‘Cosa ci mettiamo?’

Abbiamo recensito il 7″ delle Bomb’o’Nyrics da non molto tempo e – dopo un breve contatto mail – abbiamo messo insieme un’intervista, per indagare un po’ di più sulla band e sui meccanismi che la fanno funzionare.
Queste quattro garage girls lombardo-piemontesi hanno le idee molto chiare, non cedono alle provocazioni – nemmeno quelle più blande, sotto forma di domande tipo “gioie e dolori di essere una all-girl band” – e vanno per la loro strada. Che è iniziata da poco, ma già vanta molti chilometri macinati.

Ladies and gentlemen, The Bomb’o’Nyrics.

Presentatevi singolarmente, una per una: chi siete, cosa fate, cosa avete fatto, dove andate… e soprattutto: perché?
Ombretta
: voce e polistrumentista con gli strumenti per una band: cembalo, maracas, kazoo e pocket theremin. La banda è stata la realizzazione di un sogno che inseguivo da tanto, tantissimo tempo.
Paola: bassista. Ho sempre fatto tutt’altro nella vita e da poco meno di un anno ho iniziato l’avventura con le Bomb’o’Nyrics. Dove sto andando e perché sinceramente non lo so, ma va benissimo così!
Simona: chitarra e cori, presente! Prima esperienza in una band… ho imparato da autodidatta in cameretta da quando avevo 15-16 anni, ho studiato 1 anno il flauto traverso e adesso mi butto col sitar. Letteralmente, yeah!
Sara: proto-batterista e urlatrice dietro ai tamburi. Ho suonato con gli Hyp Hykers di Novara e sto suonando con gli Headless Tambourine di Torino. Aspetto qualche anno e mi metto a suonare un altro strumento, la batteria mi sta demolendo.

Quando e come è nata l’idea di questa band? Quali sono stati gli avvicendamenti in formazione? Mi pare che a un certo punto aveste due chitarre e ci fosse un ragazzo nella line-up…
L’idea è nata circa due anni fa, nel 2009, dopo una festa Sixties. Il nucleo primordiale del gruppo era formato da Ombretta, Simona e Sara. Ci mancava un basso/lead guitar. Sara conosceva Nicola, che suonava con lei negli Hyp Hykers e gli chiese di venire a provare. Nic restò con noi per circa un anno. A gennaio 2011 arrivò Paola di Torino, al basso. L’attuale line-up è formata da quattro paia di ovaie.

A quanto vedo siete un po’ sparpagliate geograficamente (Torino, Milano, Vercelli, Alessandria…); come fate a provare?
Domanda che ci fanno sempre! È piuttosto complicato, ma riusciamo a trovarci tutti i weekend. Sostanzialmente, facciamo le prove “itineranti”: una volta ad Alessandria, una a Milano, una a Torino e una a Vercelli. Trascorriamo la domenica pomeriggio per metà in macchina e per metà in sala prove, ma almeno ci facciam passare la noia della domenica pomeriggio.

Il vostro garage è piuttosto filologico e fedele alla linea: ognuno può sicuramente scorgere delle fonti di ispirazione nel vostro sound… ma voi, avete effettivamente qualche nume a cui vi votate? Insomma, quando scrivete i pezzi avete in mente qualche band in particolare o…
Abbiamo tutte gusti differenti, ma riusciamo a trovare una linea da seguire. Punti cardinali sono senza dubbio le Headcoatees e tutta la scuola di Billy Childish, il garage-psych dei Back From The Grave, il lo-fi di Gories e Oblivians e ultimamente – soprattutto dal punto di vista vocale – le girl band garage-shoegaze tipo Dum Dum Girls e Golden Triangle. Precisiamo che siamo quasi tutte autodidatte, quindi nutriamo particolare simpatia per tutti i loser della storia della musica!

Tema: gioie e dolori di essere una all-girl band.
Beh, possiamo cambiare la domanda in: gioie e dolori di essere una band? Suonare in un gruppo in cui ci sono tutte ragazze non è molto diverso dal suonare in un gruppo misto. Tra i lati positivi c’è sicuramente il fatto che ci sbattiamo tutte all’ennesima potenza e in egual misura. Tra i contro, sorgono alcuni problemi quando dobbiamo decidere i vestiti di scena (“Il problema più grande: cosa ci mettiamo?” cit. Nic), ma una quadra si trova sempre.

Avete gusti simili in fatto musicale? Cosa seguite in particolare?
Sentiamo cose diverse, ma ricordiamo che ci siamo conosciute proprio ai concerti e alle serate in giro per il Nord Italia. Denominatore comune è il ’60s garage, ma poi ognuna di noi ha la sua “cup of tea”.  Ombretta ama garage punk e Eighties garage, freakbeat, latin jazz e soul; a Paola piace il rock dai classici alle correnti indie e alternative iniziate con gli anni Novanta, ma anche blues e black music; Simona è più per il brit-pop/folk/psichedelia e a Sara piace il r&b/punk/lo-fi.

Domanda da malato del vinile: il vostro 7″ ha il buco centrale piccolo… perché? Sarebbe stato perfetto col classico foro vintage, quello per cui serve l’adattatore.
Per non farci tagliare le gambe, ahah! (Chi compra il disco la capirà)

Come e dove avete registrato i due brani del singolo?
Abbiamo registrato a Torino da Robbho di House of Rock. Prima abbiamo fatto chitarra-basso-batteria e poi abbiamo sovrainciso le voci. L’idea era di mantenere un basso profilo, ma per questa prima esperienza in sala registrazione abbiamo deciso di affidarci a chi ne sa più di noi.

La scelta di autoprodurvi il disco da cosa deriva?
E’ stata una scelta dettata dalle circostanze. Dopo esserci informate sui pro e contro dell’autoproduzione abbiamo deciso di non affidarci a un’etichetta (anche se a un paio abbiamo scritto) e di fare da noi. Abbiamo pieno controllo su modalità di vendita, gestione dei dischi e -soprattutto- possiamo rientrare completamente nelle spese, senza passare attraverso il filtro delle etichette. Se un gruppo oggi ha la possibilità di suonare molto in giro è bene che si giochi la carta dell’autoproduzione. La distribuzione, a parere nostro, sarà più efficace.

Come nascono i vostri brani (chi li scrive, insomma)? Suonate qualche cover e – se sì – quali e perché?
Nel complesso i brani vengono realizzati insieme. Simona o una di noi arriva in sala con un giro di accordi o con un motivo (di solito registrato ad minchiam col cellulare) e da lì si costruisce insieme la struttura del pezzo. I testi sono scritti o insieme o da Ombretta, che se li deve cantare, ma la collaborazione è continua. Suoniamo diverse cover, anche se stiamo cercando di ridurre il numero a favore dei pezzi di nostra produzione. Facciamo “Wild Man” dei Tamrons, “What a Way To Die” delle Pleasure Seekers e alcuni pezzi degli Headcoats. Ci piace riadattare anche canzoni rhythm&blues, come “Chills & Fever”, e la filosofia che ci guida nella scelta delle cover è: 1) mi piace questo pezzo 2) proviamolo 3A) viene bene: ok, si fa 3B) viene uno schifo: ok, lasciamo stare. Tutto qui.

Cosa bolle in pentola per il futuro? Spiegateci le vostre prossime mosse e impegni…
In primavera ci piacerebbe fare un mini-tour per promuovere il disco e ovviamente ci piacerebbe fare uscire un altro 7″, o, meglio, un album. Ma intanto veniteci a vedere! Suoniamo il 16 dicembre allo Spazio 211 a Torino con i nostri amici Sick Rose, il 30 dicembre al Taurus di Ciriè con King Salami e il 31 si festeggia il capodanno al Taun.

Born in the cellar

Qualcuno dei fedelissimi ricorderà i Beatbreakers: il loro demo cd è stato recensito su Black Milk qualche tempo fa e nel frattempo ho avuto modo di vederli live, oltre che di conoscerli personalmente.
Da qui nasce l’idea di una chiacchierata esaustiva – si spera – per presentare meglio un gruppo che, anche se sotterraneo e loser per definizione, ha il suo bel perché e merita una chance di essere ascoltato.
A questa intervista, condotta via email, hanno partecipato in pratica tutti i membri della band. Sono giovani, entusiasti, a volte un po’ ingenui e soprattutto veraci come un 45 giri di garage texano tutto graffiato, pescato in una bancarella improbabile.
La parola ai Beatbreakers…

Raccontatemi un po’ la vostra storia: come è nata la band, quando e quali obiettivi – se ve ne siete posti – avete…
Ric: La band nasce dall’incontro tra i Matryoshka Kill Kill, un progetto di band mista alla Cramps, e Sebastian che ha sostituito la nostra prima cantante. Da allora del primo repertorio abbiamo tenuto solamente i pezzi più aggressivi, gli altri si addicevano di più a una voce femminile, e abbiamo continuato su questa falsa riga, a eccezione di un paio di pezzi surf strumentali che riproponiamo spesso nei nostri live. Il nostro obiettivo, in generale, è conoscere e farci conoscere… ma non a tutti i costi!

Vedendovi live ho notato che siete una formazione piuttosto eterogenea. Sul palco c’era una maglietta degli Alter Bridge, una degli Off, un cantante alla Leighton Koizumi… insomma, quale alchimia vi lega e quali sono i vostri numi ispiratori?
Ric: Devo premettere che dopo il nostro incontro con Seba il gruppo ha subito una variazione di formazione che di fatto ha posto fine all’idea iniziale di band mista, e infatti Giulia, la nostra bassista, dopo qualche live ha dovuto lasciare per motivi personali: una grossa perdita in assoluto e soprattutto per l’impatto che la band poteva destare dal vivo. D’altro canto siamo contenti del nuovo arrivato Ste Red Stripe che si è calato subito nel nostro spirito e ha già messo del suo in diverse canzoni. Il nostro batterista Davide si diverte sempre a provocarci con le sue t-shirt da concerto, pur provenendo da tutt’altro background fa piacere vederlo appassionarsi, e con risultati soddisfacenti, a suonare garage e degenerazioni varie. Seba è innegabile che abbia una certa somiglianza con Leighton Koizumi, ha quello che si dice il phisique du role, è un autentico animale da palcoscenico, ma ritengo che al tempo stesso abbia una timbrica del tutto personale, difficile da trovare in giro, e direi perfetta per fare garage!
Seba: Esagerato Ric… grazie! Beh, comunque  la passione che abbiamo per la musica sicuramente gioca un ruolo fondamentale nei nostri equilibri, ma anche la voglia di divertirci e spaccarvi i timpani! I nostri numi ispiratori? Uhm.. ce ne sono davvero tanti per ognuno di noi! Da Jim Morrison a Screamin’ Jay Hawkins, da Johnny Thunders a Gerry Mohr, da Jeffrey Lee Pierce a Keith Morris!  Insomma numi di diversi generi, ma  più che altro degli ispiratori ideali e non dal punto di vista strettamente musicale.

Domanda spietata: il garage (Sixties o revival che si voglia) ha ancora senso dopo tutti questi anni? Dopotutto sono passati decenni dal momento in cui questa musica è esplosa e ha dato tutto o quasi quello che poteva dare…
Ric: Sai, non facciamo molto caso a quelle che sono le mode del momento, il garage ha vissuto una prima ondata durante i Sixties e un revival negli Eighties davvero niente male, tuttavia, pur non essendoci una vera scena che si possa definire tale in Italia, il garage di fatto non è mai morto.
Seba: Assolutamente! Ѐ bello vedere band che ancora tramandano garage con voglia di stupire. Ti spiego perché: anche se forse non c’è più un vero e proprio movimento, qualcuno che tenta di salvarci le orecchie  dalla merda che sta uscendo da qualche anno a questa parte c’è sempre, per fortuna!
Ric: D’altra parte, come avrai avuto modo di sentire, non siamo dei puristi del genere, non abbiamo neanche l’organo.  La nostra novità, se così si può definire e ammesso che ci sia ancora qualcosa da inventare, è il tentativo di fondere insieme diverse componenti, qualcuno più esperto di me lo ha definito “rockabilly garagistico” (il buon Luca Frazzi – n.d.andrea], non dimenticando il nostro approccio punk che in alcuni pezzi si sente abbastanza chiaramente.

Elencatemi i cinque dischi fondamentali della vostra formazione personale – e perché…
Ric: Ti diremo quelli che più si adattano all’idea dei Beatbreakers e che comunque mi hanno segnato personalmente. In ordine sparso:
·    The Fuzztones: Lysergic Emanations, come fare a non metterlo?
·    The Cramps: Psychedelic Jungle, la sintesi di diversi elementi che adoriamo, selvaggio e accattivante
·    The Phantom Surfers: 18 Deadly Ones, mi piace il surf strumentale, specie se cupo e malinconico, quello per così dire “avvincente” mi annoia…
·    The Morlocks: Emerge, a proposito di Koizumi…
·    Various artists: Doo Wop  Halloween Is a Scream, pezzi oscuri e grotteschi recuperati dalla “peggiore” tradizione doo-wop, testi molto divertenti!
Seba: Da parte mia dico:
·    The Brood: In Spite Of It All, ascoltatelo e poi capirete perché…
·    Various artists: Kill By Death, compilation punk ma dai pezzi  marci e cagneschi insomma quel che piace a me!
·     Various artists: Monster Bop, la definirei una compilation rock’n’rolll di pezzi tirati fuori dall’aldilà
·     MC5: Kick Out The Jams, kick out the jams motherfuckers!!!
·    Jacobites: Robespierre’s Velvet Basement, qua cambiamo radicalmente genere, chitarre che piangono e voci malinconiche, un mix che nuoce alla propria solarità

Cosa pensate delle reunion di band vecchie o comunque morte da anni, che piovono insistentemente da qualche tempo?
Seba: Penso sia come qualcosa che vuoi riportare in vita nel tuo cervello e in un modo o nell’altro ce la fai, quando sei davanti a personaggi che han fatto la storia del genere. Ti vengono i brividi a pensare ai concerti, le persone che han conosciuto e specialmente il fatto che, qualche ora prima, ti stavi ascoltando un loro disco davanti una birretta e qualche ora dopo te li vedi di fronte! Non sono uno che si emoziona facilmente, ma a vedere veri e propri “stronzi” della musica mi si contrae il cervello.
Ste Red Stripe: Le reunion il più delle volte si rivelano come decisioni piuttosto azzardate, ma a volte delle piacevoli sorprese: basti pensare al panorama ’77 UK punk; band come Slaughter and the Dogs, Stiff little Fingers, Rezillos, Boys, Buzzcocks etc… non tradiscono mai dal vivo e sono sempre energici, garantendo uno spettacolo all’altezza della loro fama. Altre volte è solo puro interesse economico e non è difficile rendersene conto.

Trovate facilmente occasioni per suonare? Come definireste la situazione attuale del circuito live?
Ric: In Italia siamo messi abbastanza male, e in particolare a Milano, se non fosse stato negli ultimi anni per il Mi-decay, che ha avuto il merito di ravvivare la scena e stimolare anche altri ad organizzare eventi alternativi, sarebbe francamente deprimente.
Seba: D’altronde Milano è piena di fighetti…

Raccontateci il concerto più bizzarro o allucinante che vi è capitato di fare
Davide: Direi quello di spalla a Glenn Matlock, quando il nostro cantante era…come dire “un po’ su di giri” ed è stato allontanato dal locale mentre noi della band ancora stavamo suonando…
Seba: Eh sì… eravamo tutti un po’ nervosi e io ho cominciato a bere parecchio; a un certo punto il microfono ha avuto dei problemi, così l’ho lanciato dall’altra parte della sala, scatenando una furiosa reazione del buttafuori che mi ha sollevato di peso cercando di trascinarmi fuori dal locale. Non so come sono riuscito a tornare sul palco e finire il concerto.

Beatles o Stones? E perché?
Seba: Stones! in particolare i primi album con Brian Jones, il mio preferito è sicuramente  Their Satanic Majesties Request, i suoni tossici e imprevedibili mi tirano scemo!
Davide: Beatles per il semplice fatto che in casa mia, fin dall’infanzia, giravano solo i loro vinili.
Ric: Per il talento, voci e capacità compositiva sicuramente i Beatles, gli Stones dal canto loro avevano una maggiore carica sul palco, quindi Beatles da studio e Stones dal vivo!

Nuggets o Back From The Grave? E Perché?
Ric: Pur essendo un vero estimatore di Nuggets ti dico che preferisco Back From The Grave come concetto, c’è un vero lavoro di riesumazione dietro ai vari volumi di pezzi più o meno interessanti mai venuti alla luce prima. Menzionerei anche Pebbles, Desperate Rock’n’Roll, e Stompin’
Seba: Domanda difficile. Ma anche io dico Back From The Grave! Quelli erano tempi scuri e grezzi. Sembra la trama di un film ma è proprio cosi! Fuzz che ti scioglie il pensiero, voci da strizzata di palle… fantastico!”.

Qualcuno di voi colleziona dischi? E quale è il vostro rapporto con la musica: una passione, un passatempo, un divertimento, un’ossessione…?
Seba
: Si, io e Riccardo spesso e volentieri andiamo a cercare dischi interessanti da comprare. Il rapporto con la musica è un’ossessione pura. Sono sempre alla ricerca di band dimenticate nel tempo.

Chi volesse contattarvi e magari ordinare il vostro cd promo, come può fare?
Ric: Per ora non abbiamo mai fatto banchetti ai nostri concerti ma a ogni live chiunque ne avesse il desiderio può venircelo a chiedere personalmente, capita sempre di averne dietro una copia; oppure può contattarci sul nostro Facebook

http://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Ftracks%2F15729327 Wednesday Night by The Beatbreakers.

http://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Ftracks%2F25945579 Alien by The Beatbreakers.

http://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Ftracks%2F25945781 Twelve o’ Five by The Beatbreakers.

Mad Max, punk e wave glaciale

Abbiamo conosciuto quest’anno i Words And Actions di Alessandria, un duo di coldwave in puro stile anni Ottanta, che ha sfornato nel giro di pochi mesi due nastri (Can’t Feel e Life Of Farewells). Roba intrigante e filologica, che striscia nei liquidi oscuri del gothic rock, della EBM, della wave, dell’elettronica pionieristica – il tutto con uno spirito ombroso, romantico e glaciale al contempo.

Ci hanno colpito molto e li abbiamo contattati per una breve chiacchierata, un classico botta e risposta via email (a parlare è Lace), per sapere un po’ di più sul loro conto. Eccola.

Domanda classica per rompere il ghiaccio: come/quando è nato il progetto WAA? Avevate altre esperienze musicali simili alle sonorità che proponete?
Il tutto ha avuto inizio nel 2010. In realtà erano già 2-3 anni che volevo mettere su un gruppo “anni 80”, ma non trovando musicisti adatti la gestazione è stata più lunga del previsto. Per quanto riguarda le nostre esperienze musicali pregresse, beh in realtà non abbiamo assolutamente la formazione che ti potresti aspettare. Nel nostro passato e presente abbiamo suonato svariate cose, death/thrash metal, math rock, prog, dubstep, hardcore, cybergrind, emocore, pop-punk, hip hop, sludge e forse qualcos’altro.

Da dove deriva la vostra ispirazione musicale, con esattezza?
L’atmosfera che cerchiamo di ricreare è quella tipica della scena coldwave francese. Fondamentalmente è un sotto-genere della darkwave, caratterizzato da sonorità più ruvide e glaciali e da un piglio per certi versi molto epico direi. A suo modo è un genere molto romantico (nel senso serio del termine). Partendo da questa base cerchiamo anche di inserire la fisicità e l’immediatezza della primissima scena EBM (DAF, Front 242, Nitzer Ebb per citare qualche nome).

Come vi dividete i compiti in fase di composizione, registrazione e live? In pratica, chi fa cosa?
Al momento io mi occupo della composizione e della registrazione. In sede live io canto mentre Paolo suona le parti di synth.

Che tipo di strumentazione usate? Siete per il vintage old school o emulate con software e computer?
Una strumentazione tipo Mad Max direi… live sulla voce uso un pedale per basso, Paolo usa una tastiera il cui segnale viene processato da una pedaliera per chitarra, la drum machine esce fuori da un iPod e il tutto entra in un mixerino quattro canali della Behringer.

Capitolo registrazioni: come lavorate e con che strumentazione?
Anche sotto questo aspetto direi che siamo piuttosto punk, ovvero ci siamo sempre arrangiati con quello che avevamo in casa. I suoni sono prodotti con una vecchia tastiera Casio regalatami all’età di 10 anni e fatti passare attraverso un pedale che simula un delay analogico con modulazione. La registrazione avviene su un mio vecchio computer, con sequencer, programmi di editing e mastering che ormai non userebbero neanche nella Corea del Nord. Ma alla fine per tirare fuori il suono giusto serve molto di più un orecchio allenato che non l’ultima versione aggiornata del programma di turno. Poi nel nostro caso il lo-fi non è una scelta ma una necessità del genere.

La scelta di diffondere la vostra musica solo su cassetta è interessante; secondo voi ci sono ancora molti appassionati che possiedono una piastra per ascoltare i nastri? Avete difficoltà a trovare le cassette per le vostre produzioni?
Da bravi nerd abbiamo optato per il supporto filologicamente più coerente con il tipo di musica. Inoltre gli appassionati di questo genere hanno quasi sempre una piastra per musicassette, anche perché molte release dell’epoca erano proprio su tape. Le cassette vergini le prendiamo da una ditta inglese specializzata in questo genere di prodotti.

Come funziona per quanto riguarda le occasioni di suonare: fate concerti spesso o con facilità? E con chi vi capita di suonare?
La situazione concerti è abbastanza complessa, pochi locali, poca organizzazione, poco pubblico. Noi per fortuna suoniamo un genere di nicchia e in quanto tale abbiamo un pubblico piuttosto attento, che viene volentieri ai concerti, che ti compra il disco e che magari indossa anche la tua maglietta. Comunque mi ricordo che negli anni Novanta era tutto molto più semplice e organizzato, anche la più sfigata città di provincia aveva almeno un locale o un centro sociale con uno o due concerti a settimana. Negli ultimi 10 anni invece c’è stato un netto declino del mondo delle sottoculture musicali, con ben poche eccezioni. Con chi ci capita di suonare? Beh dipende un po’ da chi organizza, fondamentalmente sono due i circuiti che si stanno interessando a noi, uno più strettamente legato all’universo dark e uno più vicino al mondo indie.

L’aspetto grafico/artistico è importante nel progetto WAA; raccontateci le suggestioni che ispirano il vostro immaginario visivo, magari approfondendo il discorso dei poster (perché, in quanti esemplari li stampate, come vengono realizzati, significato e messaggio…).
Ho sempre pensato che l’aspetto visuale non fosse affatto separabile dal discorso musicale. Il fascino che può esercitare un genere è sempre legato indissolubilmente all’immaginario che è in grado di (ri)evocare. Nello specifico trovo che la nostra musica si possa coniugare perfettamente con un tipo di grafica che mi è sempre piaciuta, ovvero quella delle cosiddette avanguardie storiche novecentesche, più precisamente nelle sue incarnazioni russe e olandesi (suprematismo, neoplasticismo, costruttivismo). I nostri poster sono in cartoncino colorato, l’unico inchiostro utilizzato è il nero e vengono stampati in poche copie numerate. A questo link potete vedere qualche foto e avere qualche informazione in più.

Il titolo “Seven Churches” nel vostro ultimo lavoro mi ha fatto sperare per un istante che aveste fatto una cover dei Possessed… la domanda è: avete in scaletta qualche cover? Se sì quali, se no perché?
Anch’io quando stavo caricando quel brano su YouTube e ho visto che i vari suggerimenti linkavano tutti ai Possessed mi sono preso bene, ahahah. No al momento non abbiamo cover in scaletta anche se in futuro non ci dispiacerebbe provare a mettere qualcosa, magari un pezzo dei Darkthrone.

Esiste una scena coldwave revival o vi reputate un episodio bizzarro nel panorama attuale?
Diciamo che indiscutibilmente negli ultimi anni c’è stato un notevole ritorno a sonorità tipicamente 80’s. Sull’argomento credo possa essere molto interessante un libro che non ho ancora trovato il tempo di leggere, Retromania. Musica, cultura pop e la nostra ossessione per il passato di Simon Reynolds, nel quale mi pare si discuti proprio dell’apparentemente inarrestabile (e a suo parere piuttosto negativa) tendenza attuale al recupero e al saccheggio di suoni e atmosfere dal passato. Diciamo che da musicista mi pongo meno questo tipo di problema, nel senso che almeno in questo aspetto della mia vita cerco di non razionalizzare più di tanto. Mi piace questa musica, faccio questa musica. Nel panorama internazionale attuale c’è sicuramente una scena “minimal wave” che raccoglie anche i gruppi più vicini alla coldwave e sicuramente c’è un crescente interesse anche per la dimensione live di questa sottocultura. Ovviamente non possiamo che esserne contenti.

Mastro Umberto tra il sole e il deserto

Umberto Palazzo – Canzoni della notte e della controra (Discodada, 2011)

Umberto Palazzo l’ho incontrato la prima volta una decina d’anni fa. Per caso. Eravamo in un clubbino rock della mia città. Lui stava facendo girare dischi su in consolle. Io stavo facendo girare gin tonic giù nell’intestino. Era un periodo nel quale mi sa che tutti e due, più o meno faticosamente, stavamo rimettendo assieme pezzi delle nostre vite.

Ricordo che quando ci scambiammo due parole ero già abbastanza su di giri. Giri che aumentarono allorché mi disse che stava per uscire un nuovo disco del rinnovato Santo Niente. A quell’ora nel fumoso clubbino erano rimasti solo i baristi, le consuete mosche da bar e il deejay. Così, in qualità di barfly titolare a cui si perdona un po’ di molestia alcolica, iniziai a pressarlo per fargli metter su un pezzo del nuovo disco del Santo Niente di cui mi aveva parlato (l’EP Occhiali scuri al mattino, uscito nel 2003 su Black Candy). Umberto mi disse anche che era da poco tornato a vivere quaggiù ma non a Vasto, la sua città natale, bensì a Pescara. Mi fece molto piacere quell’incontro, e ancor più venire a sapere di un altro figliol prodigo tornato all’ovile.
Da quella sera ci siamo rivisti negli anfratti del rock provinciale e cafone (non è un’offesa, ma una citazione di Silone) più di una volta, scambiando sempre veloci e amabili chiacchiere.

Umberto mi piace perché è un po’ come me: riservato e inadeguato il giusto, ma deciso e incazzuso quando serve. Dal punto di vista musicale l’ho sempre apprezzato. Senza mettermi qui a fare la cronistoria della sua lunga carriera, basti ricordare che negli anni ’80 ha suonato nella band neo sixties Ugly Things, a seguire negli Allison Run per poi fondare i Massimo Volume.
Nella seconda metà degli anni ’90 ha raggiunto l’acme della “fama” con Il Santo Niente, ma senza avvicinarsi neanche lontanamente al successo dei vari Afterhours, Marlene Kuntz, CSI, ecc. Dopo un lungo stop, nel 2003, tornato Pescara si è rituffato di testa nella mischia della musica in tutte le sue forme (suonata, scritta, deejayiata). Tanto per dire, da dj ha educato un par di generazioni di forti e gentili pischelli abruzzesi che si andavano a tritare di alcol al Wake-Up, un ottimo live-club purtroppo appena chiuso. Nella città di D’Annunzio, Flaiano e Rocco Siffredi (che in verità è di Ortona, ma ci stava bene) Umberto ha fatto resuscitare Il Santo Niente e, non pago, s’è inventato pure la variante strumentale dal sapore mariachi-tex mex, El Santo Nada, con cui ha di recente dato alle stampe l’apprezzato esordio autoprodotto Tuco.

Ora arriva, finalmente, il suo primo album solista che affonda entrambe le mani nella terra aspra di un meridione dell’anima prima che geografico. Un album dal titolo caposseliano, dichiaratamente low profile eppure magniloquente, passatemi il termine. Nel presentarlo lo stesso Umberto minimizza un po’: “Ho iniziato a realizzare quest’album mentre lavoravo ad altri progetti, cioè il disco nuovo del Santo Niente e quello del Santo Nada. L’idea di base è quella di fare un disco pre-rock, una specie di ‘what if rock never happened'”.
Insomma, una cosa fatta senza fretta, nei ritagli di tempo, in perfetta solitudine: “Ho praticamente suonato e registrato tutto da solo” – senza batteria (“nell’unico pezzo con la batteria c’è Gianluca Schiavon, ma non lo sa, perché ho recuperato la sua traccia da delle vecchie registrazioni”), ma con un’infinità di suoni e rumori percussivi (“Ho cercato strumentazioni atipiche per spostare la cosa fuori dal tempo. Le percussioni sono fatte quasi tutte con pezzi di metallo, sul modello degli Einsturzende Neubauten”), che danno colore, anima e, soprattutto, allontanano il pericolo del cantautore triste con la sua chitarrina acustica arpeggiata e stracciacoglioni.

Come ho anche detto a Umberto, dopo il primo fulmineo e fulminante ascolto nel disco c’ho sentito subito Piero Ciampi, la musica popolare del mezzogiorno, Crime and the City Solution, Tom Waits, Ennio Morricone, Nikki Sudden, Tindersticks, certe cose più acustiche dei Love and Rockets e persino Federico Fiumani.
Ma ascoltandolo per bene nel disco c’ è molto, molto di più. C’è il sole al tramonto della surf-music, la sabbia sottile del deserto, il folk scarnificato che si fa blues, la musica greca, l’eleganza raffinata di Bruno Martino, il ghiribizzo di Renato Carosone, la forza imperiosa di Domenico Modugno e un’attitudine post-punk da far venire i brividi lungo la spina dorsale.

Le fregole partenopee di “Café Chantant” sbriciolano in soli quattro minuti tutti i miei preconcetti sulla musica tradizionale napoletana. L’incedere marziale di “La luce cinerea dei led” tradisce il solido background alt-rock di Umberto che nel ritornello si scioglie in un lungo abbraccio verso la musica popolare italiana dei ‘50/’60: quella stessa musica che esplode in “Luce del mattino” dove persino quando canta “sha la la la lalla” mostra una profondità sconosciuta a molti autori della canzonetta italiana. “Acchiappasogni” ha un testo poetico di eccellente livello e un gran mood alla De Gregori: il bacio in fronte glielo dà poi la voce effettata e conturbante di Tying Tiffany che ci accompagna quasi cullandoci con la complicità di una musica dolcemente ipnotica. “Aloha”, già pubblicato nell’ultimo disco del Santo Niente in una versione “abbozzata”, è un pezzo che qui viene completato come meglio non si sarebbe potuto. Immaginate l’oriente che passa da Napoli per correre incontro a Washington DC. “La controra” è in assoluto il mio brano preferito e non solo perché è quello più marcatamente rock con una bellissima “batteria rubata” come ci ha confessato Umberto. Il verso “Godmorning Italia” e i 40 secondi finali gli valgono da soli la medaglia d’oro.

Già mi sono dilungato troppo, quindi la faccio breve. Canzoni della notte e della controra è la migliore prova artistica di sempre di Umberto Palazzo. Da oggi in poi, per quel poco che può interessare, lo chiamerò “mastro” (non “maestro” che mi sta sul cazzo tanto quanto “dottore”, ché i “dottori” sono quelli che stanno in ospedale e i “maestri” quelli che stanno a scuola). Mastro nel senso letterale di artigiano altamente specializzato.

A mastro Umberto gli ho posto tre domande tre, che in realtà sono mie curiosità. Eccole.

Come hai vissuto nella fase di preparazione e come stai vivendo ora che è uscito questo album, alla luce della tua lunga e “piena” carriera discografico-musicale?
La fase di preparazione è stata un momento di sospensione nella mia vita, una zona crepuscolare e di passaggio. Uno di quei momenti in cui, per aver tanto faticato, ti senti autorizzato a vivere senza sentire troppo il peso delle responsabilità. Il momento dell’uscita del disco è sempre molto emozionante e ogni disco porta sempre un cambiamento nella vita del suo autore, ma non posso dire cosa succederà, perché si scatenano sempre sia energie positive che negative.

Mi ha incuriosito che nel testo di “Metafisica”, nello strumentale “La marcia dei basilischi” e nel pezzo “La Controra” tu abbia omaggiato apertamente il primo film-capolavoro di Lina Wertmuller…
La voce fuori campo all’inizio del film della Wertmuller (I Basilischi) fa un elogio della controra (l’allucinazione post prandiale del sud) da cui è scaturita l’idea di questo lavoro, un’idea che credo sia germogliata nella mia testa almeno una decina di anni fa, anche se ho capito come avrei potuto realizzarla concretamente solo grazie all’esperienza El Santo Nada. La colonna sonora di quel film non a caso è di Ennio Morricone ed è da brivido. Credo che il prossimo passo e corollario di questo lavoro sarà rendere un omaggio diretto al Maestro, che considero il Bach dei nostri tempi, e a questo film.

Nel disco ci sono pochi ospiti (ma buoni). Il mio orgoglio teramano ha fatto capriole quando ho letto i nomi di Luca D’Alberto e Sandra Ippoliti… vuoi spendere due parole su di loro?
Mi ritengo molto fortunato che il caso mi abbia portato a vivere nella stessa zona di due musicisti così grandi. Luca è un giovanissimo, ma già affermato musicista di formazione classica, ma pur essendo pluripremiato nei concorsi di settore, è quanto di più distante si possa immaginare a riguardo di uno studente del conservatorio. Ha un piglio da rocker consumato, una personalità vulcanica e mentalità d’avanguardia. Il suo strumento d’elezione è la violectra, una viola elettrificata a sei corde suonata in un ampli valvolare, una vera arma da guerra. Il suo progetto principale è un duo che si chiama Ex-Wave e si sta parlando parecchio del loro disco Plagiarism in questi giorni. In una traccia (“Wonderland”) canta Astrid Young, che è la sorella di Neil, quel Neil Young. Un altro suo progetto è a metà con Xabier Iriondo. Ma quello che più conta è che Luca sia uno di quei rarissimi musicisti che sono vicini alla pura fonte della musica, esseri che sono fontanili della grande vena sotterranea originaria. Mi sono bastate due note ascoltate su YouTube per rimanere senza fiato. La sua presenza illumina “Café Chantant” e tutto il disco. E per Sandra Ippoliti il discorso è molto simile, ma, a differenza di Luca, Sandra non ha un’educazione musicale ortodossa, però la sua voce è fra gli strumenti più preziosi che io conosca ed è la mia cantante preferita. Sandra è una cantautrice, e solo quest’anno si è decisa a pubblicare il suo disco d’esordio che però ha già qualche annetto sulle spalle. Nel frattempo Sandra è enormemente cresciuta e da lei mi aspetto grandissime cose. La nostra collaborazione era iniziata prima di Canzoni della notte e della controra con la realizzazione del singolo Amara terra mia, pubblicato per raccogliere fondi a favore de La Ciudad, un’associazione culturale aquilana post-terremoto. Spero che intorno a questo pezzo, secondo me un piccolo capolavoro, possa al più presto agglomerarsi un lavoro organico, perché sarebbe veramente un peccato lasciarlo lì, povero pellegrino.

I pagani caduti su Milano

Il Wizard Pub è – a volersi lanciare in metafore senza freni – il corrispettivo milanese del Whisky a Go Go di Los Angeles. Lungo i Navigli, come sul Sunset Strip, le rockstar del sottobosco meneghino cercano un po’ di refrigerio dalla paludosa arsura padana, in un’atmosfera costellata di freak mosquitoes e lattine di birra abbandonate sui tavolini.
Proprio al Wizard abbiamo un rendez vous con Marco Mezzadri (voce e basso nei Doggs), mentre cerca l’ispirazione giusta per qualche brano del disco a cui sta lavorando insieme a Christian Celsi – chitarra elettrica – e Grazia Mele – batteria. Davanti a una vodka ghiacciata le parole emergono come cannucce sommerse dall’alcool bianco del bicchiere.

Come ebbi già modo di scrivere su Black Milk a proposito del vostro esordio, credo che se i Doggs fossero stati francesi sarebbero stati da subito oggetto di culto, vista la storica simpatia per certe sonorità dei cugini d’Oltralpe. Dalle nostre parti un certo rock and roll fuori dagli standard sembra lottare strenuamente per non affossarsi nelle sabbie mobili e cadere nell’oblio. Questo immobilismo vi indispone?
Cazzo certo che ci indispone. Sputiamo il sangue in quella dannata cantina quasi tutte le sere, investiamo molte energie, per non dire tutte, nella nostra vita, (perché attenzione io per musica intendo vita e non hobby) per poi trovarci a sgomitare in un panorama noncurante o, peggio ancora, attento solo alle mode e alle apparenze. Come sottolineato più volte, noi non suoniamo per divertimento o per piacere: noi suoniamo per sopravvivere. La nostra musica esprime il nostro tentativo di vivere e sopravvivere. Ed è li che scatta il piacere… il piacere di vedere che tu sei vero, che fai musica vera e con i coglioni e non canzonette per far ballare i cretini.

Personalmente ritengo il vostro ep d’esordio The Doggs fulminante, dalle sonorità quasi arroganti che fanno pensare che dei gruppi seminali che vi influenzano – Stooges, Velvet, Dead Boys – non ve ne freghi poi molto. Nessun rispetto per il passato in pieno stile punk?
Sinceramente non c’è nessun grande interesse verso il passato. Abbiamo il dovuto rispetto per quanto è stato fatto, cosa che si evince chiaramente ascoltando la nostra musica, ma non ne siamo assorbiti o intimoriti. In fase creativa non abbiamo legami sicuri… tutto procede verso il nulla e dal nulla nasce il pezzo. Non ci sono schemi particolari: quando otteniamo il nostro suono andiamo semplicemente avanti.

Sempre a proposito del vostro primo lavoro: quanto è voluto e ricercato il vostro minimalismo e quanto invece è spontaneismo puro?
Il minimalismo nasce sicuramente dal nostro background musicale. Personalmente sono un cultore delle canzoni mono-riff e della semplicità unità all’originalità. Questa idea costituisce le fondamenta del progetto The Doggs. Ci tengo però a sottolineare che il nostro è un minimalismo assolutamente spontaneo, naturale, tendenzialmente inconsapevole.La cosa inevitabilmente si rispecchia anche nell’estetica Doggs e nell’artwork del primo ep. Credo che il punto di forza della nostra band sia proprio questo: la spontaneità. Poche stronzate e artifici. Noi siamo così. Prendere o lasciare.

In che modo siete arrivati alla stesura di Black Love? Raccontaci cosa e’ accaduto nel mezzo dei due dischi…
Dopo l’uscita del primo ep c’è stato un cambio di formazione. Alla chitarra è arrivato Christian e Black Love è il secondo figlio nato da questa nuova scopata. Alla stesura ci siamo semplicemente arrivati suonando come suonavamo prima. La setta si è riformata e i sabba sono andati avanti. Niente di più. Le dinamiche nel gruppo non sono minimamente cambiate.

Il sound dell’ep nuovo però si distacca fortemente da quello precedente. La tossicità e la cupezza sono aumentate esponenzialmente.
La notte: tragica, buia, depravata. La notte è Black Love.

Ogni band ha, per le leggi di mercato, il proprio pubblico da qualche parte nel pianeta; voi pensate di aver già trovato il vostro o siete ancora alla ricerca, facendo surf sull’onda lunga?
Non abbiamo ancora un reale pubblico. Non facciamo parte di nessuna scena. Ammesso che ne esista una. C’è stato un periodo in cui strizzavamo l’occhio per vedere cosa sarebbe potuto accadere, ma ora ne siamo completamente usciti. Fortunatamente la nostra integrità non è ancora stata minata. Questo non vuol dire che le nostre ambizioni siano diminuite. In realtà, a volte, penso che gli altri ci temano o che comunque non abbiano questo grande piacere ad averci in mezzo. Sarà che la nostra insita strafottenza non ci porta a creare (falsi) legami. In fondo siamo semplicemente, profondamente menefreghisti. La nostra attitudine è comunque sempre stata un’arma a doppio taglio.

Pensi che mettere un organo genitale in copertina possa ancora disturbare i benpensanti? Quanto è stata metabolizzata dalla vostra batterista una figa in copertina?
Non credo che una copertina possa ancora disturbare i “pensanti”. Black Love è zozzo, ci stava una copertina zozza e cafona. Tutto qua. La nostra batterista è sempre molto accondiscendente.

Siete una band che suona molto dal vivo, sia nel Nord Italia che all’estero, eppure il vostro atteggiamento naïve pare che non vada a genio a molti promoter o gestori di locali. Che ci sia dietro la solita mafietta del quartierino o c’è qualcosa che cova sotto?
Ultimamente non sappiamo cosa pensare. Le ultime date ce le hanno annullate per imprecisati motivi. Sta di fatto che al nostro posto hanno suonato band che a volte non centravano proprio nulla con il “clima” della serata. Non credo che al nostro livello si possa parlare di boicottaggio. Sarebbe ridicolo. Sicuramente non stiamo simpatici a molti o semplicemente non ci conoscono e quindi si buttano sulle band già “avviate”. Poi quando ti vengono a dire di non essere offensivo col pubblico perché altrimenti ti metti in cattiva luce… beh allora giochi a prendermi per il culo. La mafietta locale esiste ma è ridicola. Milano è una metropoli vuota. C’è poco da fare i mafiosi.

Infine augurandovi un in bocca al lupo per la lavorazione del prossimo disco, svelaci qualche arcano su quando uscirà e di cosa tratterà.
L’uscita dell’album è prevista per questo autunno anche se in realtà non abbiamo una scadenza sicura. Ci stiamo prendendo tutto il tempo per far uscire un lavoro completo e di spessore. La linea tossica di Black Love è ancora la spina dorsale su cui si sviluppa tutto il lavoro. D’altronde di questi tempi non mi va di parlare di stronzate allegre e spensierate. Sicuramente ci saranno molte novità sul piano compositivo e strumentale. Tutto però è ancora fumoso… ma ti assicuro che te ne accorgerai quando uscirà.

Streetwalking Cheetah

Cheetah Chrome, il maestro della chitarra tossico, sconvolto, pelato, cafone e troglodita. Una personcina spigolosa, senza cui il sound di alcune delle formazioni più importanti del punk a stelle e strisce non sarebbe nemmeno nato. E allora è quasi un dovere di cronaca e un tributo ossequioso al rock, questa traduzione di un’intervista apparsa sul numero due della mitica Sonic Iguana (la fanzine di Jeff Dahl della seconda metà anni Novanta). All’epoca Cheetah era quasi una figura dimenticata, fuori dai riflettori e dalle rotte della scena punk peraltro fiorente. Sono state tagliate le ultime domande, troppo legate al momento contingente… quello che resta è il ritratto di un eroe che vive in una confortevole penombra e non sembra neppure scontento delle situazione.

Come è stato crescere a Cleveland?
Non c’è molto da dire, a parte che faceva schifo. Cleveland è molto piena di sé e arretrata.

Però è conosciuta come una città rock…
Non saprei dirti il motivo. Credo che chi viveva altrove potrebbe averla vista così. E tutti i gruppi che ci sono passati a suonare si devono essere divertiti. Ma se tu ci avessi vissuto ogni giorno della tua vita, non la penseresti in questo modo. Può anche essere che ci fosse un sacco di roba interessante in giro e io non me ne sia accorto…

Quando hai cominciato a suonare la chitarra?
Avevo otto anni. Non fu la sera che vidi i Beatles in tv per la prima volta, ma nel giro di sei mesi avevo iniziato. Me ne stavo in casa con i libri degli accordi e i dischi dei Rolling Stones.

Quale è stata la tua prima chitarra?
La prima era un giocattolo di plastica (ride). La prima vera elettrica fu una Sakova, credo fosse della stessa forma del basso di Paul McCartney. A violino, con un battipenna di madreperla. Hai presente? Credo di averla scambiata per della droga.

Ricordi il tuo primo incontro con Stiv (Bators)?
Peter Laughner mi parlava di lui continuamente. La prima volta che l’ho incontrato dal vivo è stata in un negozio di vestiti e lui indossava un paio di pantaloni argentati. Credo fosse il 1974. Non sapevo chi fosse, ma iniziammo a parlare, poi ci salutammo. Nel frattempo suonavo nei Rocket From The Tombs e Laughner continuava a parlarmi di questo tizio, Stiv Bators. Una volta poi lo invitò a un nostro concerto; lui si presentò insieme a Jimmy Zero e quei due ci provarono con le nostre ragazze. Ci incazzammo di brutto; proprio quando stavamo per farli a pezzi Peter intervenne dicendo: “Lui è quello Stiv di cui ti parlavo”. (Ride) Finimmo per scambiarci i numeri di telefono, lui la sera dopo mi chiamò e mi invitò a un concerto di un gruppo di amici suoi, i Blue Ash. Si portò dietro una custodia da chitarra e io gli domandai che chitarra avesse lì dentro; lui disse: “Ah questa ti farà impazzire”… lì dentro aveva un vero e proprio bar! Vodka, granatina, crema al whisky… e iniziò a fare dei cocktail. Questa è stata la prima volta che siamo usciti insieme.

I RFTT hanno registrato molta roba?
Solo due session. Una fu una lunghissima maratona, il giorno del mio compleanno nel 1974 o forse ’75. Ci prendemmo un bel po’ di speed e passammo la notte in piedi. Suonammo tutte le canzoni che conoscevamo. Credo fossimo in uno studio radio, dal vivo. E l’unica altra volta che registrammo fu per un altro show radiofonico, all’Agora. Furono le uniche due volte che ci trovammo davanti a un registratore a bobine.

Cosa pensi dei Rocket From The Crypt che hanno un nome simile al vostro?
Direi che mi devono dei soldi o qualcosa del genere! (Ride) non sono un gruppo rockabilly? Farebbero bene a bere un po’ di caffè o roba così, per stimolare la fantasia. Perché fregare il nome a un gruppo di Cleveland è davvero idiota.

E i Frankenstein?
Erano i Dead boys con un altro nome e un po’ di lustrini. La stessa identica band.

Ti ricordi la prima prova dei Dead Boys?
Beh… non so se c’è qualcuno che è in grado di ricordarla. Sono abbastanza certo che si sia trattato di una faccenda molto alcolica. Una prova con una bottiglia di Jack Daniels e una cassa di birra e qualsiasi altra cosa si trovasse a tiro. Ricordo che ero esaltato perché era la prima volta che suonavo con Jimmy Zero. Nei RFTT lavoravo con Laughner, che era un grande chitarrista, ma non era solido alla ritmica come invece lo era Jimmy. Laughner e io facevamo molti intrecci di suono, mentre con Jimmy era diverso… all’improvviso mi sono trovato ad avere terreno solido su cui muovermi. E’ stato come se prima camminassi sul compensato e finalmente avevo dei mattoni sotto ai piedi.

Avevate un bassista?
No, direi che Jeff Magnum è arrivato almeno due anni dopo. Non ci serviva un bassista. Suonavamo altissimi e mettevamo un casino di toni medi. Non se ne sentiva la mancanza.

Hai sentito quella versione di “Starway to Heaven” suonata dai Dead Boys che circola?
Sì. (Ride) Dovevamo essere davvero annoiati. Pensa che ho un nastro della mia nuova band e c’è la stessa roba dentro. (Ride) Era uno standard per Cleveland. Una volta ero famoso per la mia versione di “Stairway to Heaven”… la facevo subire a chiunque si sedesse con me per un po’.

La leggenda narra che incontraste i Ramones a Cleveland e Stiv li convinse a organizzarvi un concerto al CBGB’s a New York…
Sì, è tutta colpa di Joey Ramone. Joey e Dee Dee. non penso ci avessero mai sentito suonare, ma devono essere rimasti colpiti dalla nostra attitudine. Suonammo al CBGB’s per la prima volta un martedì, davanti a sei persone. Ma erano sei persone importanti. A Cleveland al massimo riuscivamo a farci arrestare, ma non c’era verso di procurarci un concerto. Era tutto in mano ai gruppi di cover. Che è oggettivamente una buona scena per i chitarristi, che possono fare molta esperienza.

E’ interessante, soprattutto se penso a quanti gruppi seminali sono usciti dall’Ohio.
Sì, succedeva perché dovevano combattere la frustrazione. Stiamo parlando di una scena dominata da gente che faceva cover dei Foreigner e “Smoke on the Water”. Ed erano anche pezzi brutti da suonare. Però capitava che ogni tanto ci fossero quelle che chiamavano “Extermination Nights”…

Grande nome…
E in queste serate i RFTT e gli Electric Eels riuscivano a esibirsi. Le organizzavamo anche ad Akron, coi Devo e i Rubber City Rebels in un posto che si chiamava Crypt e serviva solo Thunderbird al bancone. Era di fronte a una fabbrica di gomme, quindi alla fine del concerto uscivi e vedevi quelli del terzo turno che entravano a lavorare; puzzava tantissimo la gomma che veniva modellata per fare i pneumatici.

Come è stato registrare il primo disco dei Dead Boys?
Mi ricordo che in studio c’erano degli Hells Angels per tutto il tempo. E poi un sacco di Tuinal e altre pasticche.

Chi ha voluto Felix Pappalardi per produrre il secondo disco?
Era scoppiata una grana grossa, nel gruppo. Io e Stiv avevamo mantenuto questa specie di dittatura benevola finché Hilly non cominciò a farci da manager. Da quel momento diventammo tutti pari. Grosso errore. Johnny Blitz ad esempio non riusciva a gestire i propri soldi. Jimmy Zero aveva sempre un sacco di idee, ma era roba troppo grossa e irrealizzabile; era un sognatore e pensava sempre in grande, si credeva anche molto più fico di quanto non fosse. Quindi furono fatti un casino di errori e uno fu Felix. Anche la Sire lo voleva. Io avrei voluto ancora Genya Ravan anche per il secondo album.

Ho sentito che si era parlato anche di Lou Reed…
Sì lui era interessato. Voleva portarci in Germania a registrare, ma Jimmy Zero aveva paura di parlargli! Probabilmente sarebbe stato un buon disco, ma Lou ci avrebbe ammazzato, o si sarebbe ammazzato (ride). Felix comunque fece schifo, non posso dire niente di buono su di lui.

E’ vero che sparava con la pistola in studio?
E’ successo per “Son of Sam”; ci serviva il rumore di alcuni spari per l’intro. Usò una calibro 38 e alla fine mixò gli spari con il suono di una guida telefonica e delle bacchette da batteria che cadevano a terra. Perché gli spari non suonavano come dei veri spari. Ottimo: è il produttore dei Dead Boys e non è capace di far suonare uno sparo come uno sparo… è così che butti i tuoi soldi quando sei in studio con un produttore che si sniffa dio solo sa quanta cocaina.

E lo scioglimento dei Dead Boys?
Droga ed ego. Mi capisci? Solo droga ed ego… e immaturità.

Poi andasti a suonare con Sid Vicious…
Sì, ma è una cosa di cui tutti parlano gonfiandola esageratamente. Non abbiamo nemmeno mai fatto un concerto. Sid si addormentava con la faccia nel piatto, a cena, e finiva che saltavamo le prove.

La prima volta che ti ho visto a New York suonavi con Wayne kramer al Max’s.
Fu divertente. Wayne era un ottimo compagno di jam session. All’epoca ero davvero una puttana. Suonavo con chiunque. Con Sid accadde che avevo un concerto una sera e lui mi disse “Facciamolo insieme”. Però devo dire che suonare con Wayne e con Johnny Thunders era tutta un’altra faccenda. Comunque all’epoca tutti suonavano con chiunque. Credo che giri un nastro di me che suono “Chain of Fools” con Chris Spedding…

Puoi dirci i gruppi in cui sei stato dopo i Dead Boys?
The Skels, The Ghetto Dogs, The Casualties… per un po’ ho suonato con Nico. Che esperienza. E’ l’unica persona più tossica di me che io abbia mai incontrato. (Ride) Non mi ha mai pagato perché i soldi li ha usati tutti per farsi!

Dopo i Dead Boys non dovevi fare qualcosa con l’etichetta dei Rolling Stones?
Keith Richards voleva che facessi un singolo. Però in quel periodo stavo lavorando di nuovo con Genya, che aveva un’etichetta che si chiamava Polish. Ero già in studio e avevo già firmato con lei; sarei stato davvero un infame se le avessi voltato le spalle dicendo che Keith Richards mi aveva fatto un’offerta.

Questa è lealtà.
Sì, ma avrei dovuto prendere al volo l’occasione! (Ride) E’ finita che l’etichetta è fallita e il disco non è mai uscito. Non so nemmeno dove siano i nastri. Forse sono marciti. Ma alla fine erano solo un sacco di basso e batteria mal registrati, più sovraincisioni fatte sotto cocaina.

Tu eri amico di GG Allin…
Mi ricordo di lui quando sembrava un hippie e si vestiva solo di jeans. Era un bravo ragazzo. Non so cosa gli sia capitato. Può essere che abbia visto il film sbagliato o qualcosa del genere. Era un tizio molto normale. Uno che avrei potuto presentare a mia mamma.

Ha suonato la batteria con te dal vivo…
Sì! Il mio batterista se ne era tornato a New York e GG apriva per noi, così ha fatto il soundcheck con noi e gli abbiamo insegnato i pezzi.

Sei una leggenda vivente adesso. Tutti citano i Dead Boys come influenza…
E meno male! E’ l’unico motivo per cui ho fatto tutto quanto… (ride)

Per la gloria?
Sì e poi ho sentito che con questa roba ti danno la birra gratis. (Ride) E’ bello avere influenzato altre band ma… non ti aiuta a pagare le bollette. E non ti aiuta a uscire di galera. Come diceva un vecchio proverbio: “Con quella roba e un dollaro e sessanta puoi avere un biglietto per la metropolitana”.

Ti va di parlare della morte di Stiv?
E’ stato terribile. E da lì è iniziato uno dei peggiori periodi della mia vita. Nessuno si aspettava che lui morisse. Lo chiamavamo la donnola del Diavolo, perché era così furbo che si toglieva da ogni situazione senza sforzo. E’ ingiusto. Poi in quel momento le cose stavano girando bene per lui… anche se ho l’impressione che siano quelli i momenti in cui si muore. Avevamo parlato al telefono, volevamo fare un gruppo con Tony James dei Sigue Sigue Sputnik, uno dei Godfathers e un tizio dei Doctor & The Medics. Io ero anche pulito all’epoca…

Parigi può essere un posto pericoloso…
In realtà lui si annoiava. Come me a Nashville. Un posto noioso, ma tranquillo per viverci.

Ho sentito che ora sei pulito.
Molto. Il tempo passa, le cose cambiano. Ho provato un ciclo di disintossicazione. Però ho mollato e mi sono ripulito da solo. Pesavo meno di 50 chili!

Stiv says…

Il 2 giugno 1990 Stiv Bators (all’anagrafe Steven John Bator), moriva nel sonno per i traumi causati da un taxi che l’aveva investito alcune ore prima, a Parigi. Per ricordare più o meno degnamente il leggendario cantante di Frankenstein, Dead Boys, Wanderers e Lords of the New Church, questa intervista del 24 settembre 1977 al The Demi Monde Show, su WTBS Radio, sembra cascare a fagiolo.
Stiv è young, loud & snotty, il primo album dei Dead Boys è appena uscito e il mondo potrebbe cascare ai loro piedi. Insieme a lui, a fare da spalla con tendenze diplomatiche, Jimmy Zero. Godetevi questa traduzione riesumata dalle catacombe.

Oedi: Questa era “All This And More” dei Dead Boys. Stiv, è il tuo inno?
SB: No.

Oedi: Chi l’ha scritta?
SB: Jimmy ha scritto la musica, il testo e gli arrangiamenti.

Oedi: Jimmy è il compositore principale?
JZ: No. Siamo molto democratici. Cheetah ed io scriviamo la musica, per conto nostro… e Stiv in pratica è diventato il paroliere del gruppo. Si occupa, almeno in questo momento, di quasi tutti i testi.
SB: Sì, perché mi servono i soldi.
JZ: Lui punta alle royalties.

Oedi: Adesso il disco è uscito per Warner, Stiv, e mi dicevi che è stato modificato secondo le vostre richieste perché l’ultima volta che l’avevate ascoltato non vi piaceva il mixaggio.
SB: Sì, come ti dicevo, era troppo pulito, troppo prodotto. Così non sembravamo noi. Lo volevamo più simile a come siamo live.
JZ: E non era abbastanza alto di volume.
SB: Non somigliava a come siamo dal vivo e noi invece volevamo questo.
JZ: Era una registrazione truffaldina.
SB: Non solo hanno alzato il volume di diverse cose, ma ne hanno eliminate anche tante che avrebbero dovuto esserci. Era la nostra prima incisione, quindi non sapevamo esattamente cosa facevamo, così abbiamo sperimentato sul campo cosa significa fare un disco. Dopo avere lavorato sui nastri per sei mesi ho capito cosa non andava e cosa invece funzionava. Adesso penso che sia un disco onesto… e sono felice di come è venuto. A un certo punto ci eravamo messi in testa che Genya ci stesse facendo un cattivo servizio, che fosse tutta colpa sua. Ma la responsabilità era di altri. E alla fine siamo riusciti a modificare il tutto… abbiamo ottenuto quasi tutto ciò che volevamo, ma non l’abbiamo lasciata fare il mixaggio.

Oedi: Adesso che il disco è uscito per Warner partirete per un tour?
SB: Sì, da qui andremo ancora al CBGB’s e poi in Delaware, a Toronto e a Nord: Chicago, Detroit…
JZ: E poi nella costa Ovest.
SB: Seattle e poi giù sulla costa e da San Francisco voleremo a Londra.

Oedi: Davvero? Quando sarete là?
SB: Partiamo il 9 novembre. Saremo in tour coi Damned.
JZ: Abbiamo 20 date con loro.

Oedi: Grande! Ma dove sono Jimmy e Cheetah?
SB: Jimmy è qui vicino a te.

Oedi: Volevo dire Johnny!!! Li avete lasciati al New England Music City a firmare autografi?
SB: No, sono andati in albergo.
JZ: Cheetah si sta facendo la punta alle scarpe e Johnny si sta facendo i canini a punta.

Oedi: Jimmy, un vostro collega su Warner è Richard Hell. Non sappiamo molto di lui, tranne che è lì e una volta suonava con Heartbreakers.
JZ: Richard, lo dovresti sapere, ha un grande seguito a New York. Se lo vedi suonare capisci che è dovuto al fatto che ha un sound molto nuovo e originale. Non so come la gente reagirà, ma a me piace e lo trovo interessante. Diverso, speciale, del tutto personale. Non somiglia a nessuno che io abbia mai sentito.

Oedi: E allora sentiamolo.

[Richard Hell and The Voidoids – “Down at The Rock’Roll Club”]

SB: Sì, andiamo tutti al rock and roll club, al Rat. E’ dove vi vogliamo tutti stasera, perché da quando siamo qui non abbiamo ancora scopato! Ci serve qualcuno per farlo. Ah, la prossima canzone che sentiamo è stata un grande successo a Cleveland. Quante volte è stata al numero uno in un anno?
JZ: Non lo so, avevo tipo tre anni all’epoca, non era nel ’66, più o meno?
SB: Sì, ma è stata al top per tre volte o giù di lì in un solo anno. E’ un vecchio singolo garage punk. Questa è roba che ha influenzato i Dead Boys. E poi a New York nessuno ha mai sentito questo pezzo che si chiama “Little Black Egg” dei The Nightcrawlers. E’ dedicata alla mamma di Bobby dei Thundertrain, lei ora è morta.

[The Nightcrawlers – “Little Black Egg”, Dead Boys – “Hey Little Girl”]

Oedi: Eccoci su WTBS, di Cambridge, all’Oedipus Demi Monde Show oggi ci sono i Dead Boys.
SB: Facciamo un concorso.
JZ: Grande!!! [sarcastico]
SB: In palio ci sono cinque copie di “Young Loud and Snotty”. Dovete solo chiamare e ansimare nella maniera più erotica che potete nel telefono. Chi l ofa meglio, si becca un disco.

[The Cortinas – “Fascist Dictator”, The Boize – “So Depressing”, The Buzzcocks – “Boredom”]

Oedi: Ok, ecco un concorrente…
SB: O, allora forza con l’ansimare…
Concorrente – [ansima]
SB: Ma per piacere, non ci viene neppure duro!
Concorrente: Cosa ne dici se vengo lì e vi faccio un pompino?
SB: Ok, potrebbe andare.

[La conversazione è tagliata e parte Dead Boys – “Ain’t Nothin’ To Do”]

Oedi: Credo che ci sia un altro concorrente in linea…
SB: Pronto?
Concorrente: Ciao…
SB: Vuoi ansimare? Sei in onda.
Concorrente – Devi ispirarmi.
SB: Magari se tu fossi qui…
Concorrente – Devi darmi un po’ d’ispirazione…
SB: Su dai, ansima, non ti servono i preliminari…

[Talking Heads – “Burning Down The House”, Nervous Eaters – “Loretta”, Dead Boys – “I Need Lunch”]

Oedi: Allora abbiamo i vincitori. C’è un sacco di gente che ansima là fuori. Hanno vinto un disco Trisha Brown, Dave Brown, Rita Daniels Alias Moose Cholah, Joanne Green e Nadine San Antonio. Loro sono i cinque vincitori. Adesso, Jimmy, cosa mi dici della Sire che è diventata della Warner?
JZ- Credo sia una buona cosa; per cominciare mi ridà fiducia nel record business, che stava evaporando. Quando abbiamo firmato per Sire ero felicissimo che un’etichetta credesse in una band come noi; poi quando Warner ha acquisito Sire, investendo su gente come Richard Hell, Ramones, noi, Talking Heads, ero contento di vedere che la New Wave poteva diventare una realtà e non restare qualcosa che restava confinata in un bar o un club, coi gruppi che suonano per 15, 20 persone. Warner sta facendo le cose per bene. Siamo stati trattati davvero bene. Non c’è nessun trip da rockstar di mezzo o quelle robe che non ci piacciono. E tutto è andato proprio bene.

Oedi: Però voi suonate ancora nei bar.
JZ: E spero che continueremo a farlo! Anche se non pagano molto, è il posto dove vieni a contatto con le persone. Noi preferiamo avere un rapporto stretto con il pubblico, piuttosto che quella roba alla Peter Frampton, che hai 20.000 persone davanti a te in uno stadio e il più vicino a te è a 50 metri. Non ci piacciono queste cose.

Oedi: Quindi sia Sire che Warner vi hanno opzionato per più di un album e vi supporteranno economicamente?
JZ: Oh sì! Si sono impegnate totalmente. Credono in noi e io ho imparato a credere in loro. Penso che abbiano fatto davvero un gesto coraggioso pubblicando un album come il nostro, perché va contro quella che immagino sia l’onda commerciale. Come ho già detto, questo ha ristabilito la mia fiducia nell’industria musicale; c’è un’etichetta che farà uscire quello che considero una vera novità, piuttosto differente dall’immondizia prevedibile e precotta che gli americani – e la gente in tutto il mondo – deve subire. Così nuovi gruppi con nuovi atteggiamenti e idee, che fanno musica onesta, potranno emergere e fare qualcosa. Per me è grandioso!

Oedi: La penso come te. Passando ad altro, sul piatto abbiamo in attesa “Thirty Seconds Over Tokyo”. Vediamo… Peter Laughner, un membro dei Pere Ubu, è morto recentemente. voi lo conoscevate. Stiv?
SB: Sì, grazie a lui ho incontrato Cheetah. Cheetah suonava con lui in una band, i Rocket from The Tomb. Jimmy ed io suonavamo assieme e avevamo iniziato a frequentare Laughner. Laughner voleva che io cantassi, così mi unii al gruppo perché Jimmy ed io volevamo fare una band insieme a Cheetah. Così sono entrato nel gruppo e ho rubato Cheetah.

Oedi: Ma Cheetah c’entra qualcosa con questa canzone?
SB: “30 Seconds”? Sì, ha scritto la musica.
JZ: Magari sul disco non c’è scritto, non ho visto. Comunque quando Cheetah l’ha scritta e il gruppo l’ha suonata le prime volte, era molto diversa dalla versione che state per ascoltare. Non voglio parlare male di questa, ma era una canzone molto più potente, più vicina al sound dei Dead Boys di quanto non sia ora. E di Peter, cosa posso dire… è morto. Non gli dispiacerebbe se ci scherzassi su, e comunque si sarebbe ammazzato, era la situazione perfetta.
SB: Su Punk magazine hanno fatto un concorso tipo “Chi è il più punk?” e lui ha vinto il secondo posto. Ha scritto: “Punk è sapere che morirai ma non te ne importa”. E questa roba è stata pubblicata, direi, un anno fa.
JZ: E’ stato piuttosto attivo in una scena che probabilmente chi vive a Boston non conosce e magari nemmeno è interessato a farlo, ma comunque era la scena del Midwest. scriveva per Cream e direi che è stato uno dei pionieri della  new wave nel Midwest, come chitarrista e compositore. Ha fatto anche diverse cose con Lester Bangs.

Oedi: Purtroppo i Pere Ubu non sono mai venuti a Boston. Dovevano farlo, ma è saltato tutto.
SB: Probabile che non siano riusciti a trovare un modo per portare qui Crocus.

Oedi: Mi sembra di capire che è un tizio molto grosso.
SB: Oh sì, tanto.

Oedi: Dedichiamo questa al Dead Boy originale…
JZ: Alla balena spiaggiata originale!

[Pere Ubu – “Thirty Seconds Over Tokyo”]

SB: Erano i Pere Ubu. Di Cleveland. Sono noiosi.

Oedi: Veramente è una canzone piuttosto profonda.
SB: (sarcastico) Molto concettuale!
JZ: Sì, molto… artistica… artistoide scorreggiona.
SB- Sì, è roba su cui Kid Leo farebbe gorgheggi… no a parte gli scherzi…

Oedi: Sarete al Rat stasera?
SB: Lo spero… e anche domani. Venite tutti, ma solo se ne avete voglia: nessuno vi obbliga. E sarebbe bello che compraste un po’ di t-shirt mentre siete lì, perché dobbiamo mangiare… comunque saremo lì e saremo giovani, casinisti e maleducati per voi di Boston, stasera. E bevete di brutto, così potremo comprarci i biglietti per tornare a casa. E la prossima è per Cheetah che si sta scopando Geeta proprio ora. E per Jeff e Johnny che si stanno masturbando.

[Dead Boys – “What Love Is”]

Cheetah talks Laughner

Nel sito – purtroppo un po’ trascurato, ma sempre interessante – Clepunk, alla voce dedicata ai Rocket From The Tombs un tale Cheese Borger riporta un’intervista (o uno spezzone, non è dato saperlo) a Cheetah Chrome, che parla specificamente solo di Peter Laughner. Eccovela, tradotta al volo in 10 minuti di lucidità.

Come vi siete incontrati voi due?
Ho conosciuto Peter grazie a un annuncio nel Plain Dealer di qualcuno che cercava, mi pare, un chitarrista e un batterista. Mi ricordo che il testo citava specificamente gli Stooges, così chiamai il numero e ci mettemmo d’accordo per vederci in un baretto sulla West 6th Street, che era vicino al mio “famoso” loft (e faceva un chili eccellente). Comunque tutti i nastri dei Rocket From The Tombs e quell’ep dei Frankenstein, Eve of the Dead Boys, sono stati tutti registrati nella stessa stanza di quel loft. Ad ogni modo, ci piacemmo così decidemmo di suonare assieme.

Ricordi la prima volta che avete suonato?
Mi pare che io, Johnny Blitz, suo cugino e una cassa di Rolling Rock ci siamo presentati per una prova una sera. Probabilmente c’erano anche Tony Maimone e Tim Wright, e magari anche la moglie di Peter, Charlotte.

Avete scritto voi due assieme “Aint It Fun”, giusto?
Sì, certo.

Chi ha scritto le parole e chi il riff?
Avevo già scritto la musica prima che ci incontrassimo ed è uno dei pezzi che ho portato la sera che ci siamo visti per suonare (avevo anche “What Love Is”, “Transfusion”, “Never Gonna Kill Myself Again”, “Down in Flames”, lo scheletro di “Amphetamine” e senza dubbio “Sonic Reducer”). Peter se ne uscì con quel testo fantastico, ma non saprei se ce l’aveva già pronot o meno.

Cosa pensi della versione dei Guns n’ Roses?
E’ un po’ troppo patinata per i miei gusti, ma loro possono fare cover dei miei brani quando lo desiderano. Slash e Duff sono dei veri gentlemen.

Qual è il tuo ricordo più bello di Peter?
Era un bel po’ che non ci vedevamo; appena dopo quel famoso incidente in cui Patti Smith lo cacciò dal palco, ero al CBGB’s ed era tardissimo. Mi stavo facendo una canna con Cosmo e Charlie, il tecnico delle luci e il fonico del locale. A un certo punto sentiamo bussare fortissimo alla porta, apriamo ed era Pete. Siamo finiti a casa mia a bere, sentire dischi, farci pere e tutte quelle altre cose divertenti e incasinate, proprio come ai vecchi tempi dei Rockets. Il giorno dopo è tornato a Cleveland. L’ho rivisto poco più di un mese dopo, alla sua veglia funebre. Prima di andarmene mi sono tolto un orecchino a forma di chitarra e gliel’ho messo in mano. Spero sia ancora lì.

La storia più divertente che ti ricordi su Peter?
Quella volta che Charlotte si levò una zeppa e gliela tirò in faccia, perché aveva leccato della birra dalle tette di una groupie, e gli ruppe il naso. Per tutto il giorno seguente vomitò sangue.

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