Metz rock

Metz – s/t (Sub Pop, 2012)

[di Mario Selaschetti]

Mi son preso proprio un bel calcio nel culo quando ho sentito attaccare  “Headache”, il brano di apertura, dell’album di esordio dei Metz dal titolo omonimo – un gruppo canadese sotto contratto con la Sub Pop (ma questo non è significativo e ne parlo dopo) (altro…)

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Alla vecchia maniera…

Silver Rocket – Old Fashioned (Mexican Standoff Records, 2012)

L’attacco è da sturbo: rock’n’roll sonico con voce scazzatissima, tiro mutuato da quei figli di puttana impenitenti che erano i Girls Against Boys giusto una quindicina d’anni fa.
Insomma, The Worst Is Yet To Come è un concentrato della NY più torbida e notturna.
Il resto si mantiene più o meno su questo canovaccio, con i soliti tre accordi fatti girare in maniera sapiente.

Non inventano nulla i Silver Rocket da Ferrara, ma sanno reinterpretare la lezione fondamentale di un disco come Psychocandy: il debutto dei Jesus And Mary Chain ha fatto scuola, basta osservare i numerosi gruppi che hanno provato ad affogare nel feedback le sfrontate melodie r’n’r dei Fifties.
Questa band ci piace perché ha dalla sua una buona freschezza e una sicurezza melodica che li fa stare una spanna sopra persino a tanta roba osannata solo perché proveniente dall’estero (tanto per fare un nome, a quei bolliti dei Black Rebel Motorcycle Club i nostri danno tranquillamente la paga).

Le cartucce migliori vengono sparate quasi tutte nella prima metà dell’album, dal basso ipnotico di “The Getaway”, al refrain in crescendo della successiva Saturate fino ai due minuti della noise ballad “Walk Out The Door”. L’apice si raggiunge però verso la metà, grazie ai cinque minuti e mezzo di “Static”: un giro – è ancora il basso il protagonista –  tanto semplice quanto efficace, un loop che fa pensare a come avrebbero suonato gli Spacemen 3 se fossero affogati nel pop invece che nell’acido. Un gran pezzo, uno dei più belli ascoltati di recente: di sicuro i fratellini Reid apprezzerebbero. C’è poi ancora tempo per stuprare l’intramontabile classico cantato da Sinatra “That’s Life”, che diventa una cosetta veloce e frizzante, prima di congedarsi del tutto.

Disco consigliato.

Silver Rocket (min. 5.54) from Pietro Pugina on Vimeo.

Welcome to Tupelo, Lombardia

tupelo7Tupelo – Little by Little/Vortex (7″, Vinza, 1993)

C’è un posto, che non starò a nominare, dove con una mezz’ora di tempo fra le mani e una quindicina d’euro in tasca, è possibile assistere a minuscoli miracoli del rock’n’roll. Minuscoli perché sono piuttosto piccoli anche di dimensione (sette pollici di diametro), sottili, spesso contenuti in copertine di carta ingiallita e fotocopiata. E con 5 euro l’uno ci si toglie la paura, oltre che lo sfizio. Trovatemelo voi un miracolo a 5 euro, intanto, se siete capaci.

In uno dei miei raid settimanali mi sono trovato in mano, tra le altre cose, questo manufatto oramai quasi mistico. Già: la primissima prova dei Tupelo di Stiv Livraghi  (R.I.P.), in forma di 45 giri autoprodotto in edizione di 500 copie (la mia è la 356, stando al numero scritto in pennarello rosso sull’angolo sinistro del retro)  risalente al 1993 – che fino a un minuto fa mi pareva l’altro ieri, ma il 1993 era 17 anni orsono. Cazzo.
Un 7″ che solo a guardarlo ti racconta tantissimo; a partire dalla grafica, coi caratteri impressi da una stampante ad aghi, la cornicetta nera fatta inequivocabilmente con china e righello, il centrino del disco con due adesivi applicati successivamente. Già, erano “quei” tempi, in cui ci si arrangiava e – in media – si badava un po’ di più alla sostanza. E poco importava se la china aveva sbavato o se le scritte sembravano ritagliate da un modulo del Comune di Castellazzo Bormida, perché quello che contava era la musica. E basta.

Ok, finita la tirata da vecchio cretino, passiamo al disco.
Due brani due, nella tradizione classica del singolo vinilico, velocità 45 giri – già questo è un segnale preciso e forte, se contestualizzato nei Novanta, quando il 7″ era una succursale sfigata del 12″ e si tendeva a metterci dentro più pezzi possibile, facendo girare il tutto a 33 rpm.
Suoni spigolosi, ma nitidi e puliti: lucidi, taglienti, con appena un velo di noise e feedback – elementi che emergeranno maggiormente poco dopo, tanto da divenire una componente fondante del Tupelo-sound. Questi due brani sono, piuttosto, limpidi esempi di blues miasmatico che incontra la schizofrenia del punk e del rock maledetto, ma tende a mantenere orgogliosamente la propria personalità. Quello che ne scaturisce è un mix letale, ma nitido. Si respira più l’aria mortifera del deserto, chiara e secca, piuttosto che quella – che pur arriverà nei loro lavori – dei vicoli più vomitevoli dell’inferno.

Queste erano le Origini (maiuscolo). Da qui nacque tutto; peccato che sia durato poco e che qualcuno non sia più nemmeno qui a raccontarlo. Per citare Franco Lys Dimauro, questo era un gruppo “impastato nelle paludi dello swamp blues più blasfemo ed imbevuto nell’inchiostro che vergò le pagine più decadenti del rock australiano (Beasts of Bourbon, Scientists, Birthday Party, Bad Seeds, Crime and the City Solution), il suono dei Tupelo era pura vertigine NOIR”. Già…

Discografia:

Little by Little/Vortex (7″, Vinza, 1993)
Soundtrack for Liquors
(MCD, Vacation House, 1995)
You Doo Right (7″ allegato alla fanzine Urlo)
An Easy Truth (7″ split con Strawberry Park, Vinza, 1995)
In the Fog (CD, Vacation House, 1996)

[Chiedo venia a chi legge e alla band, per la foto indegna della copertina, presa col cellulare in una serata di scazzo]

I Got a Violet: violette e risacca sonica

igav_cover_web1I Got a Violet – Backwash (New Model Label, 2009)

Una nuovissima band con un cd fresco fresco, uscito per un’altrettanto nuova label ferrarese (la New Model Label).

Gli I Got a Violet sono in tre e si rifanno al concetto di contaminazione (cito dalla loro bio); per fortuna contaminano generi che mi gustano, perché non avrei retto un gruppo crossover o funky metal! (altro…)

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