Bocconcini di merda per buongustai

bos-frontBits Of Shit – Cut Sleeves (Casbah Records/Dangerhouse Skylab, 2013)

Australiani. E come biglietto da visita è già piuttosto interessante. Se poi aggiungiamo che hanno partecipato alla Gonerfest del 2012, le antenne iniziano a drizzarsi (e non solo quelle, incidentalmente).

E una volta drizzate restano ben alte, queste antenne. Il motivo è semplice: questa band è notevolissima, nel suo essere perdente, sotterranea e cafona. Immaginate una pub band di Melbourne che ha deciso – chissà quanto consciamente – di frullare alla cazzo di cane (cit. René Ferretti) e con violenza decerebrata la tradizione del punk e dell’hard australiano (dai Rose Tattoo agli X) con le sgroppate furiose dei primi Black Flag e compagnia californiana. E buttiamoci pure un po’ di Angry Samoans, toh (altro…)

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Banana nera bel tempo si spera…

Black Banana – Sonic Death Monkey (Il Verso Del Cinghiale Records, 2012)

[di Denis Prinzio]

Vengono da Milano, ma come spesso accade quando si tratta di rock’n’roll nostrano, poco importa la provenienza geografica: potrebbero giungere benissimo dalla Scandinavia o dagli States.

I Black Banana (da non confondersi con i quasi omonimi Black Bananas dell’ex Royal Trux Jennifer “tossichella” Herrema) mettono sul piatto mezz’oretta scarsa di muscoloso e vigoroso hard rock’n’roll miscelato qui e là con un po’ di stoner rock e di blues. I nove brani di Sonic Death Monkey non brillano certo per originalità (altro…)

Turbojugend d’assalto

Homebreakers – Heroes of Tearvalley (autoprodotto, 2011)

Se vi dico Turborock, teoricamente dovreste capire dove si sta andando a parare (e, per te che hai l’aria un po’ smarrita… no, non è il turbo che pensi tu, del motore della tua macchina da tamarro, ma quello che fa rima con “Ass” e “Cobra”).

Ci siamo capiti, dunque… questi Homebreakers da Montecatini si rifanno senza se e senza ma alla bastardissima progenie del punk hardrockizzato; quella che nella seconda metà dei Novanta ha imperversato, per poi scemare e sparire per consunzione. Turbonegro, Gluecifer, un po’ di primi Hellacopters – giusto per citare i nomi veramente più scontati, ma non stiamo a fare troppo i gourmet.
Questo è rock’n’roll scuro, veloce, punk, hard e metallizzato: un bel mistone di Stooges, MC5, Kiss, Motorhead, Black Flag (il quarto brano è molto Black Flag nel riff), Ramones, AC/DC, Circle Jerks, Dictators e magari un po’ di Dwarves. Roba per palati robusti e stomaci allagati di birra, ma soprattutto per orecchie che non si scandalizzano di fronte a un improvviso assolo molto hard rock o a una frazione mutuata dalla tradizione più classica del metal.
E quindi? E quindi non fraintendiamoci: questa è roba da maneggiare con cura, ben fatta e con le contropalle. Gli Homebreakers convincono già al secondo brano, vanno dritti al cuore del problema e lo risolvono a calci nelle palle, sgomitando come assatanati per guadagnare la loro nicchia in un panorama di band affini che – mediamente – menano duro e non vanno proprio per il sottile.

E’ ora di rispolverare il giubbotto di jeans smanicato con la toppa della Turbojugend, gente. Con questo cd ci va a meraviglia. E dovreste provare anche voi l’ebbrezza…

Everything went Robanera

Robanera – s/t (autoprodotto, 2011)

E’ incredibile come girando in Rete io non abbia trovato praticamente nessuna traccia dei Robanera, eccetto la loro pagina Myspace. Non una recensione, un’intervista, una segnalazione… beh, cara la mia “critica” musicale italiana, hai cannato, cappellato, sbagliato, pestato un merdone.

Va bene confesso che – anche se mi bullo e faccio il brillante – ho comunque scoperto solo casualmente la band; ma detto questo è innegabile che basta un grammo di curiosità per rendersi conto di quanto i Robanera meritino e siano un gruppo peculiare, soprattutto in questo momento storico. Quindi il concetto resta il medesimo: informatevi, ascoltateli, parlate di loro. Cazzo.

“E da cosa deriva cotanto entusiasmo, di grazia?” vi starete domandando… è presto detto: provate a immaginare una versione più lo-fi, acida (e meno autoreferenziale) dei Black Flag dell’ultimo periodo miscelata a succo di Saint Vitus e Obsessed; marinate il tutto in una dama di vino rosso da 13 gradi almeno e via, il gioco è fatto: avrete questo cd con otto brani di ottimo sludge core/proto-doom pesante come un cingolato sovietico e nero come la ruggine più infetta, raschiata da carcasse metalliche improbabili.

Lo schema è minimale, ma di quelli rischiosi: riff a martello su tempi per lo più rallentati, con stop & go per creare la tensione e cantati disperati (con testi di poche parole: ho trovato eccezionale questa cosa… il testo del brano “Robanera” è composto solo e unicamente da tre vocaboli, per fare un esempio). Il margine per cadere nella banalità da tredicenni pseudometallari è altissimo, ma è proprio qui che emerge la stoffa di questi ragazzi, che vanno ad attingere in quel medesimo pozzo putrescente e pulsante da cui pescarono i loro numi ispiratori.

Se la sacra triade di cui sopra vi dice qualcosa, sapete cosa fare. Anzi, cosa dovete fare. Robanera.

Blues walked like a picciotto

Waines – Sto (Autoproduzione, 2011)

C’è modo e modo di suonare il blues. Personalmente è un genere che non mi cagai mai a sufficienza, fino a che un bel giorno non conobbi i Gun Club. Dopo Miami, nulla fu più come prima: andai allora alla ricerca del tempo perduto, recuperando le cose della Chess, John Lee Hooker, la Fat Possum, ecc…
Insomma, mi avvicinai alla musica del diavolo. Ma come tutte le cose belle della vita, da cui ricevi soddisfazione nel farne e nell’usufruirne, anche il blues va fatto come dio (ops!) comanda: per dire, pollice su per gli artisti citati prima, pollice giù per bluesman plasticosi e artefatti alla Clapton, King e compagnia suonante. Quel blues immobilista, formale (in una parola: finto) lo lascio volentieri ad altri.

I Waines il blues lo sanno suonare. Questo disco è una bomba, ve l’assicuro. Sono in tre, vengono da Palermo e Sto è il loro terzo album: undici pezzi dove il genere viene trattato in tutte le sue diramazioni e svariati accoppiamenti: hard, psych, proto-stoner, folk. Gli elementi che contraddistinguono e tengono saldamente unito l’intero lavoro, rendendolo un blocco di granito omogeneo, sono il groove e l’approccio “matematico”: il culo che si muove incessante, la testolina che fa costantemente su e giù, sono infatti assicurati da una costruzione certosina delle dinamiche, quasi come se i Don Caballero decidessero di diventare più catchy e melodicamente accessibili.

Il prodotto risulta essere al tempo stesso intrinsecamente moderno e tradizionale: ma quando dico moderno dimenticate le cose da fighetti tipo Black Keys, piuttosto pensate al trattamento che della materia fece la Blues Explosion a metà anni novanta in dischi come Acme ed Orange.
Impossibile citare dei brani piuttosto che altri, in un album che fa della compattezza la sua arma vincente: ma se proprio devo, opterei per i ZZ Top in acido dell’iniziale “Turn It On”, per la torbida coda psichedelica di “The Pot”, o ancora per l’attacco stradaiolo e vizioso della pur articolata “Keep It Fast”.

Il discorso è sempre lo stesso: ci sono gruppi in Italia che spaccano il culo a molti nomi ben più blasonati ma con molto meno talento provenienti dall’estero: gente come Waines, Majakovich, Lovely Savalas, Gurubanana, ecc. pagano l’unica sfortuna di essere italiani. A tutti loro auguro di essere l’ennesimo caso di fuga dei cervelli, per andare a cogliere le meritate glorie dove magari esiste un pubblico disposto ad ascoltarli.

E fate che sia un buon trip

The Oracles – Have A Nice Trip (Nexus, 2011)

Il rock’n’roll, quello fatto bene, quello che ti fa muovere il culo, va suonato con la giusta attitudine.
C’è poco da fare, è l’unica “legge” a cui asservirsi.

Gli Oracles sono giovani, ma già sanno come gira il mondo. Se le sono studiate bene, quelle quattro regolette per essere una band giusta al momento giusto; e, cosa più importante, dopo essersele studiate le hanno applicate alla perfezione nel loro esordio, Have A Nice Trip.
E sì, perché c’è tutta questa “nuova onda” di bands nostrane, che si rifanno ai canoni più classici del buon vecchio rock esterofilo spaccaossa: Last Killers, Barbacans, Giobia, Oracles. Non inventano nulla, ripropongono vecchie sonorità, ma lo fanno con spirito indomito, selvaggio e belligerante quanto basta. E a noi piace, oh sì.

Prendete gli Oracles: da qualche parte ho sentito parlare di rock psichedelico: no, non ci siamo. Qui di psichedelico non c’è quasi nulla, tranne forse la strumentale “Mushroom”, esercizio di stile a metà tra i Kyuss degli esordi e degli strascicati e strafatti Zep; il resto è un tiratissimo hard’n’roll, che a volte sconfina nel punk (“Checkpoint Charlie”) e a volte nel blues più groovy (“I Wanna Live In A Dream Machine”).
Quando i nostri rallentano la corsa, ne escono fuori delle ballad straordinarie, puro gusto seventies à la Stones declamate con la sfrontatezza e la spocchia dei migliori Oasis (“Prisoners”, “Hand In Hand”), da cantare a squarciagola con in  mano una pinta di rossa ghiacciata.

L’altra metà del lavoro si rifà alla lezione revival che fu propria di quelle cazzutissime band scandinave anni 90 tipo Hellacopters e Gluecifer (“Jukebox”, “Not My Time”), con chitarre lancinanti e infuocate, voce filtrata e bastarda.
In sostanza, un gran bell’esordio. Dritto, potente, colpisce dove deve colpire.

Lunga vita agli oracoli.

Demoni per tutti, avanti si regala

decembercdDecember Peals – People Have Demons (Chorus of One, 2010)

Un altro colpetto della nostrana Chorus of One, che dà fiducia a questo quintetto tedesco-di-germania pubblicando loro un intero cd. E diciamo che si tratta di fiducia piuttosto ben riposta (altro…)

Viziosi snocciolati Saclà

olive.jpgThe Vicious – Punk is Olive (autoprodotto, 2008)

Questa è tosta. Ammazza che gatta da pelare. Tocca andare un po’ in modalità free form, perché dopo una giornatina in dah offis a redigere e coordinare ed editare, la capacità di giudizio e di discernimento è più o meno agli stessi livelli che raggiungerebbe dopo tre pinte di doppio malto a un concerto di folk andino. Nulla e minata.

Questi genovesi sono stati un dilemma, per il sottoscritto, per almeno tre giorni. Ci ho rimuginato, li ho riascoltati, anche facendomi un po’ violenza – perché con tutto rispetto ho una pila di vinilozzi comprati un mese fa ancora da sentire e dentro ci sono bootleg degli Stones, un paio di cosette australiane e altre faccende di punk statunitense primi Settanta: so che mi capirete, The Vicious.
Ad ogni modo, ho attraversato tre fasi. Numero uno: “scratch, scratch… checcazz!?”. Numero due: “pretenziosi zappiani wannabe”. Numero tre: “ho capito, ho capito, presto un bicchiere di rosso per festeggiare, anzi quattro!”.

Non so se ho capito davvero, ma già mi basta aver trovato un inquadramento per incasellarli, almeno nel mio personalissimo sistema di classificazione mentale. Innanzitutto non cadete nel tranello di attaccarvi alla parolina “punk” che trovate nel titolo. Qui di punk non ce n’è. E va anche bene.
Qui c’è un curioso e straniante – a volte un po’ fastidioso – milkshake di swing, rock, lounge, pop, musical, hard e – massì – ficchiamoci un po’ di prog, giusto per l’orchestrazione e la tecnica. L’impressione finale è – per usare la ritrita metafora dello scontro in auto – di vedere aggrovigliati e fumanti, in un unico mucchio laocoontico, i tour bus di Brian Setzer Orchestra, Meat Loaf (periodo Rocky Horror Picture Show) e The Tubes (tour di White Punks on Dope). E in un angolino c’è pure l’Ape Car dei Righeira, finita nel fosso – capirete il motivo ascoltando il cd…

Tanta tecnica, molta voglia di divertire e divertirsi… e un filo di noia, devo dirlo. Se tutti i pezzi fossero come il terzo, però, io li manderei a Broadway per musicare il prossimo successo mondiale in fatto di rock opera.

Una cosa veramente pessima c’è, in verità. La dico?
OK: portatemi l’orecchio destro di chi ha assemblato l’interno della copertina, ma prima levategli tutti i font dal computer (potete lasciargli solo i Times e gli Arial). Una cosa terribile e inguardabile, non si capisce quasi nulla. E poi i titoli scritti a penna… che fanno così tanto anni Settanta/Ottanta, ma per dio… siamo nel 2009 e il computer lo usa persino mia mamma per stampare le cose (anche se per farle capire il concetto di salva con nome ho penato un anno e mezzo).

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