What happens in New Orleans stays in New Orleans

Il 22 aprile 1991 Johnny Thunders parte dall’aeroporto di Colonia: destinazione New Orleans. Ha un paio di chitarre, le sue fedeli sacche di pelle e una valigia piena di abiti. Oltre a un bel rotolo di dollari in contanti in tasca, frutto dei concerti giapponesi e della rapida session in studio coi Die Toten Hosen.
Dopo diverse ore di volo fa scalo a Chicago e telefona allarmato alla sorella Mariann: dice che ha perso il biglietto aereo, in aeroporto. Lei gli fa immediatamente arrivare del denaro con un vaglia telegrafico, che non viene però riscosso.
Non è chiaro come, ma Johnny arriva a New Orleans, The Big Easy; prende un taxi e si fa lasciare – tra le 21:30 e le 22:00 – davanti all’hotel St Peter House, tra Burgandy e St Peter Street.

Lesley Carter (il receptionist in servizio quella sera): “Era vestito di nero dalla testa ai piedi e sudava. Temevo che mi svenisse addosso. Non era scortese. Era pallidissimo, sembrava quasi una geisha”.

Gli viene assegnata la stanza numero 37: una cameretta con un letto solo e il televisore appeso al muro, anche perché non ci sarebbe altro spazio dove metterlo, e un bagno microscopico. Johnny appoggia i suoi bagagli per andare a fare un giro rapido per Bourbon street; poi rientra in albergo e telefona alla sorella.

Mariann Bracken: “Abbiamo parlato per un quarto d’ora più o meno. Stava da dio, mi ha detto che gli piaceva tantissimo lì, era pieno di gente che cantava per strada. Diceva che aveva guadagnato bene in Giappone e scherzando mi ha detto che forse per l’anno venturo avrebbe dovuto pagare le tasse perché aveva avuto delle entrate. Non gli era mai capitato”.

A questo punto, dall’istante in cui Johnny chiude la telefonata, inizia una concatenazione di eventi che nessuno ha mai definito con certezza e che, a 20 anni di distanza, resta avvolta nella nebbia. Ovviamente la ricostruzione che tenteremo di fare è un’impresa totalmente speculativa, che si basa sulle poche testimonianze esistenti e su un’inchiesta fatta sul campo (rimasta incredibilmente inedita e peraltro andata perduta) dall’amico Mike Hudson, cantante dei Pagans, nonché saggista, giornalista e reporter eccezionale. Mike infatti ha acconsentito a raccontare a Black Milk, in esclusiva, quello che ricorda della sua indagine svolta poche settimane dopo la morte di Thunders.

Secondo Nina Antonia, la biografa ufficiale di Johnny, dopo aver parlato con la sorella e il cognato, Thunders fa amicizia con i due suoi vicini di stanza, due fratelli che si chiamano Marc e Mike Ricks – non è assolutamente chiaro come e a che ora ciò avvenga. I tre si fanno un paio di canne, poi escono: vanno a bere qualcosa in un bar del quartiere francese, poi rientrano in hotel. A questo punto i fratelli tornano in stanza, dove cadono in un sonno profondo.
Vengono svegliati da una serie di colpi che provengono dalla stanza adiacente – li descrivono come “rumori di una rissa in cui nessuno parla”.

Verso le otto del mattino l’addetta alla reception telefona alla stanza di Johnny, che risponde e viene redarguito per il baccano fatto durante la notte; stranamente lui chiede se può scendere al desk a parlare con la donna, ma non lo fa. Si perdono le sue tracce fino alle 15:30 circa, quando durante la pulizia quotidiana delle camere il suo corpo viene ritrovato. E’ rannicchiato ai piedi dell’armadio; intorno la stanza è un caos totale.

Nina Antonia riferisce che a trovare il corpo è l’addetta alle pulizie Mildred Coleman, ma non riporta nessuna sua dichiarazione. Ed Snyder del blog Cemetery Traveler, invece, racconta di aver fatto una puntatina all’hotel e di avere parlato con un tale Royce (un uomo, dunque?) – il factotum ultrasessantenne dell’albergo – che gli avrebbe spiegato come ha trovato il cadavere.

Ed Snyder: “Royce ha trovato il corpo sul pavimento, con le lenzuola del letto strette tra le mani rigide. Dal tono solenne con cui mi parlava ho intuito che quest’esperienza l’ha segnato molto e non nascondeva una certa sfiducia nell’operato delle forze dell’ordine nel gestire il caso”.

Abbiamo anche raggiunto via email Mike Hudson, che circa due settimane dopo la morte di Johnny è a New Orleans per scrivere un pezzo di giornalismo investigativo per conto di Hustler; e conferma la versione di Nina Antonia.

Mike Hudson: Sono stato al St. Peter Guest House e ho parlato sia col direttore che con la donna delle pulizie che aveva trovato il corpo.

Willy De Ville, che abita a pochi metri e sta suonando la chitarra seduto su un gradino con un paio di amici, praticamente di fronte all’albergo, assiste ignaro al trasporto della salma da parte degli uomini dell’ufficio del coroner. Lo racconta nel film-documentario dedicato a Johnny, So Alone. Inizialmente pensa si tratti di qualche losco personaggio, probabilmente un politico che è morto d’infarto mentre era con qualche prostituta minorenne; solo dopo viene a sapere che il cadavere è quello Johnny Thunders.

Willy De Ville: “Era in rigor mortis e il corpo era piegato a forma di U. Hai presente quando uno si butta a terra in posizione fetale, piegato in due? Mi sono detto ‘ Cavolo, quel tizio deve avere fatto una bruttissima morte’. Era piegato come un pretzel”.

Per i poliziotti intervenuti non c’è dubbio e chiudono sbrigativamente la pratica: si tratta dell’ennesimo Signor Nessuno tossicomane, che arriva a New Orleans e muore d’overdose. Non si preoccupano minimamente dello stato in cui è la stanza, completamente sottosopra. Raccolgono i pochi effetti personali che trovano e li fanno recapitare alla famiglia di Johnny; peccato che mancano le due chitarre, alcuni vestiti che si era fatto fare su misura durante il suo viaggio in Thailandia e Giappone, il denaro contante, i flaconi di metadone che aveva con sé, il suo passaporto, i taccuini coi testi, le scarpe. In pratica i bagagli di Johnny tornano a casa vuoti, cosa che insospettisce immediatamente la famiglia.

Chrissy Bracken (nipote di Johnny): “Pensavano fosse il solito tossico senza nome. Non avevano capito l’interesse che avrebbe suscitato la notizia. Sembra ci fosse una siringa nel gabinetto, ma i poliziotti l’hanno gettata via senza farla analizzare. Dicono che dall’autopsia non risultava l’assunzione di alcool, ma hanno interrogato un barista che ha detto di aver bevuto con lui in serata. L’alcool rimane in circolo per un bel po’, tra l’altro”.

Ed Snyder: “Royce [la persona che secondo Snyder avrebbe trovato il cadavere – n.d.a.] mi ha spiegato che secondo lui si era trattato di un omicidio, non di suicidio, perché quando è entrato e ha visto il corpo, ha notato che mancavano le chitarre e i vestiti di Johnny. Secondo lui qualche cosiddetto amico gli ha fatto una dose letale e poi è scappato rubando le sue cose.

L’autopsia non è rivelatrice delle cause di morte, tanto che – stando a Nina Antonia – mostrerebbe la presenza di cocaina e metadone ma in quantità tali da non risultare letali. Dai test medici, invece, viene scoperto che Johnny soffriva di uno stato avanzato di leucemia, condizione che lo stava debilitando gravemente e di cui lui, con molta probabilità, non era al corrente. Resta il dubbio, comunque, che l’esame post mortem sia stato condotto frettolosamente o – ancor peggio – truccato.

Mike Hudson: “Non c’erano ferite o lesioni sul corpo e niente altro che potesse indicare una causa di decesso diversa. E’ davvero strano, comunque, che dall’autopsia non sia risultata nemmeno l’LSD, perché tutte le persone con cui ho parlato mi hanno confermato che nel cocktail che gli hanno dato ce n’era”.

A questo punto, nonostante la versione ufficiale che vuole Thunders morto per overdose di metadone, sono inevitabili le speculazioni su come siano effettivamente andate le cose. Più fonti raccolgono, nei meandri delle strade di New Orleans, la voce insistente che si sia trattato di un omicidio a scopo di rapina – che spiega in modo piuttosto lampante la mancanza di gran parte dei suoi effetti personali dalla stanza.

Dee Dee Ramone, nella sua autobiografia Poison Heart, ad esempio, scrive di aver ricevuto – il giorno dopo il decesso di Johnny – una telefonata eloquente da Stevie Klasson, il chitarrista ritmico di Thunders, che gli avrebbe raccontato ciò che aveva sentito.

Dee Dee Ramone: “Mi hanno detto che Johnny si era immischiato con dei bastardi… che gli hanno fregato tutto il metadone. Gli hanno dato dell’LSD e l’hanno fatto fuori. Lui aveva raccolto una grossa scorta di metadone in Inghilterra, gli serviva per viaggiare e per tenersi lontano dai quella gente di merda – gli spacciatori, gli imitatori di Thunders e tutti i perdenti di quella risma”.

Non mancano dubbi inquietanti sia sull’identità delle due persone che entrano nella camera di Johnny, sia sui motivi per cui l’autopsia sembra non essere coerente con le cause di morte ufficiali.

Mike Hudson: “Thunders è uscito ed è tornato in camera insieme a un paio di tizi; a un certo punto se ne sono andati e dopo l’hanno trovato morto. New Orleans è un posto bastardo; più di una fonte mi riferì che i due che avevano accompagnato Johnny in camera erano informatori della polizia, quindi sarebbe plausibilissimo che tutta la faccenda sia stata insabbiata dalle autorità. Comunque erano due che vivevano in strada”.

Il musicista di New Orleans “Sneaky” Pete Orr, che conosceva Thunders tramite il proprio fratello, conferma che al momento della morte Johnny era ancora dipendente dall’eroina, ma non aveva nessuna intenzione di morire. Anzi, era arrivato a New Orleans proprio per mettere insieme una nuova band e sperimentare con sonorità più jazz e diverse.
Sempre secondo Orr, Johnny avrebbe incontrato due punkabbestia (“gutter punks”, li definisce) al Kagan’s, un bar malfamato e ritrovo di tossici che si trovava su Decatour street – e ora è chiuso. Sembra che li abbia invitati in albergo per farsi tutti assieme, ma invece quelli gli hanno fatto un “hot shot” (una dose di eroina mischiata con qualche altra sostanza tossica) con la precisa intenzione di ammazzarlo e derubarlo.
Pare anche che i due sospetti siano anche stati visti, pochi giorni dopo, nel Quartiere Francese con addosso alcuni vestiti di Johnny.

Dopo ben 20 anni non sembra esserci verso di far luce su quanto accaduto. Non giovano una certa ostilità della polizia locale – contro cui la famiglia di Johnny si è scontrata fin dai primi giorni dopo il tragico lutto – e l’uragano Katrina che ha spazzato via l’intero archivio in cui la documentazione del caso era custodita.
Lo scenario più plausibile, alla luce di quello che viene detto e sussurrato da anni, è che Johnny sia rimasto vittima di un paio di balordi che l’hanno sedato con un bel cocktail di sostanze e gli hanno portato via tutto. Molto probabilmente non si è trattato di omicidio volontario, ma qualcosa è andato storto: lui avrebbe dovuto risvegliarsi il giorno dopo, stonato e confuso, oltre che senza più un dollaro. Ma non è successo. A complicare la faccenda c’è la probabile connivenza dei due con la polizia locale, che evidentemente non ha ritenuto opportuno fare analisi approfondite e – forse – ha anche fatto in modo che i risultati dell’autopsia escludessero l’ipotesi di omicidio: tutto per proteggere due informatori magari preziosi.

Willy Deville: E’ stata una fine tragica, capisci, non se n’è esattamente andato in modo glorioso. Così mi è venuto in mente che potevo almeno fare in modo che sembrasse una morte epica, sai, per rispetto nei suoi confronti, così ho detto a tutti quelli che mi telefonavano che Johnny era morto ed era stato trovato sul pavimento con la sua chitarra in mano. L’ho inventato. In realtà

Mike Hudson: Se non sei mai stato a New Orleans, ricordati che è un posto strano e bastardo. e questo nelle sue giornate migliori. E’ pieno di disperati, truffatori, puttane e spacciatori, quasi tutti sono lì per strada e i turisti arrivano con il solo obiettivo di sconvolgersi. Il che li rende prede facilissime. E’ un posto pericoloso, sempre potenzialmente violento e più caldo dell’inferno – e il caldo porta alla luce il lato peggiore delle persone.


Bonus tracks

Il 24 settembre del 2009 tre membri della Louisiana State Paranormal Research Society passano la notte nella camera 37 del St. Peter House di New Orleans. Sono lì per documentare – anche in diretta radiofonica – l’eventuale manifestazione di fenomeni paranormali nella camera in cui è morto Johnny. Inutile dire che lo show è una discreta bufala, ma vale la pena – per il gusto del folklore – ascoltare alcuni clip mp3 che sarebbero stati registrati proprio nella stanza e che proverebbero la presenza di Johnny e di Sable Starr (la famosa groupie che è morta di cancro al cervello nel 2009). Enjoy:

Johnny e Sabel salutano
Johnny parla mentre una sua canzone suona nella stanza
Johnny dice “Yep”
Sabel Starr risponde a una domanda
Johnny risponde a una domanda e s’incazza
Lo show radiofonico intero (molto lungo e confusionario)

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Portraits of Johnny

Il 23 aprile 1991 Johnny Thunders (all’anagrafe John Anthony Genzale) moriva in circostanze non del tutto chiare in una stanza dell’hotel St. Peter House a New Orleans.  La causa ufficiale del decesso è overdose, ma esistono molti sospetti – più o meno fondati – che le cose siano andate diversamente e potrebbe essersi trattato di omicidio a scopo di rapina.

Quest’anno, dunque, è il ventennale della morte di Thunders. Vent’anni sono un’eternità, soprattutto se si hanno ricordi vividi e ancora caldi di quei momenti – del resto è in occasione di questo tipo di ricorrenze che con più facilità ci si rende conto di quanto il tempo galoppa e di come si invecchia… alla faccia del rock’n’roll.
Nel 1991 non c’era internet e le notizie sui nostri idoli musicali, per chi viveva ai confini dell’impero, viaggiavano su pagine di riviste d’importazione – preferibilmente Flipside e Maximum Rock’n’Roll – e giungevano spesso con settimane o mesi di ritardo. Io ricordo chiaramente il giorno in cui ho saputo della morte di Johnny: era maggio di sicuro, pioveva ma c’era quella classica cappa umida da provincia piemontese. Ero uno studentello universitario con aspirazioni musicali del tutto irrealistiche e mi cibavo di vinili comprati coi soldi raccattati da genitori e nonne (un’immagine piuttosto ributtante, lo so… ma ci siamo passati un po’ tutti, credo); quella mattina, però, presi un numero di Flipside croccante, appena arrivato con un corriere espresso nel negozio che si chiamava Blue Box. In una delle prime pagine, in un trafiletto a destra, trovai un articolo-coccodrillo sulla morte di Thunders. All’epoca non ero decisamente un fan, ma il fattore necrofilia mi spinse a procurarmi, il giorno dopo, una copia su cd in offerta specialissima di Live At The Lyceum degli Heartbreakers. E fu amore a prima vista.

Detto questo – non poteva mancare il pippotto autoreferenziale – per ricordare Johnny useremo le parole di un altro eroe caduto sul campo, il leggendario Nikki Sudden (morto il 26 marzo 2006). Nikki scrisse un lungo articolo su Sonic Iguana n.1 (la fanzine che Jeff Dahl pubblicava a metà anni Novanta), per ricordare l’amico scomparso.

La prima volta

La prima volta che ho incontrato Johnny fu in un club di Birmingham che si chiamava Rebecca’s. Era all’inizio del 1977. Mi ero presentato al soundcheck coi miei due LP dei New York Dolls in mano. Chiesi timidamente a uno dei roadie se poteva mettermi nella lista degli ospiti e lui mi rispose che non c’era problema, ma era meglio se non mi portavo dietro i dischi dei NY Dolls per farli autografare da Johnny o da Jerry Nolan, perché tutti e due non amavano che gli si ricordasse quel periodo. Tornai a casa, lasciai giù i dischi e più tardi andai al concerto. Alla fine mi trovai nel camerino. Johnny passò tutta la notte a provarci con Miss Patti Bell (la moglie del pub rocker di Birmingham Steve Gibbons), che era ancora una bellissima donna. Comunque trovò un istante per rivolgermi la parola per commentare la spilla di Marc Bolan che avevo: “Hey, mi piace questo tizio”. Scambiammo qualche battuta, poi me ne andai lasciando Johnny ai suoi tentativi di conoscere più approfonditamente Miss Patti.

Living Dead & Cheapo Cheapo

[…] Johnny aveva appena registrato So Alone ed era tornato a Londra per un concerto al Lyceum. Io ero in prima fila – come ogni volta che lo vedevo suonare. Qualche giorno dopo mi ricordo che mi trovavo al mercatino di Soho, al banchetto di Rock On Stall; il proprietario mi disse che Johhny il giorno dopo quel concerto era arrivato barcollando, con una scatola di copie di So Alone da vendere. Ma il tizio, avendo capito che i soldi gli sarebbero serviti per farsi, aveva rifiutato di acquistare i vinili. Così a Johnny non era rimasto che trascinarsi più avanti fino a Cheapo Cheapo, in Rupert Street, per vendere i suoi dischi. Più tardi me ne andai proprio da Cheapo Cheapo e mi comprai un po’ di copie di So Alone a prezzo stracciato, per fare dei regali agli amici e a mio fratello. Deve essere stato il Natale del 1978.

Intervista con scambio di vestiti

[…] Credo che fosse la prima volta che intervistavo qualcuno. E a me non vengono mai in mente domande, quando faccio queste cose, così le interviste diventano più delle chiacchierate. Johnny era molto colpito dai miei stivaletti. Erano un paio di Johnson’s Chelsea di cuoio bianco e lui li puntava di continuo. Finimmo per fare quello che poi divenne quasi un rito tra me e Johnny, negli anni a venire: lo scambio di vestiti. Io gli diedi gli stivaletti e una casacca da pigiama nera a strisce rosse; lui in cambio mi lasciò un paio di scarpe di pelle di pony, un paio di scarpe Fiorucci, una camicia bianca completa di macchie di sangue sugli avambracci e una giacca nera di Irving Berlin.

Drug fiend

Il 22 aprile del 1982 suonai per la prima volta con Johnny dal vivo, al The Venue di London Victoria. Peccato che sui poster del concerto mi segnalarono come Nikki McFadden. Johnny arrivò al locale conciato malissimo: lo portarono fuori dal taxi letteralmente a braccia e lo trascinarono sul palco per il soundcheck. Tentò di suonare “Pipeline” e “Subway Train”, ma erano le versioni più sbiellate e insensate che avevo mai sentito: era totalmente fuori rispetto al resto del gruppo. Dopo qualche minuto smisero. Poco dopo, andando verso i camerini, incontrai Johnny che cercava di entrare in un armadio pensando che fosse il cesso. Lo fermai dicendogli che quello non era un posto molto consueto per pisciare, e lo portai verso la porta dei gabinetti. “Grazie Nikki, mi farfugliò”. […] Poco prima che Johnny salisse sul palco, eravamo tutti nei camerini. Mi domandò se avevo della droga e io gli risposi che avevo un po’ di speed. Mi chiese se gliene offrivo un po’: io gli passai il grammo che avevo in tasca e lui se lo sniffò tutto in un colpo solo. Grazie Johnny! Certo, bisogna dire che era davvero incontenibile con le droghe. Però poi, quella sera, fece un grande concerto. Magari il mio speed è stato d’aiuto.

Los Angeles, gennaio 1990

[…] Johnny insisteva per farmi ascoltare un nastro con alcuni pezzi nuovi. Canzoni come “Help The homeless”, “Disappointed In You”, “Children Are People too”, “Critic’s Choice”, “Some Hearts” e “Society Makes Me Sad”. Me le ricordo ancora chiaramente, anche perché Johnny mi fece sentire quella cassetta tantissime volte. Mi spiegò che era a Los Angeles per chiudere un accordo con la Geffen con l’aiuto di alcuni suoi amici che erano nei Guns n’ Roses. Pensai che erano le sue canzoni più belle, così cristalline, perfette.

The end (New York, estate 1990)

[…] L’ultima volta che ho parlato con Johnny gli ho chiesto dove viveva quando era a New York. “Con mia mamma”, mi ha risposto. Abbiamo riso. Dopo qualche minuto se ne stava andando, allontanandosi lungo la strada con la sua borsa di pelle a tracolla. Laurel, la nostra spacciatrice, si è voltata verso di me e ha commentato: “E’ proprio come come un bambino, vero?”. E sapevo esattamente quello che voleva dire.
E’ stata l’ultima volta che ho visto Johnny vivo.

[Per scaricare in pdf l’intero numero uno di Sonic Iguana, clicca QUI]

Peter Perrett, back from the dead (pt. III)

Terza e ultima parte dell’intervista agli Only Ones condotta nel dicembre 2009 dal blog Throwing Musings at Music (disclaimer: i miei tentativi di contattare l’autore e  chiederne l’autorizzazione sono caduti nel vuoto; il blog è fermo da quasi un anno, il titolare non risponde e non si sa che fine abbia fatto. Dopo un po’ di riflessioni mi sono arrogato il diritto di tradurre e riproporre il tutto citando ovviamente la fonte, sempre con la clausola che in caso il proprietario legittimo del testo si senta leso nei propri diritti, eliminerò il tutto da Black Milk). Da questa chiacchierata non si è mosso molto per la band, che ancora non ha ultimato il fantomatico nuovo album (previsto, forse, per il 2011), ma ha fatto qualche sporadico concerto in Francia e Inghilterra. Eccovi serviti…

Alan, ricordo che una volta accennasti a un’offerta che ti avevano fatto i Pretenders, verso la fine degli Only Ones…

AM: Sì, e Xena – molto astutamente – mi disse “Alan, se hai intenzione di accettare, tieni a mente che se qualcuno di noi fa sapere i propri piani o si lascia sfuggire che la band sta per sciogliersi, il debito che abbiamo con la casa discografica verrà diviso tra i singoli membri. E’ meglio continuare e far finta che tutto vada bene”. E abbiamo proprio fatto così. Abbiamo anche suonato al Dingwalls e in un po’ di altri posti, dopo.

PP: Abbiamo suonato all’università di Leeds o qualcosa del genere…

AM: Poi li abbiamo presi per i fondelli raccontando che stavamo preparando un disco nuovo. John disse: “Buttiamo giù un po’ di cover”. E loro risposero: “Le adoriamo”. C’era anche un pezzo degli Small Faces.

PP: “My Way Of Giving”.

AM: Noi pensavamo che avrebbero odiato l’idea, tipo “Ci fa schifo, vi molliamo”.

PP: Al Dingwalls suonammo solo perché dopo un po’ di mesi ci stavamo annoiando; chiesero a Xena se ci andava di farlo, ma fu un errore, perché arrivò gente da tutta Europa e non riuscirono a entrare tutti. Fu una sciocchezza suonare in un posto piccolo…

AM: Poi si aspettavano che iniziassimo a lavorare al nuovo disco il giorno dopo, così facemmo una riunione a casa di Peter e Xena; lei disse “Ora dobbiamo chiamarli e dire che la band si è sciolta”. E invece, non scherzo, il telefono si mise a suonare ed era l’etichetta che ci diceva “Scusate, ma dobbiamo lasciare il gruppo… niente di personale, ma dobbiamo mollarvi”. Avrebbero dovuto pagarci il giorno seguente. E finì così. Fu un momento fantastico.

PP: Robert Stigwood era tra quelli che volevano comprare il mio contratto, c’era anche la EMI, e poi mi contattarono un paio di compagnie, chiedendo se ero interessato a vendere i diritti. Ma io ero troppo fuori.

Xena si occupa ancora del management?

PP: No. Si occupa solo di me. Mi tinge i capelli.

Beh, è roba importante!

PP: Sì (ride).

AM: Xena ci segue ovunque. Lo fa da sempre.

Tutti voi avete una compagna che vi portate dietro in tour?

AM: No, no. E se fossi sposato, non farei venire mia moglie. Xena è un membro del gruppo. Se non fosse per lei, non esisteremmo. Oltre alle composizioni di Peter, Xena ha fatto in modo che la band funzionasse.

PP: Ha messo un sacco di soldi nel gruppo, prima che firmassimo un contratto. E in quel periodo io stavo con altre ragazze. Lei aveva davvero una grossa passione per la musica.

AM: Xena è come il quinto della band. E se qualcun altro chiedesse “Posso portare mia moglie?” la risposta sarebbe “no”.

Vi ricordate altre volte in cui avete suonato a Leeds?

AM: Io no, Peter per queste cose ha una memoria migliore.

PP: Abbiamo suonato all’Università. Mi ricordo anche un’altra volta che eravamo in grande ritardo e la polizia ci fermò per eccesso di velocità. Eravamo così in ritardo che alcuni spettatori se ne stavano andando perché avevano il treno per tornare a casa.

AM: Sì, però non ricordo in quale posto fosse il concerto…

PP: Leeds e York erano ottimi posti per la musica. Le università erano avanti in questo campo: erano grandi, perché facevano suonare un sacco di ottime band.

Beh, adesso è l’opposto. Almeno a Leeds. Arrivano solo i megagruppi.

PP: Come i Take That?

Non così grandi, forse…

PP: Sì, ok, ma hai capito, intendevo roba del genere.

AM: Abbiamo suonato qui l’anno che ci siamo riuniti, per l’O2 Wireless Festival. Per un soffio non è saltato tutto a causa della pioggia. I prati erano allagati. Siamo andati vicini alla cancellazione.

PP: Ti ho già parlato della pioggia? A Glastonbury c’erano i White Stripes come headliner e quando hanno iniziato a suonare il tizio ha detto “Mi scuso per la pioggia e per essere americano”. Così poi all’O2 ho usato la stessa frase, ho detto “Mi scuso per la pioggia e per essere il migliore alleato dell’America”.

Negli anni Settanta c’era un promoter che organizzava molti concerti di gruppi new wave a Leeds – un tizio che si chiamava John Keenan. Faceva i concerti al Futurama; ve lo ricordate? E’ ancora nel giro.

PP: Il nome John Keenan mi suona. Non è quello che ha organizzato il festival di fantascienza dove abbiamo suonato?

AM: Sì, mi sa di sì…

PP: Sarà stato il 1979.

AM: Sì.

PP: Tra i primi nel cartellone c’erano gli Echo and the Bunnymen. Noi e gli Hawkwind eravamo headliner. Gli Hawkwind dovevano suonare per ultimi perché erano più conosciuti – credo – ma siccome  eravamo in ritardo, salimmo sul palco dopo di loro.

AM: Erano furiosi.

Quel è il vostro miglior ricordo degli Only Ones?

PP: Oh, dio. Il ricordo più bello? Temo che la maggior parte sia roba legata al sesso, perché quando sei giovane ti interessa quello. Il sesso è troppo importante. Mi capisci vero? Poi invecchi e lo metti in prospettiva. Ho fatto molte cose per i motivi sbagliati.

AM: Per me credo che sia stato lavorare al primo disco, mi è piaciuto tantissimo ogni singolo momento. Entrare in studio e fare un album era roba eccitante, per me lo era. Il Basing Street studio era una grande chiesa, fantastico… e poi è stato così bello sentire il disco finito: pensavo fosse grandioso. E lo penso ancora.

PP: Fare i programmi tv dal vivo era bello. The Old Grey Whistle Test era dal vivo?

AM: Molto…

Come hai vissuto il periodo in cui Nina Antonia stava scrivendo il libro su di te? E come ti sembrava il fatto che stessero mettendo insieme un volume sulla tua vita? Ti piace il risultato finale?

PP: Penso che certe cose… certe cose che alcuni hanno detto sul mio conto non sono vere. Non ho avuto nessun controllo sull’operazione, era il suo libro. Io ho detto solo la verità, ma certi no e mi piacerebbe poter correggere.

AM: E’ uscita anche un’edizione aggiornata.

Ah ok…

PP: Non so proprio dove lei trovi il tempo per fare queste cose. Adesso, poi, ha anche un compagno, no? Un ragazzino…

Deve essere frustrante sapere che c’è un libro intero su di te [The One and Only: Peter Perrett, Homme Fatale – n.d.Andrea], vederlo nero su bianco e sapere che…

PP: Beh, sai come funziona: la gente vede la roba stampata su carta e pensa che sia tutto vero e sacrosanto.

AM: Stamattina mi è arrivata un’email da un tizio che sta scrivendo un libro sui Queen che mi chiedeva “Alan, è vero che ti avevano chiesto di unirti ai Queen”? Perché Nina Antonia lo ha scritto nel libro. E io pensavo, non ho mai detto questa roba…  e Nina non mi ha mai chiesto niente. Quando Freddie Mercury è venuto a lavorare per me [Alan aveva un negozio di vestiti a Kensington Market a Londra nei primi anni Settanta: Mercury per un po’ fece il commesso lì – n.d.Andrea], John Deacon era già nei Queen. Questo è un buon esempio di quello che è successo… così stamattina ho dovuto mettermi a scrivere una mail spiegando che non era vero, e Freddie non sapeva neppure che io suonassi il basso. Quando ero al lavoro, non pensavo alla musica, ero lì per un altro motivo… e questa è solo una piccola cosa. Ovviamente nel caso di Peter ci sarà un sacco di roba. Comunque io, per questo fatto, ricevo diverse email che mi chiedono dei Queen. Ed è una cosa che non è mai accaduta.

Peter, dovresti correggere tutto quello che non va. Potresti mandarle una lunga mail. Comunque, è vero che andrete in tour in India?

PP: (dopo un lungo silenzio) No… credo che questa cosa l’abbia detta Marc Zermati, no?

Oh, credo di averla letta in qualche intervista.

PP & AM: Sarà John…

PP: John rilascia interviste a chiunque senza dirci nulla. Ne ha fatta una con un tipo greco e ha detto un casino di roba senza senso.

AM: Marc Zermati è un tizio che negli anni Settanta aveva un’etichetta… come si chiamava?

PP: Skydog.

AM: Skydog. Lo abbiamo incontrato e lui era tutto entusiasta di noi, si è messo a parlare di quello che voleva fare, e la cosa del tour in India era una di queste cose. Qualcuno ha creduto a tutte quelle panzane. Mi sa che John ci è cascato.

PP: Comunque è interessante che ci siano questi strani Paesi… tipo, ho un amico che mi raccontava di un gruppo sconosciuto russo che è andato in Cina e ha suonato davanti a 150.000 persone. Perché in certi posti tutti, dai 2 ai 92 anni, arrivano dalle zone vicine per assistere a uno spettacolo che non avevano mai visto prima.

AM: Sarebbe fantastico andarci. Molto eccitante. Magari non come il Giappone, ma sarebbe bello andare in un posto così diverso, per vedere come la gente reagisce alla musica.

PP: E’ una cosa che mi piace molto. Con gli Only Ones, all’epoca, quando andavamo all’estero mi piaceva solo l’ora che passavamo sul palco, ma il resto del tempo lo passavo a sperare di tornare in Inghilterra al più presto, per mettere le mani su un po’ di droga buona. Anche perché quando viaggiavamo di solito stavo pulito. Adesso invece apprezzo molto le altre culture e il fatto di vivere su un pianeta con abitudini così varie.

AM: Sì ti godi tutte queste cose…

P: Il Giappone era come essere in Blade Runner, perché c’erano questi schermi giganti per strada. Adesso sono spariti questi affari, no? Da quando c’è la crisi hanno levato i maxischermi. Sei mai stato in Giappone?

No, mi piacerebbe… ma quindi cosa avete in serbo per il futuro?

AM: Niente.

Davvero?

PP: La cosa principale è finire il disco. I tre concerti che stiamo facendo mi hanno convinto a suonarli perché tutti mi dicevano: “Tranquillo, quando sarà il momento dei live avremo già finito col disco”. Sai, prima ovunque andassimo tutti ci chiedevano “Quando esce l’album?” e mi ero stufato di inventarmi scuse, così un po’ di mesi fa ho detto che non volevo più suonare dal vivo… anche se andare all’estero mi piace, è come essere in vacanza. Comunque i concerti sono arrivati, e noi non abbiamo ancora terminato il disco.

AM: Pensavamo che ce l’avremmo fatta. E poi tutti volevano fare qualcosa vicino a Natale…

PP: Sì, ma a me interessa solo finire il disco. Voglio qualcosa di nuovo. E poi in ogni concerto abbiamo suonato sei pezzi nuovi.

AM: Sì.

PP: Quando il disco uscirà tutti lo conosceranno già, perché avranno sentito i pezzi su Youtube.

AM: Ok… però la versione in studio sarà diversa. A marzo faremo anche un tour francese.

PP: Se non avremo finito il disco io mi metterò in sciopero.

Vi è sembrato difficile affrontare i cambiamenti del music business – ad esempio il modo in cui la gente ascolta la musica, non comprando più i dischi? E’ una cosa che si è ripercossa sul vostro modo di lavorare, da quando vi siete riuniti?

AM: Penso che l’album ne risentirà. Fino a ora non è accaduto, perché non abbiamo nessun nuovo prodotto in giro; penso che ce ne accorgeremo col disco. Su come l’industria musicale sopravviverà, non ho proprio nessuna idea; so che i download stanno crescendo, ma non ho idea di come si muoverà l’industria. Ci vorrebbe un altro inventore scozzese che tirasse fuori un formato per la musica che non sia possibile copiare. E noi lo abbracceremmo al volo.

PP: A me, ora, non piace pagare la musica.

Non dovresti dirlo, Peter!

AM: Io penso che le grandi band che regalano i loro cd facciano bene, buon per loro; ma i gruppi piccoli, cosa dovrebbero fare coi loro dischi? Come possono sopravvivere? Come guadagnano soldi?

Credo che voi abbiate una base di fan piuttosto grande, gente che vuole i vostri dischi su un supporto fisico…

AM: Comunque per me il cd non scomparirà; ma di sicuro spariranno i negozi.

C’è un’artista – Kristin Hersh – che ha fatto una cosa interessante; praticamente ha bypassato l’industria musicale, mettendo in piedi una specie di servizio ad abbonamento – paghi più o meno 25 dollari ogni quadrimestre e hai diritto a scaricare i pezzi inediti che lei mette a disposizione nel suo sito, solo per gli iscritti; ogni volta che fa uscire un disco hai diritto a riceverne una copia fisica ed entri gratis ai suoi concerti. In questa maniera si garantisce dei guadagni continui. Certo, il fatto è che è un’artista già nota e la stessa cosa non funzionerebbe con chiunque. C’è anche da dire che se io facessi una cosa del genere con ogni gruppo che mi piace, finirei in bancarotta.

PP: Ti piace molto lei, vero?

Sì, è una delle mie preferite.

PP: Roba anni Novanta, no?

Sì, era nei  Throwing Muses, su 4AD . Comunque secondo me ci sono delle opportunità che andrebbero esplorate, anche se il panorama sembra molto scoraggiante. Parlandoti da scrittore, ti dico che anche per i giornali musicali va male, perché non ci sono entrate pubblicitarie, le etichette indipendenti sono in difficoltà.

AM: La cosa bella è che i gruppi nuovi, adesso, non devono passare attraverso la trafila dei talent scout delle etichette, sai quelli dell’A&R [la divisione Artists & Repertoire tradizionalmente nelle etichette è quella dedicata alla selezione dei nuovi artisti – n.d.Andrea]. Mettono la loro musica online e se alla gente piace iniziano a farsi un bel seguito. Anche se non capisco come possono sopravvivere finanziariamente, almeno finché non riescono a fare concerti per pagarsi le spese.

A volte penso “Ok, benissimo, dato che è così duro vivere di musica, ci sarà una scrematura e solo i migliori e i più appassionati resteranno”. Eppure c’è ancora tantissima merda là fuori!

AM: Ci sono ancora molte cose che devono cambiare… le case discografiche più grosse spariranno tutte, per ora sopravvivono solo grazie alle altre attività collaterali che hanno messo in piedi.

Peter, i tuoi figli sono entrambi musicisti. Gli dai mai qualche consiglio?

PP: L’unica cosa che hanno imparato da me è di non diventare mai tossici. Ma per quanto riguarda la gestione delle band, non gli ho mai detto nulla.

AM: Sono dei grandi musicisti, tutti e due.

PP: Hai mai sentito la loro musica?

Ho sentito gli Strange Fruit, il gruppo di Jamie, perché Sarah – una mia amica – me li ha consigliati. Mi pare che Jamie le abbia fatto da dog-sitter!

PP: Ah sì, è in un gruppo che si chiama Screaming Ballerinas, no?

Veramente è nei Wet Dog.

PP: Hai ragione, Sarah. Stavo pensando a Laura…

AM: E’ un’ottima band.

Hanno mai suonato con voi?

AM: Stiamo tentando di farli suonare a Leamington Spa, domani sera.

PP: I miei ragazzi hanno suonato dove suoniamo noi stasera…

AM: Il Brudenell Social, si chiama così.

PP: Mi hanno detto che è una specie di circolo dopolavoro, ma che è bello.

Molto. E’ il mio locale per concerti preferito a Leeds.

PP: Il palco è piccolo, vero?

Non saprei… lo è se sei abituato a suonare in posti grandi.

AM: Quando mi hanno contattato la prima volta per suonare, ho detto “Brudenell Social Club!?”. Sai, suonavamo in posti del genere agli inizi, così ho fatto subito un controllo.

Fino a un po’ di tempo fa era solo un posto in cui promoter piccoli organizzavano concerti, tutti lo consideravano un po’ sfigato. E adesso è uno dei più popolari. E’ grande abbastanza da poterci far suonare gruppi piuttosto importanti, ma senza passare attraverso tutte le stronzate business che ti impongono i locali più grandi del circuito.

AM: Sì, è quello che ci diceva John Paul, l’organizzatore; sembra bello. E poi, a parte l’O2 Wireless Festival, è un po’ che non suoniamo qui.

PP: Faremo delle canzoni che non suoniamo da 30 anni. Alan, la facciamo “Watch You Drown”?

AM: Sì.

PP: Hai il testo giusto? Mi sta scaricando il testo da Internet, ma ogni volta è diverso da quello che avevo scritto.

AM: Faremo cinque pezzi vecchi che non suoniamo da tanto. Ho trovato un sito di un tizio con i testi delle canzoni, c’è davvero tutto.

Vi confesso che leggevo su Internet il testo di “Another Girl, Another Planet” e pensavo “Oh cazzo, non pensavo dicesse questo”.

AM: Ah, sì, era quello dei Blink 182? Il tipo dei Blink 182 ha proprio male interpetato e ora tutti citano la sua versione. Quel pezzo che dice, “I always flirt with death”…

PP: Sì e poi lui ha cantato “I’ll get killed”.

Esatto. Io pensavo che dicesse “I get ill”

P: Sì.

Grande… avevo ragione!

AM: Quando abbiamo ricominciato a suonare, ho scaricato stampato tutti i testi perché avevo capito che Peter non usava il computer; ma sapevo anche che dopo tutti questi anni la maggior parte dei testi che trovavo erano sbagliati, però c’è un sito in cui questo tipo ha trascritto tutto quasi alla perfezione. L’ho già detto altre volte a Peter – e Rod Liddle si è anche offerto per aiutarlo – che potrebbe scrivere un libro sui suoi testi, su come ha scritto le canzoni e sul motivo per cui le ha fatte. Peter, dovresti farlo.

PP: Non ho tempo.

AM: Fallo con un dittafono.

Ok, è la mia ultima domanda, non voglio rubarvi altro tempo; cosa vi fa paura e perché?

AM: La morte. Mi spaventa da sempre. Perché? Non so… è stato così fin da quando ero giovane. Non è per il fatto di morire o per il dolore, è il vuoto a spaventarmi. Da bambino mi terrorizzava. Ora convivo con questa cosa, ma è davvero quella che mi spaventa di più. Sai, ogni volta che ci penso mi viene in mente l’oscurità e mi incupisco. Il non esistere è terrificante.

Peter?

PP: Per me non è la morte, ma l’idea di vivere senza Xena. Se lei morisse prima di me, sarebbe terrificante. E poi mi preoccupa anche la salute: ho paura di iniziare a stare male, di perdere la ragione, di provare dolore. Quando invecchi la morte diventa un’opzione tangibile. Quando sei giovane puoi parlare di “flirtare con la morte” e roba del genere, perché sei invincibile. Ma quando arrivi alla mia età, la verità è che il tuo corpo inizia a incasinarsi e io non voglio per nulla al mondo vivere senza Xena. E’ l’unica cosa che mi spaventa per davvero. E non sopporterei di vederla soffrire. Io credo nell’eutanasia. Non si dovrebbe obbligare la gente a soffrire, quando la vita sta finendo. Ci dovrebbe essere della dignità nella morte. E invece la gente è costretta ad andare in Olanda o in Svizzera o che altro, ma deve farlo prima del momento in cui servirebbe davvero.

AM: E devi anche scrivere le tue volontà, come vuoi che venga fatto.

Mi spiace, è un modo un po’ cupo per chiudere l’intervista…

AM: Beh, è quello che succede quando chiedi a qualcuno della nostra età “Cosa ti spaventa?”. E tu di cosa hai paura?

Avevo paura di essere investito da un’auto, ma poi la scorsa settimana mi è successo davvero. Non mi ha colpito con violenza, però.

AM: Quindi quella cosa l’hai risolta?

Sì è andata. Poi avevo paura di cadere dalle scale del posto in cui lavoravo, ed è successo anche quello. Di solito so che – quando ho paura di qualcosa – di sicuro succederà.

PP: Come un presagio?

Forse. L’ho sempre saputo che prima o poi sarei stato investito.

PP: Ma perché? Quando attraversi la strada ti addormenti?

Ma no Peter! Non è stata colpa mia! Ha ha! E il tipo non ha nemmeno abbassato il finestrino per vedere se stavo bene.

PP: Ma come… è scappato via? Cazzo. E’ un reato, no?

Sì.

PP: Probabilmente era ubriaco o altro.

Può essere. Però adesso devo trovare una nuova paura. Vi farò sapere.

Vai alla seconda parte dell’intervista: QUI
Vai alla prima parte dell’intervista: QUI

Peter Perrett, back from the dead (pt. II)

Parte seconda dell’intervista agli Only Ones condotta nel dicembre 2009 dal blog Throwing Musings at Music (disclaimer: i miei tentativi di contattare l’autore e  chiederne l’autorizzazione sono caduti nel vuoto; il blog è fermo da quasi un anno, il titolare non risponde e non si sa che fine abbia fatto. Dopo un po’ di riflessioni mi sono arrogato il diritto di tradurre e riproporre il tutto citando ovviamente la fonte, sempre con la clausola che in caso il proprietario legittimo del testo si senta leso nei propri diritti, eliminerò il tutto da Black Milk).
Questa volta Peter Perrett e Alan Mair ci raccontano dell’eroina, del tour americano che pose fine alla band, del pubblico degli anni Settanta e altro ancora. Forza che si parte…

Parliamo della reunion. E’ una cosa su cui ho da sempre sensazioni ambivalenti…

PP: E’ il motivo per cui anche io non ero sicuro di volerla fare. Perché di regola non è mai una buona idea. La maggior parte delle band che una volta erano grandi, quando le rivedi insieme pensi “Ma cosa gli è venuto in mente?”.

E’ il motivo per cui mi rifiuto di andare a vedere i New York Dolls… voglio dire, si sono sciolti l’anno in cui sono nato. Mi accontento dei ricordi degli altri, di seconda mano; mi basta il libro di Nina Antonia, le foto che hanno scattato altri. Ho sempre tenuto la distanza dalle band che si riformavano perché non voglio restare deluso. non voglio rovinarmi il mito…

PP: Per me i New York Dolls senza Johnny Thunders non sono i New York Dolls. E poi, insomma, non c’è più nemmeno Jerry Nolan, capisci cosa intendo…

AM: Ecco questo è importante. Perché credo che non ci saremmo rimessi insieme se qualche membro non fosse stato della partita. Dovevano esserci gli originali.

Avete suonato a Manchester, un po’ di tempo fa, e ho resistito alla tentazione. Ma questa volta siete proprio dietro casa, e mi sono detto “Non posso non andare”…

AM: In tanti ci hanno detto “Credevamo che non vi avremmo mai visti live”. Persone che sono cresciute ascoltando la nostra musica, ma sono giovani e pensavano che sarebbe stato impossibile vedere il gruppo. Fino a ora abbiamo avuto una bellissima accoglienza.

Vengono molte persone giovani ai concerti?

PP: Direi che è un miscuglio; ci sono anche alcuni che di sicuro ci hanno visti ai tempi, te ne accorgi dai capelli grigi…

AM: Sì. E si vendono tante t-shirt di taglia Large.

PP: In Giappone però erano quasi tutti ventenni o teenager. Non so perché lì sia così diverso.

AM: Sì, tanti giovani…

Credo che là la gente conosca molto bene la musica.

PP: Sì, a tutti piace molto la roba occidentale.

AM: E’ un pubblico emotivo, c’erano parecchi tizi che piangevano.

Come trovate il pubblico ora, rispetto a 30 anni fa?

PP: Di sicuro all’epoca era piuttosto ribelle…

AM: Erano abbastanza selvaggi e a volte anche noi ci lasciavamo trascinare…

PP: Però la cosa dello sputare era pessima.

AM: Sì, orribile. Specialmente per Peter, quando canta (apre la bocca, e mima uno sputo che la centra).

Ormai non ricevete più sputi, credo, no?

PP: No! No…

AM: Era davvero ributtante.

Era un segno di approvazione però…

PP: Erano i ragazzi che si divertivano. Era diventato un rituale tra certi punk, quelli che l’avevano letto sui rotocalchi, se capisci cosa voglio dire. Qualcuno ha detto che sono stati gli Stranglers a dare inizio a questa roba: e non erano nemmeno un gruppo punk, loro.

AM: Comunque sia, è andato avanti per troppo tempo.

PP: Dopo un po’ iniziò a sparire e tutto era calmo, finché non facevi un concerto in qualche cazzo di posto sperduto, dove trovavi sempre una persona nel pubblico che aveva appena letto di questa storia. Però quando era solo uno a sputare, ti levavi la chitarra e scendevi a sistemare le cose faccia a faccia.

AM: Sinceramente, non ho iniziato a suonare per farmi sputare addosso. Era troppo.

PP: Solitamente succedeva solo ai concerti punk più estremi. Il nostro pubblico, quello che seguiva noi, non aveva l’abitudine di sputare.

Non vi dava fastidio essere incasellati con le punk band?

PP: Beh, poco dopo si sono inventati il termine new wave, che indicava musica nuova, fresca ed eccitante, ma non fatta di tre accordi suonati a 1000 all’ora.

Eri a tuo agio con quella definizione?

AM: Sì.

PP: Sì. Alla gente non piace essere etichettata perché ama credere che, musicalmente, dovrebbe avere tutte le opzioni aperte e disponibili. Ma penso che sia stato bello essere parte di un movimento nuovo ed eccitante.

AM: Penso che l’avvento della new wave abbia fatto scendere quelli delle case discografiche dalla loro torre d’avorio, per venire finalmente a vedere i gruppi dal vivo. Prima non uscivano neppure dai loro uffici – erano spaventati di quello che li aspettava. E continuavano a mettere assieme dei supergruppi, roba che non interessava più a nessuno. Quindi è stata una cosa buona. Ha cambiato l’industria, le ha dato una scossa.

E direi che le serviva. Quando gente come gli Yes e i Blind Faith e gli altri supergruppi erano in giro, c’era puzza di vecchio.

PP: Era tutta musica autoindulgente, orribile. Direi che l’unica cosa buona è stata David Bowie; e i Roxy Music, che negli anni Settanta erano interessanti.

Quindi avete formato la band per scrollare via la noia che regnava?

PP: Io volevo una band perché ne avevo già avuta una nei primi Settanta, ma non se ne cavava nulla. Mia moglie Xena andava dai discografici a fargli sentire i provini e molti le dicevano “sembra un po’ Lou Reed; ma questo settore non ha abbastanza spazio per un Lou Reed, figuriamoci per due”. Fa sorridere ora. Ho reclutato tante persone piene di entusiasmo, ma con poca abilità musicale. Quindi mi ero stancato e volevo solo gente che sapesse suonare piuttosto bene. Ed è anche il motivo per cui eravamo diversi dalle punk band che nascevano allora. Poi penso di essere stato anche più grande di età, in media… ero più giovane di Joe Strummer, sì, ma ero arrivato a un punto in cui apprezzavo la tecnica musicale.

Come vi sembra suonare pezzi scritti 30 anni fa?

AM: E’ sempre divertente. Cerchiamo sempre di fare qualche stranezza, aggiungiamo qualcosa…

E i pezzi hanno lo stesso significato, per voi? O con l’esperienza di una vita hanno un nuovo senso?

PP: Sai, mi piacciono ancora le vecchie canzoni. Le trovo molto buone, quasi tutte. Però di certo mi sento più affine alle nuove, perché come paroliere sono migliore adesso di un tempo. Invecchiando migliori l’arte. Per un po’ abbiamo suonato le solite vecchie canzoni e ogni tanto riesumavamo qualcosa che non facevamo da un po’. Poi in Giappone, siccome la chitarra che mi aveva fornito la Gibson aveva problemi di tenuta dell’accordatura, tra un pezzo e l’altro c’erano molte pause e parlavamo con il pubblico, che ci chiedeva pezzi che non toccavamo da 30 anni…

Incontrate mai i vostri fan?

PP: Sì.

AM: Specialmente in Giappone…

PP: Hanno sempre queste sessioni di autografi dopo i concerti. Ti danno mezz’ora o tre quarti d’ora…

AM: In cui devi incontrare chi si è comprato un tuo poster, un cd o che altro…

PP: Si fanno le foto con te, sai. Arrivano, tremano per l’emozione. E’ una cosa carina. Sono davvero un popolo unico. E una delle cose più belle che hanno è la loro umiltà.

E i fan inglesi? Li incontrate mai?

PP: Non particolarmente.

AM: Qui non organizzano le cose bene come i giapponesi! Però ne sentiamo molti via email, anche se non li vediamo faccia a faccia. Comunque se qualcuno ci chiede di venire nei camerini per fare quattro chiacchiere, di solito diciamo di sì…

Avete qualche fan ossessionato?

AM: Non direi, ora.

PP: No. C’è solo gente che arriva prestissimo a ogni concerto.

AM: Anche se qualcuno che ci scrive via email c’è… persone che devono avere ogni cosa della band e vogliono sapere tutto ciò che stiamo combinando. Ci sono certi fan che si scrivono tra loro. Diciamo che alcuni ci tengono d’occhio in ogni momento, per cui si potrebbero definire ossessivi. Ma non nell’accezione di pericolosi o assillanti.

Non sono pazzi?

AM: No.

PP: Li avevamo, quelli come dici tu, un tempo.

Tipo?

PP: Mi ricordo una tizia, in Olanda, che si fece tatuare il mio nome sul corpo. Si lanciò sul cofano della macchina per impedirci di partire.

AM: Fu piuttosto spaventoso.

Nel periodo di vuoto della band, tutti voi siete rimasti nel campo della musica?

PP: Nei Novanta?

Anche…

PP: Tra il 1994 e il 1996 no, perché mi ero ripulito. Non stavo lontano dalla droga dagli anni Settanta. Mi dicevo di continuo “Voglio starne lontano una volta per tutte”, ma era una specie di trappola che mi sono teso. Perché appena ho deciso di farlo, praticamente ho mollato la musica. E visto che mi ci è voluto molto per smettere, ho buttato via tanto tempo. Avrei voluto essere come Johnny Thunders, e continuare comunque con la musica. Almeno quando suoni non hai troppo tempo per pensare alla droga. Adesso la musica è la mia terapia per starne lontano, credo. Perché nella mia vita ho da sempre due passioni: una è totalmente distruttiva, l’altra è positiva. E’ stato un peccato che una abbia escluso l’altra, avrei dovuto invece usare la musica come arma, all’epoca.

La leggenda degli Only Ones è senza dubbio legata a doppio filo con il consumo di droga. Tante persone vi associano proprio a questo: cosa ne pensate?

PP: Beh, è fastidioso per Alan, perché lui non ha mai preso nulla.

…ma non vi sembra, a volte, che la droga abbia preso il sopravvento sulla musica della band, nell’immaginario popolare?

AM: Eh sì.

PP: E’ un casino, perché tanti pensano che tutti i nostri testi parlassero di droga…

AM: Io ero arrivato al livello di saturazione… mi sembrava che la droga stesse affossando il gruppo… il tour americano era degenerato malamente: mi ricordo che ero al Tropicana con una ragazza e tutti erano fatti, tutti quelli che erano nel giro della band.

PP: C’era gente con gli aghi che penzolavano dal braccio.

AM: Sì. John e Peter cercavano di trattenersi, ma c’erano delle fan che si facevano di brutto e successe un casino. Io dividevo una stanza con John e una volta ero lì con una tipa e lui è entrato con un ago nel braccio, e io gli ho detto “Cristo, John, che cazzo fai!”. Credo sia stato uno dei momenti in cui ho pensato “Ok, abbiamo oltrepassato il limite”. E non solo per quell’episodio, ma per ciò che accadeva a tutti quelli dell’entourage e ai fan.

PP: John una volta dovette mettersi tre maglie sul palco perché…

AM: Era in astinenza.

PP: No, non era per quello; si era fatto un buco sporco.

AM: Ok, comunque, sai, sembrava che tutti avessero perso il controllo. Sono stato derubato fuori dalla mia stanza d’albergo e anche Peter. Sentivo che era il momento di mollare, così sono andato da Peter e Xena e ho semplicemente detto: “E’ ora che me ne vada, non ce la faccio più”. Peter mi rispose: “Se molli, lo faccio anche io”; credo che stesse pensando anche lui di staccare la spina.

PP: Era duro, per me, stare in una band con John, perché stavo cercando di restare pulito almeno quando dovevo lavorare: sai, volevo fare il tour americano senza prendere droghe, essere sobrio tutto il tempo. Però era difficile… non so se conosci il film con Clint Eastwood su Charlie Parker, Bird. E’ bello. E a Charlie Parker succedeva la stessa cosa quando voleva smettere con l’eroina, perché nella band c’era questo Red Rodney, che invece aveva appena iniziato a farsi. Io mi sentivo nella stessa maniera con John, anche perché quando c’è eroina intorno a te in ogni momento diventa difficilissimo smettere.

AM: E poi ci fu quella cosa nella stanza d’albergo a New York. Quella fu davvero la fine del gruppo.

PP: Volevo continuare come solista e mettere insieme un nuovo gruppo. Ma tornato da New York mi beccai un’epatite che mi mise ko per tutti gli anni Ottanta. Non ho mai recuperato la funzionalità totale del fegato. Epatite B. Sai, tanti fanno la C, ma mi sembra una robetta… certa gente nemmeno sa di averla, perché i sintomi sono leggeri. Ma l’epatite B ti fa davvero a pezzi.

AM: Quindi a New York il gruppo finì, anche se per un po’ continuammo a giocare al gatto e al topo con la CBS.

Vai alla prima parte dell’intervista: QUI
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Peter Perrett, back from the dead (pt. I)

Questa intervista è apparsa nel blog Throwing Musings at Music un anno fa. La traduco e ripropongo in maniera oggettivamente un po’ truffaldina, dato che i miei tentativi di contattare l’autore e  chiederne l’autorizzazione sono caduti nel vuoto. Il blog è fermo da almeno 11 mesi, la persona non risponde e non si sa che fine abbia fatto. Dopo un po’ di riflessioni mi sono arrogato il diritto di tradurre e proporre il tutto, sempre con la clausola che in caso il proprietario legittimo del testo si senta leso nei propri diritti, eliminerò il tutto da Black Milk. Mi sembra, però, un’occasione ottima per aggiornare tutti i fan italiani sullo stato di Peter Perrett e su ciò che ha combinato negli ultimi anni, nonché sugli Only Ones. Rispondono alle domande Alan Mair e Peter Perrett. Enjoy…

Che pregi avete visto, inizialmente l’uno negli altri… e pensate ancora adesso le stesse cose?

AM: Ovviamente Peter ha messo in piedi la band, ma per quanto mi riguarda ad attirarmi sono state le canzoni scritte da lui. Sono state le sue composizioni a portarmi dentro, piuttosto che l’aver pensato “Kellie è un grande batterista” oppure “John è un chitarrista pazzesco”. Mi sono unito a loro dopo che Kellie ebbe una specie di rivelazione spirituale – dice che mi vide entrare in sala prove per caso e pensò: “Chi è quel tipo?”. Io ero un bassista e finì che andai a provare con loro qualche volta. All’epoca avevo altro per la testa, ma quando andai da loro e ascoltai un paio di registrazioni – “Out There In The Night” e “Watch You Drown” – capii la qualità della loro musica. Ed è così che entrai nel gruppo.

E cosa mi dici delle singole personalità?

AM: Un aspetto importante è stata la passione per la musica. Con loro non era mai una questione di soldi, o – come succedeva per ogni musicista che incontravo all’epoca – di “Mi danno 200 sterline a settimana per questa roba…”. Con gli Only Ones i soldi non c’entravano, era passione pura. E quindi, per questa ragione, la cosa mi piaceva.

Ma in un’intervista recente hai detto che la musica è solo un business…

AM: Mai detto niente di simile…

PP: Credo di averlo detto io. Perché sai… allora siamo stati fortunati, fu una piccola rivoluzione. Sentivi che era un momento di cambiamenti, dal 1976 in poi, soprattutto con Malcolm McLaren e il modo in cui trattava con le case discografiche. E poi era un momento di boom, vendevano un sacco di dischi, anche se non avevano il controllo di ciò che accadeva.
C’erano tanti giornalisti che andavano a caccia di musica nuova per conto loro. Capitava che un gruppo si formasse, suonasse in un pub e la settimana dopo finiva in copertina di NME. Sembrava davvero che i musicisti contassero molto… è stato l’unico momento così… mentre adesso è tutto solamente business. Sul NME non ci finisci se non hai un agente che ti cura le pr con gli agganci giusti. E’ durissimo per i gruppi nuovi.
Una volta pubblicavi i tuoi dischi da solo. Noi abbiamo stampato “Lovers of Today” per conto nostro e l’abbiamo poi spedito ai giornali: tutti lo fecero singolo della settimana… questa è roba che non credo possa accadere al giorno d’oggi.

AM: Sì, in effetti l’industria musicale è molto più attaccata ai soldi ora. Comunque prima credevo che ti stessi riferendo a noi…

No, per niente… non volevo dire quello. Penso che sia possibile per i gruppi fare le cose da soli, ma credo che tanti siano pigri e si crogiolano nell’idea di un contratto, come se fosse una cosa bellissima, da inseguire. Senti parecchi giovani dire “Vogliamo perendere un manager, ne conosci qualcuno?”. Beh, a che diavolo ti serve un manager, quando sei all’inizio? non c’è nulla che tu non possa fare da te…

PP: Credo sia una cosa buona, però, perché il manager si becca i colpi, fa da scudo. E’ scoraggiante quando proponi qualcosa a cui tieni tantissimo e lo fai sentire a un talent scout, ma ti accorgi che non presta attenzione: 10 secondi  di un pezzo, 10 di un altro e poi dice “Ok, tornate l’anno prossimo”. Capisci cosa intendo? Quando i musicisti fanno da soli, spesso si scoraggiano. Avere un manager è buono perché fa da cuscinetto tra la durezza del business e la passione per la musica. Ci sono alcuni musicisti che sono anche ottimi businessmen, ma di regola non funziona così.

E ora voi avete un management?

AM: No.

PP: No (ride).

Quindi state prendendo il controllo della situazione…

AM: Sì, curiamo tutto noi.

PP: Sì, in effetti siamo dei pensionati, abbiamo lasciato il giro tempo fa e adesso seguiamo un hobby che ci piace. Ci sono ancora abbastanza fan vivi, disposti a pagare per farci andare a Tokyo, Stoccolma, Madrid, e così giriamo un po’ il mondo. Sai come funziona: verso la fine spesso la gente va in pensione e si imbarca in una lunga crociera intorno al mondo. Ecco…

AM: Giriamo il mondo con gli Only Ones. E’ una fortuna.

PP: Però fare un disco è difficile perché non abbiamo un budget decente, quindi dobbiamo stare attentissimi a come spendiamo i soldi in studio.

AM: Ora abbiamo sistemato uno studio in casa di Peter. In passato abbiamo registrato qualcosa, ma non abbiamo mai finito. Tra l’altro la casa di Peter una volta era davvero uno studio…

PP: Si chiamava Pathway Studio; il primo disco di Elvis Costello e Sultans of Swing sono stati registrati lì. La Stiff lo usava molto, anche Nick Lowe

AM: E tu non lo sapevi quando l’hai affittata…

PP: No, mi piaceva perché era una bella casetta isolata, l’abbiamo affittata e poi abbiamo scoperto la sua storia: in effetti è tutta insonorizzata…

AM: E così faremo lì il disco – pezzo per pezzo.

Cosa mi dici del materiale nuovo?

AM: Se ne occupa Peter; è il compositore principale.

PP: Molta è roba che avevo iniziato a scrivere tempo fa, e poi ho trovato dopo l’ispirazione per finirla. Sai, vecchi brani che non avevano un testo decente; poi mi capita di trovare le parole giuste e mi innamoro nuovamente della canzone. Poi c’è un pezzo che si chiama “Magic Tablet” e parla del nostro batterista che un anno fa ha avuto un esaurimento nervoso…

AM: Non ci abbiamo messo molto a farglielo venire…

PP: Questa cosa mi ha ispirato una canzone. Alla mia età si ha abbastanza esperienza da avere sempre qualche argomento di cui scrivere. Penso anche che appena avremo finito di registrare il disco forse inizierò a pensare “Magari se scrivo un altro disco ancora, potrebbe uscire”. Capisci cosa intendo? Perché quando non incidi mai nulla raggiungi un punto in cui pensi “Ok, non vale la pena scrivere, intanto nessuno sentirà mai questa roba”. D’altra parte credo sia uno spreco scrivere bei pezzi che nessuno ascolterà mai.

Avevi voglia di tornare a scrivere o ti è costato uno sforzo?

P: No, no. Sai, nella nostra scaletta c’è comunque tanta roba vecchia che all’epoca non ho voluto incidere perché non mi interessava. E poi scrivere i testi è una cosa che faccio da sempre. Ho mucchi di quaderni di testi, perché non posso fare a meno di scriverli. E poi, quando prendo la chitarra in mano, allora diventano canzoni. Se c’è una cosa che non ho mai smesso di fare e non smetterò è scrivere testi… anche se poi mi ci vuole la spinta di un gruppo…

A: Beh, quella serve…

PP: Un artista ha necessità di avere un pubblico. Sono pochi quelli che sono soddisfatti solo di creare senza che nessuno apprezzi il loro lavoro. E questa cosa mi ha dato lo stimolo per terminare alcune canzoni.

Quale è stato il fattore che vi ha fatto tornare assieme?

AM: Beh…

PP: Hai avuto tu l’idea no? Hai pensato che potesse accadere e così…

AM: Ero stato in giro coi Beatstalkers e a ogni intervista mi chiedevano degli Only Ones. Dicevano sempre “Chiedo scusa ai Beatstalkers, ma devo sapere se c’è la possibilità che gli Only Ones si riformino”. Mi ero rimesso a suonare il basso e credo che questo mi abbia fatto tornare la voglia di suonare con gli Only Ones. E così ho iniziato a manovrare nell’oscurità, chiedendo “Ti andrebbe?”… Kellie mi disse “Lo faccio se ci stai anche tu” e John mi ha risposto la stessa cosa. Peter invece credo che abbia solo cercato di essere gentile con me…

PP: No, nessuno mi ha hiesto niente finché… ma Warren Ellis non te l’aveva chiesto prima?

AM: Avevo ricevuto un’email…

PP: E’ quando ci hanno fatto l’offerta…

AM: No, prima di quella…

PP: Sai chi è Warren Ellis: suona con Nick Cave and the Bad Seeds… si occupava dell’All Tomorrow Parties

AM: Si, comunque prima ho ricevuto un’email e ho negoziato sui soldi…

PP: Nessuno mi aveva detto niente.

AM: Non ti ricordi che ti avevo detto che la Sony era disposta a pagare bene se avessimo fatto un concerto segreto? Tu avevi risposto “Davvero?” e io mi sono detto “Aaaaaah!”.

PP: La prima volta che mi ricordo di essere stato interpellato è quando è arrivata l’offerta…

AM: No, sono venuto da te un po’ di volte prima, perché Sony stava facendo uscire un Best of, dato che c’era stata quella pubblicità Vodafone [“Another Girl, Another Planet” nel 1996 venne usata in uno spot  di Vodafone – n.d.Andrea] e poi dopo è arrivata l’offerta per l’All Tomorrow Parties.

PP: Credo che se Ellis non ci avesse stanato, non avremmo ripreso a suonare.

AM: No. Se non ci fosse stata quell’offerta…

PP: L’All tomorrow Parties mi è piaciuto molto, sai… andarci con tutta la famiglia, in un weekend bello e soleggiato…

AM: Non c’è pressione in concerti del genere, perché il pubblico c’è comunque.

PP: Quando ho acconsentito a suonare all’ATP ho detto “Ok, ma solo per questa volta”. E’ stato solo dopo il concerto che mi è stato detto che ce n’erano altri in ballo.

AM: Beh, gli avevo mandato delle email, ma non avevo capito che lui non guarda mai la sua casella di posta elettronica.

PP: Non sapevo come si faceva, all’epoca. Adesso Zena ha imparato come si fa e mi ha insegnato. Quindi tu eri convinto che io leggessi quello che mi scrivevi?

AM: Sì!

PP: Benissimo.

AM: E poi all’epoca, non so se ti ricordi, ma una volta ti ho detto “Riformiamo la band” e tu sei uscito dalla stanza senza rispondermi, così ho chiesto a Zena “Secondo te cosa voleva dire?” e le mi ha risposto “Penso che dovreste farlo, dovreste ritornare assieme”.

[Continua QUI]

Asheton + Williamson = TNT

The Stooges – You Don’t want My Name, You Want My Action (Easy Action, 2009)

Se amate Ron Asheton e avete sempre avuto la curiosità di sentirlo all’opera insieme a James Williamson (entrambi alla sei corde, nota bene), questo cofanetto con cinque live del 1971 vi ammazzerà di godimento. Ma dovete essere dei fottuti fan. FAN. F-A-N. Perché si sente male ed è indegnamente costoso. Però… ascolterete brani mai finiti su un disco ufficiale e sentirete il gusto dell’eroina in gola (altro…)

Whatever happened to Iggy’s jacket?

Pensate a un’icona dell’immaginario rock’n’roll. Oltre alla scontata lingua degli Stones, probabilmente – se avete un po’ di cuore – tra le prime immagini a venirvi in mente ci sarà la giacca con il leopardo sulla schiena che Iggy Pop indossa nella foto sul retro di Raw Power (altro…)

Peter e l’olocausto dei pensieri sensati

The Only Ones – s/t (Columbia, 1978)

[questa recensione è stata originariamente pubblicata almeno 5 anni orsono, ma visto il recente trip totalizzante per Perrett e gli Only Ones, sembrava quasi necessario riesumarla e regalarle una terza, quarta, quinta giovinezza] (altro…)

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