Forse sei un congegno che si spegne da sé

Congegno – s/t (Annoying Records, 2012)

[di Denis Prinzio]

Poco tempo fa riflettevo con un amico un po’ più giovane del sottoscritto – e ben più dentro di me al mondo punk hardcore dei Centri Sociali occupati – sullo stato attuale della scena. Lui era molto scettico su tutto il revival hc anni Ottanta attualmente in corso (e quindi sulle reunion dei vari Peggio Punx, Indigesti e Nerorgasmo), perorando con forza e convinzione la causa del movimento odierno.
Incuriosito dalla sua analisi, sono andato alla ricerca dei gruppi di punta della scena hc: riflettendo sul valore altamente politico avuto dall’hardcore nazionale negli anni d’oro, non ha infatti molto senso appassionarsi ai ritorni di fiamma di band che avevano una ragion d’essere nel loro contesto socio-politico di riferimento; molto più utile cercare di capire le voci dell’oggi.

È così che mi sono imbattuto nei Congegno di Trento; questo cd uscito da pochissimo raccoglie tutti gli otto brani finora editi, ovvero i cinque dell’ep Esiste cura, i due del 7” split con gli Attrito e un altro dal mini cd Sarà un Natale fantastico.
Hardcore profondamente old school nell’animo, ma perfettamente moderno nello stile; pensate a un’evoluzione rabbiosa e feroce che parte dai Negazione, scivola nell’hardcore anni Novanta di Sottopressione e Crime Gang Bang suonato con la compattezza di una qualsiasi band della scena NY. Interessanti anche gli spunti di hc evoluto propri di gruppi come i Snapcase presenti nel brano “Troppo distante”. Ritmi forsennati, stop & go, chitarre affilate che triturano implacabilmente riff su riff, un cantato rabbioso ma mai urlato, efficace dunque nella sua comprensibilità: le parole vengono sputate fuori una ad una per essere recepite e metabolizzate a dovere. “Epidemia”, “Provviste per l’inferno”, “Esiste cura” sono i nuovi inni generazionali per un manipolo di giovani punk disposti in pieno a raccogliere l’insegnamento dei padri e dei fratelli maggiori.

Si avverte il bisogno di gruppi come i Congegno: questa è musica per chi pensa che l’hardcore non sia solo roba per nostalgici e passatisti, ma abbia una dignità artistica contestualizzabile nei tempi disgraziati che siamo costretti a vivere.

The Ghost of NOFX

nowagainNow Again – Objects in Mirror Are Closer Than They Appear (autoprodotto)

Milanesi e dediti all’hardcore melodico in stile NOFX post Ribbed. Gosh… il cervello non mi suggerisce altro per parlarvi dei Now Again (altro…)

Sangue cattivo non mente

deadwoDead Vows – Bad Blood (Refoundation Records, 2009)

Un giorno della settimana appena passata arrivo a casa; mi trascino come un’alga bollita, dopo il solito amatissimo lavoro. Nella cassetta delle lettere ci sono due pacchettini: uno di Area Pirata e un altro con mittente che non conosco. Questo contiene esattamente una mezza dozzina di cd promo targati Refoundation Records.

Sono fuori dal giro dell’hardcore italico e dalla scena da quasi 10 anni ormai e non conoscevo la label, che invece sembra darsi un gran da fare (date un occhio al loro sito). Dei 6 cd nel pacchetto, il primo ad attirare la mia attenzione è questo dei Dead Vows. Nero, molto black metal nella grafica (anche se il coniglione vicino al demone lo rende piacevolmente ironico – sarà intenzionale? Spero di sì). E poi non c’è la solita paginetta di comunicato stampa ad accompagnarlo, quindi la curiosità vince e devo sentirlo subito.

Epperò… mica male. Nonostante di hardcore nuovo proprio non ascolti nulla (sono tragicamente fermo agli anni Ottanta/primi Novanta, lo confesso, da almeno 15 anni), gli svedesoni Dead Vows mi sono piaciuti. Molto metal, una specie di Misfits (periodo Wolf’s Blood/Earth A.D.) miscelati con la violenza e le cadenze dell’hc newyorkese macho, l’ignoranza goduriosa dei Motorhead e un po’ di sano sperimentare alla Black Flag ultimo periodo. I suoni sono modernissimi, ma l’anima è – fortunatamente, per me – più old school.

Un disco che fa scattare la scintilla del pogo anche in un ex come me. Tutti nel moshpit con Satana: ogni tanto fa bene ricordarsi di certe sensazioni dimenticate…

Remastering the unmasterable

chelseaChelsea Hotel – We’re All Gonna Die (Spittle, 2006)

Nel 1982 io avevo 12 anni. Nella mia città, il classico stereotipo di piccola provincia quieta e sempre un passo indietro, non è che si muovesse poi molto. Anche se, a sbattersi e a informarsi, si rischiava di finire nel giro di Otello, il negozio di dischi fico che addirittura si approvigionava quasi mensilmente – narra la leggenda – oltremanica, grazie a viaggi-pellegrinaggio del proprietario che portava indietro valigiate di novità in quantità limitatissime.
Ma a 12 anni da Otello non ci entravi, era roba da gente grande, grossa e balorda (avrei imparato solo dopo diversi anni che non era esattamente così). Quindi io ascoltavo le cassette degli Iron Maiden e degli AC/DC comprate da Audiovox, il negozio normale in cui anche a uno sfigato era concesso l’ingresso. E da Otello ebbi il coraggio di addentrarmi solo verso il 1984; c’è anche da dire che non smisi più di andarci fino al cambio di gestione.

Tornando a noi, nel 1982 usciva il demo dei Chelsea Hotel di Piacenza – proprio mentre io mi esaltavo con Killers e Back in Black (per fortuna gli Scorpions li avevo snobbati). Un nastro sanguigno, caotico, distorto, scuro e saturo di fruscio. Per non parlare del feedback.
Una raccolta di 11 brani che fotografavano un’idea di punk contemporanemente tanto italiana, ma anche con un respiro internazionale, vista l’innegabile tendenza ad avvicinare due generi piuttosto lontani – almeno nelle rispettive (auto)percezioni – come l’heavy metal più plumbeo e l’hc punk più acido e urticante. In questo ristampone della risorta Spittle sono inclusi, poi, 4 brani live come bonus (tra cui una cover di “Search & Destroy” che la dice lunga sull’anima dei Chelsea Hotel).

Come spesso accade nei casi di recupero dal passato (anche se questo demo era già stato ristampato un po’ in sordina, su vinile, a metà anni Novanta) occorre contestualizzare, anche perché la qualità sonora non aiuta certo e non è user friendly, soprattutto nei confronti di chi non ha molta dimestichezza con punk, Italia e primi anni Ottanta.
I pezzi sono veloci, rabbiosi, scatarranti, a volte scoordinati, altre lucidamnete folli – con lamate di soli metal che spuntano qua e là (non a caso in formazione, a parte i mitici Tony Face e Black Demon, c’è Davide Devoti – poi nei Raw Power e nella band di Vasco “noi giovani” Rossi). Ma il tutto è sepolto in un magma sonoro frusciante e sfrigolante, dovuto appunto al deterioramento del nastro originale e alla non esaltante qualità della registrazione.

Detto questo… senza cadere in facili dietrismi e idolatrie dell’italico verbo punk, difficilmente i Chelsea Hotel oggi cambieranno la vita a qualcuno – mentre all’epoca probabilmente l’hanno fatto: leggetevi la bellissima pagina scritta da Luca Frazzi, a questo proposito, contenuta nel cd. Però, se amate la scena italiana di quegli anni e se non volete avere un colpevole vuoto nella vostra collezione, dovete procurarvi questo cd.

Rispetto massimo al gruppo e al suo lavoro. La Spittle, invece, mai si è degnata di rispondere a delle mie mail… simpatia estrema, complimenti: sappiate che il cd me l’hanno gentilmente omaggiato, dunque, perché visto l’andazzo piuttosto che regalarvi un centesimo mi faccio un giro dell’isolato di corsa – vedi il caso della ristampa dei Boohoos, che non compro per principio. Magari la troverò usata a 5 euro. Punk rock.

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