Lester meets Kevin

Lester And The Landslide Ladies/Kevin K – Frantic Tales For The Fast Living (Tornado Ride, 2011)

Lester, con i suoi Landslide Ladies, ormai è quasi un’istituzione nel panorama rock’n’roll glam punk italico: nove anni di vita, per una band, non sono uno scherzo. Se poi la suddetta band macina 700 date e un tot di dischi, allora dimostra di avere passione e palle – attributi che sulla lunga distanza ti fanno lasciare indietro i vari ragazzetti modaioli e gli spompati.
Col tempo la loro miscela di glam e punk si è irrobustita e s’è fatta più viziosa: immaginate degli Hanoi Rocks un po’ più lo-fi, col pallino dei Dead Boys e del glam/street minore inglese. Se in Italia c’è ancora qualche barlume di rock’n’roll, insomma, è anche merito di gente come loro. E sicuramente loro sono tra i guerrieri che combattono per la causa, magari in una lotta impari e persa fin dall’inizio, ma con tutta la passione e la follia che ci vogliono.

Kevin K (un ragazzuolo che ha iniziato a suonare nella Grande Mela di metà anni Settanta: in pratica una leggenda minore tra le leggende minori, che merita un articolo a parte)… è un distillato di sound newyorkese che ti viene schizzato dritto in vena. Lo senti dal primo riff di chitarra, tagliente, punkettoso, scuro e abrasivo. E da lì tutto il resto è in discesa: la colonna sonora dei sopravvissuti, lo zibaldone del reduce cazzuto, la madeleine del rocker perdente d’essai. Un sound figlio bastardo di Heartbreakers, Dead Boys, New York Dolls e primi Dictators – musica per perdenti veri, che nemmeno sanno di esserlo (e se lo sanno, non ne fanno un selling point per arrivare a Rolling Stone, ma accettano la loro condizione e suonano come se non ci fosse un domani).
Numero uno.

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La tua vita non vale un cazzo

Sick Dogs – Lavoro (Autoprodotto, 2010)

Vito ed io ci conosciamo e incrociamo da una vita (scusate il gioco di parole). Da fine anni Ottanta frequentavamo gli stessi centri sociali e bettole del Piemonte-Lombardia, suonavamo sugli stessi palchi, bevevamo le stesse porcherie e conoscevamo gli stessi disadattati. Poi la vita ci ha portato in posti diversi, io mi sono spostato molto, e ne avevo perso traccia.
Già all’epoca lui cantava nei Sick Dogs, che credo di avere visto live almeno una decina di volte (e abbiamo anche suonato assieme se la memoria non m’inganna): una specie di istituzione che – con mio sommo godimento – è viva e vegeta dopo più di 10 anni dall’ultima volta che ne avevo sentito parlare. In particolare hanno sfornato questo ep (disponibile in versione digitale, scaricabile gratis) intitolato Lavoro, che è un pugno allo stomaco. Puro punk rock working class, con quei riff sempreverdi che ti fanno ingriffare, con la voce biascicata stanca e sbronza, coi testi che a ogni frase ti fanno dire: “Cazzo sì, lo dico sempre”. Certo, poi il concept del disco aiuta, visto che parla impietosamente di insoddisfazione nella vita e sul lavoro, di ingiustizie e di orrore del quotidiano.

Se UK Subs, Stooges, Dead Boys, Ramones, Exploited ed Heartbreakers sono nomi che vi evocano un cocktail di vostro gradimento, per dio, fatevi un favore e scaricate Lavoro, in creative commons, su Jamendo: QUI.

E comunque bando alle cazzate. Il video dell’inno “La tua vita non vale un cazzo” parla più di tre pagine di recensione. Ascoltate, guardate e stra-godete.

Nato per perdere

born_poster01.jpgBorn to Lose: The Last Rock and Roll Movie (di Lech Kowalski)

Kowalski ha impiegato anni a girare, montare e rimontare questo documentario senza venirne realmente a capo. E il risultato è a metà strada tra un epitaffio e un’apologia del mito Johnny Thunders: dagli albori cotonati glam con le Bambole di New York, passando per l’ero-band Heartbreakers, fino all’altalenante parabola solista. Quest’ultima fase, in particolare, l’ha visto entrare del tutto nella parte del nomade perennemente con la sei corde al seguito, occupato a perdersi – con nonchalance – in giro per il mondo (tra Parigi, Londra, New York, il Giappone…) fino all’ultima tappa a New Orleans. Dove è rimasto secco a 39 anni.

Kowalski  cerca ostinatamente, attraverso innumerevoli testimonianze di individui celebri e meno celebri, di trovare il giusto verso, una collocazione storica, una verità sull’esistenza fulminante di Thunders. Ma gira e rigira, la chiave di lettura latita. E ciò che resta è sfuggente: un peculiare talento chitarristico, un loser attaccabrighe italo-americano, l’eroina. Il ritratto di un vero drogato con il dono della sei corde, uno  che poteva benissimo confondere l’ago per il suo strumento; e, man mano che le immagini scorrono, si plasma l’idea che il binomio Johnny-eroina sia molto più di un semplice accostamento. Quasi vien da pensare che Thunders sia entrato per sbaglio nel mondo del rock’n’roll, magari col pretesto di trovare la roba con più facilità.

Impressiona, poi, notare come i suoi amici, colleghi e pressoché la totalità di persone che hanno avuto a che fare con lui lo ricordino per basso tasso di lucidità conservata, elevato grado di sfattume e pura attitudine nichilista.

Toccante e amara l’ultima testimonianza di Willy De Ville che, quasi scocciato, parla della morte Johnny Thunders come di una cosa inevitabile.

Eccovi l’incipit da Youtube (dove trovate più o meno tutto il film, suddiviso in spezzoni):

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