B-Dreg Back Machine… che delizioso casino!

dreg machineDreg Machine – Uh! (Area Pirata, 2013)

Sono assieme dal 2011 questi Dreg Machine, ma nelle loro file militano personaggi ben scafati: John Amato alla chitarra (anche nei Barbieri, ex B-Back e Quarrymen), Zara Thustra al basso (ex Skum e B-Back), Hollerin’-Killer Dupree alla chitarra (a.k.a Frank Croco, ex B-Back, Modern Gloves e Hobbes) e Ben Fox alla batteria (ex Hobbes e Modern Gloves). Insomma c’è di che stare allegri… sono i B-Back con un batterista diverso! E tanto di cappello. (altro…)

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No bullshit

Beatbreakers – Don’t Listen To Their Bullshit (Vololibero, 2012)

Dei milanesi Beatbreakers ci siamo già occupati con gusto in occasione della recensione del loro demo cd e in sede di intervista. Ora, a sorpresa, esce questo 12″ ep (old school 100%: avete presente i cari vecchi extended play, grossi come gli lp, ma che girano a 45 rpm? Ecco, così), con cui la band si presenta al mondo con tutti i crismi dell’uscita ufficiale.

I Beatbreakers hanno scelto di riproporre, ri-registrando tutto ex novo, i quattro brani del cd promo più una quinta composizione – l’opener intitolata “Evil Everywhere”.
Che dire quindi… l’impressione più che buona viene confermata e anche la traccia inedita è in puro spirito Beatbreakers, ossia garage punk/garage revival selvaggio ma mai sguaiato o scassone, con molte influenze e tocchi variegati (dallo psychobilly al rock’n’roll, passando per la wave e il surf).

Interessante anche la copertina, che si distacca dai cliché del genere andando a scomodare e rivisitare il costruttivismo russo dei fratelli Stenberg.

In sostanza, un bel vinilone – peccato solo che se già avete il promo, ci troverete ben poco di nuovo. E la mia preferita resta “Alien”, seguita dalla nuova.

Born in the cellar

Qualcuno dei fedelissimi ricorderà i Beatbreakers: il loro demo cd è stato recensito su Black Milk qualche tempo fa e nel frattempo ho avuto modo di vederli live, oltre che di conoscerli personalmente.
Da qui nasce l’idea di una chiacchierata esaustiva – si spera – per presentare meglio un gruppo che, anche se sotterraneo e loser per definizione, ha il suo bel perché e merita una chance di essere ascoltato.
A questa intervista, condotta via email, hanno partecipato in pratica tutti i membri della band. Sono giovani, entusiasti, a volte un po’ ingenui e soprattutto veraci come un 45 giri di garage texano tutto graffiato, pescato in una bancarella improbabile.
La parola ai Beatbreakers…

Raccontatemi un po’ la vostra storia: come è nata la band, quando e quali obiettivi – se ve ne siete posti – avete…
Ric: La band nasce dall’incontro tra i Matryoshka Kill Kill, un progetto di band mista alla Cramps, e Sebastian che ha sostituito la nostra prima cantante. Da allora del primo repertorio abbiamo tenuto solamente i pezzi più aggressivi, gli altri si addicevano di più a una voce femminile, e abbiamo continuato su questa falsa riga, a eccezione di un paio di pezzi surf strumentali che riproponiamo spesso nei nostri live. Il nostro obiettivo, in generale, è conoscere e farci conoscere… ma non a tutti i costi!

Vedendovi live ho notato che siete una formazione piuttosto eterogenea. Sul palco c’era una maglietta degli Alter Bridge, una degli Off, un cantante alla Leighton Koizumi… insomma, quale alchimia vi lega e quali sono i vostri numi ispiratori?
Ric: Devo premettere che dopo il nostro incontro con Seba il gruppo ha subito una variazione di formazione che di fatto ha posto fine all’idea iniziale di band mista, e infatti Giulia, la nostra bassista, dopo qualche live ha dovuto lasciare per motivi personali: una grossa perdita in assoluto e soprattutto per l’impatto che la band poteva destare dal vivo. D’altro canto siamo contenti del nuovo arrivato Ste Red Stripe che si è calato subito nel nostro spirito e ha già messo del suo in diverse canzoni. Il nostro batterista Davide si diverte sempre a provocarci con le sue t-shirt da concerto, pur provenendo da tutt’altro background fa piacere vederlo appassionarsi, e con risultati soddisfacenti, a suonare garage e degenerazioni varie. Seba è innegabile che abbia una certa somiglianza con Leighton Koizumi, ha quello che si dice il phisique du role, è un autentico animale da palcoscenico, ma ritengo che al tempo stesso abbia una timbrica del tutto personale, difficile da trovare in giro, e direi perfetta per fare garage!
Seba: Esagerato Ric… grazie! Beh, comunque  la passione che abbiamo per la musica sicuramente gioca un ruolo fondamentale nei nostri equilibri, ma anche la voglia di divertirci e spaccarvi i timpani! I nostri numi ispiratori? Uhm.. ce ne sono davvero tanti per ognuno di noi! Da Jim Morrison a Screamin’ Jay Hawkins, da Johnny Thunders a Gerry Mohr, da Jeffrey Lee Pierce a Keith Morris!  Insomma numi di diversi generi, ma  più che altro degli ispiratori ideali e non dal punto di vista strettamente musicale.

Domanda spietata: il garage (Sixties o revival che si voglia) ha ancora senso dopo tutti questi anni? Dopotutto sono passati decenni dal momento in cui questa musica è esplosa e ha dato tutto o quasi quello che poteva dare…
Ric: Sai, non facciamo molto caso a quelle che sono le mode del momento, il garage ha vissuto una prima ondata durante i Sixties e un revival negli Eighties davvero niente male, tuttavia, pur non essendoci una vera scena che si possa definire tale in Italia, il garage di fatto non è mai morto.
Seba: Assolutamente! Ѐ bello vedere band che ancora tramandano garage con voglia di stupire. Ti spiego perché: anche se forse non c’è più un vero e proprio movimento, qualcuno che tenta di salvarci le orecchie  dalla merda che sta uscendo da qualche anno a questa parte c’è sempre, per fortuna!
Ric: D’altra parte, come avrai avuto modo di sentire, non siamo dei puristi del genere, non abbiamo neanche l’organo.  La nostra novità, se così si può definire e ammesso che ci sia ancora qualcosa da inventare, è il tentativo di fondere insieme diverse componenti, qualcuno più esperto di me lo ha definito “rockabilly garagistico” (il buon Luca Frazzi – n.d.andrea], non dimenticando il nostro approccio punk che in alcuni pezzi si sente abbastanza chiaramente.

Elencatemi i cinque dischi fondamentali della vostra formazione personale – e perché…
Ric: Ti diremo quelli che più si adattano all’idea dei Beatbreakers e che comunque mi hanno segnato personalmente. In ordine sparso:
·    The Fuzztones: Lysergic Emanations, come fare a non metterlo?
·    The Cramps: Psychedelic Jungle, la sintesi di diversi elementi che adoriamo, selvaggio e accattivante
·    The Phantom Surfers: 18 Deadly Ones, mi piace il surf strumentale, specie se cupo e malinconico, quello per così dire “avvincente” mi annoia…
·    The Morlocks: Emerge, a proposito di Koizumi…
·    Various artists: Doo Wop  Halloween Is a Scream, pezzi oscuri e grotteschi recuperati dalla “peggiore” tradizione doo-wop, testi molto divertenti!
Seba: Da parte mia dico:
·    The Brood: In Spite Of It All, ascoltatelo e poi capirete perché…
·    Various artists: Kill By Death, compilation punk ma dai pezzi  marci e cagneschi insomma quel che piace a me!
·     Various artists: Monster Bop, la definirei una compilation rock’n’rolll di pezzi tirati fuori dall’aldilà
·     MC5: Kick Out The Jams, kick out the jams motherfuckers!!!
·    Jacobites: Robespierre’s Velvet Basement, qua cambiamo radicalmente genere, chitarre che piangono e voci malinconiche, un mix che nuoce alla propria solarità

Cosa pensate delle reunion di band vecchie o comunque morte da anni, che piovono insistentemente da qualche tempo?
Seba: Penso sia come qualcosa che vuoi riportare in vita nel tuo cervello e in un modo o nell’altro ce la fai, quando sei davanti a personaggi che han fatto la storia del genere. Ti vengono i brividi a pensare ai concerti, le persone che han conosciuto e specialmente il fatto che, qualche ora prima, ti stavi ascoltando un loro disco davanti una birretta e qualche ora dopo te li vedi di fronte! Non sono uno che si emoziona facilmente, ma a vedere veri e propri “stronzi” della musica mi si contrae il cervello.
Ste Red Stripe: Le reunion il più delle volte si rivelano come decisioni piuttosto azzardate, ma a volte delle piacevoli sorprese: basti pensare al panorama ’77 UK punk; band come Slaughter and the Dogs, Stiff little Fingers, Rezillos, Boys, Buzzcocks etc… non tradiscono mai dal vivo e sono sempre energici, garantendo uno spettacolo all’altezza della loro fama. Altre volte è solo puro interesse economico e non è difficile rendersene conto.

Trovate facilmente occasioni per suonare? Come definireste la situazione attuale del circuito live?
Ric: In Italia siamo messi abbastanza male, e in particolare a Milano, se non fosse stato negli ultimi anni per il Mi-decay, che ha avuto il merito di ravvivare la scena e stimolare anche altri ad organizzare eventi alternativi, sarebbe francamente deprimente.
Seba: D’altronde Milano è piena di fighetti…

Raccontateci il concerto più bizzarro o allucinante che vi è capitato di fare
Davide: Direi quello di spalla a Glenn Matlock, quando il nostro cantante era…come dire “un po’ su di giri” ed è stato allontanato dal locale mentre noi della band ancora stavamo suonando…
Seba: Eh sì… eravamo tutti un po’ nervosi e io ho cominciato a bere parecchio; a un certo punto il microfono ha avuto dei problemi, così l’ho lanciato dall’altra parte della sala, scatenando una furiosa reazione del buttafuori che mi ha sollevato di peso cercando di trascinarmi fuori dal locale. Non so come sono riuscito a tornare sul palco e finire il concerto.

Beatles o Stones? E perché?
Seba: Stones! in particolare i primi album con Brian Jones, il mio preferito è sicuramente  Their Satanic Majesties Request, i suoni tossici e imprevedibili mi tirano scemo!
Davide: Beatles per il semplice fatto che in casa mia, fin dall’infanzia, giravano solo i loro vinili.
Ric: Per il talento, voci e capacità compositiva sicuramente i Beatles, gli Stones dal canto loro avevano una maggiore carica sul palco, quindi Beatles da studio e Stones dal vivo!

Nuggets o Back From The Grave? E Perché?
Ric: Pur essendo un vero estimatore di Nuggets ti dico che preferisco Back From The Grave come concetto, c’è un vero lavoro di riesumazione dietro ai vari volumi di pezzi più o meno interessanti mai venuti alla luce prima. Menzionerei anche Pebbles, Desperate Rock’n’Roll, e Stompin’
Seba: Domanda difficile. Ma anche io dico Back From The Grave! Quelli erano tempi scuri e grezzi. Sembra la trama di un film ma è proprio cosi! Fuzz che ti scioglie il pensiero, voci da strizzata di palle… fantastico!”.

Qualcuno di voi colleziona dischi? E quale è il vostro rapporto con la musica: una passione, un passatempo, un divertimento, un’ossessione…?
Seba
: Si, io e Riccardo spesso e volentieri andiamo a cercare dischi interessanti da comprare. Il rapporto con la musica è un’ossessione pura. Sono sempre alla ricerca di band dimenticate nel tempo.

Chi volesse contattarvi e magari ordinare il vostro cd promo, come può fare?
Ric: Per ora non abbiamo mai fatto banchetti ai nostri concerti ma a ogni live chiunque ne avesse il desiderio può venircelo a chiedere personalmente, capita sempre di averne dietro una copia; oppure può contattarci sul nostro Facebook

http://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Ftracks%2F15729327 Wednesday Night by The Beatbreakers.

http://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Ftracks%2F25945579 Alien by The Beatbreakers.

http://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Ftracks%2F25945781 Twelve o’ Five by The Beatbreakers.

Girls in the garage

Thee Bomb’o’Nyrics – Tonite/Tu N’es Pas Là (Autoprodotto, 2011)

Il nome delle Bomb’o’Nyrics circola da un po’ e vi è ronzato nelle orecchie se frequentate il fatidico “giro”. Ora, però, se non avete ancora avuto occasione di vederle live o di conoscerle direttamente, potete toccare con mano (ma non come pensate voi, pirloni),  grazie a un bel 7″ autoprodotto, in vinile rosso caramella, da piazzare sul vostro piatto stereo.

Una all-girl band quindi, con innegabili radici nella tradizione Sixties e bubblegum: tutto è molto filologico, a partire dal look e dal feeling che emana il dischetto.
I due brani sono semplicemente come dovrebbero essere e come ci si aspetta che siano: melodici ma non zuccherosi, punk ma non sguaiati, selvaggi ma non esageratamente lo-fi.
Se vogliamo “Tonite” è più di stampo garage revival, con un riff portante che incattivito dai suoni del caso sarebbe quasi alla Morlocks; mentre la b-side dal sapor francese – almeno nel titolo – è decisamente più Sixties (con un tocco modernizzante di Cynics, così per buona pesa).

Non si sono inventate nulla, insomma, le Bomb’o’Nyrics, ma è proprio questo – come già detto decine e decine di volte – il pregio fondamentale. Il perpetuare con passione e fedeltà una tradizione che paradossalmente sembra viva e vegeta, ma solo perché là fuori c’è tanta gente che ci si appiccica per moda. E la moda, come la storia insegna, uccide più dell’aids.
Procuratevi il disco e fatevi un favore: non pensate subito o solo alle minigonne e agli stivali – cioè pensateci, che son cose piacevoli… ma prima piazzate la musica.

Double double shot

The Sick Rose – Shaking Street + The Double Shot ep (Area Pirata, 2011)

Seconda metà degli anni Ottanta; per la precisione 1987 e 1989. I Sick Rose pubblicano rispettivamente il doppio 7″ The Double Shot ep e l’album Shaking Street (entrambi per Electric Eye)… e ora, finalmente, dopo più di 20 anni, qualche anima pia si prende la briga di sbattere il tutto su un cd, per il godimento di chi non c’era e di chi – come il sottoscritto – all’epoca si fece sfuggire i vinili per scarsa lungimiranza o altro.

Come spiegano magistralmente le liner notes a cura di Roberto Calabrò (e chi meglio di lui poteva scriverle, dopo la monumentale opera sulla scena neo-Sixties italiana, Eighties Colours?), questi due lavori fotografano un momento di transizione per i Sick Rose, che da band di filologico garage Sixties tinto di folk rock si stanno trasformando in una macchina da guerra che macina proto-punk e rock’n’roll, sotto la protezione di numi tutelari come MC5 (di cui coverizzano “Shakin’ Street”, presente nel cd in ben due versioni – e con una g aggiunta, così che diventa “Shaking Street”) e Flamin’ Groovies. Un’evoluzione che troverà la sua forma definitiva o quasi col successivo Floating e che significa, utilizzando una semplificazione da verduraio iconoclasta, meno-organo-e-più-chitarre-per-la-madonna!

Detto questo, è comunque innegabile che entrambe i dischi piaceranno incondizionatamente a chiunque ami anche il garage più tradizionale, visto che ce n’è molto (e di quello sopraffino) in queste 16 tracce. Personalmente promuovo in blocco tutto Shaking Street, album veramente da paura, con quel gusto piccantino e agrodolce che segnava il declino degli Ottanta e che solo alcuni gruppi italiani – a mio parere – hanno saputo cogliere; il doppio 7″ è sicuramente buono, ma un po’ meno incisivo. Mi affascina di più l’outtake di “Shaking Street” in versione acustica incisa nel 1989: brividi evocativi a go-go.

Questo è un pezzo della storia del garage rock europeo. Un pezzo importante e imperdibile. A voi la scelta: restare nel medioevo o scegliere il rock’n’roll.

Se vuoi entrare nel Giro, devi fare poche domande

Il Giro (marzo 2011)

Dopo l’exploit con uscita a sorpresa e distribuzione carbonara dello scorso luglio, torna Il Giro, la fanzine più interessante, divertente e maniacale del momento per tutti gli appassionati di reperti musicali esoterici di area garage, beat, neo Sixties. Ma anche di calcio e vintage culture.

E’ quasi imbarazzante recensire materiale del genere, perché si batte in loop sui medesimi concetti: è una figata, ah che sballo la cara vecchia fanzine cartacea, c’è la passione, c’è la qualità, ci trovate le monografie da sbavare, ci sono le interviste oscure, etc etc etc.

Ebbene è tutto verissimo. Tragicamente vero, per me che devo scriverne senza rischiare di sembrare un mezzo ritardato; deliziosamente vero per chi leggerà queste pagine. Quindi l’antifona è immutata: se vi piace leggere di musica, se apprezzate quello di cui si diceva in apertura, se il concetto di fanzine old school è radicato nel vostro personalissimo giardino dei ricordi libidinosi, allora dovete sbattervi un pochino e procurarvi Il Giro. Dico sbattervi perché non la troverete facilmente dai vostri spacciatori di fiducia, ma solo nel giro (eh già), e in un numero limitato di copie.

In questo numero vi potrete rifare gli occhi con una monografia sugli oscuri Sea-Ders (band freakbeat libanese), il consueto e godurioso angolo sul Texas punk, i micidiali Squires direttamente dal 1965, un report losangeleno da lacrime, un ripescaggio dei grandi Catacombs (neo-garage italiano fine anni Ottanta), una lunga intervista a Le Scimmie (band italiana anni Sessanta di beat tutta al femminile)… e poi ancora molta roba, ma proprio molta.

La chiave di lettura è ancora una volta quella che privilegia l’aspetto oscuro ed esoterico, per cui non dovete preoccuparvi se sapete poco o nulla dei gruppi di cui si parla; anzi è proprio il bello, perché gli articoli de Il Giro sono concepiti appunto per portare alla luce situazioni e gruppi altrimenti destinati alla nicchia estrema. E ben venga, dunque… anzi: meno si sa e più si gode a leggere queste pagine.

Io sto con Rudi Protrudi

Fuzztones – Preaching To The Perverted (Stag-O-Lee, 2011)

Io sto con Rudi Protrudi. Sto con chi ha preso abbastanza calci in faccia per avere poi la dimestichezza sufficiente nel saperti afferrare per le palle con una manciata di vecchi brani rock’n’roll.

Non raccontiamoci balle, Rudi è un perdente. Ai giorni nostri la definizione politicamente corretta di perdente è “musicista di culto”; ok, può andar bene, ma chiamiamo le cose col loro nome: loser.
I Fuzztones, nella prima metà degli anni Ottanta, avevano il mondo ai loro piedi – o almeno erano in procinto di averlo. Show devastanti, un paio di album (soprattutto l’epocale Lysergic Emanations) che spaccavano, la nuova onda del garage revival cavalcata col piglio dei capobanda.
Poi, il treno passa. L’underground non si tramuta in mainstream; arriva il grunge. Sono anni di oblio, Rudi fa e disfa, anni di dischi bruttini (per non dire di peggio), la nicchia è sempre più piccola, il “culto” sempre più sotterraneo.

Ma il garage non muore mai. Il garage brucia sotto le ceneri, instancabile.
Così, un giorno di novembre dello scorso anno, mi ritrovo a una data del tour italiano per festeggiare i trent’anni di attività della band. Concerto bellissimo, sofferto e sudato, dai volumi insostenibili (le orecchie hanno continuato a fischiarmi ininterrottamente per due giorni filati). Mi compro il disco, questo Preaching To The Perverted.
Che dire: non stiamo parlando di un capolavoro, ma di un disco terribilmente onesto. E piacevole. I nostri hanno abbandonato il fuzz in favore di un approccio più adulto, più “meditato”, al garage rock. Meno Sonics e più Doors, mi verrebbe da dire. Soprattutto in brani come “Don’t Speak The Ill Of The Dead” e “Hurt, Flirt & Desert” le similitudini con il gruppo di Morrison sono evidenti.
Comunque, quando pigiano sull’accelleratore vengon fuori dei pezzi più che dignitosi, vedi “Set Me Straight” e “Launching Sanity’s Dice”. Valore aggiunto al disco è l’organo del nuovo acquisto Lana Loveland, che canta con Rudi nella commovente “Bound To Please”, acme del disco: parte lenta e leggermente psych, decolla in un crescendo soul blues, per poi ripiegarsi dolcemente.

In definitiva, il miglior disco dei Fuzztones da parecchi anni a questa parte.

Che fate, voi ci state?

I colori degli anni Ottanta brillano ancora

Roberto Calabrò – Eighties Colours (Coniglio, 2010, 224 pag.)

Con un paio di doppio malto in corpo si disattiva il filtro diplomazia e posso dirlo senza difficoltà: tanto ne avevo letto, tanto è stato esaltato e tanto ne continuo a leggere che questo libro – ancor prima di stringerlo tra le mani – mi stava sulle palle (altro…)

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