Indietro tutta!

backwardsThe Backwards – Eerie thoughts collection pt. 3 (Area Pirata, 2013)

Genova, estremi confini degli anni Ottanta tendenti ai Novanta. Uno studente di medicina impallinato con lo psych pop dei Sixties si mette a scrivere pezzi e a inciderli insieme a una band con la denominazione The Backwards. I suoi numi – più o meno riconosciuti – sono senza alcun dubbio Syd Barrett, Robyn Hitchcock, gli Who e i Creation (per il filone mod anni Sessanta), i Byrds, la Chocolate Watchband… e allora giù a registrare (altro…)

Figgiu du diau

Diego Curcio & Johnny Grieco – Figli del demonio (Libero di scrivere, 2012, 218 pag.)

Alla fine – con buona pace di corvacci, scettici professionisti, editori pavidi, cazzari assortiti e ignavi patentati – questo libro è uscito. Certo, per un editore piccolo (forse troppo per garantire la capacità di fuoco minima sindacale per promuovere un titolo del genere), ma almeno la missione è stata compiuta e la vicenda dei Dirty Actions di Genova è stata consegnata alla storia in modo indelebile.

In 218 pagine il giovane giornalista e punk rocker Diego Curcio, con la collaborazione del frontman della band Johnny Grieco (nonché disegnatore e agitatore culturale dell’Itaggglia degli ultimi 30 e passa anni), traccia una storia dettagliata senza ossessionare più del dovuto con date, dati e minuzie. Insomma questo è un libro che parla di vite pulsanti e non di particolarità dei vinili, di strumentazione e di numero di take per ogni brano in studio… ed è l’approccio più corretto, in omaggio alla punkitudine dei Dirty Actions, nonché al fatto che la loro storia è talmente poco nota che sarebbe stato un peccato soffocarla nelle spire della pignoleria.

Se siete di Genova o avete frequentato la città, vi perderete a fantasticare anche solo per i riferimenti a luoghi e posti di cui Figli del demonio è infarcito; e poi i personaggi, i locali, i nomi di band… è un’esperienza proustiana. Per tutti gli altri c’è un ottimo libro che racconta una scena punk piuttosto misconosciuta (per non dire negletta), che si è sviluppata secondo regole proprie… e soprattutto per ricordare che il punk rock italiano non è stato solo Great Complotto o scena milanese, ma c’erano altri che si muovevano in contesti meno visibili.

Una lettura veloce e a frammentazione come una granata, ricca di contributi di chi c’era e viveva la Genova dei Dirty Actions. Indispensabile per studiosi e amanti del punk rock italiano della prima ondata.

We believe in The Sleeves

“Marco Cheldi ci credeva e io credevo in lui e a casa prendevo
la mia chitarra e provavo a fare i pezzi degli X e dei Germs e pure ‘Always The Sun Go Down’ degli Sleeves”
(Gianni Miraglia)

Genova sarà anche La Superba, ma persino i suoi più ciechi innamorati non potranno mai negare un dato di fatto: incontrovertibilmente non è Los Angeles. Eppure – a testimonianza di quanto sia un posto un po’ speciale, ma anche di come il rock riesca a fare magie con noncuranza disarmante – per qualche anno, in una porzione sotterranea (ma non troppo) della Superba, si è conficcata una scheggia di puro sound paisley, più losangelino di Hollywood Boulevard, più californiano della California.

The Sleeves era il nome del gruppo, che ruotava intorno alle figure dei due fratelli Marco e Carlo Keldi (all’anagrafe più semplicemente Cheldi) e Luciano Cerellini, musicisti carismatici, con una visione pura e nitida di ciò che volevano fare: il rock underground torrido, un po’ punk, un po’ Sixties, caldo come un sorso di tequila, quello che da sempre solo Los Angeles e i suoi sobborghi sanno partorire. Blasters, Gun Club, X, Dream Syndicate… capita l’antifona?

