Tunas-mania!

The Tunas – s/t (Wild Honey, 2012)

Ultimamente è imbarazzante rileggere gli articoli di Black Milk, perché parlo bene di quasi tutti i dischi, manco fossimo su un numero di HM del 1987; eppure non è che io sia di bocca così buona, come qualcuno potrebbe testimoniare. Evidentemente le etichette e le band hanno iniziato a comprendere l’aria che tira e il gusto che c’è da queste parti: e, per la madonna, mandano roba davvero ottima.

Come questo disco omonimo dei Tunas, il loro terzo LP, che è roba sopraffina… per usare una locuzione che potrebbe sfoderare il droghiere ottantenne di quartiere (ammesso che ne esistano ancora).
Questo è garage rock puro, energico, raffinato e coinvolgente: attenzione ho detto garage rock volutamente… perché il concetto è che non dovete aspettarvi un inferno di Farfisa e riffoni – che so – alla Cynics o rabbia catarrosa alla Morlocks. Assolutamente no. Qui si veleggia in acque più vicine ai Love, per intenderci, senza esagerare nell’orchestrazione e rileggendo quel sound folk/rock/psych/Sixties attraverso la lente del paisley underground e – perché no – del rock indipendente anni Ottanta, Replacements e Husker Du compresi (vedi l’opener del lato b, che trasuda Husker Du e fa godere dal primo all’ultimo secondo). E su tutto, un tocco di velocità supplementare aggiunta.

Dai, cazzo, lo dico: questo album, insieme a Movie Star Junkies e Doggs, è nella rosa dei migliori del 2012 al momento. E sono convinto che ci resterà fino al 31 dicembre e senza troppi problemi.

Un grande disco. Grazie Tunas e grazie Wild Honey (che cura i dettagli seriamente, includendo anche un codice per il download degli mp3 in ogni album).

Il fantasma di Jeffrey Lee Pierce tra Tenerife, Berlino e Parigi

Dallas Kincaid & Evilmrsod – Subterranean Power Strain (autoprodotto, 2011)

Non so come mi abbiano trovato, ma porca puttana la miseria, meno male che l’hanno fatto. Non mi farò altre domande, perché qui c’è davvero roba che scotta e ve ne devo parlare.

C’è questo Evilmrsod, che si chiama Pablo Rodríguez, è di Santa Cruz de Tenerife, ma ora vive a Berlino. Lui – dopo essere stato in una rock’n’roll band di Tenerife – si è dato al blues/folk/rock acustico con risultati apprezzabili e apprezzati. Un giorno Evilmrsod, su Internet, conosce il rocker francese Dallas Kincaid, influenzato da gente tipo Jon Spencer, Cramps, Dogs, Ramones, Stones, Nick Cave, Jeffrey Lee Pierce, Hank Williams the third, Johnny Cash e Iggy Pop. E da qui nasce una bizzarra collaborazione. Bizzarra sulla carta, perché il risultato – ossia questo Subterranean Power Strain – è una bomba. Da godere senza remissione.

Le influenze sono chiare e pescano nel calderone del rock’n’roll malato, del punk blueseggiante, del blues punkizzato, del rock gotico western, ma anche del folk rock più decadente e oscuro. Con qualche tocco più melodico a offrire brevi boccate d’ossigeno.
Gli addendi, come potete vedere e sentire, sono semplici e noti, ma il risultato è stupefacente: musica di quella che ti entra nelle ossa e ti fa ricordare, anche solo per qualche istante preziosissimo, cosa hai provato al primo ascolto dei Gun Club, tanto per dirne una. O dei Cramps.

Menzione speciale per la voce spettacolare, che in più di un momento evoca il fantasma di Jeffrey Lee Pierce, facendoci credere per qualche istante che sia ancora vivo e vegeto e stia incidendo ancora ottima musica.

Uno dei dischi dell’anno, per quanto mi concerne.

http://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Ftracks%2F25211158 SheryLynn by evilmrsod

http://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Ftracks%2F25201448 Pure by evilmrsod

Rabies in Leicester

Agony Bag – Feelmazumba (Black Widow, 2001)

Sono da sempre tra i campioni della NWOBHM più oscura, questi Agony Bag (con ex membri della cult band Black Widow); il ruolo se lo sono meritatamente guadagnato sulla scorta di un singoletto contenente due soli brani, che è una specie di Santo Graal per diversi collezionisti: Rabies is a Killer/Never Ever Land (1980, Monza Records).
Il mito e la leggenda, poi, sono stati per anni potenziati dal fatto che la band – di stanza a Leicester, UK – aveva inciso un album mai uscito, visto lo scioglimento precoce.

Ed è qui che entra in gioco la genovesissima Black Widow Records, che con un colpo di mano, nel 2001, si aggiudica la possibilità di riesumare i nastri originali del disco e pubblicarli in pompa magna, in edizione cd. Nel 2001 esce, dunque, Feelmazumba, con “soli” 21 anni di ritardo.

La sensazione, ascoltando gli Agony Bag in una dimensione più dilatata (e con il proverbiale senno di poi) è che per anni la percezione sul loro conto sia stata falsata in buona parte. Perché la NWOBHM non è per nulla la componente maggiore del loro sound, in cui – al contrario – sono rintracciabili residui punk, suggestioni gothic rock, parecchio progressive di quello scuro, l’immancabile hard rock anni Settanta, una buona spolverata di glam e qualche pizzico di folk/psych inglese. Insomma, un bell’ibrido straniante, che necessita una certa predisposizione d’animo per essere affrontato.

Le vere schegge soniche del disco sono tre: i due brani d’apertura (ossia quelli già inclusi nel signolo), in cui si respira aria di NWOBHM piuttosto ruvida; e poi “Sally of Leicester” che è il manifesto dell’anima punk che alberga negli Agony Bag, con un riff semplice e ignorante, quasi degno (se così si può dire) degli Exploited o dei GBH. Nei restanti pezzi si alternano segmenti hard sabbathiani a momenti progressivi che richiamano i Jethro Tull più ispirati, glam stralunato, divagazioni psichedeliche e fraseggi blues rock.

A calamitare all’ascolto – sempre se vi troverete nel mood giusto – è proprio la caleidoscopicità dei brani, insieme alla totale assenza di pretese: non lasciatevi ingannare dagli stereotipi… prog, hard, blues e glam per gli Agony Bag significano prendere gli stilemi basilari dei generi e proporli nudi e crudi, quasi involvendoli e riportandoli a uno stato in cui necessiterebbero del suffisso “proto” per essere meglio inquadrati.

Naïf? Probabilmente sì. Anzi di certo. Ma sanguigni e in preda a quel demone che possiede chiunque si trovi almeno una volta a settimana in una sala prove: avete presente quei momenti in cui vorreste fondere insieme, negli stessi tre minuti di brano, tutto quello che vi ha formato, colpito, influenzato e stregato in anni di ascolto? Ecco. Gli Agony Bag sembrano essere in quello stato di grazia per l’intero disco. A tutto questo aggiungiamo un gusto per la teatralità stile Rocky Horror Picture Show… et voilà.

Come dice Punk Not Profit: “Blast from your ass”. Prendere o lasciare, con gli Agony Bag non ci sono vie di mezzo (ma un paio di ascolti, prima di decidere da che parte si sta, sono necessari).

[Scaricate il cd QUI, e se vi piace ricordate di comprarlo… lo trovate ancora facilmente]

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Meet you in Siena, Nevada

The Last To Knows – 2011 Promo (autoprodotto)

E’ praticamente passato un anno esatto da quando conobbi i The Last To Knows che si fecero vivi mandandomi il loro bel 7″ Seven Men/Dig For The Heart. Rieccoli, a sorpresa, con un pugno di canzoni nuove di zecca, registrate lo scorso ottobre e raccolte sotto al titolo provvisorio di 2011 Promo (sì 2011).

Sono ancora maturati – non che fossero particolarmente acerbi – i nostri folk/country rocker senesi e hanno raggiunto un ottimo livello di padronanza del genere, tanto da cavalcarlo con disinvoltura senza attingere in maniera troppo smaccata da nessuno dei loro numi ispiratori: Bob Dylan, Rolling Stones, Hank Williams, Creedence Clearwater Revival, Reigning Sound, Neil Young, Townes Van Zandt e Gram Parsons.

Ovvviamente l’anima dei The Last to Knows è rapita da atmosfere e suggestioni statunitensi al 100%: deserti, praterie, drammi da stazione di servizio, amori che durano la lunghezza di una highway ed evaporano, notti a base di alcool e neon colorati… qui di punk e di rock’n’roll tradizionalmente inteso non ne troverete. Ma – in compenso – nei loro pezzi aleggia l’alone mortifero e letale della lower America, con tutte le sue contraddizioni e tradizioni.

Se, poi, siete curiosi di come un ispirato Gram Parsons avrebbe potuto infilare Siena in un brano fintamente allegro – ma in realtà malinconico e livido come una prateria dopo un incendio – i The Last To Knows sono il vostro gruppo e vi esaudiranno nella mitica “Cross Your Mind”.

Tra l’altro, se avete un’etichetta fatevi avanti: i ragazzi non vedono l’ora di pubblicare ufficialmente questi cinque gioiellini – magari insieme ad altri brani, per far uscire un album completo. Contattateli… fatevi il classico favore, se avete un po’ di cervello.

Il ritorno dell’uomo morto

deadman1.jpgDead Man – Dead Man (Crusher, 2006 [2008])

In occasione dell’uscita del secondo album della band, la Crusher Records ha pensato di ristampare la prima fatica (in vinile bianco!) dei Dead Man. Una saggia mossa, dato che si tratta di un lavoro che ti fa rimanere a bocca aperta come un ragazzino di fronte alla nuova Playstation o come un pornofilo per la prima volta in un sexy shop. Certo, il nome della band è poco accattivante, di primo acchito, ma tant’è: quello che conta è il sound e – per dio – questi nordeuropei (svedesoni) ne hanno a pacchi di sound. A pacchi.
Cosa ci sarà nell’aria lassù? Non so dirvelo, fatto sta che la percentuale di band notevolissime che le lande dei fiordi e dintorni sfornano è davvero molto alta.
La parola d’ordine, come forse saprete, è Seventies. La controparola è psych. E il corollario è garage rock, con tocchi di folk rock, Stones-sound, un po’ di Seeds e 13th Floor Elevators.
Sognanti e duri al tempo stesso, per farsi venire voglia di vedere qualche culetto che si scuote ballando. E poi – subito dopo – pensare a dove si può reperire una mezza busta di roba.
C’è poco da dire: spaccano. Quanto successo avranno? Poco, pochissimo… in un certo senso è quasi meglio che gioiellini così restino misconosciuti. Ma non c’è pericolo, fortunatamente, se l’ondata Black Mountain e Warlocks si affievolirà in tempi brevi.
Fatelo vostro, non giocate alle amebe. L’etichetta, ripeto, è la Crusher Records: date un occhio al catalogo…

E preparatevi: a breve un’intervista ai Dead Man su Black Milk.

L’euforia dell’uomo morto

euphoria.jpgDead Man – Euphoria (Crusher, 2008)

Li avevamo lasciati nel 2006 con il loro debut album (omonimo): una vera stilettata al cuore, tanto era bello, sognante, ruvido e irrimediabilmente loser. Rieccoli, quindi, a circa due anni di distanza, con una nuova prova sulla lunga distanza, pronti a riconfermare e rafforzare ogni singola impressione positiva già data.

I Dead Man, svedesi doc (o quasi) spaccano. Perdonate il termine da supergiovane mancato, ma in effetti l’entusiasmo ogni tanto gioca brutti scherzi. Pensate a un mefistofelico e tentatore mix di primi Black Sabbath, Pink Floyd Barrett-era, i Jefferson Airplane più acidi e un tocco di garage psych in puro stile Nuggets.
I 50 minuti di Euphoria non perdonano, questo è poco ma sicuro… duri e puri stoner, malati di prog, freak del sound rock dei Seventies più baffuti e drogati, melomani a caccia di armonie tossiche: avete trovato uno dei vostri album dell’anno. Tutti gli altri si accomodino pure a ritirare il buono sconto per un bel cappelluccio da asino in cartapesta.

Grande band, grande album. E grazie alla Crusher Records, che in quanto a qualità ha decisamente un senso dell’olfatto molto sviluppato.

PS: l’album sarà in vendita dal 31 marzo. Fate voi…

Il folk-rock secondo San Unterberger

turnturnturn.jpgRichie Unterberger – Turn!Turn!Turn!, the ‘60s folk-rock revolution (Backbeat Books)

Autore di un libro fondamentale come il superbo Unknown Legends of Rock’n’Roll che tracciava in tempi non sospetti (1998 circa) i profili di “leggende sconosciute” della musica che più amiamo, con un roster di nomi che partiva da Graham Bond per arrivare ai Rocket from the Tombs; collaboratore fisso di Ugly Things; compilatore per numerose label specializzate in ristampe… Richie Unterberger è ormai da anni una garanzia per tutti gli amanti della buona musica che non riescono a sottrarsi al sottile piacere della letteratura che da essa può scaturire.

Turn!Turn!Turn!, uscito originariamente nel 2002, è il primo di due volumi (l’altro è il successivo Eight Miles High) da cui Unterberger parte per raccontarci quella che è stata la rivoluzione folk-rock che ha attraversato gli anni Sessanta. La fine del libro volutamente coincide con una data dal significato mitologico: 29 luglio del 1966. Per chi non lo sapesse, è il giorno del famigerato incidente motociclistico di Bob Dylan.
Anche se il prologo del libro dedica ben venti pagine al festival di Newport e alla svolta elettrica di Dylan, inquadrandola nel contesto dello scontro ideologico nei rigidi ambienti conservatori del folk dell’epoca con annessi episodi ormai leggendari (il famigerato quando poco verosimile attacco all’amplificazione di Dylan da parte di un Pete Seeger inferocito armato d’ascia), è nelle restanti quasi 280 pagine che Unterberger mostra il suo talento. Pochi autori, infatti, hanno l’instancabile capacità del nostro di raccogliere migliaia di informazioni (tutte di prima mano, ovviamente), catalogarle e unirle in una forma appassionante e coinvolgente sia per l’esperto in cerca di chicche inedite, sia per il lettore casuale e meno scafato.

Il risultato è un’orchestra di voci e dettagli (più di cento i personaggi intervistati fra musicisti, produttori e giornalisti), che ci accompagna dagli albori della nuova scena folk nel Greenwich Village fino all’avvento del folk-rock, arrivando quasi a lambire la nascente scena psichedelica californiana.
Nel libro sono analizzati con perizia e cura sia i nomi maggiori come Dylan, Joan Baez, i Byrds e i Loovin’ Spoonful, ma anche nomi i volti meno noti di Tom Paxton, Tim Hardin, Judy Henske, Mimi and Richard Farina, Fred Neil, i Daily Flash Bob Lind e P.F. Sloan. Artisti, questi, che hanno contribuito al pari dei più famosi colleghi alla nascita e alla matirazione di un genere che non è stato solo musicale, ma che ha fornito a un’intera generazione uno strumento nuovo per rapportarsi alla realtà e costruirne una propria. Perché come dice Arlo Guthrie: “Philosophy, the art of it, was unreadable, unknowable, to people who controlled the industry”.
Buona lettura.

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