Rocking with Lester

lestergLester Greenowski – It’s Nothing Serious, Just Life (Area Pirata, 2014)

Lester molti lo conosceranno per la sua precedente esperienza nei Lester and the Landslide Ladies, ma qui siamo di fronte a un vero e proprio disco solista. Occhio però: non di cantautorato tipo chitarra e voce… questo è un album di puro rock’n’roll punk glam molto British (altro…)

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Storie di onesti trogloditi

sniperdogsSniperdogs – Wank Tales! (Sailors Overdrive, 2014)

Un’altra uscita che porta il marchio Sailors Overdrive – la label associata ai King Mastino, per intenderci. E, visto che la mela non cade mai troppo lontano dall’albero, gli Sniperdogs non fanno certo pop punk o hardcore old school… insomma, siamo di fronte a un cd di punk-rock’n’roll-hard piuttosto in sintonia con il feeling della label e del gruppo madre da cui è nata (altro…)

Un bicchiere coi Derelitti

derelittiI Derelitti – Come se non ci fosse un domani (autoproduzione, 2013)

Torino Motor City, anno 2013. Quattro avanzi di pub marcio entrano in studio e incidono questo album (che esce in edizione ultralimitata, in vinile colorato, per dire) ispirandosi alle loro passioni più proibite: il rock’n’roll fetido, il protopunk più ignorante e buzzurro, il glam rock più puzzolente, l’hard rock più svergognato… risultato? Un cd divertentissimo davvero, di hard’n’roll punkizzato in italiano, sguaiato, terrone (perdonatemi il termine, ma credo ci siamo capiti), semplice ed esplosivo (altro…)

Repubblica reale del rock’n’roll?

Royal Republic – Save The Nation (Roadrunner, 2012)

Se dico Svezia cosa vi viene in mente? Esatto, tutta quell’ondata inarrestabile di rock’n’roll, glam punk, street rock e sound detroitiano che è iniziata a fine anni Novanta per continuare ancora oggi.
Bene… i Royal Republic sono svedesi e si sente; certo non sono esattamente della scuola Hellacopters, ma incarnano, frullano e rileggono tutta una serie di suggestioni tipiche – classiche, se vogliamo – del rock’n’roll inteso in senso lato, quello sanguigno e sudato che mette d’accordo un po’ tutti. Nel loro sound si rinvengono facilmente pesanti tracce di punk ’77, di glam rock primi anni Settanta, di garage rock imbottito di anfetamina, di street punk, di classic rock, ma anche di alternative rock anni Novanta. Il risultato, e non era scontato che ciò accadesse, è piacevole e divertente: il rischio di tirar fuori un guazzabuglio era elevato, ma questi 14 brani scivolano via con un buon ritmo, spesso fanno battere piedino e testolina, ma soprattutto (pur rimescolando ingredienti stranoti) hanno in più frangenti un certo nonsoché di fresco e sorprendente.

Li hanno definiti un incrocio tra Danko Jones e Hives… ed è facile capire perché. Ma partendo dall’assunto che tanto Jones, quanto gli Hives sono degli abili miscelatori di sonorità del passato, torniamo a quanto si diceva prima: il punk, il garage, il glam, il rock, lo street e l’alt rock. E buttiamolo via!

E bravi Royal Republic: non cambieranno la vita di nessuno, probabilmente, ma la renderanno migliore – magari anche solo per la durata di questi 14 pezzi – a più di qualcuno.
Suoneranno il prossimo 15 ottobre al Tunnel di Milano, per cui potreste anche vederli dal vivo e divertirvi senza timore di sbagliare. Anzi, potreste andarci gratis alla salute di Black Milk, Roadrunner e Livenation… leggete sotto al video e forza con le email!


***Contest: in palio due biglietti per il concerto dei Royal Republic del 15 ottobre a Milano***

Le prime due persone che scriveranno a blackmilkmag@gmail.com una mail con oggetto “Royal Republic a Milano” vinceranno un biglietto omaggio per il concerto della band che si terrà il 15 ottobre al Tunnel.

Sangue di Giuda

Giuda – Racey Roller (White Zoo, 2011)

La tentazione fortissima era di non recensire questo album. Nessuna ragione strana dietro alla scelta, semplicemente il fatto che tutti (e più di tutti) ne hanno parlato, straparlato, riparlato e sproloquiato esaltandolo senza se e senza ma. Insomma, nessuno avrebbe sentito la mancanza di una recensione qui sopra. Devo anche confessare una mia stupida idiosincrasia per i dischi di cui tutti parlano bene (è un problema, ci vorrebbe un po’ di terapia, ma si sa: meglio spendere i soldi in dischi che per lo psicologo), oltre che un ascolto troppo rapido e deconcentrato a un singolo precedente, che non mi aveva detto molto.

Invece tanto di cappello, con inchino e salamelecchi ai ragazzi dei Giuda. Se coi Taxi nel giro di poco tempo si erano guadagnati la reputazione di una delle migliori punk band in circolazione a livello internazionale, con i Giuda ottengono il medesimo risultato quasi istantaneamente, sulla scorta di un album senza pecche e perfetto. Certo, il genere è mutato, ma forse il bello è proprio questo: i Giuda recuperano le sonorità più sanguigne del glam rock britannico, del pub rock e del rock’n’roll che nei primi anni Settanta suonavano i sudditi di Sua Maestà la Regina. In pratica tutto ciò che agitava la terra d’Albione prima che arrivasse l’ondata punk – e che il punk ha spesso precorso.

Ci sono echi inequivocabili dei T-Rex più hard, degli Sweet, dei Cockney Rebel, dell’Elton John degli esordi (“Roll On” è la “Saturday Night’s Alright For Fighting” del 2011), dei Mott The Hoople e di tutto il filone meno mainstream del junk shop glam (termine – almeno secondo il Guardian – coniato da Tony Barber dei Buzzcocks e dall’ex Lush e Jesus and Mary Chain Phil King). E’ rock’n’roll melodico, orecchiabile, duro quanto basta (ai confini del punk), con un’irresistibile tendenza al ritornello killer da gridare tutti in coro col pugno alzato.
Musica che dal primo riff ti porta indietro nel tempo, al 1974 o giù di lì, in qualche pub di Bromley, dove skinhead, rocker, casinisti di strada, delinquenti e operai incazzati si scolano pinte a ripetizione, pronti a tutto o quasi per qualche ora di divertimento.

Bravi loro, scemo io. Consigliatissimo.

Bizzarra coincidenza: c’è un’altra band italiana che si chiama Giuda, formata da buona parte dei ragazzi del collettivo Agipunx. E’ un altro gruppo della madonna con un album del 2009 fuori (almeno che io sappia), che spacca tutto. Genere: metal, punk, crust, black. Evidentemente Giuda è un nome che si associa solo al meglio.

High on Bubblegum

Bubblegum Screw – Screwphoria! (Bloodsucker Records, 2011)

England rocks (era anche il nome di un negozio londinese carissimo specializzato in merchandising rock bellissimo, ma inavvicinabile – che è prevedibilmente fallito). Già su questo non si discute, soprattutto quando ci si trova davanti a gente come questi Bubblegum Screw. Un quintetto londinese di ragazzi che respirano lo spirito del rock’n’roll e lo metabolizzano, per poi schizzarlo fuori nella loro musica.

La band ha tre anime ben riconoscibili, che si mischiano e si fondono. La prima è quella vicina al punk e protopunk newyorkese di gente come New York Dolls, Ramones e Dead Boys. La seconda è fortemente intrisa dello spirito del Sunset Strip (anno Domini 1986 circa) con lo sleaze & street rock iconico che ha reso i Guns n’Roses veri e propri miti insuperati – almeno per un breve arco di tempo. E infine c’è una vena fortemente inglese, che non è tanto legata al punk rock come ci si potrebbe aspettare, quanto alla scena glam loser che partorì gente come Tyla e i suoi Dogs D’Amour. Ah e già che ci siamo, perché non citare anche Hanoi Rocks e Smack, per aggiungere un tocco di nord Europa che male non fa?
Shakerando tutto ciò e aggiungendo una bella produzione nitida ma non leccata, il risultato è in grado di far muovere chiappe e testolina anche al più scettico dei criticoni.

i riferimenti sono impeccabili, la rielaborazione fedele e filologica – niente invenzioni, niente esperimenti: solo rock’n’roll fottuto e infame, arrapato e anche un po’ tossico. La sopravvivenza di questa musica, ormai da tanti anni, dipende da gente così. Che la suona, ne perpetua la tradizione e lo fa senza un futuro certo o la sicurezza di sfondare. Anzi, chi sfonda di solito tradisce. Lunga vita ai perdenti e al rock’n’roll.

Faz Waltzing Matilda

Faz Waltz – Life On The Moon (RocketMan Records, 2011)

Parte il riff di “Love Limousine” e sembra di essere catapultati direttamente nell’Inghilterra dei medi Settanta, tra mascara colato, zeppe ai piedi provocanti terribili lordosi, promiscuità e alcool a fiumi.
L’atmosfera non varia nell’arco dei successivi undici episodi e vi assicuro che è un bel sentire. Colpiscono per la freschezza della proposta e soprattutto per il songwriting solido come il travertino di Faz La Rocca i nostri quattro eroi, riproponendo il glitter glam rock che nel periodo storico citato poc’anzi fece la fortuna di Marc Bolan e i suoi T Rex, di David Bowie aka Ziggy Stardust, degli Sweet e dei Mott The Hoople.

Inutile dirvi che con quella musica (ma anche con molte altre) ci sono cresciuto grazie ai vinili del fratellone maggiore, splendida introduzione alle sonorità ancora più sporche e viziose che seguirono immediatamente dopo: New York Dolls, Dictators e Dead Boys. Ma questa, come si dice, è un’altra storia.
Nel sound del disco ancora non c’è traccia del punk; quello dei Faz Waltz è un rock’n’roll che nei momenti più sporchi ricorda gli Stones erotomani di Sticky Fingers o il Bolan arrapato e fottutamente boogie di brani come “Get It On” (buttate un orecchio a un pezzo come “Nice Bomb”: se non vi fa scuotere il culo siete fatti di pietra), e in quelli più rilassati e pop certe cose del Bowie innamorato del pianoforte (periodo Hunky Dory).

L’album riesce proprio lì dove altre band che si sono cimentate in passato nel riproporre tale genere hanno fallito, ossia nel non risultare per nulla artefatti: i Faz Waltz il glam ce l’hanno sulla pelle, lo dimostra l’aria decadente della title track, avviluppata dietro un giro di chitarra da lecca lecca dolceamaro. Certo che quando si hanno delle coordinate stilistiche così pronunciate il rischio di plagio è sempre dietro l’angolo (si ascolti lo shuffle che sostiene “Teenage Monkey” o l’attacco di “I Long For Your Love”: la somiglianza col buon Bolan qui è quasi imbarazzante), ma i nostri possiedono quel quid di talento in più che dona personalità e una scorta di palle aggiuntiva – se mai ce ne fosse bisogno, non si sa mai.

Dopo l’esordio dei Giuda (altra fantastica bomba glam) i Faz Waltz si confermano su ottimi livelli, affermando chiaramente di esserci e di poter dire la loro. Queste sono due fantastiche rock’n’roll band da esportazione, speriamo che qualcuno se ne accorga.

Lester meets Kevin

Lester And The Landslide Ladies/Kevin K – Frantic Tales For The Fast Living (Tornado Ride, 2011)

Lester, con i suoi Landslide Ladies, ormai è quasi un’istituzione nel panorama rock’n’roll glam punk italico: nove anni di vita, per una band, non sono uno scherzo. Se poi la suddetta band macina 700 date e un tot di dischi, allora dimostra di avere passione e palle – attributi che sulla lunga distanza ti fanno lasciare indietro i vari ragazzetti modaioli e gli spompati.
Col tempo la loro miscela di glam e punk si è irrobustita e s’è fatta più viziosa: immaginate degli Hanoi Rocks un po’ più lo-fi, col pallino dei Dead Boys e del glam/street minore inglese. Se in Italia c’è ancora qualche barlume di rock’n’roll, insomma, è anche merito di gente come loro. E sicuramente loro sono tra i guerrieri che combattono per la causa, magari in una lotta impari e persa fin dall’inizio, ma con tutta la passione e la follia che ci vogliono.

Kevin K (un ragazzuolo che ha iniziato a suonare nella Grande Mela di metà anni Settanta: in pratica una leggenda minore tra le leggende minori, che merita un articolo a parte)… è un distillato di sound newyorkese che ti viene schizzato dritto in vena. Lo senti dal primo riff di chitarra, tagliente, punkettoso, scuro e abrasivo. E da lì tutto il resto è in discesa: la colonna sonora dei sopravvissuti, lo zibaldone del reduce cazzuto, la madeleine del rocker perdente d’essai. Un sound figlio bastardo di Heartbreakers, Dead Boys, New York Dolls e primi Dictators – musica per perdenti veri, che nemmeno sanno di esserlo (e se lo sanno, non ne fanno un selling point per arrivare a Rolling Stone, ma accettano la loro condizione e suonano come se non ci fosse un domani).
Numero uno.

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