Tutti a Guvano!

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ESF Evolution So Far – Selvaggio (Mescaleros/FalloDischi/BloodySound Fucktory/QSQDR/Plan8/Que Suerte!, 2014)

Mi scappello – nel senso che mi levo il cappello in segno di riverenza e rispetto. Gli Evolution So Far vincono (altro…)

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Kick out the gianduia, motherfuckers

Titor – Rock Is Back (INRI, 2012)

Torino e  suoi fantasmi, da quelli paranormali-esoterici a quelli del capitalismo postindustriale più orrorifico. La Motor City con i maghi e i medium. Da un posto del genere non poteva non scaturire un sound unico anche in ambito di musica underground; un suono che, nonostante il rotolare dei decenni, si perpetua mutando nella forma esterna, ma mantenendo una coerenza interiore e un filo rosso che permette di tracciare discendenze e parentele in maniera piuttosto inequivocabile. E da questa Detroit a dimensione di Gustavo Rol arrivano i Titor, usciti freschi freschi con un cd (dopo un ep)… e indovinate un po’? Esatto: sono intrisi di Torino sound, come piace a noi. Beccatevi questa recensione double, con cui diamo anche il benvenuto al nuovo pregiatissimo collaboratore Brundo.

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E’ un altro giorno por*o dio

[di mr Black Milk]

Il progetto Titor è imbevuto di torinesità, quella che ha reso peculiare la scena cittadina fin dagli anni Ottanta, pur essendo mille anni lontano – a livello di sound – dai fasti dell’hardcore sabaudo.
Nei Titor c’è il concept dei crononauti (la storia di John Titor è nota ormai da un decennio abbondante), c’è il post hardcore, c’è il rock anni Novanta, c’è la cupezza disperata e lucida delle band torinesi: diciamo che sono nipoti dei Nerorgasmo e dei primi Negazione come percezione del mondo, ma figli del rock moderno/alternativo/post grunge come personalità sonica.

Descriverli musicalmente non è semplicissimo, ma direi che una frullata violenta e sgraziata di Fugazi, Refused, At The Drive-In, Husker Du, AC/DC, Black Sabbath, Rage Against The Machine, Nerorgasmo, Black Flag, Soundgarden e Therapy? potrebbe portare un risultato del genere. Questa è roba che ti chiude la bocca dello stomaco con l’impatto e che – finalmente – utilizza l’italiano in un modo che mi ha colpito: per raccontare una storia intrigante, ma anche per sputare/sputarsi in faccia (in puro stile Luca Abort, io aggiungerei) frustrazione, rabbia e violenza; del resto alla voce troviamo un elemento  mica da poco, ossia Sabino Pace, ex Belli-Cosi, attualmente tastierista de I treni all’alba e agitatore musicale della Torino della fine dello scorso millennio.

Una bella uscita davvero, forse un po’ troppo compressa nella produzione – più zozzura rules! – ma tra gli album da sentire di sicuro in questo 2012. Altro che Padania

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L’inesorabile “MA”

[di Brundo]

Apro la mia collaborazione con Black Milk con una recensione non facile.
I Titor  vengono da Torino, città che negli ultimi 30 e passa anni ci ha regalato alcuni dei capitoli più belli del punk/hc, nell’accezione più ampia del termine, della storia musicale della nostra sfortunata Penisola.
I Titor non sono gli ultimi arrivati, si tratta di gente che suona dagli anni Novanta e ha militato in formazioni  significative. I Titor sono gente che possiede una certa maturità anagrafica e artistica, ascolti di qualità e la consapevolezza che ne deriva.
Tutto ciò si intuisce dai solchi (ahimè virtualmente immaginati dal mio povero cervelletto nostalgico) di questo lavoro che porta un titolo coraggioso, che suona come un manifesto programmatico in questa desolata attualità dominata da algidi disk jockey senza cuore e senza cervello: Rock Is Back.

Devo dire i quattro piemontesi la sventolano alta e fiera la bandiera del rock’n’roll. Sin dalle prime note i riferimenti sono chiari, chiudo gli occhi e riff di Greg-Ginniana memoria si fanno prepotentemente strada nelle mie orecchie, l’impatto è quello, l’ispirazione pure.
Proseguo con l’ascolto e mi trovo a fare inevitabilmente i conti con la provenienza regionale della band, mi sento prevedibile e scontato, quasi in colpa per questo mio macchiarmi del peccato di Facile accostamento, ma non posso fare a meno di pensare ai Kina e agli ultimi Negazione .
Mano a mano che mi immergo nella musica prendo coraggio e mi sento tentato di avventurarmi in terreni impervi e, camminando su di una sottilissima lastra di ghiaccio, scomodo nomi pericolosissimi. Lo sto per fare…  Nerorgasmo! Sì, con un pezzo come calvario non mi sento poi così sconveniente a fare certi paragoni, l’aria di disperazione, o meglio di non-speranza, che pervade tutto il pezzo, la voce, il testo, l’enfasi con cui è pronunciata la parola “Cristo!” nel ritornello “d’angoscia mi stringo / raccolgo dal basso le lacrime Cristo”.  Ecco leggete qui. Ho ragione io. I Neororgasmo ci sono! E anche gli Husker Du, tié.

Con tali premesse questo potrebbe essere il disco preferito di Brundo del 2012. MA…
Purtroppo c’è l’inesorabile “ma” che distrugge i miei sogni di bimbo che negli anni Ottanta c’è nato e che avrebbe tanto desiderato viverli con il chiodo e i jeans strappati, invece che da poppante in fasce.
Questo disco è stato suonato e soprattutto registrato in maniera impeccabile: i suoni sono potenti, limpidi, incisivi, ciccioni e qui sta il problema. La perfezione sonora del prodotto finale, l’eccessivo dilungarsi, talvolta, di certi pezzi e la minuziosa perizia tecnica portano le nove tracce verso lidi leggermente sbagliati, svuotandone un po’ la magia e l’energia che innegabilmente racchiudono. Tutto questo si unisce al fatto che, purtroppo, il mio orecchio è stato abituato a cose non piacevolissime quando associa certi suoni al cantato in italiano e rischia di portarmi alla mente nomi che è meglio non fare in questa sede. Ora, i Titor non c’entrano nulla con certe parolacce del rock italiano, ma, a causa della produzione massiccia di questo Rock Is Back, mi ci sono voluti un paio di ascolti prima di liberarmi di quella patina di diffidenza che si era venuta a creare.
Se questo disco fosse stato registrato un po’ più al cesso, un po’ più in fretta e forse arrangiato un po’ meno, sarebbe stato perfetto.
Ciò non toglie che nella frase “non ho trent’anni ancora / si fotte la mia vita a 500 all’ora” credo troverò conforto per molto tempo, proprio come la prima strofa di “Giorno” dei, guarda un po’, Nerorgasmo mi ha fatto da sveglia per numerosi anni.

Turn on the news

Bob Mould & Michael Azerrad – See a Little Light, The Trail of Rage and Melody (Little Brown, 2011, 404 pp.)

Le biografie/autobiografie rock sono ufficialmente un genere letterario che tira, ormai da qualche anno. E non posso che esserne felice, visto che la lobotomia causata dal rincoglionimento senile mi impedisce da quasi 10 anni di leggere altro… vederne uscire tante e anche di artisti minori è tutto grasso che cola, per il sottoscritto.

Per quanto riguarda il caso Mould, il piacere è doppio, visto che è da sempre un personaggio interessante, oltre ad essere stato uno dei pilastri della mia formazione musicale (e di quella di svariate migliaia di altre persone, direi) con gli Husker Du. Insomma, non ci ho pensato due volte a prendermi questo libro, complice anche un tizio spagnolo che mi ha provvidenzialmente comprato su Discogs un disco residuo della vecchia distribuzione – un orribile split 7″ di band punk rock anni Novanta poco più che ignobili… che uno si domanda: ma caro spagnolo sei sicuro del tuo acquisto? Ad ogni modo, grazie: coi tuoi eurazzi mi son regalato il libro (che è arrivato in edizione hardcover).

Insomma, questa è un’autobiografia scritta a quattro mani con Azerrad – già pregiato autore di Our Band Could Be Your Life – che probabilmente ha organizzato e limato i contenuti per renderli più presentabili. Un’operazione che, peraltro, avviene regolarmente nel 99% delle autobiografie anche quando non è dichiarata.
La storia inizia dall’infanzia di Bob e arriva fino ai nostri giorni… una lunga cavalcata che passa dagli Husker Du ai primi album solisti, per passare attraverso gli Sugar, l’esperienza di lavoro nel campo del wrestling televisivo e, infine, il ritorno alla musica. Il tutto ampiamente intriso di tutte le problematiche legate all’accettazione della propria omosessualità e alla ricerca di una dimensione vivibile.
La prosa è scorrevole, ritmata, lucida e pacata, come i migliori pezzi di Mould – se vogliamo. Insomma una lettura semplice e piacevole, in cui un uomo si mette a nudo e srotola fatti, pensieri ed emozioni senza troppi pudori. Nella miglior tradizione delle autobiografie. Tanto più che Bob di roba da raccontare ne ha a vagonate…

