Punk Britannia by BBC (puntata 3)

Terza parte del documentario che BBC sta trasmettendo; come ormai saprete è dedicato alla scena punk inglese. Guardatevelo comodamente su YouTube, ma è meglio se masticate un po’ di inglese.

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Punk Britannia by BBC (puntata 2)

BBC sta trasmettendo un buon documentario in più parti sulla scena punk inglese. Ecco la seconda puntata (divisa in quattro frammenti) da vedere comodamente su YouTube. Ovviamente è meglio se masticate un po’ di inglese. Enjoy…




Tutto Lemmy minuto per minuto

Lemmy: The Movie (2010, di Greg Olliver, Wes Orshoski)

Quell’attacco sbrindellato di basso in “Ace Of Spades” è uno degli assiomi del rock and roll. Un altro assioma è l’autore di quel riff.

E da qui partiamo per parlare di Lemmy: The Movie, un documentario che per la monotematicità e l’incenso profuso se la gioca con Padre Pio da Pietralcina Santo Subito.
“Lemmy è Dio”, esclama in visibilio un fan delle Testeaspinterogeno (Motorhead è un brano che risale al periodo in cui  Lemmy militava negli Hawkwind ed è una termine che indica i consumatori di speed); gli fanno eco uno stuolo di  viziosi colleghi rockstar Alice Cooper, Ozzy Osbourne, Dave Grohl, i Metallica, Joan Jett, Dee Snider, Slash che tessono così tante lodi in pompa magna da rendere questo rockumentary una specie di coccodrillo visivo ante-mortem del più filo esteta nazista della storia del rock: Mr. Lemmy Kilmister.

In effetti il rantolo asmatico di Lemmy, unito a un colorito ceruleo e soprattutto i 63 anni suonati sul groppone (molti dei quali trascorsi con una bottiglia di Jck Daniel’s in mano, per annaffiare lo speed troppo amaro da mandare giù) non fanno ben presagire. Lui stesso, durante un programma radiofonico, a un fan canadese che gli domanda  come abbia fatto a sopravvivere a tanto risponde semplicemente: “Non morendo”.

Per chi è più o meno della mia generazione non sarà difficile accostare il bulboso ufficiale Kilmister a Big Jim 004, quello con la valigetta multifaccia, dopo aver visto questo bio-film definitivo.
C’è un Lemmy Facciadibronzo che – come da cliché – va al Rainbow a bere whiskey e toccare i culi delle escort di turno, vabbè questo lo fa anche il Berluska. C’è il Lemmy Facciadaelmetto che scorrazza su un carro armato preso a nolo da due nostalgici del baffetto con la svastica. C’è il Lemmy Facciadapredica che consiglia al figlio di farsi di speed, invece che di coca. C’è il Lemmy Facciadapadrinodelmetal che gigioneggia con i suoi figliocci Metallica. Infine c’è il Lemmy Facciadamicrofonosopralatesta, planetariamente noto, che con le corde vocali infiammate dall’alcool e gli stivalazzi customizzati ci annichilisce: “Se vuoi scommettere, sono l’uomo che fa per te, che tu vinca o perda, per me non c’è differenza”.

Me lo immagino sornione che se la ride, essendo sopravvissuto anche alla sua santificazione su celluloide.

Cynthia Plaster Caster on dvd

plascast.jpgJessica Everleth – Plaster Caster (Xenon Pictures)

Il rock’n’roll è un sottoscala in cui avvengono di continuo fatti e misfatti. Molti di questi crimini restano per anni negli scantinati, decantano in cantine muffose – piene zeppe di ampli sfondati e lattine di birra vuote; e poi magari qualcuno li offre come nettare con cui dissetare le masse.
Perché è risaputo che le masse sono assetate e si dissetano soltanto con i torbidi liquidi dell’aneddotica più scabrosa e decadente del rock, preferibilmente anni Sessanta.

Cynthia Albritton, la Plaster Caster di Chicago, è stata la groupie più artistoide – e viceversa – dei Sixties e anche dopo (i Kiss le dedicarono la canzone “Plaster Caster”, contenuta nell’album Love Gun del 1977).
Pamela Des Barres – leader delle GTO’S, la fake band tutta al femminile creata da Frank Zappa – si è fatta strada nel music business scopandosi metà delle rockstar storiche in circolazione, da Jimmy Page a Iggy Pop passando per David Lee Roth e Ian Hunter, perché lei “stava con la band” anzi con quasi tutte le band mettendo poi tutto nero su bianco. La sua collega Cynthia aveva sviluppato la peculiare arte di creare calchi dei falli delle rockstar in gesso, rendendo quelle celebri pudenda immortali e pubbliche (vedi la mitologica riproduzione del coso di di Jimi Hendrix, addirittura modellata con l’aiuto delle labbra). Nel suo palma res personale ci sono i membri di Jello Biafra, Eric Burdon, Wayne Kramer e via dicendo; ma anche la creazione della Plaster Caster Foundation, ente benefico finalizzato alla raccolta di fondi per artisti in difficoltà economiche.

Il rock in fondo è anche questione di attributi ed in questo godibilissimo e cazzutissimo documentario, miss Plaster Caster ci spiega le tecniche e l’aneddotica della suprema arte di modellare cazzi famosi in gesso – con un finale ai limiti del soft core a tinte granny in cui la protagonista (che ha i suoi annetti) dimostra i suoi skill con il leader dei/delle Demolition Doll Rods. Il tutto tra momenti trash, interviste ad alcuni dei candidati immortalati, humour e anche un po’ di tristezza – a tratti.

Non male, da vedere assolutamente insieme al famoso sex tape di Jimi Hendrix.

Nato per perdere

born_poster01.jpgBorn to Lose: The Last Rock and Roll Movie (di Lech Kowalski)

Kowalski ha impiegato anni a girare, montare e rimontare questo documentario senza venirne realmente a capo. E il risultato è a metà strada tra un epitaffio e un’apologia del mito Johnny Thunders: dagli albori cotonati glam con le Bambole di New York, passando per l’ero-band Heartbreakers, fino all’altalenante parabola solista. Quest’ultima fase, in particolare, l’ha visto entrare del tutto nella parte del nomade perennemente con la sei corde al seguito, occupato a perdersi – con nonchalance – in giro per il mondo (tra Parigi, Londra, New York, il Giappone…) fino all’ultima tappa a New Orleans. Dove è rimasto secco a 39 anni.

Kowalski  cerca ostinatamente, attraverso innumerevoli testimonianze di individui celebri e meno celebri, di trovare il giusto verso, una collocazione storica, una verità sull’esistenza fulminante di Thunders. Ma gira e rigira, la chiave di lettura latita. E ciò che resta è sfuggente: un peculiare talento chitarristico, un loser attaccabrighe italo-americano, l’eroina. Il ritratto di un vero drogato con il dono della sei corde, uno  che poteva benissimo confondere l’ago per il suo strumento; e, man mano che le immagini scorrono, si plasma l’idea che il binomio Johnny-eroina sia molto più di un semplice accostamento. Quasi vien da pensare che Thunders sia entrato per sbaglio nel mondo del rock’n’roll, magari col pretesto di trovare la roba con più facilità.

Impressiona, poi, notare come i suoi amici, colleghi e pressoché la totalità di persone che hanno avuto a che fare con lui lo ricordino per basso tasso di lucidità conservata, elevato grado di sfattume e pura attitudine nichilista.

Toccante e amara l’ultima testimonianza di Willy De Ville che, quasi scocciato, parla della morte Johnny Thunders come di una cosa inevitabile.

Eccovi l’incipit da Youtube (dove trovate più o meno tutto il film, suddiviso in spezzoni):

Il blues del ciucciac**zi

cocksuckerblues-718029Robert Frank, Danny Seymour – Cocksucker Blues (1972)

Se avete una videoteca  rock and roll disposta sui vostri scaffali, magari gelosamente conservata accanto al letto… bene: questo documentario apocrifo sugli Stones deve entrarci di diritto. E deve occupare le primissime posizioni. Quindi fate spazio a Cocksucker Blues.

Con gli anni ho passato in rassegna i vari film-evento sugli Stones, da Gimme Shelter, a Stones in the Park, a One Plus One di Godard, fino all’ultimo – splendido – lungometraggio on stage di Scorsese. Ma di cocksucker blues neanche l’ombra: restava materiale scottante, per pochi intimi invitati alla festa.

Alla fine, dopo la visione, anche io ho dovuto rivedere le prime posizioni dei migliori documentari rock visti. In Cocksucker Blues immaginate gli Stones come vostri peggiori vicini di camera d’albergo: molestie, baldorie, magnetismo narcisista perverso, linguacce, autografi. Insomma la retorica mai datata del sesso droga e rock and roll nella forma più pura. Nella sua specificità ed essenza.

Cocksucker Blues è la Corrazzata Potemkin del rock and roll, la ricetta per una perfetta overdose di come una band deve stare sul palco e soprattutto fuori. E poi l’estetica, la rivoluzione di Mick e Keith.
Le inquadrature sono così indecenti e poetiche da rendere il lungometraggio una specie luna park di eccessi: fasullo o reale che sia, dimostra che gli aneddoti e i retroscena divenuti parte dell’immaginario collettivo sugli Stones sono soltanto una minima parte dell’epopea on the road di questa band.

Il Grande Fratello, prima di sputtanarsi o sputtanatosi definitivamente, esplora i comportamenti e la routine sregolata della band e punta il grande occhio sui due “gemelli del goal” così diversi e quasi antitetici. Mick sempre sul pezzo, in posa, intrattenitore nato; Keith che il pezzo se lo fuma amabilmente, schivo, mezzo sdentato, elegantemente tossico e splendido nel fulgore della sua dipendenza. Roba che fa ancora scuola a tre-quattro generazioni di distanza.

Gli Stones ci insegnano la retorica e la dialettica del rock and roll. Ci illuminano – allora come oggi, a distanza di decenni – sul fatto che è magnifico e ancora possibile fare la scelta sbagliata. Che non bisogna dar retta a questi tripponi yankee che invadono i palchi del pianeta masturbandosi di dissonanze indie rock, bevendo succhi di frutta sul palco ed esibendo una trascuratezza ciabattona, casalinga e menefreghista verso il pubblico. Ma prima di tutto verso la musica, verso il Rock. Ebbene succhiacazzi nerd del pianeta intero: adesso ciucciatevi un po’ di blues come gli Stones comandano.

Patti Smith. La sacerdotessa in un mondo di atei

Presentazione del film Dream of Life,  23/02/2009 @ la Feltrinelli, Milano

Doverosa premessa: ho sempre apprezzato più ciò che orbita intorno a Patti Smith – in primis il defunto marito, nonché chitarrista degli incandescenti MC5 Fred “Sonic” Smith – piuttosto che Patti Smith medesima.
Ho un suo album come ognuno di voi lo avrà, nella mia plastificatissima discografia:  il celebre  Easter. Insomma della serie… io so che è li e lui sa che io a volte sono in stanza, ma ci guardiamo con diffidenza e sempre da lontano.

Considero Patti una specie di catalizzatore che mi trascina e mi fa viaggiare attraverso altre personalità di cui ho il chiodo fisso. Vedi William S. Burroughs, Bob Dylan, Mapplethorpe la cricca proto punk del CBGB’s o del Max’Kansas City a NYC.
E’ per questo motivo che ho disertato sempre le sue esibizioni messianiche e intimiste, i suoi proclami e i suoi credo politically correct fondati sul fatto che  la gente abbia o meno il Potere. Ma che figataaaa Patti… ma anche no.

Adesso i suoi inni elettrici risuonano negli spot televisivi: nulla di male in questo: i tempi cambiano e con i tempi coloro che hanno fatto e segnato epoche rock  si addomesticano; e alcuni invecchiano male, quasi a sottolineare come, forse, lo scomparire sarebbe stato auspicabile.

Per questo, quando  guardo Patti vedo oltre e vedo soprattutto altro: scorgo la Detroit che l’ha cresciuta, impastata di ritmi selvaggi e alienati degli Stooges o degli MC5; leggo i suoi testi e il suo modo di stare sul palco e rivedo gli  Stones,  l’isteria punk, sento la poesia di Ginsberg nelle sue parole… ma alla fine della fiera lei non la trovo mai. Strano eh?

Patti dove sei? Che si sia persa o resti oscurata dai suoi stessi miti?
Citare Rimabud, Artaud, Jim Morrison non significa necessariamente  essere alla stregua di questi. Troppa intensità scritta e chiacchierata si disperde fuori le pagine, oltre le note della signora Smith avverto un’atmosfera. Ma niente più.

Ricapitolando, mi trovavo alla Feltrinelli alla presentazione del film-documentario su Patti Smith di Steven Sebring – regista amico di Michel Stipe (R.E.M) che per 12 anni si è preso la briga di riprendere le escursioni invettive di Patti fuori dal palco.
Era un po’ una resa dei conti tra me e Lei. Una inconscia disperata volontà di riappacificazione forse.
Appena entro nel megastore respiro il clima isterico e denso dell’evento mistico: gente che muove e sposta sedie frettolosamente , si accaparra il film Dream of Life nella speranza di un autografo della sacerdotessa a fine presentazione, con il timore che vada esaurito in pochi minuti; mamme e figlie teneramente legate per mano, femministe incallite ed ex fumatori di ganja… insomma tutto quel mondo hippy, new age, ecologist, girotondista pro-Obama, ma anche un po’ naive alla viva il parroco, Ratzinger è uno di noi e via blaterando
Attesa lunga, intervallata da silenzi siderali e sottofondo Smithiano (della sua produzione  più recente da Gone Again in poi: temi dolorosi sulla scomparsa del marito e del figlio).

In questo turbillion di emozioni il dvd Dream of Life me lo ritrovo fra le mani in una specie di passaggio sacro da fan a fan… lo giro e lo rigiro, l’unica cosa che mi viene da fare è scartarlo e levare il codice a barre perché 17.50 euro e 50 – anche se scontati –  non ce li spendo per un film sull’infanzia di Patti Smith. Ma c’è quel mondo che le gira intorno che mi attrae e mi chiama come una sirena.

Finalmente arriva, con un seguito di giornalisti, traduttrici e amiche dell’ultima ora. Ha un cappello e un vestito lungo, un po’ trasandata, insomma l’iconografia di  Patti universalmente nota.
Fisicamente mi colpisce il fatto che sia davvero filiforme, mi ricorda un gancio, un gancio di una gru del porto di New York. Città che l’ha adottata e in cui si è evoluta artisticamente.
Applausi ripetuti, lei contraccambia, saluta: più che una poetessa sembra una crocerista del new jersey con problemi di alcoolismo alle spalle, anche se pubblicamente sottolinea che “Non  blatera di quelle merdate da hippy lallalala tutte nostalgia e illusioni infrante”. Invece sembra proprio esserne l’incarnazione: secondo me, qualcuno le ha suggerito questa frase ad effetto per farle prendere le distanze dall’immaginario collettivo.
Seguono domande  a raffica la solita idiozia manifesta del pubblico, superficialità sul razzismo, sul  dolore, sugli anni Settanta.

Nel bel mezzo di questa amabile e soporifera conversazione-monologo la Patti decide di imbracciare un’acustica e strimpellare qualcosa come ai vecchi tempi. C’è anche il tempo per una “Because the night” versione karaoke e una “People have the power” recitata – wow. A seguire gli autografi.
Verso la fine la signora Smith si fa sfuggire un “Preferisco cantare qui, perché nel  film c’è molto parlato“. E’ in questo preciso istante che decade ogni mia idea di zanzarmi il manufatto con tanto di  introduzione di Marco Denti… lo so già che mi perderò qualcosa di sublime. Ma anche no.

Al cinema con gli Stones

SHINE A LIGHT (un film di Martin Scorsese, 2008)

Se non avete mai potuto assistere a uno show degli Stones dal vivo, andate a vedere questo film, sarà un po’ come farsi un regalo da sceicco: allestire in fretta e furia uno spettacolo domestico ed esclusivo delle Pietre Ruzzolanti, dritti nel proprio salotto – e se avete un monolocale va bene anche piazzarli in cucina o al cesso!
Facilmente alla fine del film-concerto vi sembrerà di esser stati sul palco insieme alle leggende linguacciute del rock and roll, sotto riflettori roventi e l’impietoso sguardo delle centinaia di macchine da presa dislocate da Martin.
Ci si trova, in ogni caso, davanti a un film magistrale. Niente a che fare con l’ultima ondata di rockumentary, documentary, monumentary etc. etc. che infestano sale e multisala: qui ci sono gli Stones, i primi piani incessanti sulle rughe e le dentature fasulle di Mick e Keith, le loro smorfie, i ghigni, il fumo che esce diabolicamente dalla Telecaster di Keith quando si intreccia con la Gibson di Buddy Guy, quel fare flemmatico e jazz da british landlord del Sig. Watts, le vene collassate di Ron Wood mentre countreggia con la slide, la sorprendente timidezza di Jack White (White Stripes) mentre duetta in una sublime “Loving Cup” accanto a Mr Sympahty for the Devil , la zoccolaggine esibizionista e mainstream di Christina Aguilera in “Live With Me“.

Senza troppo indugiare sugli arcinoti classici stonesiani o sull’involontario compiacimento rodato da un quarantennio da migliori artefici di rock and roll sulla piazza, riducendo al minimo indispensabile i filmati di repertorio con tanto di interviste stile Mai dire Rolling Stones, il binomio Stones-Scorsese fa scintille. Il regista italoamericano, di sicuro non di primo pelo in fatto di scenari rock-diabolici (The Last Waltz, 1978), supera i precedenti lavori visivi “stonati”, Godard e Altamont compresi: in Shine a Light sembra assecondare la logica richardsiana secondo cui “il palco si sente”, nel senso che va vissuto pienamente. Ecco: le pietre rotolano ancora sul palco, nonostante qualche affanno e qualche acciacco di troppo, e quello che fanno fuori – vizi e stravizi inclusi – non è parte del rock… lo si lasci a Novella 2000. It’s only rock and roll, but we like it.

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