Street walking cheetahs under the Duomo

nerodoggsNero And The Doggs – Death Blues (White Zoo/VoloLibero/Rocket Man, 2013)

Da qualche anno a questa parte l’appuntamento con un nuovo album dei Doggs è immancabile e preciso. Ne sfornano regolarmente, costanti, testardi, bastardi e imperterriti – nonostante le classiche difficoltà che tutti conosciamo.

Questo nuovo Death Blues segna anche un cambiamento della ragione sociale della premiata ditta Doggs, che diventano Nero And The Doggs – impossibile non cogliere il parallelismo con la metamorfosi Stooges/Iggy And The Stooges avvenuta tra Fun House e Raw Power (altro…)

Annunci

Spirit of 69

King Mob – Force 9 (SPV, 2011)

Il supergruppo storicamente è un’arma a doppio taglio capace, di regola, di sfornare memorabili pernacchie e/o flatulenze immonde. Non è il caso dei King Mob, band in cui i galli riuniti nello stesso pollaio sono tanti, ma il risultato è ottimo.

Per questo disco di rock intriso delle sonorità fine anni Sessanta, inizio Settanta, il team è d’eccezione: Chris Spedding alla chitarra (Roxy Music, Elton John, John Cale, Paul McCartney), Glen Matlock al basso (Sex Pistols, Iggy Pop, Faces), Martin Chambers alle pelli (Pretenders), Stephen W Parsons alla voce (noto anche come Mr. Snips, ex Baker Gurvitz Army, Sharks e Snips e lontano dalle scene ormai da decenni) e il misterioso “hot new guitar talent” Sixteen.

Force 9 è un bell’album al gusto di modernariato, godibile nel suo reinterpretare i primi soffi vitali – quelli più incendiari e liberi – dell’hard di oltre 40 anni fa, con una sana dose di pub rock, proto punk, blues, beat, rock’n’roll, american roots e freakbeat. E poi c’è il tocco geniale di Spedding… che si sente, eccome.

Vediamo quanto durano, però. E francamente penso che sarebbe meglio se scomparissero a breve: gli sprazzi geniali hanno senso se rimangono tali e non vengono seguiti da tentativi reiterati di ripetersi. Vai di meteora…

[Nota: recensione apparsa in versione leggermente diversa su un numero di Classix che dalle mie parti non è mai arrivato… riciclo virtuoso]

The lost Stooges gig

“E’ stato come tornare indietro di 200 anni, quando i ricchi pagavano
per andare nei manicomi a vedere i pazienti che davano fuori di matto”
[Michael Oldfield sul live degli Stooges del 15 luglio 1972,
Melody Maker
]

Questo pezzo è un piccolo e quasi sicuramente inutile tributo a un sogno di quelli che solo i malati di rock possono – forse – capire. E’ probabile che per molti sarà solo un’accozzaglia di informazioni inconcludenti, di immagini già viste e di considerazioni noiose: fa parte del gioco. E me ne scuso – anzi, dovreste leggere qualcosa di più interessante (ci sono fior fiore di webzine musicali, inglesi e italiane, che vi faranno godere), invece di perdere il vostro tempo qui, avete ragione.
Il sogno è quello di ascoltare anche solo pochi istanti di un concerto di cui si sa poco e il cui ricordo è confinato a poche frasi elargite col contagocce da qualche sparuto reduce. E a una sfilza di scatti che ritraggono solo un soggetto.
Il sogno è quello di soddisfare la curiosità morbosa di sentire come suonassero gli Stooges in quella primavera/estate del 1972, mentre chiusi in una sala prove londinese tentavano di sfornare il loro terzo album
.
Il sogno, alla fine, è quello di sapere e conoscere qualcosa che finora nessuno o quasi è stato in grado di raccontare in maniera esaustiva.
E voi, cosa sognate?

It’s 1972 ok

Il 1972 è un anno duro per gli Stooges. Confinati a Londra, praticamente ostaggi del management di DeFries – tutto proteso a preparare l’esplosione di David Bowie, il suo protetto e deus ex machina – lavorano stancamente al nuovo album e non si esibiscono mai dal vivo. L’unica eccezione a questa immobilità è un concerto destinato a diventare una specie di feticcio della storia del rock, una chimera di cui tutti favoleggiano, ma nessuno (eccezion fatta per Mick Rock, che ha fotografato la performance) ha mai raccontato attingendo a un’esperienza di prima mano.

