Giocati il jolly e amen

Jolly Power – Like An Empty Bottle… Again (Street Symphonies Records, 2011)

Ebbene sì, lo ammetto: ho un passato da lipstick killer. Non che andassi in giro conciato come Vince Neil e soci, ma se c’era da schierarsi – in quelle infantili diatribe tra sotto tribù metallare – tra thrashers e glamsters, ero fermamente dalla parte di quest’ultimi. Comunque, a pensarci bene, i vari L.A. Guns e Faster Pussycat non erano altro che la versione un pochino più tamarra e metallizzata dei primigeni street rockers come New York Dolls, Dead Boys e – andando ancora più indietro – T. Rex e Slade.
A 16-17 anni non stai a fare molte distinzioni: per me era tutto rock’n’roll, più che naturale e logico, quindi, ascoltare sia gli uni che gli altri. Passata la sbornia (grazie anche al grunge, che fece strage di tutto l’hair metal anni Ottanta) mi dedicai ad altro, non rinnegando mai però la passione per quelle sonorità.

I Jolly Power me li ricordo bene; uscirono a metà degli anni Novanta con una tape di otto brani. Like An Empty Bottle…Again ce li ripropone con l’aggiunta di cinque bonus track registrate con il primo cantante Elia.
Niente a che fare con Poison, Warrant ed il lato più “soft” del genere: il loro sound è sporco, rabbioso e tossico, figlio degenere dei vari Hanoi Rocks e Dog’s D’Amour, con quel mood da perdenti avvertibile in un altro gruppo di sbandati dell’epoca, gli americani Sea Hags.

Così, “If Your Heart Is Closed” e “Downtownhanno quel tipico passo sleaze alla primi L.A. Guns, “No Room For You” è viziosa e cattiva come lo erano i Faster Pussycat, la title track è un blues acustico e ubriaco, “Sixteen” – la migliore del lotto – è street rock pestone con un piano honky tonk che sembra uscire direttamente da un disco di Michael Monroe & company.
Nei brani aggiunti per questa ristampa si avvertono chiaramente le influenze trash punk’n’roll alla maniera di Hellacopters e Backyard Babies, che modificheranno il suono della band nei dischi successivi.

Per gli amanti del genere, disco da avere. Per gli altri, ascolto comunque consigliato.

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I ragazzi dello Zoo di Roma (pt.2)

Nella prima parte di questo speciale dedicato al vecchio e nuovo punk romano di derivazione settantasettina avevo scritto che “a tenere alta, o meglio eretta, la bandiera sono arrivati i Silver Cocks e gli Steaknives, due nuove band cattive, dure, perverse e per niente accomodanti, come il vero punk dovrebbe sempre essere.” Poco dopo mi scusavo “per non aver scritto neanche una riga sugli album” dei due gruppi nati all’ombra del cupolone perché non li avevo ancora ascoltati.

Be’, grazie al buon cuore r’n’r di Sergio della White Zoo, sono riuscito finalmente a colmare questa lacuna. E per settimane i due infuocati 33 giri si sono alternati sul mio Dual in radica di noce, facendomi ri-innamorare del punk, quello vero, sempre più difficile da trovare se non riesumando vecchie band dei tempi che furono.
I nomi Silver Cocks e Steaknives non mi erano sconosciuti. Tutt’altro. Stavano lì, cristallizzati in un angolo della mia mente da quando, un par d’anni fa, avevo consumato i loro 7” usciti a poca distanza l’uno dall’altro sulla statunitense Zodiac Killer Records. Una sorta di fuga dei cervelli (marci) alla amatriciana. Giovani ricercatori dell’università del punk-rock accolti a braccia aperte negli atenei del nuovo mondo e neanche cacati di striscio nella nostra povera italietta. Fino a che, da Lecce, è partita la controffensiva italica lanciata da un pazzo buono (il già citato Sergio della White Zoo) che li ha voluti per il passo lungo sulla sua neonata etichetta discografica divenuta in breve la nuova, accogliente casa del punk romano.

Non mi dilungherò sulla critica dell’album omonimo dei Silver Cocks e su Devil Inside degli Steaknives. Mi limito a dire che entrambi vanno ben oltre le pur ottime premesse dei 7” americani Holiday In Auschwitz e …We Can’t Stand This World.
Gli Steaknives dimostrano di avere un gran tiro nella loro riuscita e finanche originale sintesi tra l’hardcore dei primi Black Flag e il punk svalvolato alla Killed by Death.
I Silver Cocks pestano più sull’acceleratore del punk ’77 da borgata affamata di stampo slavo, tirando fuori dal cilindro persino due pezzi in spagnolo (“Para La Gente”, “La Mejor Postura”) capaci di elettrizzare in pochi secondi i peli delle braccia.

