Serendipity or what?

hakmeHakme – s/t promo (autoproduzione, 2014)

Gli Hakme sono un trio milanese nato nel 2011 e con questo cd-promo con cinque brani nel loro medagliere. Si definiscono “punk rock deviato che assorbe elementi di grunge, hard rock, rock classico”, nella bio: e in effetti a grandi linee questa è la sensazione, anche se il punk rock – almeno in questi cinque pezzi – è piuttosto velato come presenza, mentre la parte del leone la fanno il rock e un filo di attitudine “alt”, un po’ anni Novanta (altro…)

Alla corte di Ty

MCIIMikal Cronin – MCII (Merge Records, 2013)

[di Magda Cane]

Con il suo secondo full lenght, nonché album d’esordio su Merge, il compositore e polistrumentista Mikal Cronin, conosciuto anche per le sue collaborazioni con Ty Segall, preferisce prendere le distanze dal new garage e ci propone un disco rock-pop.

MCII contiene 10 canzoni ben arrangiate, dal suono solido e dalle vocalità pop ma accattivanti (altro…)

Into the Nineties

cover Purling HissPurling Hiss – Water On Mars (Drag City, 2013)

[di Manuel Graziani]

Mettere su Water On Mars dei Purling Hiss e sprofondare negli anni ’90 è un tutt’uno.
Il primo pezzo, “Lolita”, è un assalto grunge sabbatthiano che sfiora il plagio dei Nirvana epoca Bleach. Poi tocca all’ariosa deflagrazione alt-rock “Mercury Retrograde”, secondo mezzo plagio ma dei Lemonheads targati ‘92/’93, quando il signor Evan Dando faceva bagnare le mutandine di vecchie e bambine. E non c’è due senza tre ché in “Rat Race” sembra di sentire d’emblée i migliori Smashing Pumpkins (detto da uno che non ha mai sopportato troppo Billy Corgan) e subito dopo la chitarra di J Mascis che sostiene imperiosa l’obliqua melodia dei Pavement (altro…)

Thanx god, no dub

Dubby Dub – Sorry, No Dub (Ammonia, 2012)

Uhm… mica male. L’apertura con un pezzo come “Love Kills” che mescola garage rock, punk 77 e un  goccio di Britpop è decisamente un bel biglietto da visita per questi ferraresi che si chiamano Dubby Dub (di cui confesso di avere ignorato l’esistenza fino all’arrivo del cd). Poi a guardare meglio si nota che la band non ha basso (per me: fico!), ma bensì tre chitarre e procedendo nell’ascolto si inquadra meglio il genere: un punk, rock, alternative esuberante, che frulla tutto ciò di buono che i Novanta hanno più o meno elargito – dal noise rock al punk revival, passando per il grunge, l’indie, lo stoner e le deviazioni garagistiche di International Noise Conspiracy e Hives.

Intriganti a sprazzi, divertenti senza dubbio, da risentire più avanti per inquadrarli meglio.

Li aspettiamo con ulteriori prove: nel frattempo rock on…

Traffico di Codeina ad Arcore

Codeina – Quore (Vacation House, 2010)

Prima o poi la pianterò di sorprendermi quando, ciclicamente, mi capita di ascoltare una band pesantemente ispirata al tardo grunge. E’ sicuramente un problema mio, che ho mal vissuto quel periodo e reputo le sue sonorità ormai morte e irrilevanti (al contrario del periodo d’oro del grunge, quello pre-boom commerciale). Ad ogni modo, ripeto, problema mio: imparerò a storicizzare e contestualizzare, prima o poi.

Veniamo al sodo. I Codeina hanno inciso una decina di pezzi che fanno tornare il calendario più o meno al 1998-99, con un grunge rock cupo e melodico che – in virtù del cantato in italiano – mi riporta alla mente alcuni sprazzi dei primi Verdena (e poi, ovviamente, ci sono le nirvanate di rigore e qualche sfuriata alla Mudhoney). Decidete voi se è un bene o un male, insomma. La stoffa e il fervore filologico non mancano, ma il tutto diviene più interessante quando fa capolino l’anima stoner dei Codeina, che – per quanto mi concerne – potrebbero seriamente pensare di premere più l’acceleratore per battere questi assolati e desertici sentieri… magari mollando il cantato in italiano che (perdonate la franchezza) mi fa da sempre venire l’orticaria.

Insomma, i 10 anni abbondanti on the road del gruppo si sentono – per compattezza e chiarezza di idee – anche se onestamente trovo il genere piuttosto asfittico. Problema mio. Il succo è che se avete amato certe sonorità, di sicuro potreste trovare ottimi spunti in Quore; se i vostri anni Novanta sono stati altro, probabilmente questo cd vi lascerà piuttosto impassibili.

PS: massima solidarietà ai Codeina perché vivono ad Arcore… alzate il volume degli ampli e fate tremare il culo al nano malefico.

Niente basso, non si transige

Hazey Tapes – ep (autoprodotto, 2010)

E’ bizzarro come uno si renda conto dei propri cambiamenti solo quando sono avvenuti e – probabilmente – irreversibili. Così si trova lì con il punto interrogativo disegnato sulla capoccia, come un fumetto idiota, a pensare: “Ma come è che adesso è così, ma sei anni fa era l’opposto?”. Dico questo perché l’ascolto degli Hazey Tapes mi ha portato una di queste epifanie da hard discount e non potevo fare a meno di condividere il momento con voi…

Sono sicuro che cinque o sei anni orsono, pieno di incazzatura (long story), livore, arroganza e stravizi, avrei maltrattato questa band in maniera truce e insensata; probabilmente avrei scritto qualcosa tipo (cito da una recensione d’epoca): “Io purtroppo ho l’apocalittica visione di un consesso di universitari fuori sede, coi pantaloni militari, i magliocini di lana, le borse a tracolla e le spillette attaccate ovunque, che ascoltano il gruppo in piedi davanti al palco, muovendo la testolina o il bacino cercando di seguire il tempo. E qualcuno guarderà le tette delle due componenti senza prestare attenzione alla musica. Ecco, se lo prendiamo come University Student Oriented Rock, allora forse il tutto acquista un senso”. L’unica cosa che avrei cambiato è la locuzione “delle due componenti” che sarebbe divenuta “della cantante”.
Invece devo dire che, nonostante incazzatura, livore e stravizi non manchino anche ora (forse l’arroganza è – per fortuna – venuta meno), in questi Hazey Tapes ho trovato un piacevole ascolto serale; certo non sono esattamente ciò che più mi piace piazzare nel mio stereo, a livello di genere e sonorità, ma fanno un buon rock’n’roll grunge decostruito, con tocchi lievemente noise e indie. Insomma roba molto – ma proprio molto – anni Novanta, con il plus di una formazione con due chitarre senza basso (assetto che amo alla follia da sempre).

Sono ruvidi, ma molto ruffiani, complice anche la voce di Angelika che mi ricorda Kim Gordon shakerata con Nena, Pauline Murray e Yvonne Ducksworth; forse i brani sono leggermente troppo dilatati (eccetto il primo, gli altri quattro superano i quattro minuti, a volte abbondantemente), ma a compensare c’è una produzione pulita senza essere leccata e patinata… requisito indispensabile per far sì che proposte simili non divengano la parodia di se stesse, trasformandosi in materiale da GQ, MTV e acronimi vari per fighetteria assortita.

Date loro una chance, potrebbero essere una bella scoperta.

Mi gioco il Jolly

Jolly Jolly Doowhacker – s/t (Giuda l’onesto)

Pop shoegaze post-Blur – o qualcosa di simile – è la maniera in cui gli italiani (con membro “distaccato” in Australia) Jolly Jolly Doowhacker si autodefiniscono (altro…)

Apri la finestra, c’è un po’ di odore di revival

Fallingice – Measuit (Ukdivision/Alkemist Fanatix, 2010)

Dopo una manciata di bicchieri di Barbera di Govone e una mattinata di quelle spese in solitudine totale a frullare merda col minipimmer del cervello, piazzare questo cd dei Fallingice nel lettore è una strana madeleine proustiana. Tipo che – volente o nolente (soprattutto nolente) – ho avuto un flash e per qualche minuto mi è parso di avere ancora 25 anni e di rivivere quel periodo (che orribilmente adesso sembra quasi bello) del fallout grunge, ossia il picco appena seguente al boom dei Nirvana.
C’era Videomusic e spuntavano come funghi i video di band di squinternati che fino a poche settimane prima giravano hamburger da McDonald’s o friggevano pollo da Kentucky Fried Chicken, e all’improvviso si trovavano un contratto con la Warner in mano. E non erano – mediamente – neppure band atroci: solo tutte simili, fotocopiate. Ma per carità… milioni di volte meglio loro della pappa rigurgitata pop/dance che imperava poco prima.

Ecco, i Fallingice sono davvero una specie di manifesto postdatato di quell’epoca, con il loro indie grunge patinato, cattivo ma non truce, con la giusta melodia sempre a portata di mano. Bravi senza dubbio, piacevoli da ascoltare, maestri nel maneggiare le attrezzature del genere… peccato che è roba già detta, ridetta e stradetta. Da overdose assicurata.

Chissà: se arriverà il revival dei Novanta e delle loro sonorità grunge-derivate, loro saranno in prima fila di sicuro… e in bocca al lupo. Per il resto, parafrasando obliquamente i vecchiacci: it’s only rock’n’roll, but you may like it.

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