La storia di quel fumoso evento è legata al lancio del nuovo album di Bowie; per preparare la campagna stampa statunitense, il 15 luglio viene invitata a Londra una dozzina di grossi giornalisti americani: assistono a una performance di Bowie e gli Spiders From Mars all’Aylesbury Friars, ma poi vengono prelevati e portati a King’s Cross, nel cinema che sarebbe diventato La Scala. Qui li aspetta un concerto speciale, uno showcase dei redivivi Stooges – annunciati, dai poster attaccati fuori dal locale, come “Iggy Pop, ex Iggy & The Stooges” (per la gioia di Ron e Scott Asheton, probabilmente). Nella stessa sala rancida e cadente il giorno prima ha fatto il suo debutto solista Lou Reed, in procinto di pubblicare Transformer.
Ma cosa si sa, oltre a questi dati nudi e crudi, a proposito della serata? Non è facile raccogliere informazioni, che si trovano scarse e frammentate, oltre che spesso viziate da invenzioni, millanterie o banali dimenticanze dovute ai quasi 40 anni trascorsi.

Pictures of you

Partiamo dal punto più semplice, ossia proprio da Mick Rock, che consegna alla memoria collettiva una raffica di scatti che – giovane fotografo – fece su commissione della Mainman Management; le foto sono raccolte nel libro Raw Power. Iggy & The Stooges 1972 (Omnibus Press, 2005): decine di immagini, quasi tutte dedicate a Iggy che è decisamente l’attrazione della serata. O forse è l’unico a colpire l’occhio del giovane Rock. L’Iguana magro, glabro e spiritato sembra un Mick Jagger zombie, coi tratti caricaturali. Ha addosso un paio di pantaloni argentati, un bikini nero e degli stivali; la pelle del viso e del torso è dipinta d’argento e unta d’olio. Gli occhi truccati pesantemente, un finto neo di bellezza sul volto, lo smalto nero sulle unghie, i capelli lunghi alle spalle e tinti d’argento.
Il pubblico, nei pochi fotogrammi che lo ritraggono, è immobile o basito. Tutti sono seduti sulle loro poltroncine, in attesa di vedere cosa accadrà. tra i presenti ci sono anche due illustri sconosciuti: un certo John Lydon e un tale Joe Strummer.

Ma le foto, per quanto eloquenti, lasciano tanto all’immaginazione e non raccontano molti dettagli tutt’altro che trascurabili. E’ così che possiamo ricostruire per approssimazione – grazie a qualche sprazzo di dichiarazione e ricordo disseminato nel corso degli anni – ciò che verosimilmente è accaduto.
E’ certo che Iggy sciorina tutto il suo repertorio e gli Stooges, con un concerto di 40 minuti scarsi, lasciano un segno indelebile nelle coscienze rock dell’Inghilterra, tanto che Nick Kent scrive sul NME: “L’effetto finale è stato molto più terrificante di tutti gli Alice Cooper e le Arancia meccanica del mondo messi insieme, semplicemente perché questi tizi non scherzavano”.
Durante i primi due brani l’Iguana schizza per tutto il palco, ne esplora ogni centimetro quadrato; e poi decide che è una buona idea andare a far visita al pubblico, comodamente seduto sulle poltroncine del cinema. I fari lo seguono, lui si ferma ogni tanto a fissare negli occhi qualcuno; farfuglia nel microfono che sta cercando qualcuno di interessante, ma in quel “mucchio di hippie” non c’è nessuno che lo ispira.

A rendere ancora più bizzarra la situazione contribuiscono una serie di problemi tecnici; più di una volta la band si ferma e attende che venga sistemato l’impianto o il microfono o il guasto del momento; durante uno di questi break Iggy si azzuffa verbalmente con una banda di skinhead che gridano di suonare, spazientiti per la pausa. L’Iguana li apostrofa dicendo: “Cosa hai detto, pezzo di merda?”.
Durante l’ennesimo stop, a causa della rottura del microfono, Iggy si piazza in mezzo al palco e inizia a cantare, a cappella, una versione di “Shadow Of Your Love” di Frank Sinatra. Tutti improvvisamente smettono di chiacchierare e tacciono per ascoltare il pezzo, in un momento surreale, tra Kafka e gli Skiantos – immaginate Iggy, seminudo e impiastricciato di colore argentato, che intona un pezzo da crooner senza microfono, sul palco di un vecchio cinema.
Poco dopo c’è tempo per un altro scazzo con gli skinhead; il loro capo si avvicina al palco, l’Iguana si scaglia verso di lui per dargli un calcio in faccia, ma i roadie glielo sottraggono, buttandolo fuori da una porta antincendio. Da quel momenti gli skin non danno più problemi.

Tutto questo avviene sotto agli sguardi impassibili del resto del gruppo, che per l’occasione è agghindato in una versione riveduta e corretta della tendenza glam. Mick Rock non si degna di fotografare nessuno eccetto Iggy, ma James Williamson ricorda che prima del concerto il gruppo intero ha fatto una puntata in un negozio che vende trucchi e scherzi, per comprare del make-up da clown. E infatti, l’unico scatto in cui si intravede Williamson (è sul retro di Raw Power) lo ritrae con il volto bianco come un fantasma, spalmato da uno strato di cerone.

The lost setlist

Il concerto è breve: dura tra i 30 e i 40 minuti, non di più. Sembra assodato quasi al 100% che a King’s Cross gli Stooges abbiano proposto una scaletta composta esclusivamente di materiale nuovissimo, mai suonato dal vivo prima e firmato Pop/Williamson. Il passato viene del tutto eradicato, eliminando ogni riferimento ai due dischi già usciti, l’omonimo Stooges e Funhouse. I pezzi del 15 luglio 1972, invece, sono il materiale su cui la band sta lavorando agli Olympic Studios di Londra (immortalato in parte nel primo cd del cofanetto di Easy Action Heavy Liquid, per i completisti).
In mancanza di un resoconto attendibile e completo, molti hanno ragionato sulla probabile composizione della scaletta e una delle ipotesi più accreditate vuole una tracklist che comprende (in ordine non definito) questi brani: “I’m Sick Of You”, “I Got A Right”, “Tight Pants”, “Gimme Some Skin”, “Scene Of The Crime”, “Penetration”, “I Need Somebody” – e, forse, una versione primordiale di “Search And Destroy”, che è uno dei primi componimenti di Iggy e Williamson, nato arrivando a Londra nel marzo del 1972.

Pezzi duri, veloci, taglienti. Punk e speed metal prima che questi due generi venissero anche solo pallidamente concepiti nel retrobottega della mente di qualche musicista incazzato. Tant’è che l’esibizione non va giù al management che, nel giro di pochi giorni, ascoltati i nastri dell’Olympic, intima al gruppo di buttare tutto, scrivere nuovi pezzi e riregistrarli. E’ roba troppo avanti per il 1972 e – comunque – priva di ogni appeal commerciale.

Bootleg? No grazie

Non esiste un solo secondo di registrazione audio del concerto degli Stooges del 15 luglio 1972. In quarant’anni non è mai emerso neppure un frammento; neanche un bootleg registrato dal classico spettatore intraprendente munito di registratorino a bobina.
Questo è uno dei crucci più pesanti per i fanatici degli Stooges e gli storici del rock: a fronte di una documentazione iconografica tutto sommato soddisfacente (le foto di Mick Rock di cui si è detto), manca la benché minima traccia audio. E non è difficile immaginare quanto questo pesi, visto che ascoltare gli Stooges in quel frangente è il sogno di molti appassionati della vecchia e della nuova guardia.
A peggiorare le cose contribuisce il fatto che, al contrario, circola una registrazione audio del concerto di Lou Reed tenuto la sera prima nello stesso luogo: uno scarto temporale di 24 ore fatale, che genera una lacuna ormai quasi incolmabile nella storia musicale del secolo scorso.

A più riprese hanno circolato voci e leggende relative – addirittura – a una ripresa video integrale della BBC (per The Old Grey Whistle Test), ma non è mai stato confermato nulla; né i nastri sono mai emersi dall’archivio dell’emittente britannica. E ciò è strano, vista l’attenzione della BBC nel recuperare e valorizzare le chicche dei propri archivi, soprattutto a livello musicale/culturale. Pertanto, molto probabilmente non esiste alcun video – anche se, a detta di qualche trader di vecchia data, negli anni Ottanta a un certo punto pare sia spuntata una lista in cui era elencato un generico live “Stooges – Scala”; purtroppo nessuno che l’abbia visto (o lo possieda) è stato rintracciato, al momento.

Quello che resta

…è la sensazione impalpabile, ma nettissima, di essere di fronte a un momento di quelli che generano leggende e alimentano il motore della storia. E forse – qui parla l’avvocato del diavolo, quello che sa quanto le aspettative siano facili a essere deluse – è un bene che nessuno abbia mai tirato fuori dal cilindro un bootleg di quella serata.
Dobbiamo accontentarci dei nastri registrati agli Olympic – che sono comunque una vera bomba.
Certo, se poi uno di voi conosce qualcuno che è in possesso anche solo di un minuto di registrazione (audio o video, tutto fa brodo)… qui c’è un pirla disposto a fare parecchie cose per averla. E chissà quanti come lui.

Piccoli sciattoni crescono

Tv Buddhas – Dying At The Party (Trost, 2010)

Dei Tv Buddhas ho apprezzato l’EP uscito lo scorso marzo, complice anche il favoloso disegno in copertina che omaggia dichiaratamente l’arte di Raymond Pettibon. Un paio di mesi fa il mio amico Julien di 5 Roses Press mi ha inviato l’album d’esordio del trio israeliano di stanza a Berlino, ma appena ho aperto il pacchetto sono stato investito in pieno dalla copertina in cui i tre sono immortalati da uno scatto falsamente sciatto con sopra un lettering dai colori sgargianti, quasi fosforescenti: una robaccia fashion-trasandato da fottuti Gossip. Peraltro avevo letto in giro diverse recensioni/stroncature che puntavano l’indice sull’imborghesimento della band, colpevole di aver abbandonato l’approccio lo-fi e svuotata di quella urgenza che li aveva contraddistinti in precedenza. Insomma tutti i segnali mi dicevano, ahimé, che l’abito fa il monaco e non nego che stavo quasi soprassedendo.

Fortuna che ho ancora il batticuore adolescenziale per ogni nuovo supporto musicale (meglio se in vinile) che stringo tra le mani e, soprattutto, non ho perso il “vizio” di ascoltarli i dischi prima di dare giudizi.
Alla fine della fiera Dying At The Party non ha tradito affatto le mie aspettative. È vero che queste nove tracce sono più lente e ragionate delle loro vecchie canzoni, ma dove sta scritto che rallentare i ritmi e “ragionare” sia un passo indietro? Mi pare che gente come i Television ragionasse eccome, o sbaglio?

Addirittura, ascolto dopo ascolto, mi sono quasi entusiasmato per l’indolenza sottotraccia e per il suono sì vecchio e strasentito, ma assolutamente incisivo – seppur non così diretto – e finanche personale. Un suono che rimanda dritto al primo punk newyorkese e alle ciminiere di Detroit (“Let Me Sleep”), che prende a piene mani dalla ritmica secca dei Modern Lovers, dalla quiete dopo la tempesta dei Television, dalla poetica di Richard Hell (“Tv Tonight”) e di Lou Reed (“Long Way Down”). Un suono elettrico e fremente nella sua alternanza di up & down, sospeso tra i sussulti proto-punk dei primi Settanta e le vertigini soniche della metà degli anni Ottanta di cui è zeppo il catalogo della SST: c’avete presente l’attitudine degli Hüsker Dü?

La mia personalissima palma d’oro va a “I Want You” che potrebbe essere benissimo un pezzo di Iggy Pop affogato nel miele o di Lloyd Cole affogato nella cocaina; comunque la pensiate si tratta di una grande ballata di appena tre minuti, intrisa in eguale misura di polvere urbana e noia rurale.

Popped and enchanted

The Stooges – Popped: The Fan Club Package (Easy Action, 2010)

Erano mesi e mesi che questo manufatto veniva pubblicizzato nel sito della Easy Action. Disponibile in prevendita già da maggio, la promessa era di una spedizione in agosto. Poi il diavolo ci ha messo la coda e il tutto è slittato. Confesso che, dopo tanto tempo (la mia prenotazione era stata fatta verso fine giugno), avevo quasi rimosso l’entusiasmo che avevo provato leggendo di cosa si sarebbe trattato e mi restava solo la maledetta sensazione di essere stato fregato.

Poi, una sera di novembre, rientrando dallo sgobbo col morale spalmato di merda e la stanchezza di un carrettiere mutilato, ho trovato il pacchetto ad aspettarmi. E nemmeno mi interessava più di tanto… ormai il cinismo e il trituramento dell’anima avevano preso il sopravvento. Aprendolo ho anche pensato che fosse un oggetto barocco e mi sono maledetto per averlo ordinato… una maglietta con Iggy in posa plastica, sette repliche di foto polaroid, un mini-manifesto di concerto,  sei fanzine-newsletter d’epoca del fan club e finalmente un cd con booklet.
Già mi sono maledetto; pensate un po’ a come ci si può ridurre alle volte. Per fortuna ho lasciato il tutto a decantare per alcuni giorni e poi, con calma, ho ripreso in mano la scatola di palstica che contiene tutto questo ben di dio.

E allora ricominciamo da capo. Questo box, per quanto un po’ sborone ed esagerato nella pletora di gadget e memorabilia di cui è ripieno, è un bel tassello per la collezione di tutti gli Stoogesofili. E il motivo principale è il cd, che consiste nel contenuto di una cassetta donata quasi 40 anni fa da Ron Asheton a Natalie “Stoogeling” Shclossman – che era una fan accanita e si occupava di assemblare la newsletter Popped, di cui il box raccoglie i sei numeri usciti.
I pezzi del nastro  sono 10 e risalgono tutti al 1970 – annata gloriosa ma anche caotica per la band, che entra nel turbine dei cambi di formazione che porterà all’ingresso di James williamson e agli eventi che tutti conosciamo (o dovremmo conoscere…).

Il cd si apre con due versioni killer di “Dirt” e “1970”, registrate in un non ben identificata data a New York New York. Inizialmente si mormorava potessero essere due schegge della famosa esibizione all’Ungano’s, ma non è così, visto che la formazione è chiaramente a una sola chitarra, mentre all’Ungano’s già era entrato Billy Cheatham  a dar manforte a Ron alle sei corde. Ad ogni modo, due pezzi memorabili in una versione live rovente e affilata.

Arriva, poi, una raffica di cinque brani dell’esibizione tenuta a Chicago il 18 luglio 1970: “Loose”, “Down on the Street”, “1970”, “(The Shadow of Your Smile ) – Fun House” e “L.A Blues”. La qualità audio è inferiore (vi ricordo che si tratta di registrazioni tutte effettuate dal pubblico, quindi con un mangiacassette), ma la band è in forma smagliante e – nonostante qualche parte gracchiante e la voce un po’ bassa – la botta arriva. Per non parlare del delirio di sax e improvvisazione nel trittico finale.

L’ascolto prosegue e si fa un salto temporale di pochi giorni, per giungere all’8 agosto 1970: il Goose Lake Pop Festival, un appuntamento cruciale per la band (che perde il bassista Dave Alexander). Mi permetto di recuperare un paragrafo del mio (al 50%, visto che è scritto con il buon Gabriele Lunati) Iggy Pop, cuore di napalm per inquadrarvi il momento:

Il 20 luglio 1970 la Elektra mette in commercio l’antipasto con cui stuzzicare l’appetito per l’album: si tratta del 45 giri “Down On The Street/I Feel Alright (1970)” . È forse l’ultimo disco Elektra a portare il logo stilizzato con la grande lettera E: il 25 luglio, con una campagna nazionale sui maggiori periodici musicali, l’etichetta annuncia che ha intenzione di rinnovare il proprio look. Il logo si fa più colorato ed elaborato, e incorpora una farfalla .
Da lì a pochi giorni gli Stooges suonano al Goose Lake Pop Festival. L’iguana è particolarmente su di giri: durante il concerto incita il pubblico alla rivolta e aggredisce un membro dei Mountain, colpevole di suonare nella band che si esibisce dopo gli Stooges (che vogliono più tempo per continuare il loro set). Dave Alexander, dal canto suo, si presenta sul palco troppo ubriaco per suonare; è anche fatto di erba e tranquillanti, si blocca e non riesce a combinare nulla, in preda a una specie di amnesia totale. Non è il primo episodio increscioso di cui si rende protagonista e pochi giorni prima ha rischiato di ustionarsi (tentava di emulare Hendrix con una lattina di benzina per accendini con cui voleva creare un effetto pirotecnico per stupire il pubblico); Iggy al termine dell’esibizione è furioso e lo caccia.
Iggy: “Mi piace licenziare la gente. Oh è la più bella sensazione al mondo… sei licenziato! Vaffanculo! Non lavori per conto tuo! Lavori per me, succhiacazzi!”.
Ron: “A Iggy non piaceva l’attitudine di Dave, la sua indifferenza, o qualsiasi cosa fosse. Aveva abbandonato la Fun House ed era sempre in ritardo per le prove. […] Dave si ubriacò di brutto, fumò qualcosa e praticamente si gelò sul palco, dimenticandosi tutte le canzoni. Dopo il concerto Iggy gli disse: «Hey, sei licenziato. Non vogliamo più suonare con te»”. Ron non è d’accordo con questa decisione radicale, ma Dave se ne va e non si fa più vedere.
Scott Asheton: “Credo che Dave volesse tornare a casa dei genitori – era comunque lì che passava la maggior parte del suo tempo. Aveva tutto ciò che desiderava, a casa dei suoi: i suoi libri, il suo stereo, la sua tv. Si sentiva accudito laggiù, e credo che a lui andasse bene così”

Il cd riporta solo “1970” di questo concerto: una versione tirata e nervosa, in cui il basso sembra non esserci e Iggy duella con la chitarra di Ron. Registrazione molto low-fi, ma ha il suo perché.

Gli ultimi due brani del dischetto sono “Tv Eye” e “1970”, estrapolati dalla data del 13 giugno 1970 a Cincinnati, ossia il famoso concerto del barattolo di burro d’arachidi. Riprendo ancora Iggy Pop, cuore di napalm:

I ragazzi sotto al palco sono quieti: nessuno balla, qualcuno ha una macchina fotografica in mano e tutti seguono divertiti o leggermente preoccupati gli spostamenti del cantante. Quando Iggy si butta tra loro lo accolgono sommergendolo, per poi rialzarlo immediatamente: ci sono sorrisi e sghignazzate per quello strano tizio. Durante “TV Eye” l’iguana si scaraventa in mezzo al pubblico col microfono stretto in mano e si sente chiaramente la voce di una ragazza che gli grida “Stai bene?”. Proprio dopo il break pubblicitario giunge uno di quei momenti mistici, pura iconografia rock: l’iguana si getta dal palco, per un istante sembra che stia per cadere a terra tra le gambe del pubblico, ma come un tuffatore riemerge e si ritrova in piedi, sorretto da mani e spalle di decine di ragazzi. Una specie di camminata miracolosa, che Iggy si gode improvvisando pose plastiche – immortalate in scatti che hanno fatto il giro del mondo.
È una consacrazione, un attimo cristologico in cui Jimmy Osterberg di Ann Arbor si trasforma in colui che è in grado di camminare su un mare di persone .
Ma, come l’intrinseca natura degli Stooges impone, il momento sacrale deve essere in qualche modo profanato e una mano provvidenziale  emerge dalla marea umana, porgendo un barattolone di burro d’arachidi. L’iguana, senza riflettere un istante, affonda le dita nella poltiglia beige: inizia a spalmarsela sul torace e a lanciarne manciate sul pubblico, mentre è ancora in equilibrio sulle teste dei ragazzi che lo sorreggono

[…]

Iggy Pop: “Ho sempre creduto che nel rock’n’roll qualcosa debba accadere. Mi piace questa parola – accadere. E se non succedeva nulla, io lo facevo succedere. Ho sempre cercato di non ripetermi. Dicono che fu Stiv Bators a passarmi il burro d’arachidi: «È un tipo strano, diamogli il burro d’arachidi». Non era previsto. Però la gente ha iniziato, poi, a portarselo ai concerti e io dicevo «No, non giocherò con quel cazzo di burro d’arachidi». A volte ho fatto cose con risvolti patetici, ma non sono mai stato un pianificatore” .
Quando ritorna sul palco, Iggy è imbrattato ed esaltato: una specie di divinità pagana reduce da una battaglia. Il bagno di folla e lo stage diving divengono, da questo momento, una costante. Iggy Pop: “La musica mi porta a un climax di follia. Non sento più il dolore, non mi accorgo di cosa accade intorno a me e quando mi tuffo in un mare di persone sono guidato dal feeling della musica, dalle vibrazioni” . “Dopo il concerto ero fatto di acido. Era un fatto normale per i musicisti all’epoca. […] Ci diedero una carta e ci dissero: «Firmate qua, non penso che useremo il vostro pezzo, ma, a scanso di equivoci firmate». E andammo in onda in una rete nazionale”

I due pezzi non sono decisamente una sorpresa, in quanto erano stati già pubblicato in “Live 1971 & Early Live Rarities” e su YouTube circola da tempo la registrazione video. Anzi, in realtà sono quasi superflui, visto che sono troncati dalla pausa pubblicitaria criminalmente inserita dall’emittente che immortalò l’evento.

Così, cari maniaci degli Stooges d’annata (era Fun House per la precisione), ecco un altro disco da cercare e comprare… c’è poco da dissertare. Magari fatevelo insieme al live at Ungano’s, appena pubblicato da Rhino. Sai che regalone totale di natale?
E poi sappiate che oltre alla Popped edition (limitata, costosa e con tutti i gadget) ne esiste una sobria, con il solo cd e a prezzo molto abbordabile: si chiama A Thousand Lights e dovreste farci un pensierino, se non vi va di gettarvi nell’acquistone barocco.

Jimmy Recca, I was a teenage Stooge

Ken Shimamoto – Jimmy Recca Story, 1971 (Easy Action, 2010, 18 pag.)

E’ incredibile scoprire come anche le storie che si credono sviscerate, raccontate in lungo e in largo, non siano nient’altro che espressione di un punto di vista soggettivo e – a volte – manipolatorio. Prendete gli Stooges: sono usciti un discreto numero di libri sulla loro storia e su Iggy Pop (ne ho scritto persino uno io, con Gabriele Lunati, per dire) e ormai tutti o quasi eravamo convinti di aver letto l’intero scibile sulla band. Errore.

Già, perché in presenza di entità come gli Stooges – nonostante il bel lavoro fatto da Paul Trynka con le sue “interviste impossibili” – sembrano moltiplicarsi persone e personaggi in grado di offrire punti di vista alternativi, ma anche storie inedite, aneddoti e rivelazioni. E’ proprio questo il caso di Jimmy Recca – bassista della band nel 1971, nel periodo glorioso in cui alle chitarre regnavano incontrastati Ron Asheton e James Williamson insieme (documentato nel quadruplo cd You Don’t Want My Name, You Want My Action). Recca, che in molti davano per disperso, è stato scovato poco prima dell’estate e intervistato da quell’eroe del rock’n’roll che risponde al nome di Ken Shimamoto (dovreste leggere ogni cosa che ha scritto, in particolare le sue interviste – le trovate facilmente in Rete; The Stash Dauber è il suo blog). Poi è entrata in gioco la Easy Action che si è incaricata di stampare un booklet formato copertina di cd per fissare su carta tutte le rivelazioni di Recca. Et voilà.

Questo libretto – che viene venduto al solo costo della spedizione – è un indispensabile compendio al quadruplo cd di cui si è detto sopra, ma anche uno scrigno che contiene piccole perle mai rivelate prima. Ad esempio, se vi intrigasse l’idea di sapere come si svolse la famosa telefonata internazionale con cui Iggy invitò a Londra i fratelli Asheton dopo averli estromessi dalla band pochi mesi prima… beh, sappiate che Jimmy Recca c’era e addirittura ha ascoltato il dialogo in diretta.

Non c’è molto altro da aggiungere: investite questa cifra ridicola in spese postali (probabilmente ve la caverete con un euro o due). Altrimenti, se siete in vena di spese e lussuria a briglia sciolta, sappiate che il booklet viene inviato in omaggio a chi compra il nuovo cofanetto degli Stooges ultra limitato, intitolato Popped. Ma di questo parleremo a breve.

Asheton + Williamson = TNT

The Stooges – You Don’t want My Name, You Want My Action (Easy Action, 2009)

Se amate Ron Asheton e avete sempre avuto la curiosità di sentirlo all’opera insieme a James Williamson (entrambi alla sei corde, nota bene), questo cofanetto con cinque live del 1971 vi ammazzerà di godimento. Ma dovete essere dei fottuti fan. FAN. F-A-N. Perché si sente male ed è indegnamente costoso. Però… ascolterete brani mai finiti su un disco ufficiale e sentirete il gusto dell’eroina in gola (altro…)

Whatever happened to Iggy’s jacket?

Pensate a un’icona dell’immaginario rock’n’roll. Oltre alla scontata lingua degli Stones, probabilmente – se avete un po’ di cuore – tra le prime immagini a venirvi in mente ci sarà la giacca con il leopardo sulla schiena che Iggy Pop indossa nella foto sul retro di Raw Power (altro…)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: