Scaldami la micia

WarmersThe Pussywarmers & Réka – I Saw Them Leaving (Wild Honey, 2014)

Arriviamo un po’ lunghi – nel senso di in ritardo, visto che l’uscita risale agli ultimi giorni di febbraio – su questo terzo album dei Pussywarmers, che per l’occasione fanno comunella con l’amica ungherese Réka (altro…)

Tessuto cicatriziale a go-go

kiedis.jpgAnthony Kiedis e Larry Sloman – Scar Tissue (Mondadori, 435 pp.)

Scar Tissue è la confessione-outing di un tossicodipendente. Un’autobiografia riabilitativa e catartica per il protagonista  Anthony Kiedis, il popolarissimo frontman dei californiani Red Hot Chili Peppers.

In effetti, più che leggere le movimentate vicende dell’esistenza di Kiedis, si ha l’impressione di ascoltarlo mentre si racconta. E’ come se parlasse di squallidi e asettici centri di recupero sparsi per la California e il suo pubblico fosse composto da ex sballati e operatori interessati.

Il sogno americano di Anthony passa per la Los Angeles – decadente città del vizio e della morte – in cui prendono forma e muovono i primi passi i suoi RHCP, che da band cult per scoppiati freestyle e freak emergono, si gonfiano e deflagrano per arrivare all’apoteosi della californicazione suprema.

In tutto ciò si insinuano molte parentesi dolorose e vicende amare, (stra)fatte di una lunga lista di amici caduti per overdose – cominciando dal chitarrista della prima ora Hillel Slovak, passando per l’amico-attore River Phoenix.
E poi una lista altrettanto lunga di  disastrosi tentativi  di disintossicarsi fuggendo da quella L.A. protagonista assoluta delle liriche di Kiedis, “Under the Bridge” su tutte.

In Scar Tissue, oltre al fedele diario di bordo di una rockstar alla deriva, c’è l’ostinazione ad andare sempre e comunque avanti: sopravvivere a tutto, al caos familiare e dei tour, ai caduti per ero e crack, ai fallimenti, alle groupie da una botta e via, ai collassi psichici di Flea (l’amico che nonostante gli alti e bassi resta fedele nel tempo), alla sbornia post boom di Blood Sugar Sex Magik, alle esuberanze pirotecniche di Dave Navarro, ai tracolli commerciali di One Hot Minute.

I nuovi Dirtbombs

dirtbombs-cd.jpgThe Dirtbombs – We Have You Surrounded (In The Red, 2008)

Ritorno dei Dirtbombs di Mick Collins che ci servono, grazie alla In The Red, una nuova puntata della loro indiavolata saga. We Have You Surrounded è un album che rispetta in pieno i piani della rovente compagine americana, ricalcando ancora una volta la matrice garage-punk-soul che emergeva nei precedenti lavori. E la formula strega ancora, anche se la componente di sanguigna sorpresa si è leggermente affievolita per consunzione.

Accanto alle bombe garage (“Ever Lovin’ Man”), stavolta Collins prova qualche soluzione più funk, (“Indivisible”, “Wreck My Flow”) , qualche cover azzardata e riuscita (“Sherlock Holmes” degli Sparks), un po’ di riferimenti new wave (“We Have Us Surrounded”) e un po’ di dubbia sperimentazione (“Race To The Bottom”).
La raccolta offre le consuete perle da strabuzzare gli occhi, ma questa volta accanto al sudore e alla classe sembra che la stanchezza (o i doveri contrattuali) abbiano dettato l’inserimento di episodi più deboli, che tolgono forza a un disco che avrebbe meglio indossato l’abito di un EP.

Gang of four: unica data italiana

gangoffour.jpgContinua la raffica di band storiche che ci faranno visita nei prossimi mesi. E’ il turno, questa volta, dei Gang of Four, la mitica formazione post punk inglese (di Leeds) che per prima flirtò pesantemente con il groove e i ritmi del funk.
L’occasione è importante, dato che si tratta della formazione originale (Jon King, Andy Gill, Dave Allen e Hugo Burnham).

I nostri pionieri si esibiranno unicamente ii 2 agosto a Pescara all’Indie Rocket Festival. Per info: www.grindinghalt.it

Traffic Sound: psych Perù

traffic-sound.jpgTraffic Sound – s/t (Repsychled Records/Mag, 2007)

Quando meno te l’aspetti ecco spuntare fuori – da quell’infinito serbatoio che è l’arco fra i tardi 60’s e i primi 70’s – l’ennesima pepita dorata. La macchina dello spazio-tempo, grazie ai Traffic Sound, questa volta ci porta fino a Lima, in Perù, alla fine del 1970. Quest’album (il terzo del gruppo) mostra il sestetto alle prese con un sound che fonde Hendrix, i groove pesanti dei Cream, la psichedelia e li amalgama con caldi ritmi sudamericani e le matrici folk della terra peruviana.

Il risultato è un LP in cui sound e struttura dei pezzi mostrano chiaramente la propria origine tardo Sixties/early Seventies, rielaborata attraverso una sensibilità latina; il tutto arricchito da flauti, sax, percussioni tribali e caldi ritmi funk, con puntate in territori quasi progressivi. Il connubio di queste influenze così cangianti non può non affascinare o lasciare indifferenti.
Le due opener “Tibet’s Suzettes” e “Chicama Way” sono di sicuro i brani che colpiscono maggiormente, con la loro forma di avvolgenti jam latin-psych caleidoscopiche, con arrangiamenti particolarissimi. Altrove le atmosfere si fanno più folk e rarefatte (“America”) o morbide, con toni quasi da ballata (“Those Days Are Gone”).

La concisione dell’album (sette brani per appena 30) minuti e la varietà delle suggestioni sonore fanno sì che non diventi mai pesante o eccessivamente impegnativo. Ad arricchire l’esperienza dell’ascolto (oltre che – ovviamente – a solleticare gli istinti di tutti noi feticisti) aggiungiamo che il tutto è presentato in una lussuosa confezione digipack, col cd alloggiato in un cartonato pieghevole che riproduce l’involucro dei master del disco. Dunque, non mi resta che augurarvi buona spesa e buon ascolto di questa preziosa ristampa.

50 anni di Stax

51vp0yli4hl_ss500_.jpgAAVV – Stax 50th Anniversary Celebration (Stax Records, 2007, 2CD)

Spettacolare box che accende la cinquantesima candelina sulla torta della label di Memphis. Questo doppio cd riassume, per sommi capi, una serie di singoli rappresentativi della sterminata produzione dell’etichetta (periodo 1961-1969 sul primo disco, 1969-1974 sul secondo).

Il primo round di questo rovente southern jukebox salta agevolmente da Booker T a Carla Thomas (che apre con “Gee Whiz”), da Rufus Thomas (“Walking The Dog”) a Sam & Dave, da Eddie Floyd (“Knock On Wood”) a un magnetico Albert King (“Born Under A Bad Sign”).
Il secondo round è da knockout tecnico: una miniera di Seventies Soul sanguigno, sensuale e raffinatissimo. Dalla seta delle Emotions (“So I Can Love You”), al fascino muscolare di Isaac Hayes (la sua “Walk On By” è un lento assassinio per orchestra e voce), dallo stile definitivo dei Dramatics (“Watcha See Is Watcha Get”), al “message” degli Staple Singers (“Respect Yourself”), dal killer funk dei Bar Kays (“Son Of Shaft”, che si apre col verso “I’m the Son of a Bitch”) alle “faccende tra donne” di Shirley Brown (“Woman To Woman”).

In queste cinquanta canzoni c’è l’essenza della comunità afroamericana tra i Sixties e i Seventies: la sofferenza, la passione, il riscatto, il successo e l’eccesso. Tutto il suono che inzuppa l’anima, tra i blocks di periferia, su di una macchina scassata con il profumo di ciambelle e caffè lungo che esce da un sacchetto di carta sul sedile del passeggero.

The Bees: Octopus

thebees_octopus.jpgThe Bees – Octopus (Virgin, 2007)

Ecco fatto: direttamente dall’isola di Wight, l’ultima fatica dei Bees.
Questa volta il gruppo ci presenta un lavoro che potrebbe essere la sintesi tra i loro primi due album. Del debutto Sunshine Hit Me c’è il desiderio di sperimentazione, quell’insieme di sonorità che pare facciano il giro del mondo: funk, raggae, dub e puro pop. Di Free the Bees torviamo invece la leggerezza, l’idea di una musica fatta da fricchettoni per fricchettoni. Ma veniamo a Octopus.

L’album si apre con “Who Cares What the Question Is” e “Love in the Harbour”. La prima potrebbe appartenere tranquillamente al Beatlesiano Withe Album e, più precisamente, fare da eco a “Don’t pass me by” – guardate il video e capirete che ogni riferimento non è puramente casuale… anche se il sottomarino giallo è sostituito da un furgone azzurro. La seconda, invece, è qualcosa di più puramente country con armoniche e seconde voci.
Il terzo brano (“Left Foot Stepdown”) si presenta più sperimentale: è praticamente un pezzo dub suonato da un gruppo Mariachi in vacanza in Jamaica. L’album continua con altri pezzi altrettanto validi, il livello non cala mai e ogni traccia pare quasi essere migliore della prima. Diciamo che potrebbe sembrare la versione non commestibile dei cioccolatini: uno tira l’altro.

Con la quinta e la sesta traccia – “Listening Man” e “Stand” – si torna alle vecchie atmosfere rarefatte e ai coretti di “Sunshine Hit me”, per poi riprendere con il funk ottimista e non troppo celato di “(This is for the) Better Days”. Parlando di ottimismo, che dire di “Chicken Payback”? Beh, che in ogni album ce de dovrebbe essere una. Ascoltate poi “End of the Street”…

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: