Screaming Trees: the independent years

stC’erano una volta gli Screaming Trees, il grunge e Seattle… tre ingredienti che mediamente sono uniti in maniera automatica nei pensieri dell’ascoltatore tipo, ma che snocciolati così, senza un’analisi e una contestualizzazione più puntuale, portano a un unico risultato: un bel minestrone incasinato, in cui non si distinguono i sapori e si lanciano tutti gli avanzi del frigo per non buttarli. E invece, cari lettori, qui siamo di fronte a un vero piatto da gourmet, perché questi quattro giovanotti dello stato di Washington, proprio mentre molti dei loro coetanei che infestano le cantine e i garage dell’area di Seattle riscoprono gli Stooges, i Black Sabbath e gli Zeppelin, si rifanno a modo loro alla psichedelia e al garage rock californiano anni Sessanta. Una buona definizione dell’essenza del loro sound viene data da Sounds nel 1989, che li descrive portatori di un “eclettismo nato dal matrimonio tra la prima generazione della psichedelia di Syd Barrett e dei 13th Floor Elevators, l’hard rock primordiale di Jimi Hendrix e il verbo del rock americano anni Ottanta di Black Flag e Husker Du(altro…)

Everything went Robanera

Robanera – s/t (autoprodotto, 2011)

E’ incredibile come girando in Rete io non abbia trovato praticamente nessuna traccia dei Robanera, eccetto la loro pagina Myspace. Non una recensione, un’intervista, una segnalazione… beh, cara la mia “critica” musicale italiana, hai cannato, cappellato, sbagliato, pestato un merdone.

Va bene confesso che – anche se mi bullo e faccio il brillante – ho comunque scoperto solo casualmente la band; ma detto questo è innegabile che basta un grammo di curiosità per rendersi conto di quanto i Robanera meritino e siano un gruppo peculiare, soprattutto in questo momento storico. Quindi il concetto resta il medesimo: informatevi, ascoltateli, parlate di loro. Cazzo.

“E da cosa deriva cotanto entusiasmo, di grazia?” vi starete domandando… è presto detto: provate a immaginare una versione più lo-fi, acida (e meno autoreferenziale) dei Black Flag dell’ultimo periodo miscelata a succo di Saint Vitus e Obsessed; marinate il tutto in una dama di vino rosso da 13 gradi almeno e via, il gioco è fatto: avrete questo cd con otto brani di ottimo sludge core/proto-doom pesante come un cingolato sovietico e nero come la ruggine più infetta, raschiata da carcasse metalliche improbabili.

Lo schema è minimale, ma di quelli rischiosi: riff a martello su tempi per lo più rallentati, con stop & go per creare la tensione e cantati disperati (con testi di poche parole: ho trovato eccezionale questa cosa… il testo del brano “Robanera” è composto solo e unicamente da tre vocaboli, per fare un esempio). Il margine per cadere nella banalità da tredicenni pseudometallari è altissimo, ma è proprio qui che emerge la stoffa di questi ragazzi, che vanno ad attingere in quel medesimo pozzo putrescente e pulsante da cui pescarono i loro numi ispiratori.

Se la sacra triade di cui sopra vi dice qualcosa, sapete cosa fare. Anzi, cosa dovete fare. Robanera.

Black Flag 1980 a.D.

6 settembre 1980. I Black Flag (Greg Ginn, Dez Cadena, Chuck Dukowski e Robo) suonano a Santa Cruz coi DOA. Ripper Fanzine è presente con tre “inviati” – Tim Tonooka, Violet Vamp, Earnest Endeavors e Phil Tiger – e li intervista.
Direttamente dalla macchina del tempo, una traduzione del pezzo: i Black Flag degli esordi o quasi, pre Rollins, duri puri e un po’ ingenui.

TIM: Come avete trovato il nuovo cantante?
GREG: Lo conosciamo da tanto. Era in un gruppo che si chiama Red Cross ed era un nostro grande amico. Però nei Red Cross suonava la chitarra, non cantava.
TIM: Cosa facevi di bello prima?
DEZ: Non molto. Ma sono appassionato di musica sin da bambino. Mio papà era un produttore per la Fantasy Records, che è un’etichetta jazz. Aveva anche un negozio di dischi tutto suo e io ero sempre là. Quindi sono abituato a sentire musica fin da quando ero piccolo. Ho iniziato con la chitarra a 12 anni; all’epoca saltavo la scuola per andare in biblioteca a leggere, perché la scuola non mi piaceva. A dire il vero non mi sono nemmeno diplomato, mi manca un annetto. Odiavo la scuola e odiavo stare con gli hippie che fumavano canne tutto il tempo, così non andavo a scuola e andavo a leggere, magari con qualcun altro se lo trovavo. Comunque ho iniziato a suonare in gruppi solo da due anni; ne ho già cambiati 10. Sono stato nei Red Cross per circa sei mesi –  i Red Cross riformati, però, non gli originali Suonavo la chitarra.
GREG: Sono forti.
EARNEST: Da quanto sei nei Black Flag?
DEZ: Circa due mesi e mezzo. Ma li seguivo, andavo a vederli già da due anni prima, dall’inizio del 1978  o giù di lì.
PHIL: Avevi mai cantato prima?
DEZ: No. Solitamente suono la chitarra.
GREG: Sì, Dez suona davvero bene, e vorremmo che in alcuni pezzi suonasse anche la chitarra oltre a cantare, così potremmo fare qualcosa in più. Abbiamo delle idee di canzoni che suonerebbero meglio con due chitarre. Ci abbiamo lavorato un po’, ma non abbiamo ancora iniziato a suonare così… ma lo faremo. Penso che andrà a pennello. Ci darà più spazio per lavorare, più libertà per fare cose che ho sempre voluto. Ho sempre voluto molto avere due chitarristi, ma quando abbiamo iniziato è stato già un’impresa trovare un batterista e un bassista che volessero suonare questa roba.
TIM: Era il 1976, vero?
GREG: Ho iniziato a voler mettere in piedi un gruppo nell’estate del ’76. Ma non ci riuscivo. Ho provato alcune persone per fargli suonare i miei pezzi ma…
DEZ: La gente delle nostre parti, comunque, è troppo fatta. E’ la spiaggia. Si siedono lì e fumano un casino di roba.
GREG: Sì. E ascoltano roba diversa da quella che volevo fare io. Soprattutto dove viviamo noi.
DEZ: Sì, gli piacciono gli Eagles, Jackson Browne e cose così.
GREG: O il progressive come i Genesis, roba del genere. Ero molto frustrato, perché finalmente avevo delle canzoni che volevo far uscire, ma non potevo perché non avevo una band. Dopo sei mesi ho incontrato Keith: ero molto sorpreso che gli piacesse molta della roba che ascoltavo io perché là a nessuno interessava, a nessuno piaceva. Per tanto tempo ho creduto che non sarei riuscito a mettere un gruppo assieme, mi accontentavo di scrivere i pezzi, era uno sfogo. Come quando andavo a scuola, che tornavo a casa e mi mettevo a suonare come un pazzo.
TIM: Le superiori?
GREG: No, università.
TIM: L’hai finita?
GREG: Sì.

