Garage di Milano.

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