Doom doom boys

Ufomammut – Oro: Opus Primum (Neurot Recordings, 2012)

[di Denis Prinzio]

Doom, doom, doom. Un genere che mi affascina molto, ma che ascolto relativamente poco; sono sempre stato un grandissimo fan dei Black Sabbath periodo Ozzy, ma a parte quei 4-5 grandi nomi non è che mi ci sono mai messo molto. Ultimamente però ho scavato un pochino nell’underground italiano, con parecchie piacevoli sorprese (alcune recensite anche qui su Black Milk). Al solito, gli italiani se si mettono a fare le cose, daje e daje diventano bravini sul serio.

Ufommamut è da sempre considerata l’istituzione italiana in ambito heavy psych/stoner doom; giunti al sesto disco, questo è il loro esordio per la Neurot (per chi non lo sapesse, l’etichetta dei Neurosis) e la prima parte di un concept che si concluderà con l’edizione di un secondo album tra sei mesi circa.
Opera intrinsecamente ambiziosa che esprime l’intenzione di creare un unico movimento dove, al solito, la monoliticità dello space doom generato dal trio di Tortona implode nella reiterazione acida e psych dal retrogusto pinkfloydiano periodo Umma GummaOro: Opus Primum alterna fasi in cui le atmosfere oniriche creano un accumulo di tensione a momenti in cui essa esplode in riff pesanti e circolari che sono la sublimazione pura di un genere che altro non è se non psichedelia scura, pesante e negativissima.

Disco forse ancor più introspettivo – definizione questa, da prendere con le molle – del precedente Eve, e quindi di non facile assimilazione anche per gli estimatori del genere: atto coraggioso e profondamente artistico che non fa che confermare la serietà della band in questione.

Sunset Strip alla teramana

Soundust – Savage Mantra (Alkemist Fanatix, 2010)

I Soundust darebbero un rene a testa per poter dire di essere nati e cresciuti a Los Angeles… e invece sono teramani. Di sicuro donerebbero anche un altro organo extra a scelta per tornare indietro nel tempo, magari intorno al 1986-87, in piena esplosione del glam metal e street rock targato Sunset Strip (altro…)

The Alkemist Fanatix Pack

divineCheap Vudu – Counter of Pain (demo) * Necromid – The Sleep Of The Reason (Alkemist Fanatix, 2009) * Nefertum – Revered Lames (Alkemist Fanatix, 2009) * Winter Haze – The Storm Within (Alkemist Fanatix, 2009) * Guilty’s Law – Total Insanity (Alkemist Fanatix, 2009) * Firestorm – Web of Deceit (Copro Records, 2008) * Divine Lust – The Bitterest Flavours (Alkemist Fanatix, 2008) (altro…)

Back to Perseoland

praisePerseo Miranda – Praise My Day (Erga, 2010)

La fenomenologia umana è varia. Anche troppo, a volte. Chi l’avrebbe mai solo pensato, infatti, un personaggio come Perseo Miranda? (altro…)

Gods of Metal 2009, il ritorno dei Crue

blog1-motley-crue.jpgTornano in Italia i Motley Crue. Ebbene sì, i quattro cafoni californiani saranno gli head-liner del prossimo Gods of Metal, in programma il 27 e il 28 giugno allo stadio Brianteo di Monza. Così, dopo l’apparizione di un paio di anni fa, i Crue porteranno in Italì i pezzi del loro nuovo album Saints of Los Angeles e, cosa ben più importante, il loro tamarrissimo repertorio d’annata.

La città brianzola ri-accoglie il festival metal e questo ringrazia con due palchi principali, uno al fianco dell’altro: oltre ai Motley Crue, sabato si esibiranno gli Heaven & Hell ossia i Black Sabbath con Ronnie James Dio, il Riccardo Cocciante dell’heavy metal. Altre band in cartellone, in ordine sparso: Tesla, Epica e Voivod.

Domenica decisamente più classicheggiante: protagonisti indiscussi Dream Theater, poi Blind Guardian, Cynic e il maghetto Paul Gilbert – già chitarrista dei Mr. Big. Sull’altro palco – uno si chiama L Stage, l’altro R Stage – Slipknot, Carcass e Napalm Death per gli amanti delle sonorità più estreme.

Naturalmente, nel corso dei prossimi mesi spunteranno altri nomi che andranno a completare il cartellone del Gods of Metal 2009. Intanto, dal 13 febbraio – per dieci giorni – saranno in vendita biglietti a prezzo speciale: 30 euro al giorno, considerate le cifre in giro ultimamente, davvero conveniente.

Dopo di che, l’abbonamento per entrambe le giornate costerà 75 euro mentre chi volesse godersi un solo giorno dovrà sborsare 45 euro. Tutte le informazioni su www.liveinitaly.com – stay tuned for more heavy metal.

Gonzo goes to Ozzy

solo_ozzy_300.jpgKen Paisli – Solo Ozzy (Chinasky, 2007)

Il vecchio Zio Lester (Bangs), con i suoi scritti irriverenti, anarchici e dissoluti ha rappresentato – in ambito di critica e giornalismo musicale – l’istigazione a delinquere per schiere di adolescenti brufolosi e repressi. Gente che evitando un certo suicidio (metaforico o tangibile) si è, invece, bruciata nella scrittura free form e senza rispetto per i vetusti mostri sacri del rock, perdendosi in polverose street ‘zine e riviste pornopunk di serie Z. Se è pur vero tutto questo, non è altresì vero che tutti possono scrivere di rock and roll.

Ken Paisli, autore di questo libricino su Ozzy-mangia-pipistrelli, è uno che si autocelebra sulle note di copertina definendosi testualmente “re del gonzo journalism”. Purtroppo scorrendo via via tutto il breviario compilato dal nostro surfista neozelandese con l’hobby del giornalismo sbilenco, al di là dell’ovvio e dei soliti tre aneddoti in croce del Madman (ha staccato la testa ad una colomba nel corso di una conferenza stampa, ha morso un pipistrello in pieno delirio live, ha pisciato su Fort Alamo sbronzo come al solito e incapace di intendere e volere), scopriamo che Solo Ozzy ci narra più di Paisli che di Osbourne.

Ma a noi che ce ne frega se il buon Paisli è ecologista o meno, se aspetta l’onda lunga, l’onda anomala o lo tsunami? Noi speravamo di leggere di musica, di Black Sabbath e del Madman solista… invece, sorpresa delle sorprese, l’uovo di pasqua di Ken è vuoto! Nessuna primizia per i fan del vecchio Mr. Crazy Train e anche le recensioni degli album sono liquidate in fretta e furia.

Lo stesso autore ammette di non essere un fan di Ozzy e aggiunge che a volte non sa proprio cosa dire di fronte ai lavori solisti del Folle di Birmingam. Unica determinazione che impera e ricorre in ogni fottuta recensione in questo libro, da Black Sabbath a Black Rain è: “lavoro onesto”.
Ma… che me ne frega dell’onestà di un disco? Qualcuno di voi compra i dischi per la loro etica? Vogliamo sapere la genesi di un album, l’odore che emana il vinile, le radiazioni che si sprigionano come ectoplasmi dalla copertina, miracoli inclusi!
No ragazzi, non ci siamo: che sia il vecchio Zio Lester a fregarci è un conto, ma che sia il signor Ken Paisli, “re del gonzo journalism”, è ben oltre la truffa. È un furto bello e buono.

Heavy Metal Parking Lot

hmpldvd.jpgHeavy Metal Parking Lot (un film di Jeff Krulik e John Heyn)

Il cinque maggio 1986 facevo seconda superiore e stavo per compiere 16 anni. Vita tipica da ragazzino di provincia, a parte la passione per la musica che era esplosa virulenta, in tutti i suoi risvolti adolescenziali più inquietanti. Se poi mettiamo in conto che si trattava di heavy metal (thrash & speed per la precisione), punk hardcore e hard rock, il quadro si complica. Ma la storia non è questa. Anzi, è piuttosto diversa, dato che si svolge in un altro continente e in comune con il cappello introduttivo ha solo la data e il concetto di heavy metal.
Stiamo parlando, signori e signore, di un gesto situazionista di quelli che lasciano il segno nella cultura popolare, anche se – sul momento – paiono semplicemente sciocchezze fatte per divertirsi un pochino. Già, perché il film-documentario Heavy Metal Parking Lot nasce proprio così in quel lontano maggio di 22 anni orsono… ma da quel momento nulla è più stato uguale… più o meno.

Il cinque maggio1986 i Judas Priest sono al Capital Centre di Landover (Maryland) per un concerto. Ad aprire per loro i Dokken, band hard rock iperpatinata e capitanata dal cotonatissimo Don Dokken, ugola d’oro dell’AOR. Due intraprendenti ragazzi si muniscono di videocamera e microfono e – spacciandosi alternativamente per una troupe di MTV e per inviati di una tv via cavo – riprendono l’umanità varia ed eventuale che confluisce nel parcheggio antistante all’arena in cui si svolgerà il concerto. I loro nomi sono Jeff Krulik e John Heyn.
Il Capital Centre è stato demolito nel 2002, ma non è rilevante: quello che conta è che Krulik e Heyn, durante quel cinque maggio, hanno immortalato decine e decine di minuti di fotogrammi preziosissimi a livello antropologico e sociologico, grazie ai quali possiamo immergerci – a seconda delle attitudini – nella nostalgia imbarazzata stile “come eravamo” o nel disprezzo più divertito.

hmpl2.jpgCerto, i teenager e i ventenni del Maryland non erano certamente identici a quelli italiani del 1986, ma è anche una sacrosanta verità che il popolo del metallo è (era) una specie di gigantesca razza unica, che trascende collocazione geografica e lingua, entro certi limiti. Quello che vediamo nei 16 minuti circa del documentario originale è una radiografia di alcune tipologie umane (a cui, peraltro, qualcuno di noi ha fatto parte quasi di sicuro… io per primo).
Curiosi? Beh, San YouTube ci protegge come al solito (fino a una settimana fa era possibile visionare l’intero documentario, ma ora è stato eliminato dagli archivi) e quindi godetevi questa prima perla, cortesia del rocker zebrato che ci regala la sua opinione sul punk: CLICCATE PER IL VIDEO.
Il ragazzo è chiaramente sbronzo come una zucca e la sua unica urgenza comunicativa è declinare il concetto “punk shit sucks” in ogni modalità possibile (o meglio: consentita ai suoi nove neuroni rimastri attivi), ma brilla di arroganza naif, di una tale impunita tracotanza asinina che vorremmo quasi stringergli la mano e chiedergli dove si è comprato il completino da zebra.

hmpl1.jpgUn genio che è rimasto nell’immaginario popolare è Dick, ovvero Mister “I’m ready to rock”, ovvero il ventenne che provvede a infilare la lingua in bocca di una tredicenne (il gossip vorrebbe che lei fosse la cugina, ma l’attendibilità della notizia è quantomeno trballante). Dick dice di essere in procinto – nel giro di due settimane e mezzo – di arruolarsi nell’Aeronautica: forse è per questo che si è conciato come uno scemo di guerra.
Se volete vederlo e ascoltarlo in tutto il suo splendore, CLICCATE QUI.

hmpl4.jpgUn altro quadretto imperdibile – e poi basta con gli spoiler! – è il ritratto della signorina “Hell yeah”, ovvero questa rossa con l’espressione da gallina alcolista dopo un trama cranico. Risponde alle domande con una verietà di circa sei vocaboli e il suo cavallo di battaglia è, appunto, “Hell, yeah”. Guardatela CLICCANDO QUI.
Il picco comico-drammatico del personaggio è la reazione alla domanda: “Cosa diresti a Rob Halford?”… la risposta è “I’d jump his bones”, ovvero qualcosa tipo “Me lo scoperei”. Rob Halford. Certo piccola… e infatti tra i contenuti speciali del film c’è una sequenza in cui al buon Rob viene mostrata la giovane e lui, ridendo divertito, commenta: “Non lo sapeva?” (per i meno informati: Halford è stato tra i primi, se non il primo, nell’universo macho del metallo a dichiararsi apertamente gay).

Tutto questo – ovvero i 16 minuti originali del primo cut del documentario – più altre due ore circa di contenuti extra sono contenuti in un dvd praticamente imperdibile. Non pensateci troppo e procuratevelo… potrebbe diventare un vero tormentone.

E, siccome qui ci piace esagerare, andate a dare un’occhiata al sequel non ufficiale del 2000 (realizzato da altre persone), ovvero Heavy Metal Parking Lot 2000:
Parte1
Parte2
Parte3
Parte4

Come potrete notare da queste quattro clip (non è il film intero), la storia si ripete e non si impara mai dagli errori di chi ci ha preceduto…

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