La scuola e gli inizi

TIM: Cosa studiavi?
GREG: Economia. Ma ho studiato molte cose diverse. Mi piaceva, ma alla fine ne avevo abbastanza. Puoi fare ottime cose se riesci a trovare la chiave giusta nella faccenda, se lo fai in modo intelligente: puoi imparare tanto, cose che ti interessano. Ma penso che la maggior parte delle persone abbiano un atteggiamento errato verso la scuola e pensano che le cose che gli interessano debbano restarne fuori.
TIM: Sono più interessati al pezzo di carta che a imparare qualcosa.
GREG: Sì. Quello o avere un lavoro dopo. Io ho pensato che a scuola avrei potuto imparare quello che volevo e che mi interessava, invece di forzarmi per trovare poi un lavoro o qualcosa del genere. Però suonavo solo per divertirmi, per me, perché non avevo nessun desiderio di entrare in un gruppo e suonare materiale di altri. Volevo solo suonare quello che volevo io. Infatti non sono mai stato in altre band, questa è la mia prima. Dopo un po’ che tentavo di mettere in piedi il progetto ho trovato Keith, il nostro cantante originale; voleva suonare la batteria e gli ho detto: “Ma no, perché invece non canti?” – perché avevo idea che sarebbe stato grande e poi non aveva una batteria. Secondo me poteva essere un ottimo cantante e potevamo trovare un batterista altrove. Infatti un suo amico suonava la batteria e l’abbiamo chiamato, poi è arrivato il bassista e abbiamo iniziato a suonare le nostre cose. All’inizio facevamo schifo a tutti. Tutti. Ma ci piaceva quello che facevamo. Poi dopo un po’ la gente ha iniziato ad apprezzarci, perché il punk rock è diventato qualcosa a cui la scena musicale ha iniziato ad avvicinarsi, e nelle vite di molti le cose sono cambiate.
TIM: Da quanto avete cominciato?
GREG: E’ successo circa tre anni e mezzo fa. Quando Keith ed io abbiamo fondato il gruppo.
TIM: Non eravate considerati punk allora, vero?
GREG: Nel ’76, dove viviamo, suonavamo alle feste e nessuno sapeva cosa fosse il punk, quindi non c’era modo che dicessero “Questo è un gruppo punk”, perché non sapevano cosa il punk fosse. Per quanto li concerneva la nostra era roba veloce e dura. Però dopo poco i media hanno creato un’immagine molto netta del punk, nella testa delle persone. Prima di questo la gente era molto più aperta al punk, senza sapere cosa fosse.
CHUCK: Chiamavano punk la roba alla Ramones. I Ramones erano considerati punk rock. Ma non esisteva un atteggiamento netto e definito nei confronti del genere, così capitava di andare a suonare a una festa di capelloni surfisti e divertirti un casino. Perché nessuno aveva fatto delle scelte.
DEZ: Era una novità e piaceva.

PHIL: Soprattutto i media non erano arrivati a etichettarla.
CHUCK: Sì, esisteva un nome per questa roba, ma non un atteggiamento nei suoi confronti.
TIM: All’epoca nessuno aveva ancora deciso che ci fossero delle “regole” a cui chi ascoltava quel tipo di musica dovesse conformarsi.
GREG: Esatto. Poi questa roba si è diffusa rapidamente, anche grazie ai mass media, al punto che chiunque tu incontri per strada ha un’idea del punk che è molto differente da quella che avevo io quando ho iniziato ad ascoltarlo. Per quanto mi riguarda l’immagine che i media ne danno deve morire. Penso che i media abbiano fatto davvero molti danni.
CHUCK: Però l’hanno reso più noto. L’hanno fatto conoscere a gente che non ne avrebbe nemmeno mai sentito parlare, altrimenti, persone che si sono poi avvicinate al punk – che fossero giusti o sbagliati i motivi.

“Vorreste suonare? Certo. Andate pure affanculo”

TIM: Dopo quanto avete iniziato ad avere il seguito così forte di adesso?
GREG: E’ successo non più di un anno fa. Prima nessuno voleva farci suonare in giro, perché siamo fuori dal circolo della scena. Per due anni abbiamo solo fatto le prove.
CHUCK: Al massimo suonavamo a qualche festa privata e facevamo le prove nel nostro studio. Ci piaceva, ma nessuno ci vedeva mai. I primi veri concerti ce li siamo organizzati da soli: affittavamo una sala e organizzavamo.
GREG: Quando è uscito il nostro ep, abbiamo ricevuto buone recensioni e allora hanno iniziato ad arrivare i primi concerti, ma la scena di L.A. era molto chiusa; noi siamo un po’ fuori e non ci hanno mai accettato del tutto. Comunque ci siamo divertiti, abbiamo suonato per noi stessi.
PHIL: Quali erano le difficoltà?
CHUCK: A Hollywood, tutti  si sentono al centro della città e se tu non sei di Holywood pensano che non sei uno di loro, sei un contadinotto che viene da fuori, non sei un duro, non sei punk. Ci guardano i vestiti perché viviamo vicino alla spiaggia e ci dicono: “Quindi voi vorreste suonare? Certo. Andate pure affanculo”.
TIM: Vivete sempre a Redondo Beach?
CHUCK: Sì. Siamo di Hermosa Beach, ma in esilio.
GREG: Dobbiamo andarcene da lì ora. Ma non sappiamo ancora dove.
CHUCK: Se riturno a Hermosa c’è un appartamento pronto per me, proprio nella prigione.
TIM: Cos’è quella storia strana sullo “slam dancing” che c’era sul L.A. Times?
GREG: Nessuno che io conosca sapeva dello “slam dancing” o aveva mai sentito quella parola finché quell’articolo non è stato pubblicato. Da lì è stato ripreso da altri e si è diffuso, tanto che anche a Vancouver la gente ci chiedeva cos’è lo “slam dancing”, dicevano che ne avevano letto in giro. E noi non ne sapevamo niente.

Cambiamenti

GREG: La scena ora è molto cambiata, si sente l’influenza dei ragazzini ricchi…
DEZ: Molti dei vecchi hanno mollato, se ne stanno a casa.
CHUCK: Per vari motivi.
DEZ: Hanno lavori regolari, magari stanno per sposarsi.
CHUCK: E’ una cosa che mi stupisce molto. Ce ne sono un bel po’ che stanno per sposarsi. E’ strano vedere una cosa del genere. Quando ho finito la scuola poi ho perso i contatti con tutti i miei compagni, mi sono infilato in questa cosa del punk rock eppure vedo succedere cose molto ordinarie. La gente che molla tutto per quei motivi. Anche il nostro secondo cantante ha lasciato la band per sistemarsi con una ragazza.
TIM: Ron?
CHUCK: Ron è solo un nomignolo. Lui è Chavo Pederast.
GREG: E’ il suo vero nome.
TIM: E Keith perché ha mollato?
CHUCK: Perché non voleva cambiare. La nostra musica si stava evolvendo e a lui non piacevano molte delle nuove canzoni.
DEZ: Anche a Ron non piacevano i pezzi nuovi. Però se n’è andato per altri motivi.
CHUCK: Se vuoi un parere dall’interno te lo do io. Quando suoni dal vivo ti esponi. Quando sei all’inizio nessuno ti conosce nella scena, lo fai e basta, ci credi e dici fanculo, se gli piace bene se non gli piace amen. e fai di tutto comunque per dare una buona impressione. Dopo un po’ che sei in giro ti sei fatto parecchi amici, ti sei costruito uno status, la gente ti conosce e sa quello che fai. Per noi è un po’ diverso, perché ogni pezzo che scriviamo è leggermente diverso, ha un approccio suo. Non abbiamo scritto quattro “Nervous Breakdown”; nno abbiamo altre canzoni di quel tipo, solo una. Non facciamo le cose così, seguendo una formula. Quindi a un certo punto alcune persone non se la sentono più di rischiare che tutti pensino: “Che puttanata che hanno fatto!”.
GREG: Sì, di sicuro Keith voleva suonare, ci ha detto che avrebbe preferito più brani come “White Minority”, che però è vecchia di tre anni e mezzo. Ci piace il pezzo, lo suoniamo ancora, ma bisogna fare cose nuove.
CHUCK: E’ una reazione emotiva. La paura di fare cose nuove, la resistenza al nuovo. Ed è una situazione che si presenta sempre più crescendo.
TIM: E’ vero che il nuovo disco è il primo di una serie di 12″?
GREG: Abbiamo registrato il primo, il secondo sta arrivando. il nostro primo ep è stato inciso due anni e mezzo fa, abbiamo voglia di fare uscire qualcosa che sia più…
CHUCK: Che rappresenti quello che siamo ora.
TIM: Come diresti che siete cambiati?
CHUCK: Più veloci. Ho un nuovo ampli per il basso, meno rumoroso. Il nostro primo aveva un pannello davanti, ma non era fissato e mentre suonavo oscillava. gli altri della band dicevano che il mio suono di basso era come una marmitta che striscia sull’asfalto.

Nel ventre della bandiera nera

TIM: Black Flag rappresenta l’anarchia o l’insetticida omonimo?
CHUCK: L’anarchia.
GREG: Non è l’insetticida.
TIM: E quale è la vostra definizione di anarchia?
CHUCK: E’ l’impegno a cambiare, ma senza regole fisse. Perché il mondo in sé è anarchia. Una persona che si dedica all’anarchia vuole la distruzione dello status quo.
PHIL: Chi scrive il materiale? Tu?
GREG: La maggior parte. Ma anche gli altri scrivono qualcosa.
TIM: Di cosa parlano le tue canzoni?
GREG: sono molto importanti per me e personali, dicono quello che sento.
DEZ: Sono su cose di ogni giorno, che potrebbero accadere anche a te.
CHUCK: Parlano di emozioni, è un modo per esternarle.
TIM: cosa vi spinge a essere così intensi dal vivo?
GREG: Suoniamo ciò che sentiamo, non ci pensiamo su.
CHUCK: E’ l’unico modo.
DEZ: Altrimenti diventa noioso.
CHUCK: Altrimenti, cazzo, non lo farei. Sarei in giro a mordere la testa alla gente oppure tornerei a fare corse in moto e gare di sci d’acqua, roba così. Ci metto tutta la mia energia fisica. Lo fai portando il tuo corpo al limite, per poi sentire la sensazione di liberazione.
TIM: ci piacerebbe se anche il batterista dicesse qualcosa.
ROBO: Ciao.
GREG: E’ uno taciturno.

Case discografiche

GREG: Le case discografiche proprio…
CHUCK: Non c’entrano un cazzo con quello che facciamo noi. E nessuna di loro è minimamente interessata. Vogliono solo gruppi che sembrano gli Knack.
TIM: Perché voi non volete essere commerciali, non è il vostro scopo.
GREG: No. Vogliamo pubblicare la nostra musica, come diciamo noi.
CHUCK: Abbiamo cose da dire e da fare e le faremo.
TIM: Ma le etichette non apprezzano?
CHUCK: non c’entrano niente con questa roba, quindi si fottano.
GREG: Già. Nemmeno ci pensiamo alle case discografiche.
CHUCK: Dovranno mandare gente ben muscolosa se vorranno mai avere a che fare con noi.
TIM: E’ bello che esistano gruppi che non si piegano a ogni loro capriccio.
GREG: E’ pieno, a L.A., di gente che farebbe ogni cosa pur di firmare un contratto. Ma ci sono anche molte ottime band che agiscono fuori da quel territorio. Voglio dire, non ci interessa proprio, nemmeno ci pensiamo.
TIM: Ed è quello che piace ai vostri fan, il vostro approccio senza compromessi.
GREG: Beh, sì. Non potremmo fare altrimenti.
CHUCK: Se vuoi scendere a compromessi, allora forse è meglio se lo fai lavorando. Preferirei farlo sul lavoro e poi avere la possibilità di fare cose totalmente mie, come voglio io, nel tempo libero. altrimenti non sei nulla. Almeno così riesci a esprimerti almeno in una situazione.
GREG: non siamo snob, non ci va che la nostra musica resti nascosta, ma di sicuro non siamo disposti a cambiarla per nessuno, vogliamo che giri il più possibile, ma così come è. Così tentiamo di promuoverci da soli e come vogliamo noi. In questo modo abbiamo anche il controllo e nessuno può metterci bocca.

Do It Yourself

TIM: Quindi fate voi promozione, booking e cose del genere?
GREG: Al 100%.
PHIL: Anche la distribuzione?
GREG: La maggior parte. Passiamo anche attraverso qualche distributore, ma ovunque andiamo portiamo i nostri dischi nei negozi: ce li portiamo dietro. Però abbiamo anche qualche distributore che li fa arrivare in negozi in giro. Ovviamente non possiamo avere una distribuzione da major, che fa trovare i dischi in ogni singolo negozio, perché per le piccole etichette non esiste nulla di simile.
TIM: Cosa è esattamente la SST?
GREG: La nostra etichetta. Tipo Black Flag Records, ma faremo uscire anche il disco di un altro gruppo, si chiamano Minutemen, sono di San Pedro, California. Sono molto bravi.
TIM: Come avete conosciuto l’artista che vi cura le grafiche?
GREG: E’ mio fratello.
TIM: Siete in tour spessissimo…
GREG: Stiamo iniziando a farlo sì. Vogliamo suonare ovunque possiamo. se possiamo permetterci di arrivarci, lo facciamo.
CHUCK: E’ meglio che restare fermi a L.A.
GREG: andremo dappertutto. Ovunque ci vogliano.
DEZ: Ovunque riusciamo ad arrivare.
GREG: Vogliamo andare in un sacco di posti: al momento è il nostro obiettivo.
CHUCK: Suonare davanti alla gente più diversa.
PHIL: Siete tutti al 100% impegnati con il gruppo e la vostra musica?
CHUCK: E’ l’unico motivo per cui faccio ogni cosa che faccio.
GREG: Lavoriamo, ma lo facciamo per finanziare il gruppo.

Campare, studiare e altre piacevolezze

TIM: Cosa fate per campare?
CHUCK: Facevo tavoli da biliardo per una ditta che si occupava di questa roba, poi ho mollato e adesso sto finendo i soldi.
GREG: Sì aveva messo via del denaro e l’ha investito per le nostre registrazioni. Io costruisco componenti elettroniche.
TIM: Di che tipo?
GREG: Radio con antenna.
DEZ: Io facevo equipaggiamento da sub, ma ho dovuto mollare il lavoro per andare in tour.
TIM: E Robo?
ROBO: Lavoro in un magazzino.
TIM: Dimmi qualcosa di te.
ROBO: E’ il mio primo gruppo. Sono entrato da un paio d’anni e fino a ora è stato bello. Mi sono molto impegnato.
TIM: E prima cosa facevi?
ROBO: Lavoravo. Magazzini, fabbriche. Roba regolare. non mi interessava molto suonare. a scuola suonavo il tamburo nella banda, ma tanto tempo fa. Non ho avuto una batteria fino al 1976, quando me ne sono comprata una per la prima volta.
TIM: E poi dopo poco sei entrato nei Black Flag?
ROBO: Sì. Cercavano un batterista, perché il loro se n’era andato. Ho visto un volantino a Hollywood, ho chiamato ed era fatta. Abbiamo iniziato le prove. E’ andata bene fino a ora, spero che continui così.
TIM: Chuck, tu cosa facevi prima? Parlavi di corse…
CHUCK: Sì ho fatto quella roba. E ho studiato molto.
TIM: Università?
CHUCK: Sì, cazzo, sì. Quattro anni di college. Poi mi sono stufato e ho mollato tutto. Mi manca un anno per laurearmi alla University of California.
TIM: La sede di Los Angeles?
CHUCK: No. Quella di Santa Barbara, L.A. e Long Beach.
VIOLET: Studiavi musica?
CHUCK: No.
VIOLET: E cosa allora?
CHUCK: Psicobiologia.
VIOLET: Sembra interessante.
CHUCK: Si studia molta farmacia e si lavora con le droghe. Si fanno anche interventi al cervello. mettevo elettrodi nei cervelli dei topi, poi gli somministravo dosi di medicine e studiavo i loro comportamenti, poi cercavo di teorizzare. Ogni volta che mi veniva un’idea poi la testavo. Ma a un certo punto mi sono scontrato con un muro che la scuola ha tirato su: hanno iniziato a dirmi “No, non puoi farlo, no, non puoi pensare così, fai solo le cosine che ti diciamo, piantala di pensare”. Capisci? in pratica mi hanno detto: “Smetti di pensare e cerca solo di risolvere questi problemucci per noi”. Perché lì funziona che dicono “Ok, abbiamo fatto questo, questo e quest’altro, ma ci è rimasto un piccolissimo buco da riempire. Perché non lo fai tu per noi? Ci sono solo tre possibilità, trova tu per noi quella giusta, a, b o c;  noi siamo troppo pigri per farlo, pensaci tu”.
TIM: Sei mai stato in altri gruppi?
CHUCK: Sì.
VIOLET: Facevate cose simili a ora?
CHUCK: Abbastanza. I Black Flag erano un gruppo che provava vicino a noi e non aveva un bassista. Dopo un po’ di volte che li ho sentiti, mi trovavo a canticchiare le loro canzoni nella mente e ho pensato: “Sono grandi!”. Così ho iniziato a suonare con loro alle feste e robe così. Poi ho mollato gli altri perché hanno iniziato ad ascoltare Jimi Hendrix. Mi sono detto “Fanculo questa roba” e ho deciso di cambiare. E’ stata una cosa che mi ha portato molto più divertimento ed energia. sai, suono il basso perché mi piacciono le cose fisiche. Il livello mentale è per le parole e le idee, non per la musica. se vuoi dimostrare di essere intelligente non suoni musica: è qui che tutti questi coglioni che fanno progressive cadono. Vogliono far vedere che sono intelligenti. Ma se lo sei, in qualche maniera si vedrà, non devi diventare pretenzioso.
VIOLET: La scena di qui è diversa da Los Angeles?
CHUCK: La Bay Area è meno violenta, meno aggressiva. La gente è più intellettuale e vuole sempre far vedere quanto è sagace. Vogliono tutti far vedere che sono acuti. allora ascoltano gruppi che hanno lo stesso atteggiamento, tizi che suonano stramberie. E’ roba rilassata e tutto, ma si rischia di diventare snob. Può diventare: “Io la capisco e tu no”. Mentre se suoni cose molto dirette tutti capiscono, non c’è rischio. Devo anche dire che la Bay Area puzza tremendamente di hippie, risente ancora dei loro danni. Roba che risale agli anni Sessanta, perché qui è stato l’epicentro. I poliziotti sono fumati tutto il tempo. Mi hanno arrestato a San Francisco perché stavo facendo un graffito su un muro e il poliziotto mi ha chiesto scusa. Poi alla fine mi ha lasciato andare e mi ha solo detto di usare un altro colore. A Los Angeles mi avrebbero fatto una multa da 10.000 dollari.
TIM: Ho sentito che vi hanno denunciato per “inquinamento visuale”.
CHUCK: Non ne so niente. Non mi pare ci abbiano denunciato. Ma credo che la direzione scolastica di Orange County desidererebbe moltissimo farlo.
TIM: Perché?
CHUCK: Perché mettiamo volantini e scriviamo sui muri… roba così. Tanti nostri fan lo fanno per noi, o lo andiamo a fare direttamente noi, ci sono un casino di graffiti lì nelle scuole. una volta mi hanno anche telefonato.
GREG: (ride) Hanno detto che a causa nostra c’erano danni per 5.500 dollari in una scuola, e ancora di più in un’altra. Noi abbiamo risposto che ci dispiaceva e che avremmo potuto suonare un concerto benefit per loro.
CHUCK: Gli ho detto: “Suoneremo gratis, così raccoglierete i soldi. Altrimenti scordatevi di vedere del denaro da noi, è come cercare di cavare sangue spremendo una pietra, siamo totalmente al verde”.
GREG: Siamo indebitati.
TIM: Cosa pensate quando sentite “il punk è morto”?
GREG: La maggior parte di quelli che lo dicono…
CHUCK: …avrebbe voluto che il punk non fosse mai arrivato.
GREG: Comunque dipende da cosa intendono con punk. Se parlano del punk come immagine, o del punk come un gruppo di band o persone che fanno cose nuove e fanno la differenza.Ma quasi tutti quelli che dicono che il punk è morto sono solo dei disadattati che vogliono fumare canne e sentire lo ska, non hanno mai amato il punk.
CHUCK: Sì, evidentemente si sono stancati di averci a che fare.

Sul ponte sventola bandiera nera

Stevie Chick – Spray Paint The Walls (Omnibus, 2009, 404 pag.)

Questa non è propriamente una recensione, in quanto il libro lo sto ancora leggendo. Eppure mi permetto uno strappo alla regola, visto che merita. Quasi come la confettura Arrigoni delle pubblicità di quando ero bambino (quella che nessuno voleva assaggiare, perché si comprava “a scatola chiusa”), sono certo che consigliarvelo e parlarne anche ora non sarà un passo falso.