Il mio incontro coi The Sleeves, che nascono a metà degli scintillanti anni Ottanta, è stato molto tardivo (intorno al 2000) e casuale; mi trovai ad acquistare i loro due dischi (vinile: un LP e un Mini) senza sapere di cosa si trattasse. Una di quelle illuminazioni che ti colgono mentre frughi negli scaffali dell’usato e che spesso ti fanno portare a casa emerite porcherie; ma a volte ti regalano tesori inaspettati, come in questo caso. Con poche migliaia di lire feci miei Five Days To Hell e Sadness Boulevard e ne rimasi fulminato. In particolare dal primo, l’album, che mi parve da subito eccezionale. Unica pecca: non trovavo nessuno che mi dicesse chi erano questi genovesi. Confesso che ebbi anche la tentazione di chiamare il numero di telefono di Marco Cheldi, segnato sul retrocopertina (eh già: la posta elettronica non c’era negli anni Ottanta), ma mi trattenni: erano passati più di 12 anni dall’uscita del disco e chissà cosa era successo nel frattempo…

Posto che aveva vinto la timidezza, mi rassegnai all’ignoranza. Ma, in fondo, mi restavano in mano quei due cerchi neri da 12 pollici ciascuno di diametro: in totale 15 brani, 13 originali e due cover pazzesche – la classicissima “I Had Too Much To Dream Last Night” degli Electric Prunes e “Cookbook”, dei più esoterici The Damnation of Adam Blessing.
Due vinili intrisi di paisley così viscerale e sentito che, se non ci fosse stato palesemente scritto che – cazzo! – se volevi far suonare i The Sleeves dovevi chiamare Marco a un numero con prefisso di Genova o scrivergli in via Serrato, avresti detto che emanavano quell’aroma croccante e statunitense che solo i lavori d’oltreoceano possedevano. E non si discuteva.

Non deve essere stato facile, per un gruppo come loro, iniziare a macinare palchi e chilometri qui in Italia.
Se lo ricorda bene Gianni Miraglia (autore di Six Pack), che evoca così i The Sleeves d’annata, nella cornice genovese: “avevano un sound alla Dream Syndicate, con le cover degli X e Alley Cats dal vivo che capivamo in venti, alle varie feste dell’Unità o concerti alle due di notte. Io ero una specie di groupie perso nel mulino a vento del grande Marco [Cheldi – n.d.Andrea]. Era una specie di Elvis magro, col ciuffo un po’ come lui, e nel 1980 è stato il primo a Genova a girare con il cerchio blu dei Germs sul giubbotto. Era per l’America immaginata, emarginata – non è un gioco di parole; per farti capire, sulla chitarra aveva scritto ‘Real Child of Hell’. Pensa tutto questo a Genova… un gran figo e stava parecchio sul cazzo a qualcuno che suonava pure lui”.

Il mito dell’America loser, il punk e il rock, gli X e Steve Wynn, i Germs e l’intimismo vagamente psichedelico. Una miscela difficile da maneggiare per noi topi del Belpaese, ma non per i fratelli Cheldi e i loro compari.
Certo, per fare questa roba in maniera credibile devi avere le palle musicalmente, ma anche a livello di attitudine. E infatti sempre Gianni Miraglia ci regala un aneddoto iconico: “L’apice del mio sogno Sleeves è stato un notte in una discoteca. Era un concerto d’inverno, e Marco piazza la bandiera americana sui Marshall, citando Patti Smith. Addirittura parla in inglese. Mi ricordo di un tossico che ballava con le tarantole dell’eroina addosso, poi Marco fa la cosa più rock che puoi fare se ti senti incompreso (che Genova non è in California): tira fuori il coltello a scatto e comincia a segare le corde della Gretsch gridando contro il padrone del locale. Io mi sarei fatto una sega, era vero rock’n’roll”.

Non c’è più molto da dire, di fronte a quanto sopra. Ma – fortunatamente – abbiamo modo di dare la parola a Marco Cheldi in persona, che ha acconsentito a farsi intervistare da Black Milk e che – per la gioia mia, di Miraglia e di molti altri – dopo un periodo sabbatico è ancora in pista, così come lo sono i The Sleeves. Ecco cosa ci ha raccontato.

Domanda banale, ma evergreen: come e in che anno si sono formati i The Sleeves?
Terminata l’esperienza con gli Establishment nel 1981 andai a vivere a Londra per tre fantastici anni, facendo i lavori più disparati; feci esperienza suonando il basso e tornai in Italia nel 1984, formando The Sleeves assieme a mio fratello Carlo, alla chitarra.

Agli inizi avevate già lo stesso sound e profilo musicale che si può ascoltare in Five Days To Hell o vi dedicavate ad altre sonorità?
Il nostro suono è sempre stato lo stesso sin dall’inizio: molto americano, desertico…

Come siete venuti a contatto con la Cobra, l’etichetta che ha pubblicato i vostri due vinili?
Registrammo un demo e lo spedimmo ad alcuni giornalisti e a un paio di etichette. La Cobra, di La Spezia, ci contattò quasi subito e ci fece girare su e giù per la penisola, ma solo l’anno dopo registrammo – a Modena – l’album Five Days To Hell… dopo aver partecipato ad Arezzo Wave e Rock Targato Italia siamo entrati in studio per registrare il 12″ Sadness Boulevard, nel 1988.

Nell’LP è ringraziato Paul Cutler: c’è qualche aneddoto dietro o è semplicemente un attestato di stima?
Paul Cutler e mio fratello si conobbero a Los Angeles nel 1985; Carlo rimase talmente impressionato dal suo stile chitarristico che gli fece una dedica… e finalmente nel dicembre 1988 suonammo prima dei Dream Syndicate.

Avevate molte occasioni di suonare dal vivo? Ricordi qualche concerto in particolare per aneddoti peculiari o semplicemente, magari, perché avete suonato con qualche altra band leggendaria o di culto?
Suonammo prima di Thin White Rope, Mudhoney, Russ Tolmann, Graham Parker, Green on Red, Dream Syndicate, Litfiba, Big Fat Mama, Dee Dee Ramone, Russ Tolmann. Sempre in quegli anni il nostro manager, che era lo stesso di The Gang, ci fece aprire i  loro concerti. In un solo anno avevamo fatto  più di 150 concerti di concerti, ovunque e a qualunque costo. E infatti il disco superò le 10.000 copie vendute.

Sempre nell’LP tu suoni la chitarra oltre a cantare; nel 12″, invece, nel retrocopertina sei indicato come bassista e cantante. E’ un caso, hai dovuto semplicemente sopperire alla mancanza di un bassista o che altro?
Ho sempre suonato il basso con Luciano Cerellini, il nostro primo batterista… dai tempi del punk, lo ricordo con nostalgia: un giorno decise di smettere per qualcosa di più sicuro…

Dopo il 12″ Sadness Boulevard del 1988 cosa accadde ai The Sleeves? L’unica notizia che ho trovato è che nel 1996 è uscito un nuovo album (un cd intitolato “Estremo limite di niente”)… ma in quegli otto anni di buco cosa è successo?
Pino Parello, al basso, entrò a far parte del gruppo. Suonammo ancora per promuovere il disco, ma i rapporti con l’etichetta si erano logorati. Avevamo registrato abbastanza canzoni per un terzo disco, ma non se ne fece niente.
Negli anni Novanta – con nuovi musicisti come Fabio Reggio al basso e Salvatore Camilleri alla batteria – registrammo altre canzoni per un cd in italiano chiamato Estremo limite di niente, che ottenne ottime recensioni. La morte del pianista Silvio Noto che suonava con noi sin dal 1990 ci sconvolse a tal punto che decidemmo di smettere… Fabio Reggio andò a vivere a Londra, mio fratello inziò a suonare blues acido e io me andai in Sud America a vivere.

A quanto vedo ora i The Sleeves sono in attività, dopo un lungo periodo di silenzio: è una reunion o cosa?
A dire il vero io e mio fratello non abbiamo mai smesso di suonare assieme; e ora che sono tornato è come se il tempo non fosse mai passato.

Se dovessi raccontare i The Sleeves e la loro avventura in una sola frase, quale sarebbe?
The Sleeves sono Marco e Carlo Cheldi: due fratelli uniti dal rock’n’roll, dalla voglia di vivere e che continuano a suonare dal vivo, con due chitarre, nuova musica mai sentita….

The Sleeves, discografia:

Gettin’ The Fear (demo, 1986, autoproduzione)
Five Days To Hell
(LP , 1987, Cobra)
Sadness Boulevard (MLP, 1988, Cobra)
Estremo limite di niente (CD , 1996, Indie)

Back to Perseoland

praisePerseo Miranda – Praise My Day (Erga, 2010)

La fenomenologia umana è varia. Anche troppo, a volte. Chi l’avrebbe mai solo pensato, infatti, un personaggio come Perseo Miranda? (altro…)

Il partigiano Johnny

affannosmallJohnny Grieco – Affanno d’artista (2009, autoprodotto)

Johhny molti di voi lo conosceranno: fu il cantante dei genovesi Dirty Actions, negli anni Settanta-Ottanta, mentre ora si presenta in veste di solista, tornato alla ribalta dopo alcuni anni di stop e lontananza dalle scene musicali. (altro…)

Superfuzz Bigmuff revisited

superfuzz-bigmuff--deluxe-editionMudhoney – Superfuzz Bigmuff Deluxe Edition (Sub Pop, 2008)

Da un po’ mi titillavo con l’idea di parlare dell’ep vinilico Superfuzz Bigmuff, comprato nell’autunno 1989 dal defunto Onstage di Genova. Poi la senilità, le menate e il materiale da recensire mi hanno fatto scappare di mente la cosa. (altro…)

Viziosi snocciolati Saclà

olive.jpgThe Vicious – Punk is Olive (autoprodotto, 2008)

Questa è tosta. Ammazza che gatta da pelare. Tocca andare un po’ in modalità free form, perché dopo una giornatina in dah offis a redigere e coordinare ed editare, la capacità di giudizio e di discernimento è più o meno agli stessi livelli che raggiungerebbe dopo tre pinte di doppio malto a un concerto di folk andino. Nulla e minata.

Questi genovesi sono stati un dilemma, per il sottoscritto, per almeno tre giorni. Ci ho rimuginato, li ho riascoltati, anche facendomi un po’ violenza – perché con tutto rispetto ho una pila di vinilozzi comprati un mese fa ancora da sentire e dentro ci sono bootleg degli Stones, un paio di cosette australiane e altre faccende di punk statunitense primi Settanta: so che mi capirete, The Vicious.
Ad ogni modo, ho attraversato tre fasi. Numero uno: “scratch, scratch… checcazz!?”. Numero due: “pretenziosi zappiani wannabe”. Numero tre: “ho capito, ho capito, presto un bicchiere di rosso per festeggiare, anzi quattro!”.

Non so se ho capito davvero, ma già mi basta aver trovato un inquadramento per incasellarli, almeno nel mio personalissimo sistema di classificazione mentale. Innanzitutto non cadete nel tranello di attaccarvi alla parolina “punk” che trovate nel titolo. Qui di punk non ce n’è. E va anche bene.
Qui c’è un curioso e straniante – a volte un po’ fastidioso – milkshake di swing, rock, lounge, pop, musical, hard e – massì – ficchiamoci un po’ di prog, giusto per l’orchestrazione e la tecnica. L’impressione finale è – per usare la ritrita metafora dello scontro in auto – di vedere aggrovigliati e fumanti, in un unico mucchio laocoontico, i tour bus di Brian Setzer Orchestra, Meat Loaf (periodo Rocky Horror Picture Show) e The Tubes (tour di White Punks on Dope). E in un angolino c’è pure l’Ape Car dei Righeira, finita nel fosso – capirete il motivo ascoltando il cd…

Tanta tecnica, molta voglia di divertire e divertirsi… e un filo di noia, devo dirlo. Se tutti i pezzi fossero come il terzo, però, io li manderei a Broadway per musicare il prossimo successo mondiale in fatto di rock opera.

Una cosa veramente pessima c’è, in verità. La dico?
OK: portatemi l’orecchio destro di chi ha assemblato l’interno della copertina, ma prima levategli tutti i font dal computer (potete lasciargli solo i Times e gli Arial). Una cosa terribile e inguardabile, non si capisce quasi nulla. E poi i titoli scritti a penna… che fanno così tanto anni Settanta/Ottanta, ma per dio… siamo nel 2009 e il computer lo usa persino mia mamma per stampare le cose (anche se per farle capire il concetto di salva con nome ho penato un anno e mezzo).

Tutti siamo fighi!: Johnny Grieco dixit

griecoAbbiamo recensito il suo ep solista I’m Cool qualche tempo fa, ora l’abbiamo intervistato.
Signori e signore, nello splendore del Black-Milk-o-Rama, Mr Johnny Grieco (from Genova City) ci parla dei Dirty Actions, della sua visione musicale, della sua via da solista e di altro ancora…

Ascoltando I’m Cool c’è l’impressione che covassi questi brani da tempo, una specie di incubazione di una rara malattia esotica pervade l’intero ep. Quando l’hai contratta?
Hai visto giusto. Per essere precisi il virus l’ho contratto negli ultimi mesi del 1980. Ero in studio con i Dirty Actions per registrare il brano “Aktion/Aktion” dedicato al performer austriaco Rudolf Schwarzkogler. Quel pezzo rappresentava un diverso modo di intendere la stesura di una song e lo svolgimento del testo rispetto ai nostri standard. Di base restavano i tre/quattro accordi punk ma non sparati alla velocità della luce, piuttosto un semplice riff con la chitarra non eccessivamente distorta ma piuttosto “disturbata elettronicamente” a cui si appoggiava una linea di basso slap-quasi funk, il tutto spalmato su una traccia scarnificata di batteria elettronica fredda e asettica. Il synth sottolineava alcuni momenti. Il testo era recitato, indolente, il tono di voce era assente senza emozioni. Non avevamo inventato nulla, andate a sentirvi My Sex degli Ultravox del 1977 come verifica e poi non dimentichiamo che in Italia c’erano: Faust’O, Garbo, il primo Ivan Cattaneo-futurista che in parte si ispiravano al periodo berlinese di Bowie e anche il primissimo Battiato elettronico e ostico del dopo zeppe trampolate alla Ziggy. Nella collana Rock 80 della Cramps poi eravamo in compagnia dei sintetici X-rated e a Genova ero salito sul palco a improvvisare vocalizzi con i K.K.K. elettronici e sperimentali (dei quali purtroppo ben poco o nulla è rimasto e anche i due membri fondatori purtroppo sono scomparsi). Ma in quel momento, per la nuova fiammante scena punk italiana, era una scelta controcorrente. Eravamo punk e osavamo fare della musica non propriamente punk. Ghetto nel ghetto. Non proprio dei pionieri ma sicuramente dei provocatori.
In realtà l’elettronica era ed è una delle mie vecchie passioni. Ne ho sempre subito il fascino. Come per certa musica classica contemporanea e d’avanguardia. I riferimenti storici e colti qui si precano, fino a diventare un lungo e noioso rosario di nomi: dai precursori Kraftwerk all’oscura psichedelia dei Pink Floyd con Barrett, ai vari esponenti del Krautrock, termine orrendo, come Can, Neu!, Popol Vuh fino ad arrivare alle origini con Stockhausen e gli italiani Berio, Nono poi ancora Ligeti e Cage.

Quanto senti lontano I’m Cool dal resto della produzione dei tuoi Dirty Actions (leggendaria punk band ligure) in senso sonoro e più strettamente di approccio?
Per quanto le distante con i vecchi-nuovi Dirty Actions paiono siderali, in realtà preferisco considerare I’m Cool come una naturale prosecuzione di quanto iniziato con i Dirties.
I Dirty Actions sono stati una delle prime punk band italiane che in pochissimo tempo ha avuto un percorso artistico davvero particolare. Pur restando fedelissimi al punk degli esordi abbiamo esplorato diversi generi che in quegli anni nascevano o erano riscoperti, principalmente in Inghilterra. Il primo innamoramento fu per il funk poi i primi vagiti del rap, naturalmente l’elettronica fino a farci coinvolgere dai ritmi latini e tribali. Il pubblico genovese di quegli anni era molto esigente e difficile, attento ai nuovi fenomeni musicali, non potevi riproporti sul palco con gli stessi pezzi del concerto precedente e questo ti costringeva a una continua ricerca. La nostra hit “Bandana Boys” nasceva da un giro di flamenco “innestato” su una base di tamburi di guerra degli indiani americani. Così è nata e ogni volta che la proponevamo dal vivo diventava sempre più lunga e selvaggia. Su Gathered, la compilation di Rockerilla, verrà pubblicata la sacrilega dance version remix con un breve rap nell’inciso e la batteria rigorosamente in 4/4.
Per quanto riguarda il mio percorso personale nel 1986 affronterò  il reggae con “In Soh Reckshan”, il pezzo registrato in Jamaica con i Wailers di Bob Marley, che verrà pubblicato su vinile l’anno dopo e l’inedito “Consciousness” realizzato con gli Aswad.
Insomma la contaminazione del punk con altri generi è sempre stata una costante dei vecchi Dirty Actions e naturalmente anche la mia.

Consideri il tuo lavoro una boccata d’ossigeno o l’inizio di un percorso artistico percorribile e tutto da sperimentare?
Entrambe le cose. Senz’altro può essere inteso come la prosecuzione di un percorso artistico il più libero possibile da condizionamenti derivanti dalle mode del momento o dal mercato e si può considerare anche una boccata di ossigeno perchè avevo la necessità di misurarmi come autore completo: musica, testo, composizione, scelta dei suoni, missaggio, produzione. Sperimentare mi ha sempre affascinato, mi piace lasciare il certo per l’incerto, la via nuova per la vecchia, in poche parole rischiare. Non è un merito, ne’ un atto di coraggio. E’ una necessità per me, impellente.
In realtà vorrei fare cose ancora più estreme, ostiche, inascoltabili ma ogni tanto entro in conflitto con la mia latente vena melodica. Da qualche parte nel mio organismo c’è una tendenza all’armonia che tende ad ammorbidire e smussare le dissonanze, che stempera e attenua il mio nichilismo. Una sorta di istinto di sopravvivenza, anche se non è poi il termine esatto, che mitiga le tendenze autodistruttive.

Come consideri e in che stato vedi i tuoi contemporanei pionieri della scena punk e new wave italica al momento attuale
Miss Xox del Great Complotto di Pordenone è uscito con un gran bell’album, molto particolare. Anche i Punkow hanno fatto un ottimo lavoro, da sottolineare il ritorno dei Neon e dei Mercenary God e poi il mai domo Tony Face con Lilith, anche in questo caso il cd è davvero originale e intenso. E poi gli Skiantos, inossidabili. Come sono davvero interessanti le proposte di Freak Antoni e Alessandra Mostacci. Diciamo che i miei contemporanei tengono il passo senza affanni, il che dimostra una buona apertura mentale tipica di chi ha vissuto quegli anni. L’imprinting degli anni Ottanta si fa sentire anche a distanza di trent’anni. Non sembrano, non sembriamo, dei sopravvissuti, insomma.
Ma non mi stancherò mai di ripeterlo: c’è bisogno di cose nuove, di linfa nuova. Mi va bene che Iggy zompi su un palco a quasi sessantadue anni e godo al pensiero di suonare e divertirmi fino a ottanta e oltre, ma voglio ed esigo gente nuova e roba nuova che mi faccia saltare le cervella e non le solite riproposizioni di musiche già sentite e rimasticate mille volte.
Kids fatevi il culo, fatevi scoppiare, date l’anima, in senso metaforico sia chiaro! E’ vero, è difficilissimo riuscire a proporre cose nuove, ma bisogna sempre provarci.
E buttate al cesso questo emo-power-pop contemporaneo! E se proprio non potete farne a meno, cercate di stravolgerlo.

Non pensi che ultimamente ci sia una certa mitizzazione degli anni Ottanta in senso commerciale del termine, credi ci sia buona fede o è una subdola e bieca operazione di marketing?
Senza nulla togliere alle potenzialità espresse negli anni Ottanta che ho decantato prima, convengo con te che sia soprattutto una subdola e bieca operazione commerciale e di marketing. Riproporre i vecchi e sicuri successi del passato costa molto, molto di meno che investire su nuove proposte e fa guadagnare molto di più. Preferisco sempre guardare avanti.

Quali sono le band e i personaggi dell’epoca che ascolti con piacere anche oggi?
Per l’Italia quelli che ho citato sopra più i Gaz Nevada. Per il resto sono tanti, davvero: da Adam & the Ants ai Clash, ai Soft Cell poi Heaven17, Exploited, Killing Joke, Suicide, Sex Pistols, Damned, Dead Boys, Ultravox con John Foxx, Pop Group, Clock DVA, Germs, Dead Kennedys, Contortions, ABC, Bauhaus, PIL dimenticavo i Devo, Pere Ubu e cazzo… i Cramps! La morte di Lux Interior mi ha sconvolto come quella di Ron Asheton… potrei continuare a nominare altrettanti e ne avrò dimenticato sicuramente qualcuno.

Che reazioni immediate stai ricevendo dopo l’uscita di I’m Cool da chi ti segue da più tempo?
Sorpresa, meraviglia, per la maggior parte reazioni positive e lusinghiere, a volte fin troppo. Addirittura un carissimo amico, restìo ai complimenti, lo ha definito un grande tributo alle nostre radici musicali.

