Natale, tempo di marchette…

Chiamatela marchetta, se volete. E infatti è vero. Però visto che le cose si fanno in piccolo, visto che è difficile far sapere che sono state fatte, visto che pochi leggono, visto che mancano gli inciuci giusti, visto un po’ quel che vi pare, vi beccate i consigli per gli acquisti anche qui. E che sarà mai… (altro…)

Jimmy Recca, I was a teenage Stooge

Ken Shimamoto – Jimmy Recca Story, 1971 (Easy Action, 2010, 18 pag.)

E’ incredibile scoprire come anche le storie che si credono sviscerate, raccontate in lungo e in largo, non siano nient’altro che espressione di un punto di vista soggettivo e – a volte – manipolatorio. Prendete gli Stooges: sono usciti un discreto numero di libri sulla loro storia e su Iggy Pop (ne ho scritto persino uno io, con Gabriele Lunati, per dire) e ormai tutti o quasi eravamo convinti di aver letto l’intero scibile sulla band. Errore.

Già, perché in presenza di entità come gli Stooges – nonostante il bel lavoro fatto da Paul Trynka con le sue “interviste impossibili” – sembrano moltiplicarsi persone e personaggi in grado di offrire punti di vista alternativi, ma anche storie inedite, aneddoti e rivelazioni. E’ proprio questo il caso di Jimmy Recca – bassista della band nel 1971, nel periodo glorioso in cui alle chitarre regnavano incontrastati Ron Asheton e James Williamson insieme (documentato nel quadruplo cd You Don’t Want My Name, You Want My Action). Recca, che in molti davano per disperso, è stato scovato poco prima dell’estate e intervistato da quell’eroe del rock’n’roll che risponde al nome di Ken Shimamoto (dovreste leggere ogni cosa che ha scritto, in particolare le sue interviste – le trovate facilmente in Rete; The Stash Dauber è il suo blog). Poi è entrata in gioco la Easy Action che si è incaricata di stampare un booklet formato copertina di cd per fissare su carta tutte le rivelazioni di Recca. Et voilà.

Questo libretto – che viene venduto al solo costo della spedizione – è un indispensabile compendio al quadruplo cd di cui si è detto sopra, ma anche uno scrigno che contiene piccole perle mai rivelate prima. Ad esempio, se vi intrigasse l’idea di sapere come si svolse la famosa telefonata internazionale con cui Iggy invitò a Londra i fratelli Asheton dopo averli estromessi dalla band pochi mesi prima… beh, sappiate che Jimmy Recca c’era e addirittura ha ascoltato il dialogo in diretta.

Non c’è molto altro da aggiungere: investite questa cifra ridicola in spese postali (probabilmente ve la caverete con un euro o due). Altrimenti, se siete in vena di spese e lussuria a briglia sciolta, sappiate che il booklet viene inviato in omaggio a chi compra il nuovo cofanetto degli Stooges ultra limitato, intitolato Popped. Ma di questo parleremo a breve.

Il più matto dei prìncipi punk-folk

tosoIntervista a Paolo Toso con preview di L’uomo a una dimensione ep.
Ovvero: se De André avesse ascoltato rock negli anni Ottanta il mondo non sarebbe necessariamente peggiore

Ha un’anima rock, Paolo Toso. Anzi punk.
Certo, bisogna prestare attenzione ad alcuni dettagli precisi – macroscopici, ma al contempo sfuggenti – per afferrare questo concetto; ma è davvero così. Senza strafare, senza esagerare… non ci trovate il Rock esuberante e taurino, nei suoi brani. Niente assoli sincopati, niente ritmiche chugga-chugga, batterie rocciose o rasoiate ai timpani. Una voce e una chitarra, arrangiamenti minimali, suoni molto americani (oserei dire tra lo Springsteen intimista e il Cash su DGC).
Peccato, quindi? Ma per piacere, non scherziamo.

Qui si esplorano i sentieri un po’ più imboscati dell’entroterra umano. Per citare – approssimativamente – Ray Manzarek a proposito della sua breve esperienza con Iggy Pop nei primi Settanta e dei motivi del suo abbandono, siamo di fronte alla necessità di riflettere: “Un uomo prima o poi, crescendo, maturando, trova anche lo spazio per una dimensione musicale più intimista”. Ma non dimentica le sue radici, altrimenti che uomo sarebbe. E’ per questo che diciamo che Paolo Toso è punk-folk. E i suoi dieci dischi da isola deserta sono eloquenti:

– Beggar’s Banquet – Rolling Stones (“‘Sympathy for the Devil’ per me resta uno dei momenti più entusiasmanti della storia del rock e ancora oggi ogni volta che la ascolto mi viene la pelle d’oca“)
– Deja Vu – CSNY
– Led Zeppelin III
– Transformer – Lou Reed
– Tommy – The Who
– The Queen is Dead – The Smiths
– The Good Son – Nick Cave
– Anni luce – Diaframma (“‘L’ odore delle rose’ è il testo che più di ogni altro avrei voluto scrivere io” dice Paolo)
– In quiete – CSI
– Let it Bleed – Rolling Stones

Vi sfido a trovarci un cantautore di quelli infestanti, quelli che – almeno per la gente come me – hanno dato una connotazione molesta al vocabolo. Tanto che il termine “cantautorato” lo trovo fuorviante in questo caso. Forse perché mi evoca barbe alla Guccini, semirantoli alla Bertoli e cupoloni nazionalpopolari stile Venditti sul Grande Raccordo Anulare a cavallo del suo pianoforte a coda.
E proprio Paolo dice: “In effetti Guccini e Bertoli non sono nelle mie corde… su Venditti no comment. La definizione punk-folk mi piace molto, se poi consideriamo che non so nè cantare nè suonare, allora si, sono molto punk!!!! Scherzi a parte (ma neanche troppo) mi sono sempre approcciato alla musica in modo molto essenziale e diretto, sia come ascoltatore che come esecutore. Non amo i fronzoli e mi piacciono le cose immediate, le intro e i solo fini a se stessi sono secondo me orpelli inutili. Non mi importa di ascoltare 1000 note in un minuto se poi non si ha niente da dire. Secondo me mettere un solo di chitarra al posto giusto e al momento giusto senza rompere le palle è una delle cose più difficili da fare in una canzone. Molto spesso non aggiunge nulla e anzi toglie e appesantisce. Ovviamente non parlo dei jazzisti che loro fanno parlare direttamente gli strumenti e ovviamente sono idee del tutto soggettive. Risparmio il pippone di quelli che non vogliono essere etichettati ecc. ecc. e quindi, anche se è poco punk dirlo, ribadisco che punk-folk mi piace e mi piace che qualcuno pensi che la mia musica lo sia“.

Punk-folk. Fatto di pezzi caldi, concisi, quieti. Ma a modo loro nervosi e urticanti. Pezzi che nascono – in parte – dal riarrangiamento di materiale pre-esistente, canzoni dei Neogrigio (la band in cui Paolo ha militato nei Novanta). “Si tratta di una riscrittura quasi completa, perchè alla fine dei vecchi pezzi ho tenuto solo i testi mentre la musica è stata completamente rivista” racconta Paolo “e confesso che l’idea di fare un lavoro così non mi sfiorava neppure. Negli ultimi 10 anni le uniche occasioni in cui ho preso in mano una chitarra sono state per strimpellare qualcosa di altri comodamente seduto in camera mia. L’idea è stata di Gabriele Lunati che, non so come, pensava che i brani di neogrigio potessero rendere bene in versione acustica e minimale“.

Ascoltate il singolo in free download su Myspace, per un assaggio rapidissimo: “Il principe dei matti”. Ma è sentendo la preview in anteprima totale dell’ep L’uomo a una dimensione (disponibile in versione digitale da fine agosto) che le idee, da queste parti, si sono fatte ancora più chiare.

Non c’è molto da dire. Solo che se De André avesse una quarantina d’anni e fosse cresciuto negli anni Ottanta nel basso Piemonte, comprando dischi rock da Otello, probabilmente non suonerebbe molto diversamente da Toso. E farebbe musica così: onesta, profonda, che non vuol essere ciò che non è e riflette ciò che le sta intorno. Perché “L’ambiente di vita influisce su qualsiasi cosa, figuriamoci se non influisce sulla musica. Molti miei pezzi sono ambientati in luoghi che frequento abitualmente, per esempio il colle di S. Martino al tramonto di ‘Di certo era domenica’. D’altra parte se sei nato ad Alessandria e vivi nelle campagne del Basso Piemonte, per quanto tu possa sforzarti, non suonerai mai come un newyorchese quindi tanto vale…“.

Punk-folk.

Il singolo di Paolo Toso “Il principe dei matti” è disponibile in free download su Rockoff e su Jamendo.
Nel Paolo Toso official Myspace trovate due brani in streaming: “Il principe dei matti” e “Il buio”.
L’ep L’uomo a una dimensione (con 5 tracce) uscirà a fine agosto in versione digitale per il download.

Kraftwerk: grandi guide sugli uomini-macchina

kraftrob.jpgA distanza di quasi quarant’anni dai loro primi esperimenti con l’elettronica, i Kraftwerk restano tuttora uno dei gruppi più misteriosi ed enigmatici, anzi, il più enigmatico in assoluto. In libreria – per fortuna – è ancora possibile recuperare dei libri per capire uno dei fenomeni più interessanti e culturalmente profilici della storia del pop.
Io ero un Robot
(Shake 2004), scritta dal percussionista Wolfgang Flür, racconta la storia degli storici precursori dell’elettronica e dei dischi che li hanno resi celebri. Dagli esordi sperimentali a Düsseldorf ai megatour che li hanno portati a girare tutto il mondo. Flür affronta ogni aspetto della sua militanza nella band fino ai primi anni Novanta, spesso dilungandosi su aspetti poco interessanti che dilatano il racconto, talvolta con pensieri (forse) forzatamente innocenti. D’altronde il titolo del libro tende a sottolineare l’aspetto umano di Flür rispetto ai membri fondatori dei Kraftwerk (Ralf Hütter e Florian Schneider) che, a quanto si legge, amavano comportarsi come macchine anche fuori dal gruppo, cercando di evitare qualsiasi rapporto umano e mantenendo la distanza dagli altri due componenti acquisiti, Flür e Karl Bartos. Atteggiamento che, stando al volume, ha portato Flür a trascinare gli altri membri della band in tribunale.

kraftwerk3.jpgSe quello di Wolfgang Flür resta comunque un diario di bordo tecnicamente illuminante, Kraftwerk – Il suono dell’uomo macchina (Stampa Alternativa, 2005) di Gabriele Lunati viaggia su un binario opposto. Lunati affronta in brevi capitoletti tutto il percorso artistico del gruppo, senza troppi fronzoli, e con aneddoti sempre interessanti sulla band e sulla scena elettronica di fine Settanta, senza perdere di vista i fenomeni attuali.
Interessantissimi, poi, gli stralci di interviste catturati qua e là da vecchie riviste e libri, nonché la descrizione delle top ten italiane (ve li immaginate i Kraftwerk in classifica assieme a Lucio Battisti e la musichetta di Ufo Robot?) che aiuta a capire il contesto culturale con cui i dischi dei Kraftwerk si sono confrontati (a volte persino scontrati, a causa delle scelte radicali della loro immagine). Una lettura indispensabile per capire gli indiscussi maestri dell’elettronica e di quello che la stampa avrebbe definito sbrigativamente krautrock: un pezzo di storia della musica elettronica che ha nutrito a forza di synth e minimalismo il pop di Depeche Mode, Human League, Visage, Daf e New Order, solo per citare i più famosi, ma che non ha ancora smesso di influenzare la scena elettronica attuale.

Lo Stooge dimenticato: Dave Alexander

davezander22.jpg Le notizie biografiche sul conto di David Michael Alexander non si possono certo definire copiose. In rete è liquidato con poche righe persino da Wikipedia (che nella sua natura di blob tuttologico – anche se non esattamente infallibile – di solito è piuttosto prodiga nelle sue voci musicali); così, ai più pignoli, non resta che affidarsi a ricerche e a taglia/ incolla mnemonici di materiale sparso in libri e riviste. Eppure, inutile rimarcarlo, Dave Alexander (detto Zander) è semplicemente il bassista che ha suonato in due album imprescindibili per il rock: The Stooges e Fun House. Capita l’antifona?

L’anagrafe, come il copione prevede, è laconica e recita: nato a Whitmore Lake, Michigan, il tre giugno 1947 e deceduto il 10 febbraio 1975.
È noto che la sua famiglia, a un certo punto, si trasferisce ad Ann Arbor, dove Dave frequenta la Pioneer High School; in questa scuola – per scommessa – batte un record riuscendo (secondo la leggenda) a farsi espellere dopo solo 45 minuti durante il primo giorno dell’anno conclusivo. È il 1965, un’annata gloriosa per la formazione di questo giovane rocker che frequenta da qualche tempo i due fratelli Ron e Scotty Asheton (futuro chitarrista e batterista degli Stooges, rispettivamente); con loro costituisce il clan di reietti più cool e temuti di tutta Ann Arbor. Loro hanno giubbotti di pelle, capelli lunghi, jeans stretti e stivaletti a punta; non gliene frega nulla della scuola e, quando non sono occupati a perdere tempo appoggiati a qualche muretto, suonano.
Zander aveva iniziato a strimpellare nei Dirty Shames qualche anno prima.

Ron Asheton: “[…] avevamo un gruppetto… Dave Alexander, Bill Cheatham, mio fratello e io formavamo una band che si chiamava Dirty Shames; praticamente tutto quello che facevamo era incontrarci, fumare mille sigarette, bere un sacco di Coca Cola e suonare seguendo i dischi. […] I Dirty Shames erano il nostro passatempo durante la high school. Eravamo la band più popolare della città, ma non sapevamo suonare e non abbiamo mai avuto un ingaggio. Però avevamo un look fighissimo, tutti con i capelli alla Brian Jones, indossavamo vestiti molto cool ed eravamo dei gran sbruffoni. Stazionavamo in un negozio di dischi e tutti ci dicevano ‘Amico, siete il gruppo più grande!’. Tra di noi scherzavamo: ‘Wow, siamo un gruppo popolare e nessuno ci ha mai ascoltati!’. Come ho detto, non sapevamo suonare. Dicevamo: ‘Ok, lavoriamo a due canzoni: The Bells of Rhymney dei Byrds e poi il lato b del singolo She’s About A Mover dei Sir Douglas Quintet, We’ll Take Our Last Walk Tonight. Nessuno l’ha mai sentita; magari possiamo anche dire che è la nostra’. Poi le suonavamo seguendo il disco e… ‘Ok, leva il disco… Ops, beh, almeno la batteria suona quasi le stesse cose’. Voglio dire: eravamo talmente incapaci che era tutto un gigantesco scherzo”.

Il 1965, dicevamo, è un anno cruciale per Zander. D’accordo con Ron Asheton molla tutto per volare in Inghilterra a respirare l’aria che riempie i polmoni dei suoi idoli: gli Who, gli Stones, i Beatles.

Ron Asheton: “[…] Dave ed io ce ne andammo. Dave un giorno fa: ‘Ah, me ne vado in Inghilterra’. […] Avevo una moto e anche lui ne aveva una; io l’ho venduta per pagarmi il biglietto aereo. Ho semplicemente detto ‘Devo andare’. Perché volevamo fondare una band assieme, ne avevamo parlato. Pensavamo che andando in Inghilterra avremmo incontrato i Beatles per strada, gli Stones… sai, sarebbe stato il Nirvana del rock’n’roll. Beh, in un certo senso era diverso… non abbiamo trovato Ringo Starr per le strade di Londra. […] Eravamo Dave ed io, dividevamo una cazzo di stanza in una casa vecchissima, c’era una coppia di anziani con tre cani giganti, ma era fico, perché tutti i giorni alle 11 e un quarto prendevamo il treno per Liverpool – il viaggio durava 45 minuti perché si fermava continuamente – per andare a vedere dove stavano i Beatles. Siamo andati a cercare il Cavern ed era aperto anche al pomeriggio. Per 50 o 60 pence, a volte 35, potevi entrare e c’erano delle band locali che suonavano. Era fottutamente, incredibilmente fico. […] Quel viaggio in Inghilterra è strato davvero grandioso”.

zand.jpg Nel 1967 si forma il nucleo originario degli Psychedelic Stooges, precursori degli Stooges che tutti conosciamo. Iggy Pop, Ron Asheton e Scott Asheton si ritrovano a comporre strane canzoni atonali, cacofoniche, suonate in parte con strumenti non convenzionali (bidoni, frullatori, aspirapolvere); Zander spesso li segue durante le prove e – pur non essendo parte del quadro – capita che gli venga occasionalmente affidato un ruolo.

Ron Asheton: “[…] Dave Alexander faceva questo – si occupava di tutti gli strumenti più strani, mentre Iggy suonava la tastiera, io suonavo il basso e mio fratello era alla sua bizzarra batteria”.

È grazie a un colpo di mano di Ron Asheton, il rocker più puro della formazione, se Zander viene ammesso nei ranghi in qualità di bassista. Ron vuole concentrarsi sulla chitarra e, probabilmente, stemperare l’alone artistoide che in questa fase contraddistingue gli Psychedelic Stooges. È l’inizio del 1968.

Ron Asheton: “Io dissi: ‘Hey, chiamiamo Dave Alexander al basso, io suonerò la chitarra e mio fratello suonerà qualsiasi cazzo di percussione riusciremo a trovargli’”.

Dave è un principiante col basso, ma possiede lo strumento, un amplificatore e un’automobile. Tre attributi molto utili alla band, che convincono anche lo scettico Iggy Pop ad accettarlo nella squadra. Impara rapidamente, tanto da essere in grado di suonare ed esibirsi nel giro di pochissimo tempo. Dopo un paio di concerti (in pratica i due gig di esordio del gruppo) gli Psychedelic Stooges decidono di andare a stabilirsi tutti nella stessa casa (ovvero quella evocata dal titolo Fun House); Zander ha vissuto sempre e solo coi genitori – due persone che lo coccolano e proteggono lasciandolo vivere tranquillamente nel suo mondo fatto di timidezza, musica, libri e introversione – ma si unisce senza esitazione alla compagnia della Fun House. Qui sperimenta le gioie di un post-adolescente finalmente libero dall’occhio dei genitori (che comunque sponsorizzano l’avventura pagandogli l’affitto) e offre il suo contributo alla metodica distruzione dell’immobile.

Ron Asheton: “[…] Dave Alexander aveva l’abitudine di indossare scarpe con delle placche di metallo sulla suola, di quelle che usavano i bulli per le risse, e ha sfasciato tutti i pavimenti di legno”.

Tutto ciò che avviene in seguito – ovvero la crescita della band e la registrazione dei due primi album – è solitamente raccontato in una prospettiva Iggy-centrica o, da qualche anno, attraverso il punto di vista di Ron Asheton. Ma ben poco trapela di come Dave viva questa evoluzione. L’impressione è che, nonostante abbia spazio per contribuire alla musica degli Stooges (che hanno perso lo Psychedelic), Zander si rifugi sempre più nella propria introversione, defilandosi e concentrandosi sempre più sull’evasione dal mondo. A lui in particolare si deve “We Will Fall”, in The Stooges: un brano lungo e catatonico, una nenia orientale ipnotica.

Ron Asheton: “We Will Fall… in un certo senso è stata il contributo di Dave Alexander al primo album. Gli piacevano i mantra e si interessava di spiritualità, ed era sempre in cerca di nuovi modi per andare fuori di testa; e questa canzone era una faccenda tipo… ‘Se continui a cantare questa nenia, ti sballi’. […] Ci faceva rilassare, così abbiamo pensato: ‘Fico. È qualcosa di diverso’. E in effetti era totalmente l’opposto di ciò che eravamo all’epoca, ovvero caos. Caos totale”.

Fino al termine delle registrazioni di Fun House (estate 1970) poco si sa di Zander; quasi sicuramente continua nel suo lavoro di bassista e si sballa più che può. IggyPop, ormai lanciato verso il trip di egomania da cui non si distanzierà neppure durante la terza età, inizia a guardarlo di cattivo occhio, come elemento in grado di nuocere alla band. Esiste una testimonianza video – ampiamente circolata – che immortala gli Stooges live al Cincinnati Pop Festival del 13 giugno 1970. Qui si intravede Zander: fermo al suo posto, a lato del palco, oscilla sulle ginocchia, seguendo il tempo col corpo. Di fronte a lui – creando un contrasto estremo – Iggy sperimenta quello che diventerà il suo show per i prossimi 37 anni a venire: torso nudo, mosse guizzanti alternate a movimenti spastici, sbruffoneria e ostentato autolesionismo.
A fine luglio accade l’irreparabile. Gli Stooges sono al Goose Pop Festival; Iggy è su di giri, si sente onnipotente e incita la folla alla rivolta, poi aggredisce un membro dei Mountain, colpevole di suonare nella band che si deve esibire dopo gli Stooges: l’iguana si sente defraudato perché vuole più tempo per rotolarsi sul palco e giocare alla divinità. Zander, in questa cornice, evidentemente soccombe alla tensione e all’autoindulgenza.

Ron Asheton: “A Iggy non piaceva l’attitudine di Dave, la sua indifferenza, o qualsiasi cosa fosse. Aveva abbandonato la Fun House ed era sempre in ritardo per le prove. […] Dave si ubriacò di brutto, fumò qualcosa e praticamente si gelò sul palco, dimenticandosi tutte le canzoni”.

A quanto Iggy racconta nella sua autobiografia I Need More (a onor del vero nota per essere un’accozzaglia di invenzioni a effetto partorite dalla mente del’iguana nel tentativo di far rifiorire la propria carriera in un momento di totale black out e tossicodipendenza) non è il primo episodio increscioso di cui Zander è protagonista: pare che pochi giorni prima abbia rischiato di ustionarsi (tentando di emulare Hendrix con una lattina di benzina per accendini con cui voleva creare un effetto pirotecnico per stupire il pubblico). È così che al termine dell’esibizione sul palco del Goose Pop Zander viene cacciato da Iggy Pop.

Iggy: “Mi piace licenziare la gente. Oh è la più bella sensazione al mondo… sei licenziato! Vaffanculo! Non lavori per conto tuo! Lavori per me, succhiacazzi!”.

Zander non tenta neppure di mediare. Fa i bagagli e se ne va immediatamente, abbandonando l’avventura degli Stooges. Quando Fun House esce in tutti i negozi (il 18 agosto) Dave non è più nella band e si è già ritirato a casa dei genitori ad Ann Arbor.

Scott Asheton: “Credo che Dave volesse tornare a casa dei suoi – era comunque lì che passava la maggior parte del suo tempo. Aveva tutto ciò che desiderava, a casa dei suoi: i suoi libri, il suo stereo, la sua tv. Si sentiva accudito laggiù, e credo che a lui andasse bene così”.

Zander ad Ann Arbor si crogiola nell’affetto protettivo della famiglia e, a quanto pare, eredita una somma di denaro che investe nel mercato delle azioni. Sembrerebbe un cambiamento radicale di vita, ma non così negativo. Il problema è che si attacca alla bottiglia sempre più disperatamente, tanto che, poco prima della sua morte, nonostante abbia guadagnato diverse centinaia di migliaia di dollari con investimenti azzeccati, è ridotto a uno straccio.
Ron Asheton nel 1975 passa a trovarlo; vanno assieme all’aeroporto e mentre si salutano Zander gli dice che è un addio, visto che non ci sarebbe più stato la prossima volta. Ron non presta molta attenzione alla cosa, ma le parole di Dave sono profetiche. Nel giro di poche settimane muore.

Ron Asheton: “Beveva troppo e il suo pancreas si è infiammato. È andato all’ospedale con sintomi blandi, ma il suo sistema immunitario era a terra e così è morto di polmonite. In quel periodo stavo mettendo insieme i New Order e ho saputo la cosa da Jim [Iggy Pop]. Non sono riuscito ad andare al funerale perché ero completamente senza soldi. Eravamo inseparabili…”.

Iggy Pop alla notizia del decesso reagisce con la frase passata alla storia “Zander è morto, ma non mi importa perché non è più mio amico”; Ron asheton non si presenta al funerale. Un quadro desolante, le cui tinte fosche solo di recente hanno iniziato ad attenuarsi, soprattutto grazie all’opera di Mike Watt (bassista sostituto di Zander nei riuniti Stooges) che non manca di menzionarlo e parlarne in ogni occasione che gli si presenta.

Mike Watt: “Sì, è una vergogna [che Zander sia lo Stooge dimenticato]. Ma non so se è semplicemente un problema di Dave Alexander come persona o del ruolo del basso in genere. È una battaglia. Grazie a Dio il punk rock ha aiutato tantissimo noi bassisti – perché, soprattutto in passato, c’era una gerarchia assurda. Al basso ci mettevi l’amico scemo e roba del genere. Ricordo di avere anche sentito Ronnie dire che, ai tempi di Raw Power, si sentiva retrocesso […]. Ma penso che questo atteggiamento sia uno dei motivi per cui Dave è passato inosservato. E poi non ha mai potuto difendersi e parlare, questo non è da sottovalutare. Così cerco sempre di ricordarlo e rendergli merito quando parlo con qualcuno”.

Agosto 1969: il lancio di “The Stooges”

the-stooges-posters.jpg[…] A parte la copertura da parte della stampa, il disco deve essere promosso anche sul campo e gli Stooges iniziano un tour di lancio. La prima data – organizzata nientepopodimeno che dal “king of all media” Howard Stern – è venerdì 29 agosto 1969 (l’album è uscito qualche settimana prima) e si tiene al Pavillion di New York, al World’s Fairground, nel Queens.
Insieme agli Stooges, in cartellone ci sono il freak paladino della droga libera David Peel e i fratelloni MC5; le due band del Michigan allestiscono uno spettacolo torrido e violento, tanto che Stern stesso ne rimane shockato e arriva a dichiarare che sua moglie, in seguito al concerto degli Stooges, ha avuto un aborto spontaneo e che lui non avrebbe mai più voluto avere nulla a che fare con il gruppo.
Danny Fields: “Il promoter si attaccò al telefono e iniziò a dire a tutti «Attenzione a questo gruppo che si chiama The Stooges. Sono letali per i feti». Dopo questo furono messi sulla lista nera. […] Nessuno volle più avere a che fare con loro finché non diventarono famosi” .

Il debutto newyorchese degli Stooges è devastante. Steve Harris: “Iggy guardò il pubblico, si frugò nel naso, qualcuno gli gettò una lattina di birra, Iggy gliela ritirò, cantò un paio di strofe, qualcun altro tirò un’altra bottiglia che andò in frantumi sul palco, e Iggy ci si rotolò sopra, tagliandosi dappertutto” .
Alan Vega, futuro 50% del duo proto-elettronico Suicide: “Salì sul palco un tizio con le basette bionde che assomigliava un sacco a Brian Jones e che in un primo momento scambiammo per una ragazza. Aveva addosso una salopette tutta strappata, dei ridicoli mocassini. Aveva un’aria stravolta – guardava la folla e gridava: «Fanculo! Fanculo!». Poi gli Stooges attaccarono con uno dei loro pezzi e un istante dopo Iggy si lanciò dal palco dritto sull’asfalto, e cominciò a tagliarsi con una chitarra spezzata. Non era teatrale, era vera arte drammatica. […] Era tutto vero” .

iggy-and-the-stooges.jpgGli Stooges replicano a qualche giorno di distanza, nello stesso locale. In questa occasione Iggy si guadagna il posto d’onore della serata tagliandosi profondamente il torace con un paio di bacchette scheggiate di Scotty Asheton. New York è scossa da questo insensato e passionale spettacolo di pura demenza rock’n’roll. Dopo il secondo concerto la giornalista di Rolling Stone Karin Berg raggiunge il backstage e – ancora fremente ed eccitata per ciò che ha appena visto – ottiene quella che, forse, è la prima testimonianza ufficiale dell’iguana a proposito del proprio comportamento sul palco: “Ti pare che io sappia quello che faccio? […] Non lo so. Non mi piacciono i professionisti, sono sempre padroni della situazione. A me non piace. Voglio fare fluire l’energia. Percepisco questa sensazione, quest’area di concentrazione qui, nella zona genitale. Inizia così e posso sentirla, mi lascio andare e poi sale lungo il mio corpo, fino alla base del collo, alla testa e poi praticamente esplode. È simile a quello che accade nelle danze rituali, con la trance”.

[Da G. Lunati & A. Valentini, “Iggy Pop, cuore di Napalm”, Stampa Alternativa, aprile 2008]

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