Power pizza e caimani

Cayman-The-AnimalCayman The Animal – Aquafelix ep (Sonatine/Annoying/Mothership, 2013)

Non c’è niente da fare: il packaging, per quanto espressione di una concezione tradizionalmente consumistica-capitalistica etc etc è comunque qualcosa che fa godere. Non raccontiamoci cazzate e prendiamone atto.

Dunque quando ricevi un vinile 10″ in una confezione cartonata che è un misto tra una scatola per la pizza da asporto e una valigetta, con dentro il disco, la versione cd e un toppa della band… come puoi non farti spuntare a priori un sorrisone in faccia? (altro…)

Quieto ma non troppo

Il-Buio-L-oceano-QuietoIl Buio – L’oceano quieto (Autunno Dischi, 2013)

Che bottarella, eh… sì davvero, l’ascolto di questo nuovo cd de Il Buio non mi lascia per nulla indifferente… anche a dispetto del mio odiato cantato in italiano. E infatti credo che loro, insieme ai Titor e ai Nerorgasmo, ad esempio, siano uno dei pochi gruppi per cui riesco a fare un’eccezione.

Il Buio ci scaraventa addosso 10 tracce di rock emotivo e scuro, sfaccettato ma sempre cupo, teso e introspettivo (altro…)

Il caimano

Cayman The Animal – Too Old To Die Young (Mother Ship, 2011)

Inizio col dire che questo disco dei Cayman The Animal è semplicemente da comprare. Non pensateci troppo e procuratevelo, coraggio.
I motivi sono come minimo tre. Partiamo dal fatto più esteriore: si tratta di un oggetto realmente bellissimo… un LP picture one-sided, quindi con un lato solo di musica e l’altro meravigliosamente illustrato da Ratigher. Poi c’è che la band ha scelto di distribuire il proprio lavoro con una modalità estremamente illuminata: nel pacchetto trovate infatti il vinile e la versione su cd; e, se non vi basta, l’album è disponibile in free download, in mp3 (così se siete avari manco pagate e vi trovate i vostri bei file da buttare nel lettore mp3 o nell’aipòd – ma non sapete cosa vi perdete, farisei).

E il terzo motivo è, ovviamente, la musica. Un hardcore ibridato con l’emo-screamo anni Novanta, la sperimentazione degli ultimi Black Flag, il post hardcore, il rock’n’roll marinaro, il rock più sanguigno, il metal più sopraffino… un bellissimo guazzabuglio sulfureo e melodico, disperato ed energizzante. Del resto i ragazzi non sono certo sbarbatelli e hanno accumulato esperienza tangibilissima con band come Ouzo e Ingegno, nell’area perugina. E ora giungono a una summa di quanto accumulato e metabolizzato negli anni precedenti.

Un lavoro davvero interessante, che colpisce allo stomaco come una mazzata.

Unchained melody

Jet Market – Sparks Against Drakness (No Reason, 2011)

I quattro italianissimi Jet Market sono al loro quarto disco e suonano ormai dal 1998 – che a me sembra ieri, ma cazzo, son passati quasi 14 anni. In pratica una vita per una band. Escono su No Reason, per questa loro quarta fatica… e anche se dicono che l’abito non fa il monaco, in questo frangente la label è chiaramente indicativa di quello che ci si può aspettare, visto lo stile piuttosto netto e omogeneo che propone con regolarità. E infatti questo Sparks Against Darkness è un album di punk hardcore melodico con qualche filamento di emo core e una – piacevolissima, a mio parere – spruzzata di skatecore/skatepunk.

La ricetta è classica, ma i Jet Market sono magistrali nel proporla: ritmi sostenuti, chitarre stoppate e arrangiamenti melodici, cori con armonie… c’è tutto. Se avete amato Satanic Surfers, Propagandhi, No Use For A Name, Avail e – perché no – Nofx, qui c’è pane per i vostri denti.
L’unico peccato, per quanto mi concerne, è che avrei preferito meno emo e più follia skatecore: avete presente gli Stupids? Ecco, loro erano dio nel genere skate. Poi è ovvio che l’ispirazione dei Jet Market è più derivante dall’hc melodico statunitense anni Novanta,  ma come dire… visto che l’appiglio skate c’è, io mi ci attacco e ne chiedo di più – mentre posso fare a meno della dose da cavallo di sonorità Burning Heart/Fat Wreck.

Detto questo, la band è senza dubbio ottima e non deluderà anche i conoscitori più pignoli del genere. L’uomo Del Monte ha detto sì.

Beggars’ banquet

Beggars – s/t (Chorus of One, 2011)

Un buon 7″ dal look old school per questa band di Chicago che approda nel roster dell’italianissima Chorus of One.

Questi Beggars non sono certo mostri di inventiva, ma menano piuttosto pesante con un hardcore emo/screamo melodico (niente roba estrema stile Ebullition, occhio) molto mid-Nineties.
Velocità, incazzatura e una linea melodica costante – ma mai troppo preponderante, per fortuna – sono le caratteristiche salienti di questi quattro brani belli sanguigni e sbattuti in faccia senza troppi complimenti.

La rabbia, l’energia, la malinconia e la voglia di fare casino sono rollate tutte insieme in una metaforica cartina intrisa di benzina, per far bruciare meglio il tutto: e il risultato è notevole. Sarà la brevità del disco, sarà la concisione, ma questo singoletto è una bella parentesi che si ascolta e si riascolta volentieri una seconda volta. Cosa che non accade spesso, almeno qui nella tana del cinismo barbarico.

Il promo kit cita tra le influenze Strike anywhere (può essere), Fugazi (insomma… sono più violenti negli intenti, i Beggars), Modern Life is a War (che non so chi siano e non credo di avere intenzione di scoprirlo ora) e Foo Fighters (e per fortuna non ci somigliano neppure per errore… dio mio…).

Beggars live @ Eastwood House from Kyle Wheeler on Vimeo.

I cavalieri dello zodiaco abitano a Berkeley

Argetti – New Seeds (No Reason, 2011)

Onestamente, e non me ne vogliate, penso che un nome peggiore di Argetti (che a quanto leggo è anche uno dei cavalieri dello zodiaco… ma per favore!) sia davvero difficile da trovare – così come è piuttosto folle decidere di affibbiarlo alla propria band, soprattutto se si decide di suonare punk rock. L’impressione iniziale, quindi, è stata gravemente negativa.

Ero quasi pronto a una recensione di quelle che nei primi Novanta, nella fanzine di Rev Norb, venivano fatte solo guardando la copertina e non ascoltando il disco, ma poi ovviamente ho fatto ciò che un uomo deve fare e l’ho messo nel lettore cd. E’ stato una piacevole sorpresa constatare che, nonostante il nome da tribunale dell’Aia, i vicentini Argetti suonano un ottimo pop punk fine Ottanta/primi Novanta, che trasuda letteralmente (e lo ripeto: trasuda, ne è intriso come una spugna) suggestioni inequivocabilmente riconducibili alla prima ondata di gruppi Lookout.

Lawrence Livermore probabilmente si sarebbe innamorato di loro nel 1991-92, visto che incarnano le anime che nel periodo aureo hanno contraddistinto l’etichetta di Berkeley: punk rock asciutto e semplice, suonato senza fronzoli e tecnicismi, ma soprattutto striato di sensibilità pop alla Smiths/Morrissey e attitudine emo-core (occhio ai termini: l’emo di cui si parla non è quello di adesso, ma proprio tuuuuuutta un’altra roba). Per utilizzare il solito giochino del “somiglia a”, direi che gli Argetti sono un improbabile ibrido di Monsula, primissimi Green Day e J Church, leggermente insaporiti in salsa anni Duemila e con una persistente vena malinconica a corredo.

Notevoli davvero, quindi: probabilmente hanno anche il giusto appeal per piacere ai relitti che la scena degli albori Lookout la hanno vissuta in prima persona, così come agli under 20 e ai famigerati twentysomething. E allora, bene così. Magari ogni tanto incazzatevi un po’ di più, invece di cedere incondizionatamente al lato melanconico del pop punk…

Enciclopedismo senza limitismo

Distanti – Enciclopedia popolare della vita quotidiana (Triste, 2010)

Ultimamente la scena emo-core nazionale (con le sue varie propaggini) è in uno stato di buona salute: tra i migliori dischi usciti negli ultimi anni in Italia, per chi scrive, ci sono quelli dei Dummo, degli Altro e dei Fine Before You Came.

Ora da Forlì arrivano i Distanti, con il loro esordio Enciclopedia popolare della vita quotidiana in uscita per la Triste, che già si era occupata dell’edizione in vinile di Sfortuna dei FBYC. Poco più di venti minuti, 10 pezzi che ci riportano al suono dei Rites Of Spring e soprattutto al biennio 1997-1998, più o meno ciò che stanno facendo anche i Verme in questi mesi. I forlivesi forse ci riescono un po’ meno bene, anche perché giovanissimi: hanno infatti qualche passaggio a vuoto quando si allontanano dalla formula elettrica e veloce che caratterizza la maggior parte dei brani. Ci sono un paio di frazioni semi-acustiche che fanno tanto demo e di cui non si capisce del tutto la presenza, seppur con testi interessanti (“Appunti per una stagione virtuosa” e “Appunti per un’amica”), oltre a un inserto abbastanza incomprensibile in cui una mamma descrive il pranzo pasquale al figlio lontano (“Geloso”).

Il resto però, quando si viaggia sui binari anni Novanta (con pure qualche scatto screamo dalle parti dei concittadini La Quiete), funziona assai bene, con la giusta esposizione di emo-zioni più o meno adolescenziali su suoni tirati e abbastanza grezzi. In particolare va segnalata “Limonare Duro”, che si fa ricordare non solo per il titolo molto esplicativo, ma per la riuscita complessiva del pezzo, tra amore, lacrime e un bel compromesso tra ritmo e melodia. Che è la strada da seguire.

Ted Leo sta coi farmacisti

tlTed Leo and the Pharmacists – The Brutalist Bricks (Matador, 2010)

E Bravo il nostro Ted Leo dal New Jersey. Dopo anni in giro per il mondo musicale, metti insieme un po’ di amici dietro al bancone e ci proponi queste 13 simpatiche pilloline di pop emo, con principi attivi al power punk, senza bisogno di presentare la ricetta.

The Brutalist Bricks è un album piacevole e divertente che si ascolta senza problemi già dai primi due brani “The Mighty Sparrow” e “Mourning In America” che con il loro ritmo incalzante ti portano dritto dritto dentro a questa farmacia piena di rimedi antistress.

Ci sono pezzi che possono ricordare gruppi come i Presidents of United States o gli OverWhelming Colorfast (per chi mai se li ricorda, ovviamente), ma ci sono anche frazioni in cui la chitarra morde e la voce diventa più “cattiva”, come una sorta di Fugazi sorridenti (“The Stick”), se mi passate l’ardita metafora.
Soridenti perché non si passa mai sul lato selvaggio e oscuro della musica: non troverete nessuna traccia di malattia in questo album, solo voglia di zampettare allegri e, in alcuni casi, tentare un timido accenno di pogo contro il frigorifero, grazie alla sezione ritmica che fa sempre il suo porco mestiere (lo scrivo sputando per terra e passandomi una generosa manata sul pacco).

Tra i pezzi più convincenti “Woke up near Chelsea” con il suo testo che non lascia dubbi circa gli orientamenti spirituali di Ted “Well we’ve all got a job to do, and we all hate God/ But we’ve all got a job to do/ We’re gonna do it together” e “Where was my brain”.

Chi ha avuto modo di ascoltare le altre cinque fatiche di questo gruppo sostiene che questo sia il primo lavoro in cui si riconosce una certa coerenza tra i brani, e la creatività  non è  stata lasciata troppo libera di spaziare tra diversi generi.
A essere onesto io non ho ascoltato tutti i precedenti album di Ted Leo, ma non stento a crederlo, dato che in alcuni casi sembra quasi che la tentazione di uscire dai confini di un genere o di uno stile sia stata molto forte – come dimostra la “citazione” dei Minutemen in “Bartolomeo and the Buzzing of Bees” o la ballad “Tubercoloids Arrive in Hop” dagli echi zeppeliniani (anzi a essere pignoli, dei Motorpsycho nelle loro ballad in stile Led Zep).

In estrema sintesi un bell’album da utilizzare ai primi sintomi di giramento di balle da vita quotidiana.

Leggere attentamente le avvertenze e le modalità d’uso.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: