Spaghetti (western) all you can eat

Drifting MinesDrifting Mines – s/t (autoprodotto, 2012)

Country, garage, rock’n’roll, rockabilly, punk: i signori sono serviti. E il menù è all you can eat, grazie ai romani Drifting Mines, che arrivano da una decina d’anni di oscurità più o meno totale, fatta di gavetta e demo, giungendo al traguardo del primo cd autoprodotto (ma distribuito da Area Pirata).

In questi 10 brani (compresa una cover di “Chicken Walk” di Hasil Adkins) le influenze sono palesi e cristalline, ma da leccarsi i baffi: Cramps, Johnny Cash, Knitters, X nei loro momenti più country punk, Gun Club, Blasters, Bo Diddley, Elvis (altro…)

Pianeta Gluck chiama pianeta Vega

C’era una volta una fanzine intitolata What A Nice Way To Turn 17; sei numeri tra il 1983 e il 1986… poi arrivò il 1987 e tutto si bloccò, nonostante il numero sette fosse in lavorazione. Vi proponiamo, dunque, la traduzione di un’intervista che avrebbe dovuto finire in questa settima uscita, e che non è mai stata pubblicata (la potete trovare in originale nel sito/blog commemorativo della ‘zine: whatanicewaytoturn17.blogspot.com). Si tratta di un fenomenale incontro di personalità, ossia Jeremy Gluck (sì, proprio l’ex deus ex machina dei Barracudas) che intervista Alan Vega, ex Suicide, nel 1988. Siamo in pieno periodo solista, con ben quattro album già pubblicati: Alan Vega, Collision Drive, Saturn Strip e Just A Million Dreams.
Sfortunatamente le domande sono state omesse dal documento originale, così quello che resta è un flusso di risposte – quasi dichiarazioni spontanee – di Alan Vega, che ci affascina con una specie di
stream of consciousness apocrifo.

Ecco le parole del maestro deviato, opportunamente stimolato da Jeremy Gluck.

Arte e rock’n’roll

“E’ difficile, per me, spiegare le cose che faccio. Questo accade perché le ho fatte io e non è semplice dire ‘Hey, ho preso questo pennello e ho messo questo colore in questa maniera perché…’. Perché? Forse ho solo tentato di arrivare laggiù, fino a quel nocciolo che identifica ciò che amiamo così tanto del rock’n’roll, e di restare a quel livello”

Who killed Elvis?

“Il rock’n’roll aveva una grande energia, specialmente quando hanno iniziato a suonarlo i ragazzi bianchi: è allora che è davvero diventato una minaccia per l’establishment. Elvis era molto pericoloso; e comunque è probabile che l’abbiano ammazzato – anzi, mi meraviglio che l’abbiano lasciato vivere così a lungo. E so anche cosa stai pensando, amico: a un certo punto è successo qualcosa che ha annacquato l’essenza del rock’n’roll. Credo sia colpa di quella storia degli anni Sessanta, tutte quelle cazzate del flower power… e mi spiace dirlo, ma c’entrano anche i Beatles: amico, non ce l’ho mai fatta a farmi piacere quella roba tutta leccata… e il mondo invece ci è cascato. L’industria discografica è diventata un affare enorme. Guarda come è ridotta adesso, con tutti quei ragionieri e avvocati: è stata sopraffatta dal lato del business”.

Che fine hanno fatto gli anni Settanta…

E’ buffo; abbiamo suonato all’Acid Daze festival a Leeds e sembrava ci fossero solo band ispirate agli anni Sessanta. Ma da dove arrivano? E non era finita questa roba? Saremo mica condannati a restare inchiodati per sempre al Ventesimo secolo, all’anno 1970? E’ quello che ci aspetta? I ragazzi, ai miei tempi, volevano suonare come i Led Zeppelin, ma loro erano in giro in quel momento… ora sono andati. E comunque mi chiedo perché questi giovani di adesso non vanno in un negozio di dischi e si comprano qualcosa tipo una raccolta sugli anni Settanta… saranno per caso convinti che siamo passati dai Sessanta agli Ottanta in un colpo solo? Io penso che gli anni Settanta abbiano portato tantissimi cambiamenti: il punk e la roba elettronica alla Suicide sono iniziati in quel periodo”.