Posto, dunque, che la soddisfazione è garantita, non posso fingere di non avere almeno un paio di cosette da rilevare.
Personalmente – ed è un mio errore d’approccio, visto che da nessuna parte è scritto che questa è la storia di una band – avrei preferito molto più spazio dedicato ad aneddoti e storia degli Husker Du (in breve: quando cazzo esce un libro solo su di loro?)… davvero, insomma, con tutto il rispetto Bob: ma a chi pensi che interessi la genesi dei tuoi album solisti elettronici (che facevano realmente cagare), tanto per dirne una? O le peripezie legate ai traslochi e ai vari acquisti di case (ma quanti soldi guadagnavi Bob, per cambiare casa con quella frequenza?).  Dacci montagne di Husker Du e ci avrai ai tuoi piedi. Anche se già lo siamo.
In secondo luogo la parentesi del wrestling per quanto totalmente lontana dalla musica, ha un fascino morboso che avrebbe meritato più pagine. Magari a discapito delle energie spese nel raccontare dei gay bar e del gay lifestyle fatto di party, palestra, caffé per hipster e flirt.

Non è forse il libro dell’anno, dunque, ma ci voleva. E state certi che dal momento in cui lo inizierete, non riuscirete facilmente a staccarvene.

Un ultimo avvertimento doveroso: da tutta la storia Grant Hart e Greg Norton escono veramente malissimo. Sarebbe bello ascoltare anche le loro campane, soprattutto su alcuni fatti chiave.

Piccoli sciattoni crescono

Tv Buddhas – Dying At The Party (Trost, 2010)

Dei Tv Buddhas ho apprezzato l’EP uscito lo scorso marzo, complice anche il favoloso disegno in copertina che omaggia dichiaratamente l’arte di Raymond Pettibon. Un paio di mesi fa il mio amico Julien di 5 Roses Press mi ha inviato l’album d’esordio del trio israeliano di stanza a Berlino, ma appena ho aperto il pacchetto sono stato investito in pieno dalla copertina in cui i tre sono immortalati da uno scatto falsamente sciatto con sopra un lettering dai colori sgargianti, quasi fosforescenti: una robaccia fashion-trasandato da fottuti Gossip. Peraltro avevo letto in giro diverse recensioni/stroncature che puntavano l’indice sull’imborghesimento della band, colpevole di aver abbandonato l’approccio lo-fi e svuotata di quella urgenza che li aveva contraddistinti in precedenza. Insomma tutti i segnali mi dicevano, ahimé, che l’abito fa il monaco e non nego che stavo quasi soprassedendo.

Fortuna che ho ancora il batticuore adolescenziale per ogni nuovo supporto musicale (meglio se in vinile) che stringo tra le mani e, soprattutto, non ho perso il “vizio” di ascoltarli i dischi prima di dare giudizi.
Alla fine della fiera Dying At The Party non ha tradito affatto le mie aspettative. È vero che queste nove tracce sono più lente e ragionate delle loro vecchie canzoni, ma dove sta scritto che rallentare i ritmi e “ragionare” sia un passo indietro? Mi pare che gente come i Television ragionasse eccome, o sbaglio?

Addirittura, ascolto dopo ascolto, mi sono quasi entusiasmato per l’indolenza sottotraccia e per il suono sì vecchio e strasentito, ma assolutamente incisivo – seppur non così diretto – e finanche personale. Un suono che rimanda dritto al primo punk newyorkese e alle ciminiere di Detroit (“Let Me Sleep”), che prende a piene mani dalla ritmica secca dei Modern Lovers, dalla quiete dopo la tempesta dei Television, dalla poetica di Richard Hell (“Tv Tonight”) e di Lou Reed (“Long Way Down”). Un suono elettrico e fremente nella sua alternanza di up & down, sospeso tra i sussulti proto-punk dei primi Settanta e le vertigini soniche della metà degli anni Ottanta di cui è zeppo il catalogo della SST: c’avete presente l’attitudine degli Hüsker Dü?

La mia personalissima palma d’oro va a “I Want You” che potrebbe essere benissimo un pezzo di Iggy Pop affogato nel miele o di Lloyd Cole affogato nella cocaina; comunque la pensiate si tratta di una grande ballata di appena tre minuti, intrisa in eguale misura di polvere urbana e noia rurale.

Pacco soffice, con sorpresa

spThe Soft Pack – The Soft Pack (Kemado)

Nella vita ci sono un sacco di cose belle e piacevoli che però non riescono lo stesso a diventare memorabili. E’ la triste storia dei Soft Pack e del loro omonimo album. (altro…)

L’astronave di Boston è guidata dalle voci

boston.jpgBoston Spaceships – The Planets are Blasted (Guided by Voices, 2009)

…e così di colpo Mike Ness mi dà due schiaffi e mi urla nelle orecchie: “ascoltati i Boston Spaceships, invece di perdere tempo a polverizzare Saturno con il disgregatore molecolare!”.
Io mi scuoto un attimo e gli balbetto che sì va bene, va bene. E invece non va bene un bel niente, sono nudo con addosso solo una maglietta dei Take That e – per giunta – al posto del disgregatore ho in mano un tagliaunghie. E, ai piedi, delle infradito tigrate. Urlo e mi sveglio.

Incubo a parte, devo ringraziare comunque Mike per il consiglio: The Planets are Blasted, il nuovo album dei Boston Spaceships, non è male. Questo gruppo che – come potrete immediatamente comprendere dal nome – viene da Dayton (Ohio), si muove con agilità nella ionosfera del rock alternativo con incursioni nel punk rock alla Social Distortion; sovente si piazza in orbita attorno a Wilco, Overwhelming Colorfast o Urge Overkill.

La voce (di Robert Pollard, ex leader dei Guided by Voices) richiama a tratti – scherzi del destino – il Peter Gabriel dei primissimi Genesis. E anche qualche brano o fa: sentite “Sight On Sight”, che sembra incedere alla maniera della band senza mantenere (fortunatamente) la durata e la pomposità del progressive. La chitarra sperimenta vari suoni, dalla distorsione secca a quella accennata (da livello due sul presence dell’ampli per intenderci) all’acustica da gruppo folk irlandese – o alla Lemonheads (per chi ancora si ricorda di Evan Dando). In alcuni brani poi, non ci fosse il suono così diverso, par di ascoltare l’ultimo album degli Husker Du.

Tra le canzoni degne di nota “Canned Food Demons” che sembra davvero una creatura di Mike Ness, “Lake Of Fire” (altro brano che ricorda un po’ Peter Gabriel), “Headache Revolution” e “Tattoo Mission”, con tanto di archi.

Insomma il disco (o il CD fate un po’ voi) si lascia ascoltare. Un unico appunto: i Boston Spaceships con i loro suoni così vari e diversi mancano di quel qualcosa che li renda riconoscibili. Mi toccherà farli sparire con il mio disgregatore molecolare.

Diane!

Dei giovanissimi Husker Du nel 1981 suonano la mitica “Diane” live… pelle d’oca.

The Hold Steady: Mould & Springsteen?

staypositive.jpgThe Hold Steady “Stay Positive” (Rough Trade, 2008)

“Me and my friends are like / The drums on Lust For Life”, inizia così questo album della band del New Jersey con le radici a Minneapolis. E come non caderci? Un gruppo di thirty-something che ha perso chili in sudore sotto i palchi degli ultimi anni Ottanta, cresciuto e maturato durante gli alternativi anni Novanta, che si ritrova nel nuovo millennio ad apprezzare e a suonare la buona musica come si gusta un buon vino. Questo è stato il mio primo approccio con gli Hold Steady, che con questo Stay Positive si piazzano a una ipotetica confluenza tra gli Husker Du e il Bruce Springsteen della migliore E-Street Band. C’è tutta la nobile umiltà del gruppo di Mould e Hart, è c’è il feeling della notte americana che solo il Boss ha saputo cantare, con una serie di suggestioni profonde (“Cause dreams they seem to cost money / But money costs some dreams” è uno squisito esempio) e altrettanti piccoli rimandi a una cultura che ci ha cresciuto (Joe Strummer, Iggy Pop, gli Youth Of Today e i 7 Seconds). Su Stay Positive ci sono i chitarroni distorti a braccetto col piano (“Constructive Summer”), le ballate da bar lungo la statale (“Lord, I’m Discouraged”), le serate inzuppate di alcool asciugato tra le lenzuola di qualcun altro (“Sequetsered in Memphis”). Se siete rimasti ammaliati dagli Afghan Whigs con questo disco degli Hold Steady potreste trovare qualche nuovo brivido.

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