I cavalieri dello zodiaco abitano a Berkeley

Argetti – New Seeds (No Reason, 2011)

Onestamente, e non me ne vogliate, penso che un nome peggiore di Argetti (che a quanto leggo è anche uno dei cavalieri dello zodiaco… ma per favore!) sia davvero difficile da trovare – così come è piuttosto folle decidere di affibbiarlo alla propria band, soprattutto se si decide di suonare punk rock. L’impressione iniziale, quindi, è stata gravemente negativa.

Ero quasi pronto a una recensione di quelle che nei primi Novanta, nella fanzine di Rev Norb, venivano fatte solo guardando la copertina e non ascoltando il disco, ma poi ovviamente ho fatto ciò che un uomo deve fare e l’ho messo nel lettore cd. E’ stato una piacevole sorpresa constatare che, nonostante il nome da tribunale dell’Aia, i vicentini Argetti suonano un ottimo pop punk fine Ottanta/primi Novanta, che trasuda letteralmente (e lo ripeto: trasuda, ne è intriso come una spugna) suggestioni inequivocabilmente riconducibili alla prima ondata di gruppi Lookout.

Lawrence Livermore probabilmente si sarebbe innamorato di loro nel 1991-92, visto che incarnano le anime che nel periodo aureo hanno contraddistinto l’etichetta di Berkeley: punk rock asciutto e semplice, suonato senza fronzoli e tecnicismi, ma soprattutto striato di sensibilità pop alla Smiths/Morrissey e attitudine emo-core (occhio ai termini: l’emo di cui si parla non è quello di adesso, ma proprio tuuuuuutta un’altra roba). Per utilizzare il solito giochino del “somiglia a”, direi che gli Argetti sono un improbabile ibrido di Monsula, primissimi Green Day e J Church, leggermente insaporiti in salsa anni Duemila e con una persistente vena malinconica a corredo.

Notevoli davvero, quindi: probabilmente hanno anche il giusto appeal per piacere ai relitti che la scena degli albori Lookout la hanno vissuta in prima persona, così come agli under 20 e ai famigerati twentysomething. E allora, bene così. Magari ogni tanto incazzatevi un po’ di più, invece di cedere incondizionatamente al lato melanconico del pop punk…

R.I.P. Lance

lance022.jpgE’ più di una settimana che è successo. Lance Hahn, deus ex machina dei J Church è morto.
Era noto che da tempo era malato, aveva subito alcuni interventi e – non avendo assicurazione sanitaria – era in debito perenne. Purtroppo durante una seduta di dialisi (era malato di reni) ha avuto un tracollo e a soli 40 anni se n’è andato.
Fa un certo effetto, a onor del vero, dato che è un mio coetaneo o quasi (appena un paio d’anni di differenza, in pratica) e più o meno discontinuamente lo seguivo da fine anni Ottanta, quando iniziai a comrpare regolarmente Maximum Rock’n’Roll e poi le varie Flipside, Punk Planet e compagnia bella. Lui scriveva molto e sfornava dischi (coi suoi J Church) come una catena di montaggio.
Lo incontrai anche personalmente, a Genova, in occasione di un concerto della sua band. Lui, gioviale e rotondetto, si avvicinò al banco della mia distribuzione e si guardò molto attentamente tutti i 45 giri in vendita per poi comprarne un paio, tra cui ricordo un titolo Dischord… pagando mi mostrò il disco tutto sorridente e mi disse: “Lo cercavo da un po’!”.

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