L’essenza del rock’n’roll

Il rock’n’roll, se lo fai bene, è un’esperienza dolorosa. Tu dai il 150% e non ricevi nulla in cambio. Passi gli anni a farlo, il tuo corpo continua a dare e dare e dare, ma non ti ritorna proprio niente e così finisci per bere o drogarti. Non è una questione di volersi autodistruggere, è solo che devi mantenere alto il livello della tua intensità, per potere fare bene il rock’n’roll. E all’inizio era così: Elvis, Jerry Lee – li hai mai visti suonare? Guarda come si agitano. Il primissimo Elvis – aveva gli spasmi, era chiaro, non riusciva a fermarsi. Per Buddy Holly, invece era una cosa nella voce.
Eppure devi resistere, è una sfida di resistenza, amico, non devi mollare perché loro vogliono vederti morto, tentano sempre di allontanare chi fa le cose con sincerità. Se fai qualcosa di differente, sei una minaccia; ma se il business vede una sfilza di artisti che ti ha preceduto facendo le stesse cose, allora ti accetterà. Se sei unico il business non ti vorrà perché è interessato solo a ciò che già conosce… per non parlare dei discografici. sai quanto sono veloci: potresti andare in letargo per 100 anni senza fare nulla, poi tornare a esibirti e stai certo che li lasceresti shockati lo stesso. Per farti accettare da loro devi restare in gioco per tantissimo tempo.

Rockabilly e arte

“Ho fatto quegli album solisti e mi sono sobbarcato tutto il peso della cosa perché tantissimi fan dei Suicide non amavano il rockabilly. Poi ho iniziato seriamente con l’arte. Faccio delle specie di collage, cerco di contrapporre colori diversi ed elementi che normalmente non dovrebbero andare assieme, ma se ci metti il giusto impegno in qualche maniera poi riesci a far quadrare le cose. C’è un modo per farlo, ma ci vogliono  anni per riuscire a impararlo a forza di sbattere la testa contro al muro, studiando… diventi una specie di alunno, uno studente, sai?”.

Teoria musicale, mantra e trip della sottrazione

“In teoria basterebbe una sola parola per comunicare. Prima o poi scriverò un pezzo e troverò una parola che posso ripetere per tutta la sua durata, un vocabolo che abbia un significato intenso e profondo per me. Però non voglio sconfinare nel territorio dei mantra, anche perché quando ti sentono che ripeti una parola la gente dice ‘Ah ok, deve essere un mantra”. Mi hanno già accusato di questo, perché in molte mie canzoni ci sono pochissime parole e i titoli sono molto stringati. Eppure la faccenda del mantra non mi interessa per niente. Quello che so è che certe parole sono così belle e così comunicative, dicono così tanto… come Suicide. Ci sono alcuni nomi di gruppi, titoli, vocaboli così… e quando li trovi, per me sei alla poesia pura. Meno è sempre di più; pensa ai maestri della pittura e ai loro disegni. Una sola linea di Picasso è un’intera persona, c’è l’anima in una linea. E Rembrandt: basta una linea… è il trip della sottrazione, amico, il trip della sottrazione.”

Rococò, no grazie

“Penso che più semplifichi e più sei diretto; parte dell’energia che senti deriva proprio dalla semplicità. Vai in sovraccarico, perché suonando roba semplice devi farlo con maggiore trasporto, per mantenere il flusso e la concentrazione, così arriva l’intensità – non è facile fare la stessa nota continuamente. E così ottieni un’energia che non c’è in tutta quella roba fru-fru e rococò. Pensa al primissimo Elvis – cosa aveva? Scotty Moore, un batterista, un basso, la sua voce… ma se ascolti le session della Sun sembra che una Cadillac stia entrando nella stanza sfondando un muro… perché? Analizzi quella roba e dici ‘questa musica non dovrebbe avere questo effetto’… ma quei tizi suonano così semplicemente e in maniera diretta, e poi c’è qualcosa nel movimento di polso del batterista”.

Dilapidando gli Eighties

I riff sgangherati e la rivisitazione del cut up nella forma canzone dalla forma romanzo sono il marchio di fabbrica della band di Washington D.C.
I Pussy Galore, adottati dalla Grande Mela, mutuano il nome da un personaggio del film Agente 007 – Missione Goldfinger (1964) e si sono destreggiati perfezionando pochi minimali leit motiv: una completa identificazione con i canoni estetici lo-fi, una smodata passione per il garage blues più necrofilo, un’attitudine irriverente e arrogante, retaggio del punk. Il tutto esaltato da quantità di droghe sintetiche e flirt con gli scenari del porno vintage.
Jon Spencer e soci hanno battuto una nuova strada sia come prototipi di un genere sconosciuto a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, sia nel senso peripatetico del “battere” propriamente la strada.
Attingendo e saccheggiando a piene mani dal mainstream per centrifugarlo con elementi noise della nascente e outsider scena alternativa rumoristica, hanno finito per conciliare l’inconciliabile. Una ricetta irripetibile: basi hip-hop spruzzate come panna montata in un pentolone di brodo primordiale fatto di feedback chitarristico lancinante.

Capaci di reinventarsi un Bignami del rock paraculo con il loro ultimo album Historia De La Musica Rock (1990), hanno avuto anche l’audacia di brutalizzare ed esumare l’intoccabile masterpiece stoniano Exile on Main Street, di profanarlo tra acrobazie demenziali e propositi avanguardisti senza mai precipitare nello sbrodolamento compiaciuto fine a se stesso – da veri becchini sonici.
Lontani anni luce dagli standard snob che caratterizzano solitamente le avanguardie rock, senza tanti giri di parole, i Pussy Galore sono stati e restano gli anti Sonic Youth; anche se insieme alla Gioventù Sonica hanno bevuto dallo stesso calice fino a ubriacarsi di pionierismo noise, rispetto al team  Moore-Gordon, non hanno mai cercato di addomesticare e ripulire un genere fino a presentarlo impacchettato con tanto di fiocco alla corte di MTV. Soprattutto hanno avuto l’involontaria lungimiranza di durare poco. Poco più di un lustro, col piede spinto sull’acceleratore e il rosso fisso della benzina, detonando cacofoniche gemme, destrutturando e oltraggiando il monolite del rock con sferzate di reproba pornografia.

I Pussy Galore si sono presi la briga di fare lo sporco lavoro di spazzini del rock’n’roll. Hanno decapitato Elvis, per poi imbastire un banchetto stralunato di ritmi sincopati sul suo corpo-hamburger, mentre il punk ha rinnegato The King, in qualche modo lo ha anche imitato esasperandone il lato narcisistico e autodistruttivo, con quel grottesco epilogo di Sid Vicious che canta “My Way” di Sinatra, ma che di fatto sta imitando l’interpretazione del brano fatta da Elvis.
Elvis adora il suo pubblico, Sid  spara a chi è in sala e i Pussy Galore semplicemente non tengono più conto del pubblico… a loro basta e avanza aver sezionato anatomicamente il rock’n’roll.
Un rovesciamento semantico di tale portata è rintracciabile soltanto in altre forme espressive: ad esempio nel cinema con  Jean Luc Godard e il suo monumentale Historie(s) du cinema, guarda caso un titolo che sarà profetico anche per il turbolento quartetto.
Per la prima volta nella historia del rock l’oggetto del desiderio-interesse di una band si sposta verso la specificità della materia trattata, dalla mera abilità di saper fare o meno canzoni da classifica.

Nessuno finora ha raccolto ancora il testimone di questo capitale, tante false partenze e vicoli ciechi. Se i  Sonic Youth si sono venduti alle major, gli Swans hanno colto la frenesia dell’epoca con ritmi macilenti da sparasi sulle palle dopo cinque minuti, i Butthole Surfers hanno giocato troppo sul lato freak e weird per essere credibili, i Pussy Galore – seppur dilapidando il patrimonio da loro stessi accumulato troppo in fretta – rappresentano storicamente l’anello sonoro mancante tra gli anni Ottanta e i Novanta.

Discografia consigliata:

  • Exile on Main Street (cassetta, 1986, Shove – ltd 550 copie)
  • Right Now! (LP, 1987, Caroline)
  • Dial M for Motherfucker aka Make Them All Eat Shit Slowly, aka New Album By Pussy Galore (LP, 1989, Caroline)
  • Historia De La Música Rock (LP, 1990, Caroline)
  • Corpse Love: The First Year (CD, 1992, Caroline)
  • Live: In The Red (LP, 1998, In the Red)

Rockabilly Dad

fabcd.jpgFabulous Daddy – Do You Feel a Wanderer? (autoprodotto, 2009)

Ci sono generi che – per fortuna loro e nostra – sembrano impermeabili al trascorrere di tempo, mode e tendenze. Tra questi, indubbiamente, c’è l’inossidabile heavy metal. E, sebbene lontano anni luce per iconografia, attitudine e sonorità, il rockabilly/rock’n’roll. Già: stiamo parlando di chitarroni – preferibilmente – hollow body, distorsione inesistente, contrabbassi assatanati, batterie minimal e cantati alla Elvis come se piovesse.

I marchigiani Fabulous Daddy sono, per chi già non l’avesse intuito, proprio una band rockabilly, profondamente influenzata e plasmata da sonorità roots statunitensi. Riff caldi e “classici”, che appena iniziano già sai dove vanno a finire, ma ti danno qella sensazione di casa… sai già tutto o quasi e ti piace, perché alla fine hanno il gusto rassicurante della tua birra preferita di sempre o della tua marca di sigarette.

Manco a dirlo, qui nei Fabulous Daddy il più scarso suona bene – del resto un genere come il rockabilly non perdona: o sai quello che fai e lo fai con disinvoltura e bravura, oppure crolli miseramente. Quindi, in poche e senite parole: divertenti, filologici, rock’n’roll, familiari… che è un po’ tutto ciò a cui devono aspirare le band che si votano a questo sound. Non è il mio genere (credo che il mio ascolto più vicino siano i Blasters), ma tanto di cappello.

Heavy Trash report

jonspencer3.jpgHeavy Trash 29/01/2008, Milano @ Musicdrome
(
le foto sono di Viridian)

Mr Jon Spencer mi ricorda l’ormai attempato Big Jim con la valigetta piena di maschere, quello che si chiamava 004. A ogni faccia corrisponde una personalità differente: l’ex Pussy Galore, rampante Jack lo Squartatore del rock and roll; il Signor Blues Exsplosion, il lato moderno ed esplosivo del rock blues; Mr Boss Hog, o meglio il fedele maritino attento alle stravaganze sonore della sig.ra Spencer-Martinez (gran pezzo di gnocca). E infine Monsieur Heavy Trash, or better, il mestierante che indossa i panni di Elvis una volta per tutte senza remore e vergogne, portando al parossismo purista sia l’immagine che il sound.

Il Musicdrome di Milano – ex Transilvania – è una specie di balera moderna. Per questo è, forse, il luogo più congeniale per mettere in scena uno show oscillante tra rock and roll, cabaret, spoken word dell’anima di un James Brown perennemente inginocchiato, entertainement spicciolo (in cui si sente tutta la maestria ereditata da Spencer durante le collaborazioni estemporanee con quel guitto di Andrè Williams) e trovate di simil-improvisation che mettono in secondo piano i fenomenali Sadies, band apripista al duo Jon Spencer-Matt Verta Ray.
L’estetica fortemente vintage e il sound (un rock country con spruzzate di visioni rurali e folk dinamitardo, nostalgico e maledettamente Fifties) rendono possibile al migliaio di presenti un viaggio a ritroso nel mito di un’America ancora incontaminata e seducente, attraverso brani trascinanti come “Outside Chance” (con demoniaci coretti in falsetto) e a citazioni pesanti di rock and roll delle prime stazioni radio (come “Kiss babe”, in cui il duo saccheggia a tutti i padri e padrini di turno: Chuck Berry, Bo Diddley ed Eddie Cochran fino, naturalmente, a The King).

Seppure lo scaltro Spencer sia un professionista nell’arte della finzione, della simulazione, del conservatorismo a oltranza e dell’autocelebrazione, la sua sfacciata ironia e il personaggio grottesco che esibisce pubblicamente (così come le ultime gocce di sudore penzolanti dalla cresta p-elvisianamente ortodossa) ci restituiscono un’autenticità inaspettata e accattivante. Jon è un abile giocoliere circense che finisce, comunque, per strappare applausi. Anche se succede sempre che qualcosa gli scappi di mano, come al più abile dei saltimbanchi.
È per questo che dopo un’ora e mezza, circa, a spasso per il Mississippi e in lungo e in largo per le sconfinate praterie d’America ci verrebbe davvero voglia di fuggire via con gli Heavy Trash… Going Way Out with Heavy Trash.

jonspencer2.jpg

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: