Guns n’ Roses – La Verità

gunsnrosesbig.jpgKen Paisli – Guns n’Roses. The Truth (La verità) (ed. Chinaski)

A me i Guns n’ Roses non mancano per niente. Un paio d’anni fa ho visto Axl e quelli che lo supportano e sopportano in questa incredibile commedia intitolata Chinese Democracy, ed è stato uno spettacolo quasi commovente. Lui proprio non ce la faceva, ma ha dato tutto quel poco che poteva – un grande esercizio di generosità nei confronti dei fan rimasti fedeli. Che dire di uno che non canta “Don’t Cry” e lascia che di questa canzone, un hit-single-tormentone-strappamutande, se ne occupi il solo chitarrista, costretto a un’imbarazzante esecuzione strumentale? Non dico niente, appunto.

Poi ho visto i Velvet Revolver, ossia due Guns n’ Roses e mezzo (Slash e Duff, il mezzo è il batterista Matt Sorum) che hanno piazzato al posto di Axl Rose un valido esponente dell’inutilità tossica: Scott Weiland degli Stone Temple Pilots, che sembrava – e forse lo è tutt’ora – un bravo poseur rock and roll e nulla più. Il pubblico è impazzito quando hanno suonato “It’s so Easy”, sempre al Gods of Metal, se non sbaglio l’anno successivo al concertone di Axl Rose e quelli che ora vanno in giro, di tanto in tanto, come Guns n’ Roses.

Terzo paragrafo, diverso dai precedenti. Nel corso degli anni ho incontrato sia Gilby Clarke (che entrò nei Guns’n’ Roses dopo la dipartita di Izzy Stradlin) che quel simpatico disgraziato di Steven Adler, il vero batterista della band. Allora, il primo è un bravissimo ragazzo, anzi: un signore, e suona come dio – o chi per lui – comanda. Il secondo invece è un poveraccio, travolto, più che dal successo, dagli eccessi: la mascella spostata è un trofeo portato a casa dopo un contest “sesso, droga e rock and roll” vinto meritatamente.
Gli Adler’s Appetite erano patetici almeno quanto i nuovi Guns n’ Roses, eppure entrambi mi hanno divertito e, sinceramente, commosso. I Velvet Revolver no. Quindi, siccome della storia dei Guns n’ Roses post-rincoglionimento totale so poco (e francamente poco mi interessa, ma così è), ho deciso di acquistare la versione aggiornata di The Truth – La Verità, biografia scritta da tal Ken Paisli e pubblicata dalla Chinaski Edizioni (costa 12 euro). Bene, la prima copia che ho comprato mancava di svariate pagine, problemi di stampa credo: una volta sostituita, l’ho letta e…

Perbacco, inizialmente pensavo si trattasse di una traduzione zoppicante di un tizio che viene presentato come l’erede di Hunter S. Thompson. E, invece, questo libro è una gigantesca presa per il culo, grande quasi come Chinese Democracy, il disco dei Guns n’ Roses che aspettiamo da quindici anni: Ken Paisli non esiste (è lo pseudonimo di chissà quale aspirante Lester Bangs nostrano) e la biografia è brutta. Ma non me la sono presa per questo. Mi sono un po’ incazzato perché – da vecchio fan – ho un’immagine punk dei Guns n’Roses… e di questi Guns n’ Roses (e di un certo spirito) in nelle pagine di Paisli non c’è niente. Cosa puoi aspettarti da un lavoro solista di Izzy Stradlin? Nulla, solo una serie di canzoni in stile Ronnie Wood/Johnny Thunders.

Vabbè, lasciamo perdere il punk, magari è più indicato l’aggettivo sleazy, che è quello che i Guns n’ Roses effettivamente erano, ma The Spaghetti Incident è un divertissement brillante e, seppur non ami fare il precisino di turno (scrivo cazzate su cazzate quotidianamente) “Ain’t It Fun” – compresa nel sopracitato album di cover – non è una canzone di Iggy Pop, bensì dei Dead Boys: il fatto che, all’inizio degli anni Novanta, i Guns n’ Roses mettessero in fila pezzi di New York Dolls (“Human Being”), Iggy and the Stooges (“Raw Power”), Misfits (“Attitude”) e Dead Boys mi riempie ancora di gioia, sì.

Comunque, a parte gli sbrigativi capitoli introduttivi (davvero troppo sbrigativi per una biografia), questo The Truth qualcosa mi ha insegnato. Per esempio, non avevo la più pallida idea di chi fosse l’attuale bassista dei Guns n’ Roses (e notare che scrivo il nome del gruppo sempre per esteso, odio le abbreviazioni tipo i Guns, o i Religion, o gli Iron): al posto di Duff McKagan (uno che ha suonato con Veins, Fartz e Fastbacks) c’è Tommy Stinson dei Replacements. Poi non sapevo che nella premiata ditta Guns n’ Roses fosse stato coinvolto anche – nella seconda metà degli anni Novanta, in veste di produttore – il prezzemolino Moby, ovviamente scappato a gambe levate.

La cosa più interessante accaduta negli ultimi anni nel mondo Guns n’ Roses è stata l’uscita del disco degli Against Me, Reinventing Axl Rose, un titolo geniale, quasi quanto l’idea degli Offspring di pubblicare un album intitolato Chinese Democracy. Per concludere, a me capita di alzarmi la mattina e chiedermi – sì, a volte non ho nulla di meglio a cui pensare – cosa fa Axl Rose appena sveglio? Come passa le sue giornate? Ecco, vorrei che una biografia dei Guns n’ Roses rispondesse anche a queste domande, magari inventando di sana pianta le risposte.

PS: Axl Rose se la passa veramente male.

Hippies, ultima fermata Spazio

hippies.jpgSalvatore Proietti – Hippies! Dall’India alla California la road map del ‘68 (Edizioni Cooper)

L’autobus dei figli dei fiori si è fermato ad Altamont, il viaggio è finito nel bel mezzo di un concerto dei Rolling Stones. Mick Jagger e amici stavano suonando “Under My Thumb” quando il diciottenne afro-americano Meredith Hunter, strafatto, decise di puntare una pistola verso il palco: il servizio di sicurezza, composto da motociclisti appartenenti alla banda degli Hell’s Angels, gli saltò immediatamente addosso, rifilandogli una coltellata micidiale. Era il sei dicembre del 1969; quattro mesi prima, dall’altra parte degli Stati Uniti, gli hippie avevano vissuto i tre giorni di pace e musica di Woodstock, con Jimi Hendrix, Creedence Clearwater Revival, Janis Joplin e decine di altre icone rock dell’epoca.

Il festival di Altamont, nato proprio come risposta della costa occidentale al più famoso raduno dello Stato di New York, è universalmente riconosciuto come il capolinea di una corsa che ha attraversato l’America degli anni Sessanta, dalla San Francisco della Summer of Love alla Grande Mela di Andy Warhol e i Velvet Underground. Salvatore Proietti, con il suo libro Hippies! Dall’India alla California la road map del ‘68, racconta questo trip, un viaggio fisico e mentale alla ricerca della felicità, della libertà, del sogno americano. Alle solite coordinate da seguire su una qualsiasi cartina – nord, sud, ovest, est – si sostituiscono musica, letteratura, cinema e, ovviamente, droga.

Nel 1964, lo scrittore beat Neal Cassady era al volante del Magic Bus, il pulmino a fiorellini utilizzato da Ken Kesey – l’autore di Qualcuno volò sul nido del cuculo – per far correre lungo le strade degli USA i suoi acid test: ogni tappa della gita era una festa o, meglio, un’esperienza mistica con tanto di riti di iniziazione all’LSD. Kesey, maestro nel mescolare polveri lisergiche e succo d’arancia, non solo portò con sé il già citato Cassady e una band come i Grateful Dead, ma trascinò sul torpedone dello sballo anche il buon Tom Wolfe che, da quel viaggio, tirò fuori il reportage L’acid test al rinfresko elettriko: il party itinerante si concluse due anni dopo, nella solita San Francisco, con il Trips Festival, altre 72 ore di droghe e acid rock.
Questi happening, che coinvolgevano anche i vecchi poeti della beat generation Allen Ginsberg e Lawrence Ferlinghetti, erano promossi e supportati da Kesey in coppia con Timothy Leary, padre della cultura psichedelica. Mentre gli amici lo chiamavano affettuosamente “il Dottore”, per il presidente Nixon era semplicemente “l’uomo più pericoloso d’America”. Tim, nei suoi scritti e discorsi, invitava tutti i ragazzi ad abbandonare gli studi, dire addio alle istituzioni e seguirlo: “Seguite me sulla strada difficile”. Bastava salire sul Magic Bus. “Leary” – spiega Proietti in Hippies! – “sosteneva la politica dell’estasi, l’idea che l’espansione della coscienza e l’esplorazione di sé che gli allucinogeni sono in grado di estendere oltre ogni limite possano trasformarsi in una vera e propria mutazione biologica più che antropologica”.

Di mutazioni biologiche e antropologiche provocate dall’uso e dall’abuso di sostanze stupefacenti sapeva tanto un altro scrittore, Hunter S. Thompson, che nel suo romanzo Paura e disgusto a Las Vegas – pubblicato a puntate nel 1971 sulla rivista Rolling Stone (anche questa, fondata nel 1967, è un prodotto della cultura hippie) – raccontava così l’incontro con un’impiegata al desk di un albergo: “La faccia della donna stava cambiando: si gonfiava, pulsava… orribili mascelle verdi e zanne sporgenti, la faccia di una murena!”. D’altronde, i due protagonisti del libro – un improbabile giornalista e il suo altrettanto improbabile avvocato – viaggiavano verso la mecca del gioco d’azzardo in compagnia di “due borsate d’erba, settantacinque palline di mescalina, cinque fogli di LSD super-potente, una saliera piena zeppa di cocaina, e un’intera galassia di pillole multicolori”. Occhio e croce, lo stesso carico dell’autobus di Keasy, Leary, Cassidy e tutti gli altri allegri burloni a seguito.
La velocità di crociera e la meta finale erano sempre le medesime, come specifica il sottotitolo del lavoro di Thompson: “Una selvaggia cavalcata nel cuore del sogno americano”. Identica pure la colonna sonora, “White Rabbit” dei Jefferson Airplane: “Una pillola ti rende più grosso/ E una ti rende più piccolo/ E quello che ti dà la mamma/ Non ti fanno proprio nulla/ Vallo a domandare ad Alice quando è alta dieci piedi/ E se vai a caccia di conigli/ E sai che finirai per cadere giù/ Dì loro che un bruco che fumava il narghilè/ T’ha lanciato il richiamo”.

Furono i Jefferson Airplane a farla da padroni al Trips Festival di San Francisco ed era proprio “White Rabbit” la canzone che l’avvocato di Paura e disgusto voleva ascoltare stordito nella vasca da bagno dell’hotel di Las Vegas. Proietti commenta così la citazione psichedelica del Paese delle meraviglie di Lewis Carrol: “La farsesca caccia al coniglio bianco è liberatoria ma pericolosa: anche l’insopprimibile ricerca della libertà e della felicità sembra sul punto di tramutarsi in caduta”. Infatti i figli dei fiori – che ballavano nudi, occupavano le università e marciavano contro la guerra in Vietnam – caddero ad Altamont, si scontrarono contro la chitarra di Keith Richards, il coltello di un Hell’s Angel e la pistola di un ragazzo di colore non ancora maggiorenne. Tutti uno più intossicato dell’altro.

Il Sessantotto stelle e strisce, inseguendo una quinta dimensione, un altro mondo, si spinse oltre i confini terrestri, sognando pianeti alieni: i Jefferson Airplane cambiarono nome trasformandosi in Jefferson Starship (l’aeroplano non serviva più a molto, avevano bisogno di un’astronave), Philip K. Dick con i suoi racconti di science fiction diede il là al cyberpunk e 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick – dice Proietti in Hippies! – “è un omaggio alla cultura psichedelica”. Tutto vero, talmente vero che la realtà supera la finzione.
Le ceneri di Tim Leary, defunto guru dell’LSD, e Hunter S. Thompson, compianto maestro del gonzo journalism, sono state sparate nello spazio. Altro che fantascienza, acidi e gite in pullman: questo sì che è un trip.
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Gonzo goes to Ozzy

solo_ozzy_300.jpgKen Paisli – Solo Ozzy (Chinasky, 2007)

Il vecchio Zio Lester (Bangs), con i suoi scritti irriverenti, anarchici e dissoluti ha rappresentato – in ambito di critica e giornalismo musicale – l’istigazione a delinquere per schiere di adolescenti brufolosi e repressi. Gente che evitando un certo suicidio (metaforico o tangibile) si è, invece, bruciata nella scrittura free form e senza rispetto per i vetusti mostri sacri del rock, perdendosi in polverose street ‘zine e riviste pornopunk di serie Z. Se è pur vero tutto questo, non è altresì vero che tutti possono scrivere di rock and roll.

Ken Paisli, autore di questo libricino su Ozzy-mangia-pipistrelli, è uno che si autocelebra sulle note di copertina definendosi testualmente “re del gonzo journalism”. Purtroppo scorrendo via via tutto il breviario compilato dal nostro surfista neozelandese con l’hobby del giornalismo sbilenco, al di là dell’ovvio e dei soliti tre aneddoti in croce del Madman (ha staccato la testa ad una colomba nel corso di una conferenza stampa, ha morso un pipistrello in pieno delirio live, ha pisciato su Fort Alamo sbronzo come al solito e incapace di intendere e volere), scopriamo che Solo Ozzy ci narra più di Paisli che di Osbourne.

Ma a noi che ce ne frega se il buon Paisli è ecologista o meno, se aspetta l’onda lunga, l’onda anomala o lo tsunami? Noi speravamo di leggere di musica, di Black Sabbath e del Madman solista… invece, sorpresa delle sorprese, l’uovo di pasqua di Ken è vuoto! Nessuna primizia per i fan del vecchio Mr. Crazy Train e anche le recensioni degli album sono liquidate in fretta e furia.

Lo stesso autore ammette di non essere un fan di Ozzy e aggiunge che a volte non sa proprio cosa dire di fronte ai lavori solisti del Folle di Birmingam. Unica determinazione che impera e ricorre in ogni fottuta recensione in questo libro, da Black Sabbath a Black Rain è: “lavoro onesto”.
Ma… che me ne frega dell’onestà di un disco? Qualcuno di voi compra i dischi per la loro etica? Vogliamo sapere la genesi di un album, l’odore che emana il vinile, le radiazioni che si sprigionano come ectoplasmi dalla copertina, miracoli inclusi!
No ragazzi, non ci siamo: che sia il vecchio Zio Lester a fregarci è un conto, ma che sia il signor Ken Paisli, “re del gonzo journalism”, è ben oltre la truffa. È un furto bello e buono.

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