Fino a oggi non sapevo granché della storia di queste due band e neanche m’interessava approfondire. Mi bastava e mi avanzava conoscere la loro musica fatta di corse a perdifiato e magnifici strappi nella dissestata autostrada del punk. Ma di fronte a cotanto spettacolo sonoro anche il più pigro dei pennivendoli r’n’r avrebbe alzato il culo per saperne di più. Eccovi quindi una breve intervista doppia a cui hanno risposto Enrico (il cantante) per gli Steaknives e Vito (il bassista) per i Silver Cocks.

Partiamo dalla prima, banale domanda: Come vi chiamate, quando siete nati, quanti anni avete e cosa fate quando non vomitate punk rock?
(STEAKNIVES) Noi siamo gli Steaknives: io sono Enrico, l’ugola d’oro della band, gli altri sono Michele, la mente e la chitarra, Antonio il motore/drummer e Damiano il boxer/bassista. Sono circa quattro anni che suoniamo insieme ed il nucleo originale del gruppo era composto dal sottoscritto, da Michele, Davide (basso) e Seba (drummer) tutti e quattro amici d’infanzia di Cagliari e tutti e quattro cresciuti a birra Ichnusa e punk rock! Questa è la formazione che ha registrato il primo EP Per la Zodiac Killer, ma che purtroppo non ha mai suonato dal vivo. Dopo il ritorno in patria sarda di Seba, infatti, è entrato in pianta stabile Antonio e sono iniziati i concerti in giro per l’Italia e due grandiose trasferte inglesi. Per la cronaca dopo la registrazione dell’LP Devil Inside c’è stato l’addio forzato di Davide e a questo punto è entrato per circa un anno al basso Vito, bassista degli amici Silver Cocks, ma che a causa dei troppi impegni ha lasciato il testimone a Damiano: riuscitissimo e graditissimo nuovo acquisto degli Steak. Oltre all’uscita dell’LP per la White Zoo abbiamo appena fatto uscire il videoclip di “Radical Shit” girato dai ragazzi della Revok Productions. Per quanto riguarda l’età siamo tutti sui 30 e siamo tutti terroncelli precari, cioè facciamo parte dell’“Italia peggiore” come dice quel sacchetto di merda di Brunetta.
(SILVER COCKS) I Silver Cocks nascono nel 2005 dallo smembramento chirurgico dei Bramborak. Il chitarrista Mario e il cantante Nani decidono di formare un gruppo contattandomi per suonare il basso, poi Walter che verrà presto sostituito da Mauro, l’attuale batterista. Nel 2008 abbiamo vomitato un 7″ per l’etichetta americana Zodiac Killer intitolato Holiday in Auschwitz, ma mentre la vacanza ad Auschwitz sembrava andare per il meglio una delle docce malfunzionò e Mario decise che era meglio lasciare la band, forse troppo pericolosa per i suoi gusti. Così è subentrato Solferino, l’attuale chitarrista e da qui ci siamo dedicati alla scrittura dei brani per l’album.

The Steaknives

Dove volete arrivare col punk rock?
(STEAKNIVES) Da nessuna parte! Non abbiamo aspirazioni… questa è la prima intervista che facciamo in quattro anni! Non ci ha mai cagato nessuno e tanto meno noi ci caghiamo qualcuno. Va benissimo così… quando ci chiedono di andare a suonare, si va volentierissimo e non siamo per nulla esosi e quando abbiamo qualche pezzo ci chiudiamo in studio e andiamo a registrare dagli amici di Ufo Hi Fi/Hit Bit. A quanto pare non sono così male le cose che registriamo visto che c è sempre qualche pazzo pronto a stamparci. A metà luglio torneremo in studio per registrare tre pezzi nuovi. La cosa più bella del suonare, anche se forse la più banale, è quella di conoscere nuovi amici e nuovi posti… e, ancora più banale ma molto punk, la birra gratis!
(SILVER COCKS) Vogliamo sicuramente tutti e quattro la stessa cosa: arrivare ai vertici di almeno due delle multinazionali di armi americane, come la “Locke” e la “Columbia”, al fine di produrre armi nuove e più efficienti… ad esempio bombe a forma di vibratori, fucili a forma di Les Paul e scudi antisommossa sostituiti da raid e crash.

So che siete amici… qual è il miglior pregio e il peggior difetto “musicale” dell’altro? Cosa rubereste all’altra band, fidanzate incluse?
(STEAKNIVES) Nani ha un pene enorme e questo è quello che ruberemmo volentieri tutti noi Steaknives ai cari Silver Cocks. Per quanto riguarda la musica non ruberemmo nulla o meglio è capitato che gli abbiamo rubato il bassista per un periodo! Facciamo un punk rock completamente opposto: loro più europei, noi più ameregani.
(SILVER COCKS) Beh che dire degli Steaknives, ci conosciamo bene, siamo amici e musicalmente ci piacciono molto anche se facciamo generi abbastanza diversi… comunque se dovessimo rubargli qualcosa andremmo dritti al guardaroba di Enrico!

Fatemi tre-nomi-tre delle vostre maggiori influenze punk rock’n’roll
(STEAKNIVES) Le influenze più evidenti sono Adolescents, i primissimi Black Flag, Angry Samoans, Bad Brains e tutto il punk californiano tra il ‘77 e l’81; poi ognuno di noi ha il proprio background di ascolti e di passioni musicali che spesso non c’entrano nulla con ciò che facciamo con gli Steak: Michele è un grande appassionato di blues del Delta, io sono malato di junkshop glam rock e lo colleziono a Kg (insieme al compare Lorenzo dei Taxi/Giuda), Antonio sta in fissa col punk rock anni ’90 e Damiano ci va giù duro col punk inglese.
(SILVER COCKS) P.F. Commando, Pekinška Patka, Kollaa Kestää.

Chi fra voi è più un animale da palco e chi più un animale sotto il palco?
(STEAKNIVES) Sul palco i Silver Cocks hanno Nani che è un animale raro quindi non si discute… forse noi siamo leggermente più quadrati musicalmente e puntiamo molto su questo, i Silver dalla loro fanno un grande spettacolo trascinati dalla bizzarria di Paolo Pasquariello (ovvero Nani). Sotto il palco la lotta è dura, entrambi siamo belle bestie da pub: solo che c’è chi nel pub passa più tempo al bagno e chi al bancone… ehehheheh, dipende a cosa ci si sfida in animalità, insomma!
(SILVER COCKS) Nani sopra, sotto, a destra e a sinistra.

Ho l’impressione che la scena punk settantasettina romana sia in realtà molto ristretta, eppure sempre vivacissima e “oltraggiosa”. Qual è, se c’è, il segreto?
(STEAKNIVES) Non la definirei una “scena”, questo termine lo lasciamo ai giornalisti o a chi comunque ci vede dall’esterno. Per quanto ci riguarda siamo un manipolo di amici che si ritrova al KO Club (gestito da Lorenzo dei Giuda/Taxi e altri amici) sito nel quartiere popolare di San Lorenzo, uniti da varie passioni che possono essere la musica, il cinema, certa controcultura, l’antifascismo, la buona birra e la buona cucina. Molti di noi suonano in vari gruppi: Giuda, Silver Cocks, Blackmondays e molti altri. Ci sono tante personalità e personaggi che danno vita a tutto ciò e c’è un interscambio a volte anche di persone tra i gruppi stessi. Michele ora suona la chitarra solista nei Giuda e Vito dei Silver Cocks, come ti dicevo prima, un periodo ha suonato con noi; inoltre citerei anche i geniali ragazzi dei Diecibuchi (gruppo punk rock di qualche anno fa) che si occupano tra le altre cose di grafica (le copertine nostre e dei Silver Cocks) sotto il nome di Daltonic Visions. Sì! direi che siamo un affiatato gruppo di amici con dei picchi di creatività.
(SILVER COCKS) Parlare di “scena” a Roma significa perlopiù parlare di un gruppo di amici, siamo da anni più o meno le stesse persone che bazzicano gli stessi posti quindi vuoi o non vuoi ci si conosce tutti, ed è un bene in una città dispersiva come Roma. Il problema è che sembra non esserci un ricambio generazionale, in quanto i pochi gruppi più giovani fanno cose abbastanza distanti dal punk come lo intendiamo noi.

Fate il “vostro” podio olimpico tra Bingo, Transex e Taxi, please.
(STEAKNIVES) 1) Taxi 2) Taxi 3) Taxi.
(SILVER COCKS) No comment, non ci piacciono le classifiche e poi sono tutti amici.

Chiudiamo con una frase, una sola, per descrivere Pierpaolo De Iulis.
(STEAKNIVES) Sono stato sei anni coinquilino del caro De Iulis e lo conosco parecchio bene… qualsiasi frase descrittiva della persona Pierpaolo potrebbe farla finire al gabbio: non è il caso!
(SILVER COCKS) Poliedrico, imprevedibile, insostituibile compagno stalinista.

I ragazzi dello Zoo di Roma

Negli ultimi 10 anni la capitale italiana del punk settantasettino è stata la stessa città che dal 1871 è la capitale della nostra sempre più bistrattata Repubblica. Non ci sono cazzi, amici. Dai Bingo in poi i gruppi romani, in Italia, sono stati nettamente i migliori nel dare forma e sostanza ai tre accordi più brutti e marci della musica. Invero lo scioglimento di Taxi e Transex stava facendo vacillare questa certezza, ma nel frattempo hanno iniziato a farsi strada a sportellate i grandi Idol Lips che sono sì di Ceccano (FR) ma “romani” in tutto e per tutto. A tenere alta, o meglio eretta, la bandiera sono arrivati poi Silver Cocks e The Steaknives, due nuove band cattive, dure, perverse e per niente accomodanti, come il vero punk dovrebbe sempre essere.

Per farla breve, tutta ‘sta gentaglia – vecchia e nuova – della città eterna è stata “raccolta” oggi da un’etichetta discografica di Lecce chiamata White Zoo che ha messo una mano sul cuore e l’altra nel portafogli e ha buttato fuori un vinile più bello dell’altro. Per sapere qualcosa in più di questa connection Roma-Lecce, ho scambiato quattro chiacchiere con i protagonisti, a partire da Sergio: il boss dell’etichetta.

Perché White Zoo, come e dove siete nati, chi siete e, soprattutto, cosa volete da noi?
White Zoo ronzava come marchio nella mia testa già da un po’ di tempo. Avevo fatto questo sogno dove mi ritrovavo catapultato in una sequenza di Cristiana F. – Noi i ragazzi dello zoo di Berlino, quella in cui David Bowie canta “Station To Station”. Sono cresciuto nel quartiere “ferrovia” di Lecce, una zona battuta dai transex (non a caso), teppistelli e da svariati drogati. Insomma, il Duca Bianco, la droga, lo zoo, la stazione, i travoni. Tutto torna, diciamo. Però nel sogno mi rompevo le palle e ricordo distintamente che desideravo un po’ di punk al posto di Bowie, andavo in cerca di emozioni forti evidentemente. Per carità, non fraintendermi, adoro zio David. Comunque sia, White Zoo mi sembrava un bel nome per una label di questo tipo. L’etichetta di fatto nasce a Lecce. Siamo attivi ufficialmente da un paio di mesi e fischia. Siamo in tre per adesso: io, Sergio “piggy” Chiari, il megadirettore galattico in pratica; Cristina Diez, che è la responsabile grafica, ha creato il logo, il sito e ha realizzato la copertina del 7″ dei Transex, una talentuosa creativa. Poi c’è Stefano Materazzi, altro eccellente grafico, che si occupa della parte tecnica e che ha prodotto anche svariati siti fetish dei quali la rete è tempestata (enjoy!). Alla famiglia stanno per aggiungersi due altre eccellenti ragazze, ma non posso dire troppo per adesso. Una sarà la nostra donna all’estero e poi vi è un’altra fantastica mujer, che è introdotta negli ambienti punk che contano, e che dovrebbe occuparsi del booking visto che le nostre band sono decisamente ingestibili, pessimi soggetti, non gliene sbatte davvero niente, non vendiamo fumo. Cosa vogliamo da voi? Vogliamo solo farvi divertire con noi e abbrutirvi!

Tra vecchie (Transex, Taxi/Giuda) e nuove leve (Silver Cocks, The Steaknives) vi siete concentrati sul punk di derivazione settantasettina della capitale…
Beh, quel tipo di suono per quanto mi riguarda risponde a ciò che io intendo per punk rock, la contraddizione insita in quello che concepisco come PUNK: non solo il rock, ma anche la provocazione, la fascinazione estetica, l’aggressività e l’ambiguità, tutto questo era un valore per chi faceva punk rock nel ’77 come nel ’73. Ma questa mia riflessione non ha niente a che fare col purismo, semplicemente nasce da una mia convinzione “filosofica”, e cioè che l’essere umano è contraddittorio, il punk è intrigante come la nostra natura, che è complessa. Questo lo differenzia dall’hc e da altri generi musicali che ancora oggi sono anche più frequentati musicalmente. Il PUNK non ti fornisce un’identità precisa, ma ti sveglia, ti fa porre delle domande. Questo tipo di suono ha conservato la propria cattiveria e il proprio fascino e continua ad esercitarlo su persone dalle più differenti estrazioni musicali. Ti faccio un esempio concreto: non posso non citare i miei amici Natilbox e Dj Kosmik, dj techno e house che apprezzano queste band e vanno a vedersele in concerto magari, e comprano i loro dischi, perché in esse riconoscono quelle qualità di cui ti parlavo, l’elettricità e l’eccitazione, la violenza e la freschezza, la stessa che loro cercano frequentando magari altri generi musicali. La ritrovano in questi dischi perché queste band non sono “finte”, non sono una caricatura dei tic del punk da cartolina. Non si inculerebbero mai i Casualties, ma gli piacciono i Silver Cocks. È chiaro! Sono trasversali!
Basta citare Transex e Taxi (ora Giuda) e sai perfettamente di cosa parlo. Nei primi anni zero convinto di queste loro qualità ho preso un puzzolente treno da Lecce, ho macinato km e sono andato a vedermeli al primo “Road To Ruins” in quel di Roma, come un novello Pasolini, splendida e misera città che non smette di incantarmi. Da allora queste persone fanno parte della mia vita e ne sto dando pienamente dimostrazione. Fatti, non parole. È stato dunque un processo molto naturale coinvolgere poi Steaknives e Silver Cocks. Questo per adesso: non produrremo solamente punk in stile ’77 (e i Giuda non lo sono infatti), la nostra natura è troppo eccentrica, hahah! La qualità sonora poi delle creazioni musicali di queste band è di serie A, non esattamente ’77. Chiedere conto al geniale Danilo Silvestri, produttore musicale del miglior disco rock del 2007, vale a dire Yu Tolk Tu Mach dei Taxi.

L’unica gita fuori porta, per ora, l’avete fatta in Ciociaria dando alle stampe la versione in vinile del nuovo album degli Idol Lips.
È molto semplice, ci hanno contattati e ci hanno detto “manchiamo noi all’appello!”, ed era vero chiaramente. Ci hanno spedito il master, è la loro migliore uscita ed ha anche il nostro logo. Che dire? colpito e affondato!

Mi pare che il “vostro dio”, come del resto il mio, sia il vinile: cercate di spiegare meglio agli infedeli cosa si perdono ascoltando musica nell’orrido formato cd o ancora peggio nel formato…
Ahi ahi caro Manuel, non vorrei deluderti, ma non sono un purista del vinile. Quando il denaro me lo consente compro ambedue i formati, cd e vinile. Gli infedeli dovrebbero comprare il vinile? Certo! Io non potrei mai privarmi del suono caldo e gracchiante del vinile, che esalta i bassi ed è solido, ha un corpo tutto suo, estremamente pieno e sensuale, solletica il basso ventre. Ma tutti quanti, punk rockers, jazz listeners, techno minds e via elencando esaltano le qualità del vinile a scapito del cd. Sinceramente non potrei privarmi neanche della chiarezza del suono digitale: col cd mi metto a equalizzare all’infinito per raggiungere quella brillantezza della quale parlava Carmelo Bene a proposito della maniera in cui avrebbero dovute essere ascoltate le poesie di Dino Campana dalla sua viva (e morta) voce. Cazzo ho detto?! E poi me lo sparo in macchina! Comunque non me ne vogliate per questo… del resto stiamo producendo il cd del prossimo, imminente disco dei Giuda e anche quello del disco degli Steaknives: i ragazzini che non hanno un piatto a casa lo reclamano ai concerti! Possiamo noi non accontentarli?

Il primo vinile griffato White Zoo che s’è fatto un giro sul mio piatto è stato il 7” EP dei Transex, Heart of the State. Quattro pezzoni che sono l’equivalente di una martellata sulle gengive tirata non al massimo della forza, ma che fa lo stesso un male cane e, soprattutto, produce danni irreparabili. Un dischetto assolutamente inaspettato visto che dei Transex si erano perse le tracce già da qualche anno. L’unico a far luce sulla sua “vera storia” non può che essere il Líder máximo Pierpaolo De Iulis.

Sapevo che eravate morti per asfissia come Brenda, eppure mi ritrovo tra le mani questo vostro nuovo 7″ rosa shocking…
Quello che ti ritrovi fra le mani è l’ultimo rantolo dei Transex. Un disco che raccoglie gli ultimi momenti di vita della band, scioltasi ufficialmente il giorno della morte della nostra amica Brenda, il 20 novembre 2009. Avevamo passato la nottata insieme a lei e Pietro. La mattina dopo è stato uno shock apprendere la notizia. Chi ha ucciso la nostra amica? Secondo noi Gianguarino Cafasso (il pappone delle trans nonché pusher deceduto per overdose lo scorso settembre, ndPier) non c’entra nulla. Hanno voluto affossare la responsabilità su questo uomo per poi ucciderlo, chiudendo così il caso. La risposta sta nell’hardisk del portatile di Brenda, maldestramente sabotato dopo la morte. Il computer custodiva infatti immagini che ritraevano la nostra amica, con personaggi noti e importanti, in situazioni compromettenti. Sergio della White Zoo Records, il nostro produttore, era come un fratello per Brenda e ha pensato bene di avventurarsi nel mondo della produzione discografica investendo i suoi capitali sulla band simbolo di “certe” notti capitoline: i Transex. Il suo è un atto d’amore verso l’universo trans, che troppo spesso è oggetto di violenza e discriminazione.

Vedo che dietro i tamburi c’è il mio concittadino Larry quindi, seppur datate, suppongo si tratti delle ultimissime registrazioni dei Transex.
La svolta mistica di Alessandro, convertitosi alle dottrine di Bhagwan Sri Govinda e trasferitosi a Trevignano Romano, aveva lasciato un vuoto difficilmente colmabile da altri. L’arruolamento del giovane Larry è avvenuto per volontà del sottoscritto, che ha sempre riposto grande fiducia verso la realtà musicale teramana. Un piccolo universo “underground” di grande vitalità e tensione creativa.

Dalla cover di “Fascist Dictator” dei Cortinas si passa a “Red Brigades”… amico, il tempo scorre ma tu rimani il solito vecchio punk comunista!
Che ci vuoi fare, il tempo scorre inesorabile, ma la fede verso la causa invincibile del Socialismo rimane sempre alta. Anziché essere la mano invisibile del mercato a determinare le scelte economiche, devono essere gli uomini liberamente associati a stabilire cosa e come produrre, e come ripartire i beni prodotti. Non credo ci siano altre alternative per questa civiltà. Come diceva Carlo Marx “se non dividi la pagnotta, sei un figlio di mignotta” (Das Kapital, 1°libro, 1867).

Altro graditissimo ritorno – e, credetemi non è una frase fatta – è quello degli ex Taxi, dopo la prematura scomparsa del batterista Francesco nel giugno del 2007. Si sentiva proprio la loro mancanza perché i Taxi sono stati la migliore punk band italiana di sempre, almeno per quanto mi riguarda. Non è un caso che siano stati tra i pochi (se non gli unici) alle prese col punk ‘77 ad incidere in modo continuativo per un’etichetta americana con le palle come la Dead Beat e a fare un paio di importanti tour negli States. Ora si fanno chiamare Giuda e sparano proiettili acuminati di glam r’n’r capaci di far sciogliere all’istante un iceberg. Ho chiesto al chitarrista di poche (ma buone) parole, Lorenzo, lumi sul presente e sul futuro del gruppo.

– Sono davvero felice che siate tornati per restare: so che è in cantiere l’album…
Proprio così, tra non molto uscirà un altro singolo per Surfin’ Ki e un LP per l’americana Dead Beat Records che verrà presentato a Roma il 28 maggio.

I gruppi punk di una volta si imborghesivano e approdavano alla new wave, voi siete andati a ritroso riscoprendo, nel vostro primo singolo, la parte più gioiosa del glam r’n’r, spargendo zucchero filato (“Get It Over”) a muso duro (“Kidz Are Back”).
Personalmente, sono da sempre un fan accanito di band come Slade, Sweet, Hello, Sparks etc. Circa dieci anni fa, poi, ho cominciato ad appassionarmi ai gruppi glam europei minori, il cosidetto Junk Shop Glam (ho anche un blog a riguardo, proudfootsound.blogspot.com), quindi dopo aver deciso che non avremmo più suonato pezzi dei Taxi, la scelta del nuovo “sound” è stata quasi naturale. Dead Beat ha detto che i Giuda sono la “naturale evoluzione dei Taxi”, e poi… riesci ad immaginarci a suonare new wave?

Nell’accingermi a salutarvi, mi scuso con voi e con i diretti interessati per non aver scritto neanche una riga sugli album di Silver Cocks e The Steaknives. La verità è che non ho avuto ancora il piacere di ascoltarli; ça va sans dire che rimedierò a breve, anche perché ho apprezzato molto i 7” delle due band romane pubblicati un paio di anni fa dalla statunitense Zodiac Killer Records.

Chiudo questo pezzo-tributo dedicato alla White Zoo Records e alla (vera) scena punk romana con i “forestieri” Idol Lips che hanno appena sfornato il loro secondo disco dal programmatico titolo Scene Repulisti. Non lo faccio mai, ma questa volta mi permetto la licenza di autocitarmi, riportando ciò che ho scritto altrove a proposito di questo fantastico album: “L’esordio del 2006, Too Much For The City, aveva la forza dirompente di una martellata sui denti che manda in frantumi incisivi e canini in un solo colpo. Difficile ripetersi, se non al limite dell’impossibile. Questi ragazzi ciociari, nel frattempo divenuti un quartetto col chitarrista Tony Volume passato alla voce principale, ce l’hanno fatta alla grande mostrandoci che il punk può ancora essere eversivo ma anche dannatamente maturo […] Gli Idol Lips sono una perfetta macchina da guerra che va dritta per la sua strada, sbranando a morsi il proto-punk dei New York Dolls e poi pulendosi con i lustrini e le paillettes del glam.” C’è davvero poco da aggiungere, se non che nell’album ci sono anche due misconosciute e bellissime cover tutte da scoprire. La prima è “Soul Power”, un pezzo del 1982 dell’ex frontman di F-Word e Negative Trend, Rik L. Rik, morto nel 2000 a soli 39 anni. La seconda è ancora più oscura, si tratta di “Rockin’ on a Rock” dei romani Fire che suonarono proprio questo pezzo nel film con Tomas Milian “Delitto sull’autostrada”. Le battute che seguono le ho scambiate col bassista Luca.

Il titolo dell’album è tutto un programma, a cosa alludete? Ci entra anche il fatto che siete rimasti in quattro cambiando la voce?
Sei proprio cattivo (si scherza!)… no, l’abbandono del cantante e il cambio di formazione non c’entrano niente con il titolo. Scene repulisti è quello che ha subito il punk rock (quello vero) negli ultimi tempi, ormai è talmente fuori moda che è uscito da qualsiasi circuito. E poi capirai, noi veniamo dalla provincia, e a volte riuscire ad organizzare solo un concerto è un’impresa. Il rock’n’roll sembra non far battere il cuore più a nessuno. Se già qualche anno fa i Dictators si chiedevano chi avrebbe salvato il Rock’n’roll… Per fortuna ci sono persone (o supereroi?) come Sergio di White Zoo, con tutte le “persone informate sui fatti”, che cercano di “salvare il mondo un disco alla volta”.

Siete cresciuti molto nel songwriting senza perdere nemmeno un grammo della vostra “forza punk”. Mi pare che Scene Repulisti sia un album molto quadrato e più a fuoco del precedente…
Paradossalmente da quando suoniamo in quattro siamo molto più “quadrati”, con le spalle al muro gli Idol Lips tirano fuori il meglio. Il disco è stato concepito tutto nel giro di quest’ultimo anno, abbiamo trovato (o perfezionato) la nostra sintonia, siamo più affiatati. Abbiamo lavorato tanto sui pezzi, ma è stato molto più facile rispetto ai dischi precedenti, proprio perché sapevamo tutti e quattro dove volevamo andare, che tipo di pezzi volevamo fare… quando siamo entrati in studio per registrarlo avevamo tutto già in mente, non è stato lasciato nulla al caso, tant’è che tutto il disco è stato registrato in meno di una settimana: questo è il punk rock, almeno noi così lo intendiamo, si trattava solo di portare su un pezzetto di vinile l’energia che tiriamo fuori sul palco. Ti confesso che siamo molto soddisfatti di come è venuto fuori poi in concreto. È vero, il disco è più “a fuoco”, ma è anche molto più “raffinato” (se non ruffiano, nel senso buono del termine) rispetto ai precedenti, i pezzi hanno una struttura più New York Dolls (se ci scusi l’immodestia del paragone) rispetto alle altre nostre cose. Considera questo: dopo aver registrato la chitarra Tony Volume è volato a New York e ha portato un nostro disco e un paio di bacchette sulle tombe di Johnny e Jerry: il tributo è pagato.

[Vai alla seconda parte dello speciale: QUI]

Rabies in Leicester

Agony Bag – Feelmazumba (Black Widow, 2001)

Sono da sempre tra i campioni della NWOBHM più oscura, questi Agony Bag (con ex membri della cult band Black Widow); il ruolo se lo sono meritatamente guadagnato sulla scorta di un singoletto contenente due soli brani, che è una specie di Santo Graal per diversi collezionisti: Rabies is a Killer/Never Ever Land (1980, Monza Records).
Il mito e la leggenda, poi, sono stati per anni potenziati dal fatto che la band – di stanza a Leicester, UK – aveva inciso un album mai uscito, visto lo scioglimento precoce.

