Thanx god, no dub

Dubby Dub – Sorry, No Dub (Ammonia, 2012)

Uhm… mica male. L’apertura con un pezzo come “Love Kills” che mescola garage rock, punk 77 e un  goccio di Britpop è decisamente un bel biglietto da visita per questi ferraresi che si chiamano Dubby Dub (di cui confesso di avere ignorato l’esistenza fino all’arrivo del cd). Poi a guardare meglio si nota che la band non ha basso (per me: fico!), ma bensì tre chitarre e procedendo nell’ascolto si inquadra meglio il genere: un punk, rock, alternative esuberante, che frulla tutto ciò di buono che i Novanta hanno più o meno elargito – dal noise rock al punk revival, passando per il grunge, l’indie, lo stoner e le deviazioni garagistiche di International Noise Conspiracy e Hives.

Intriganti a sprazzi, divertenti senza dubbio, da risentire più avanti per inquadrarli meglio.

Li aspettiamo con ulteriori prove: nel frattempo rock on…

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Alla vecchia maniera…

Silver Rocket – Old Fashioned (Mexican Standoff Records, 2012)

L’attacco è da sturbo: rock’n’roll sonico con voce scazzatissima, tiro mutuato da quei figli di puttana impenitenti che erano i Girls Against Boys giusto una quindicina d’anni fa.
Insomma, The Worst Is Yet To Come è un concentrato della NY più torbida e notturna.
Il resto si mantiene più o meno su questo canovaccio, con i soliti tre accordi fatti girare in maniera sapiente.

Non inventano nulla i Silver Rocket da Ferrara, ma sanno reinterpretare la lezione fondamentale di un disco come Psychocandy: il debutto dei Jesus And Mary Chain ha fatto scuola, basta osservare i numerosi gruppi che hanno provato ad affogare nel feedback le sfrontate melodie r’n’r dei Fifties.
Questa band ci piace perché ha dalla sua una buona freschezza e una sicurezza melodica che li fa stare una spanna sopra persino a tanta roba osannata solo perché proveniente dall’estero (tanto per fare un nome, a quei bolliti dei Black Rebel Motorcycle Club i nostri danno tranquillamente la paga).

Le cartucce migliori vengono sparate quasi tutte nella prima metà dell’album, dal basso ipnotico di “The Getaway”, al refrain in crescendo della successiva Saturate fino ai due minuti della noise ballad “Walk Out The Door”. L’apice si raggiunge però verso la metà, grazie ai cinque minuti e mezzo di “Static”: un giro – è ancora il basso il protagonista –  tanto semplice quanto efficace, un loop che fa pensare a come avrebbero suonato gli Spacemen 3 se fossero affogati nel pop invece che nell’acido. Un gran pezzo, uno dei più belli ascoltati di recente: di sicuro i fratellini Reid apprezzerebbero. C’è poi ancora tempo per stuprare l’intramontabile classico cantato da Sinatra “That’s Life”, che diventa una cosetta veloce e frizzante, prima di congedarsi del tutto.

Disco consigliato.

Silver Rocket (min. 5.54) from Pietro Pugina on Vimeo.

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