Innanzitutto c’è un aneddoto personale dietro a questa faccenda – e te pareva. La storia è che fino alla seconda settimana di dicembre c’era un progetto in ballo, in cui io e un amico che lavora nell’editoria ci eravamo buttati con entusiasmo da undicenni in gita scolastica. Si trattava di scrivere e pubblicare (c’era anche già l’editore interessato) una lunga e minuziosa storia-biografia dei Black Flag. Sapevamo dell’esistenza di questo volume statunitense, ma avevamo in mente di impostarla diversamente, in modo da avere un prodotto con caratteristiche che lo rendessero compatibile con l’altro e appetibile per chi già avesse comprato il volume di Chick. E soprattutto sarebbe stato in italiano, andando a colmare una lacuna: infatti ci sono persone che in inglese non hanno voglia o possibilità di leggere, quindi un libro nella nostra lingua aveva senso.

Poi il diavolo ci ha messo la coda e, proprio mentre si stava iniziando a scrivere, è arrivata la notizia: un editore su cui non andrò a esprimere giudizi (metteteci un po’ di inventiva – e no, non è uno dei soliti noti che si occupano di queste cose, di regola) ha comprato i diritti di Spray Paint The Walls e lo pubblicherà, tradotto, fra qualche mese. A quel punto ci abbiamo dovuto ripensare, la concorrenza sarebbe stata troppo pesante – anche se, come al solito, la traduzione sarà quai di sicuro l’equivalente di uno spruzzo di diarrea sugli occhi – e anche il nostro editore giustamente ha espresso perplessità sulla pubblicazione. Quindi via, il progetto è andato alle ortiche. Nix, kaputt. E non mi restava altro da fare che leggermi con attenzione uesto libro

Ma passiamo a Stevie Chick. Il suo volumone è notevolissimo, zeppo di interviste di prima mano e di materiale d’archivio preso da ogni fonte disponibile (dai video di Youtube alle fanzine d’epoca, e tutto ciò che c’è nel mezzo). Un lavoro certosino, piacevole da leggere e – paradossalmente – nemmeno troppo ossessivo: non mancano divagazioni e precisazioni di più ampio respiro, per cui non ci si trova persi in una pozza nera in cui l’unico elemento sono i Black Flag, ma si assaggia anche un bel po’ di ciò che c’era intorno. Detta in altra maniera, se siete disposti a perdonare qualche leggero allungamento del brodo – peraltro indispensabile per giungere a 400 pagine circa di lavoro – e se vi interessa respirare l’aria che tirava in quegli anni, non potete fare a meno di questo libro.

Senza dubbio la parte più pazzesca è quella iniziale (pre-Rollins, per intenderci), ossia quella meno documentata e più oscura. Solo per le prime 100, per intenderci, varrebbe la pena fare l’acquisto. Uomo avvisato…

[QUI potete leggere un estratto dal libro]

PS: la traduzione sarà sicuramente una merda. Compratevi il libro originale, per pietà.

Meat Puppets in Italia!

meat2.jpgPronti a segnare la data sull’agenda? Il giorno è il 17 luglio e il vostro impegno sarà in quel di Milano (al Rolling Stone), dove suoneranno i redivivi – anche se non si sono mai sciolti, in realtà – Meat Puppets (nati nell’anno Domini 1980, per volere dei fratellini terribili Curt e Cris Kirkwood, insieme a Derrick Bostrom).

L’eccentrico trio texano, con un passato da band della immensa SST e varie vicissitudini tanto a livello di organico, quanto di sound (dal punk ignorante degli esordi, al cowpunk, al rock stralunato…), sta ancora promuovendo l’ultimo album pubblicato: Rise Your Knees (2007).
Nonostante il disco sia una prova piuttosto annacquata e la forma dei tempi passati sia lontana, l’occasione è stuzzicante, anche solo per vedere il ritorno del bassista originale (Cris); un personaggino che negli ultimi 12 anni si è dilettato – tra le varie cose – con una vedovanza causa overdose della consorte, una simpatica dipendenza da eroina e varie sostanze, un periodo di galera e un colpo di pistola (ricevuto da una guardia giurata intervenuta per separarlo da una donna con cui stava litigando pesantemente).
Insomma: il fascino dei loser non è un’invenzione e il concerto non ce lo possiamo certo far scappare…

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