Reputi che le fanzine e tutto ciò che ruotava attorno al mondo punk e alternativo degli anni Settanta e Ottanta si sia perduto per sempre sostituito dai vari myspace e facebook oppure c’è ancora un lumicino acceso?
Sono uno di quelli che a dispetto del mio pessimismo cosmico vedo sempre un barlume flebile, flebile, lontanissimo ma ancora acceso. D’ altra parte per resistere alla virulenza delle varie ondate di restaurazione degli ultimi trent’anni se non avessi nutrito un minimo di speranza, mi sarei già fatto fuori trenta volte, una volta all’anno almeno. Prima di essere punk ho fatto parte di quella generazione che, forse un po’ ingenuamente, si sentiva parte di una grande e possibile rivoluzione. Questo sentire, questa indomabile energia verrà soffocata a partire dal 1977 da una feroce e inesorabile repressione. I bollettini di controinformazione e i fogli rivoluzionari lasceranno il posto alle fanzine e ad altre forme di comunicazione molto più articolate, per alcuni più dispersive e inconcludendi. Non so se Facebook o MySpace possano sostituire le fanzine o essere considerati possibili forme di comunicazione alternativa e trasversale. L’unica cosa positiva è che sono media accessibili a tutti e al momento la censura non è così pesante anche se è presente in varie forme. Dipende sempre dall’uso che se ne fa, come vengono utilizzati tali strumenti. Con Facebook il problema è il diluvio di informazioni, inviti, richieste, suggerimenti, aggiornamenti che ti fa perdere un sacco di tempo. E’ meglio l’informazione veloce in tempo reale tipica del web oppure la classica informazione ponderata tipica della carta stampata? Fast news or slow news? Who knows?
Senza contare la qualità e l’attendibilità delle informazioni, che è un’altra enorme incognita ed è sicuramente il problema più grosso.

Nel tuo disco solista non c’è alcuna nostalgia o rimpianto sugli anni passati, ciò è dovuto dal fatto che una certa rabbia prevale sul momento presente o non sei un nostalgico/romantico di natura?
Questo è un ottimo complimento. Diciamo che ho sempre cercato di evitare i rimpianti nella mia vita, tentando di fare, nei limiti del possibile e con sforzi sovrumani, quello che volevo fare. No, mai stato fortunato. Quello che ho ottenuto me lo sono guadagnato lavorando duramente e blablablabla… solita solfa. Per certo so che non è possibile estirpare alla radice la vena nostalgico/romantica presente in misura diversa in ognuno di noi. Diciamo che riesco a nasconderla bene. L’esperienza aiuta molto. La rabbia c’è, esiste ed è ben presente. Le motivazioni che l’alimentano crescono ogni giorno come funghi, dalla politica al sociale.

Quanto conta essere fighi (cool) ai nostri giorni? E chi reputi figo dal tuo punto di vista?
Tutti siamo fighi! Tutti possiamo essere dannatamente cool. Basta convincersene.
Il sentirsi cool del pezzo I’m Cool ha un significato molto ampio. Significa essere ok, tranquillo, calmo, senza problemi, sicuro di se’ e a proprio agio qualsiasi cosa succeda.

Ma in realtà chi canta I’m Cool vuole convincere se’ stesso di tutto ciò. Tendenzialmente è uno psicotico e non ha nulla sotto controllo, è una mina vagante, si sta trattenendo a fatica prima di esplodere! Ce la farà?

Hai in mente un tour promozionale? e come pensi di proporre i nuovi brani dal vivo?
Ci sto pensando. Ho già proposto i brani remixati di 21 Dirty RMXs con le basi e accompagnato da dj come Cesare Ferioli a.k.a. Big Mojo con cui mi sono esibito più volte e con cui ho già presentato il pezzo “I’m Cool” dal vivo a Bologna. Non c’è dubbio le serate con i djs sono molto divertenti e coinvolgenti. Mi ricordo una serata davvero selvaggia al csa Dordoni di Cremona con Kruz, EdBlast, Bedo, Mim$, Visual Sensation e Airbag Killex.
Certo la mia condizione ideale è quella di avere un gruppo dietro al culo che spinge come un dannato.
Ma riproporre i nuovi pezzi con una vera e propria band non è molto semplice. Riprodurre certi suoni e atmosfere richiede una strumentazione adeguata e dei musicisti ad hoc. L’impatto sarebbe molto diverso rispetto al solito Johnny con i Dirty Actions.
Al limite mi tireranno giù dal palco a bottigliate. Vedremo.

[Foto di Felson]

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: