Street walking cheetahs under the Duomo

nerodoggsNero And The Doggs – Death Blues (White Zoo/VoloLibero/Rocket Man, 2013)

Da qualche anno a questa parte l’appuntamento con un nuovo album dei Doggs è immancabile e preciso. Ne sfornano regolarmente, costanti, testardi, bastardi e imperterriti – nonostante le classiche difficoltà che tutti conosciamo.

Questo nuovo Death Blues segna anche un cambiamento della ragione sociale della premiata ditta Doggs, che diventano Nero And The Doggs – impossibile non cogliere il parallelismo con la metamorfosi Stooges/Iggy And The Stooges avvenuta tra Fun House e Raw Power (altro…)

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Screaming Trees: the independent years

stC’erano una volta gli Screaming Trees, il grunge e Seattle… tre ingredienti che mediamente sono uniti in maniera automatica nei pensieri dell’ascoltatore tipo, ma che snocciolati così, senza un’analisi e una contestualizzazione più puntuale, portano a un unico risultato: un bel minestrone incasinato, in cui non si distinguono i sapori e si lanciano tutti gli avanzi del frigo per non buttarli. E invece, cari lettori, qui siamo di fronte a un vero piatto da gourmet, perché questi quattro giovanotti dello stato di Washington, proprio mentre molti dei loro coetanei che infestano le cantine e i garage dell’area di Seattle riscoprono gli Stooges, i Black Sabbath e gli Zeppelin, si rifanno a modo loro alla psichedelia e al garage rock californiano anni Sessanta. Una buona definizione dell’essenza del loro sound viene data da Sounds nel 1989, che li descrive portatori di un “eclettismo nato dal matrimonio tra la prima generazione della psichedelia di Syd Barrett e dei 13th Floor Elevators, l’hard rock primordiale di Jimi Hendrix e il verbo del rock americano anni Ottanta di Black Flag e Husker Du(altro…)

Ti cavo il terzo occhio

threeeyesleftThree Eyes Left – La Danse Macabre (Go Down, 2013)

Italianissimi e ormai con un bel numero di ore di volo sulle spalle, i Three Eyes Left arrivano con una nuova prova sulla lunga distanza – griffata Go Down.

Questo La Danse Macabre è un godurioso mattone di stoner, southern metal e hard psichedelico anni Settanta: dai Blue Cheer ai Down, passando per i mastri Black Sabbath e i Kyuss (ma anche un po’ gli Screaming Trees, per il lato più psych e alcune timbriche vocali) qui c’è tutto. E buttiamolo via… non saranno i re dell’originalità, né si inventano nulla, ma i Three Eyes Left dominano la materia e sono convincenti (altro…)

Rocking Trieste

kornalcieloPer un banale disguido (tipo: materiale spedito a un vecchio indirizzo di posta, una casa dove ormai non abito più) i due cd della Kornalcielo di questa recensione mi sono arrivati con un po’ di ritardo. Amen. L’importante è che ci siamo.

In mano, dunque, mi trovo un paio di dischi made in Trieste (King Bravado e Black Mamba Rockexplosion) – a testimonianza di una scena tutt’altro che dormiente. Anzi: il nord-est da un po’ si dimostra bello guizzante come non lo si ricordava da tempo (altro…)

Pordenone la punk

slangSlang For Drunk – I Love The tradition (autoproduzione, 2011)

Che schiaffone, questo cd. Sono una vera sorpresa dalle lande pordenonesi (l’artwork del cd è molto in tema e cita la stranota, ricercatissima, carissima e ristampata compilation The Great Complotto) questi Slang For Drunk, che ci sputacchiano addosso 13 pezzi di punk dalle influenza variegate – ma ottimamente gestite e reinterpretate.

Immaginate un mix di neogarage (Cynics? Ma sì, Cynics), spirito Killed By Death settantasettino e scartavetrante, un po’ di rock’n’roll glam protopounk’n’roll e – perché no – un tocco di hard rock sanguigno (altro…)

Riviera bloody Riviera

hajiHaji – Giant (autoprodotto, 2013)

Chi non muore si rivede, si diceva – un po’ cafonescamente. Beh, gli Haji per fortuna godono di buona salute ed è un piacere ospitarli nuovamente qui.

I tre di Ventimiglia, alla faccia del Festival appena chiuso e svoltosi a pochi chilometri da loro, infatti hanno sfornato un nuovo cd-ep autoprodotto con quattro brani che – se vogliamo – rappresentano un po’ l’antitesi estrema del festivàl della canzone itagggliana con Toto Cutugno, Fabio Fazio, la Littizzetto e la sfilata di bolliti anziani e meno anziani (sotto i 60 anni sono tutti giovani o esordienti lì, si sa) (altro…)

Doom doom boys

Ufomammut – Oro: Opus Primum (Neurot Recordings, 2012)

[di Denis Prinzio]

Doom, doom, doom. Un genere che mi affascina molto, ma che ascolto relativamente poco; sono sempre stato un grandissimo fan dei Black Sabbath periodo Ozzy, ma a parte quei 4-5 grandi nomi non è che mi ci sono mai messo molto. Ultimamente però ho scavato un pochino nell’underground italiano, con parecchie piacevoli sorprese (alcune recensite anche qui su Black Milk). Al solito, gli italiani se si mettono a fare le cose, daje e daje diventano bravini sul serio.

Ufommamut è da sempre considerata l’istituzione italiana in ambito heavy psych/stoner doom; giunti al sesto disco, questo è il loro esordio per la Neurot (per chi non lo sapesse, l’etichetta dei Neurosis) e la prima parte di un concept che si concluderà con l’edizione di un secondo album tra sei mesi circa.
Opera intrinsecamente ambiziosa che esprime l’intenzione di creare un unico movimento dove, al solito, la monoliticità dello space doom generato dal trio di Tortona implode nella reiterazione acida e psych dal retrogusto pinkfloydiano periodo Umma GummaOro: Opus Primum alterna fasi in cui le atmosfere oniriche creano un accumulo di tensione a momenti in cui essa esplode in riff pesanti e circolari che sono la sublimazione pura di un genere che altro non è se non psichedelia scura, pesante e negativissima.

Disco forse ancor più introspettivo – definizione questa, da prendere con le molle – del precedente Eve, e quindi di non facile assimilazione anche per gli estimatori del genere: atto coraggioso e profondamente artistico che non fa che confermare la serietà della band in questione.

Never trust a indie

Gradinata Nord – Never Trust a Indie (BaCio, 2011)

Che i Gradinata Nord siano miei amici non è un segreto. Ci conosciamo da quasi 20 anni Claudio (il batterista, nonché losco personaggio che stava dietro alla fanzine leggendaria Nessuno Schema) ed io, tanto per darvi l’idea della faccenda. Quindi chi vuol pensare male, lo faccia pure e morta lì.

Detto questo, è con grande piacere e una certa ilarità (visto che oltre a essere dei rocker di razza mi divertono anche molto) che mi sono trovato nella cassetta delle lettere la nuova uscita targata BaCio Records – con sede nelle Kayman, ovviamente: un cd che nella grafica e nel titolo cita un famoso bootleg dei Pistols. Attenzione, però, perché non si tratta del nuovo disco dei GN, ma di un lavoro dedicato ai veri fan. Never Trust a Indie, infatti, è da interpretare come un compendio all’album uscito nel 2010 e contiene un po’ di chicche del passato recente e remoto.
Si parte con i cinque brani dello split del 2002 con i Rebelde; poi c’è quasi tutto il concerto di ritorno della band dopo sette anni di pausa (del settembre 2010, che ha circolato in edizione limitatissima e con più pezzi in versione cd-r – e io ne sono orgoglioso possessore); a seguire sei pezzi di un live di aprile 2000, con ben quattro cover; infine un brano solo tratto dal primissimo concerto del gruppo, nel gennaio 2000.

E’ interessante ascoltare questo cd seguendo l’ordine suggerito dalla cronologia dei brani, piuttosto che quello della scaletta vera e propria; in questa maniera si coglie l’arco dei Gradinata Nord che, pur fedeli a un’estetica e a un’attitudine street-oi da sempre, mostrano diverse sfaccettature sonore a seconda delle epoche considerate. Abbiamo gli esordi all’insegna del più violento e Nabat-iano oi punk: nichilismo, stadio, rabbia working class, pezzi punk tirati con tendenza a tratti hardcore (non per nulla, dei sette brani più antichi, tre sono cover dei Nabat, uno degli Erode e uno degli Agnostic Front). Poi c’è l’evoluzione del 2002, quando il seme dello street punk inizia a germogliare e a scoprirsi ibridato con il rock e l’heavy: inni da ultras avvelenati, con potenti scariche di hard rock primordiale e qualche notevole citazione metallica (non ultima la cover di “Carry On” dei Manowar, ribattezzata “Carry Oi!”). E, per finire, ci sono i GN dell’ultimo periodo, quelli del “rock da stadio” in cui le influenze più svariate e – sulla carta, almeno – improbabili si amalgamano per dare vita a pezzi che come minimo ti restano in testa per una settimana già dopo il primo ascolto; qui dentro ci sono tanto gli Heartbreakers quanto i Motley Crue, gli AC/DC e i Cockney Rejects, i Motorhead e i Dead Boys, i Manowar e i Faces… del resto è noto, non si risparmiano certo colpi quando c’è da tirar fuori un inno. E i GN lo sanno bene.

Ultima considerazione: il live del 2010 ci mostra i Gradinata in gran spolvero, con un piglio incazzoso e tagliente che dal vivo non è per niente facile mantenere.

Se già li conoscevate, Never Trust a Indie è senza ombra di dubbio un acquisto obbligato per avere anche questo nuovo tassello della discografia dei rocker valtellinesi. Se siete neofiti, il consiglio è di abbinarlo al cd Valtellina Boyz, per avere solide basi di ascolto ed entrare nel magico mondo dello sleazy rock da stadio gridando i cori più giusti senza sbagliare nemmeno una parola.

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