Ed è qui che entra in gioco la genovesissima Black Widow Records, che con un colpo di mano, nel 2001, si aggiudica la possibilità di riesumare i nastri originali del disco e pubblicarli in pompa magna, in edizione cd. Nel 2001 esce, dunque, Feelmazumba, con “soli” 21 anni di ritardo.

La sensazione, ascoltando gli Agony Bag in una dimensione più dilatata (e con il proverbiale senno di poi) è che per anni la percezione sul loro conto sia stata falsata in buona parte. Perché la NWOBHM non è per nulla la componente maggiore del loro sound, in cui – al contrario – sono rintracciabili residui punk, suggestioni gothic rock, parecchio progressive di quello scuro, l’immancabile hard rock anni Settanta, una buona spolverata di glam e qualche pizzico di folk/psych inglese. Insomma, un bell’ibrido straniante, che necessita una certa predisposizione d’animo per essere affrontato.

Le vere schegge soniche del disco sono tre: i due brani d’apertura (ossia quelli già inclusi nel signolo), in cui si respira aria di NWOBHM piuttosto ruvida; e poi “Sally of Leicester” che è il manifesto dell’anima punk che alberga negli Agony Bag, con un riff semplice e ignorante, quasi degno (se così si può dire) degli Exploited o dei GBH. Nei restanti pezzi si alternano segmenti hard sabbathiani a momenti progressivi che richiamano i Jethro Tull più ispirati, glam stralunato, divagazioni psichedeliche e fraseggi blues rock.

A calamitare all’ascolto – sempre se vi troverete nel mood giusto – è proprio la caleidoscopicità dei brani, insieme alla totale assenza di pretese: non lasciatevi ingannare dagli stereotipi… prog, hard, blues e glam per gli Agony Bag significano prendere gli stilemi basilari dei generi e proporli nudi e crudi, quasi involvendoli e riportandoli a uno stato in cui necessiterebbero del suffisso “proto” per essere meglio inquadrati.

Naïf? Probabilmente sì. Anzi di certo. Ma sanguigni e in preda a quel demone che possiede chiunque si trovi almeno una volta a settimana in una sala prove: avete presente quei momenti in cui vorreste fondere insieme, negli stessi tre minuti di brano, tutto quello che vi ha formato, colpito, influenzato e stregato in anni di ascolto? Ecco. Gli Agony Bag sembrano essere in quello stato di grazia per l’intero disco. A tutto questo aggiungiamo un gusto per la teatralità stile Rocky Horror Picture Show… et voilà.

Come dice Punk Not Profit: “Blast from your ass”. Prendere o lasciare, con gli Agony Bag non ci sono vie di mezzo (ma un paio di ascolti, prima di decidere da che parte si sta, sono necessari).

[Scaricate il cd QUI, e se vi piace ricordate di comprarlo… lo trovate ancora facilmente]

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Quei gran figli… favoriti

speedjackers_favourite-_smallSpeedjackers – Favourite Sons (New Model Label, 2010)

Uhmmmm… formazione a sei, per i vicentini Speedjackers: già, hanno ben tre chitarre, nella tradizione dei Lynyrd Skynyrd. E la faccenda si fa interessante, lasciando presagire dosi di cara e sanissima ignoranza southern (altro…)

Boozed and confused

boozedcd.jpgBoozed – One Mile (Chorus of One, 2009)

Goduria. Un disco che definirei working class, perfetto da ascoltare rientrando dal lavoro.
Sei stanco, fa caldo e non hai nemmeno voglia di levarti gli anfibi tanto sei schifato; ti versi qualcosa da bere e piazzi questo nello stereo (prendete nota: le edizioni cd e vinile di Chorus of One hanno due bonus track rispetto all’uscita originale). E parte una raffica taumaturgica di 14 pezzacci rock, a volte stonesiani, a volte più sul pub rock, altre seventies glam. Il tutto sempre con il punk ben piantato nelle orecchie.

Peccato per l’orribile copertina che potrebbe scoraggiare dall’acquisto dei Boozed (caspita, perché un disco così dovrebbe essere presentato da un disegno di una tartaruga su una strada mi sfugge completamente… per la serie “Facciamoci del male”).

Bella prova davvero, che facilmente diventerà un piccolo cult di hard-punk negli anni a venire.

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