Cow-punk e cow-boys under the cupolone

drifting minesDrifting Mines – Comeback (autoproduzione, 2013)

Ecco i capitolini Drifting Mines, capitanati dal malefico Adalberto Hell Rey, che ritornano con un cd autoprodotto zeppo del loro punkabilly, roots, garage.

E’ una band, questa, che non inventa nulla, ma conosce alla perfezione gli stilemi di un genere (vi nominerò qualche gruppo a caso, giusto per i meno versati nella materia: Blood On The Saddle, Gun Club, Knitters, X, Flesh Eaters…) che negli anni Ottanta fu la next big thing qualche ora, per poi scomparire nei meandri dei magazzini riservati alle cose per pochi nostalgici (altro…)

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Ho mandato un cv ai terroristi

terorristsR’n’R Terrorists – Bad Vibrations (Bubca, 2013)

Con questo cd-r dei valdarnesi (si dice così?) R’n’R Terrorists – che già conosciamo per bene: vedete qui e qui – la Bubca recupera addirittura un demo della band dell’annata 2009. esatto:dopo averci offerto i due cd/album della band, ora ci regala uno sguardo sugli albori di questa band davvero speciale nel suo integralismo in bassa fedeltà.

Questo demo su cd-r (puro Bubca style, ovviamente: copertina fotocopiata in b/n, scritta a mano… eccezionale: sembra di ricevere un cd da un amico che te lo ha fatto apposta) contiene 11 cover (altro…)

Falso d’autore

owenOwen Temple Quartet – Rot In The Sun (Casbah Records, 2013)

Quando le influenze ci sono, sono talmente palesi da essere smaccate, ma sono trattate con anima e venerazione, spesso escono fuori lavori come questo album dei francesi Owen Temple Quartet: gioielli di rara bellezza lavorati con maestria, anche se somiglianti in tutto e per tutto a opere dei guru del genere.

E cosa si fa? Si butta tutto? (altro…)

Spaghetti (western) all you can eat

Drifting MinesDrifting Mines – s/t (autoprodotto, 2012)

Country, garage, rock’n’roll, rockabilly, punk: i signori sono serviti. E il menù è all you can eat, grazie ai romani Drifting Mines, che arrivano da una decina d’anni di oscurità più o meno totale, fatta di gavetta e demo, giungendo al traguardo del primo cd autoprodotto (ma distribuito da Area Pirata).

In questi 10 brani (compresa una cover di “Chicken Walk” di Hasil Adkins) le influenze sono palesi e cristalline, ma da leccarsi i baffi: Cramps, Johnny Cash, Knitters, X nei loro momenti più country punk, Gun Club, Blasters, Bo Diddley, Elvis (altro…)

Sul ponte sventola bandiera nera: intervista a Keith Morris

[di Angelo Mora]

Per Keith Morris il punk rock è il presente, prima ancora che il passato. Sarebbe facile vivere di rendita sulle gesta di Black Flag e Circle Jerks, ma il rastaman californiano ha preferito rimettersi in discussione con gli Off!: il risultato finale è semplicemente incendiario.

La paternità del punk rock viene attribuita a diversi genitori, da una parte e dall’altra dell’Oceano Atlantico: dai The Kingsmen ai The Who, dai The Kinks agli MC5, dai The Sonics agli Small Faces fino ad arrivare ai New York Dolls e ai Ramones. In Italia se la attribuisce da solo Enrico Ruggeri, bontà sua (altro…)

Mamma dormo fuori e torno demente

Thee Dements – @Mamma dormo fuori (Bubca, 2012)

Forse, insieme ai Gun Club, i Thee Dements sono la band con più articoli dedicati su Black Milk. Ohibò, direte voi… e fate bene.
Certo, non sono la stessa cosa, in primis perché i Thee Dements non li potete comprare su Amazon o da Fnac, ma solo da quegli scappati da casa della Bubca; in secondo luogo perché l’anarchia sonica e la totale infedeltà sonora (il concetto di lo-fi come bassa fedeltà è riduttivo… qui siamo al tradimento e all’adulterio… possiamo coniare l’ad-fi?) che questi personaggi riescono a generare è ben oltre ciò che la band di Pierce ha mai saputo imbastire, nonostante la sublimità del suo punk-blues.

Comunque il punk-blues è senza dubbio una chiave di lettura utile di fronte all’entità Thee Dements: ce n’è molto, frullato con il punk rock più sguaiato e gracchiante, ma anche con intuizioni più vicine al rock tradizionale (continuo a sentire una citazione dei Cheap Trick in un brano di cui mi sfugge il titolo… chissà quanto è volontaria o casuale?).

In questa veste live e senza freni (non che nelle registrazioni “di studio” ne abbiano molti di più, intendiamoci) si aggiunge una dimensione che oscilla tra il demenziale/cabarettistico alla Skiantos (alcuni dialoghi col pubblico lo testimoniano ampiamente), l’art punk schizofrenico dei primi Pere Ubu e un blues/roots/punkabilly da saloon della zona del Chianti… insomma, roba ciucca e molesta per ciucchi molesti con collezioni di dischi da polluzione.

Inutile dire che o vi farà schifo o lo amerete, questo dischetto; nella miglior tradizione dei nostri amici dementi. Però se non lo amate, probabilmente avete qualche gene del ministro f-f-f-f-f-fornero in corpo. E allora forza col suicidio assistito, veloci.

PS: la tiratura di questo cd-r probabilmente è limitatissima come di consueto, quindi fatevi avanti.

Il fantasma di Jeffrey Lee Pierce tra Tenerife, Berlino e Parigi

Dallas Kincaid & Evilmrsod – Subterranean Power Strain (autoprodotto, 2011)

Non so come mi abbiano trovato, ma porca puttana la miseria, meno male che l’hanno fatto. Non mi farò altre domande, perché qui c’è davvero roba che scotta e ve ne devo parlare.

C’è questo Evilmrsod, che si chiama Pablo Rodríguez, è di Santa Cruz de Tenerife, ma ora vive a Berlino. Lui – dopo essere stato in una rock’n’roll band di Tenerife – si è dato al blues/folk/rock acustico con risultati apprezzabili e apprezzati. Un giorno Evilmrsod, su Internet, conosce il rocker francese Dallas Kincaid, influenzato da gente tipo Jon Spencer, Cramps, Dogs, Ramones, Stones, Nick Cave, Jeffrey Lee Pierce, Hank Williams the third, Johnny Cash e Iggy Pop. E da qui nasce una bizzarra collaborazione. Bizzarra sulla carta, perché il risultato – ossia questo Subterranean Power Strain – è una bomba. Da godere senza remissione.

Le influenze sono chiare e pescano nel calderone del rock’n’roll malato, del punk blueseggiante, del blues punkizzato, del rock gotico western, ma anche del folk rock più decadente e oscuro. Con qualche tocco più melodico a offrire brevi boccate d’ossigeno.
Gli addendi, come potete vedere e sentire, sono semplici e noti, ma il risultato è stupefacente: musica di quella che ti entra nelle ossa e ti fa ricordare, anche solo per qualche istante preziosissimo, cosa hai provato al primo ascolto dei Gun Club, tanto per dirne una. O dei Cramps.

Menzione speciale per la voce spettacolare, che in più di un momento evoca il fantasma di Jeffrey Lee Pierce, facendoci credere per qualche istante che sia ancora vivo e vegeto e stia incidendo ancora ottima musica.

Uno dei dischi dell’anno, per quanto mi concerne.

http://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Ftracks%2F25211158 SheryLynn by evilmrsod

http://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Ftracks%2F25201448 Pure by evilmrsod

Aggiungi un posto a tavola che c’è uno zombie in più

Magnolia Caboose Babyshit – Misocynic (autoprodotto, 2011)

Doh. Potrei iniziare con un complimenti per il nome, visto che è uno di quelli che non si vedono molto spesso (grabbato ai Mudhoney che con questo titolo coverizzarono un brano dei Blue Cheer). Ma sarebbe un po’ poco, francamente… e infatti – per fortuna – la faccenda è più interessante.

Dieci brani, poco meno di mezz’ora totale, per un cd autoprodotto di sano voodoo punk, rockabilly e horror punk garagioso (tipo primissimi Misfits, pre-Walk Among Us). Il primo brano lascia immediatamente il segno e setta il mood del disco: echeggia fortemente di Gun Club, ma con un cantato a tratti baritonale (molto) vagamente alla Danzig. Io quando sento odore di Gun Club drizzo orecchie, peli della schiena e tutto il resto. E infatti questi quattro Magnolia Caboose Babyshit from Recanati non deludono per nulla.

Certo, poi ci sono anche influenze più punkettone e rockettare in gioco, compresa una bella dose di rock australiano, ma il binario comune su cui la band si muove è – appunto – il punk intriso di atmosfere esoteriche stile rituale haitiano, tra guizzi blueseggianti stravolti, riverberi appiccicosi e tempi a tratti stomp. La voce, peculiare e sempre molto effettata, acuisce l’atmosfera da horror della Hammer, quasi fosse quella di un narratore intossicato e infido che ci vuol portare dentro alle sue storie, per non lasciarci mai più andare.

E si viaggia così fino alla traccia numero cinque (“Women I Know”), che riesce a dare una virata inaspettata al tutto: un brano neogarage psichedelico e molto folk rock (diciamo roba alla Peter Sellers & The Hollywood Party, per darvi un’idea). Sia ben chiaro, non è un male, anzi… il pezzo ha un riff evergreen che dopo il primo giro t’ha già agganciato all’amo e ti fa stare lì a ciondolare mentre la musica và.
Chiusa la parentesi più intimista si torna all’aria sulfurea e alle atmosfere torride già descritte, tanto per non sbagliare.

Bel disco davvero e bel gruppo, a testimonianza – ancora una volta – che il garage rock in Italia mai è morto o declinato. Forse s’è solo un po’ nascosto, ma è vivo e vegeto.
Unico appunto: forse dieci brani tutti d’un fiato verso la fine si accusano… ma è una problematica che tutti noi che ascoltiamo e suoniamo questa roba conosciamo bene. Fa parte del gioco.
E ricordate, come dicono i Magnolia Caboose Basbyshit, che “chi va a letto prima di mezzanotte è un mascalzone”.

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