The days of wine and roses

VV.AA – Welcome Back To The Eighties Colours (Psych-Out, 2012)

Da un pool di personaggini come Roberto Calabrò, Lodovico Ellena e Cosimo Pecere si è materializzata un’idea che in qualche modo è la logica prosecuzione di un discorso iniziato negli anni Ottanta, quando la Electric Eye pubblicò i due volumi della compilation Eighties Colours, e proseguito poi con l’omonimo librone enciclopedico di Calabrò del 2010.
Ma prima di pensare “oh cacchio, ancora una compilation di pezzi ripescati dai vecchi dischi” fermate un secondo il motore e ascoltate, perché in realtà la faccenda è gustosa (altro…)

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Double double shot

The Sick Rose – Shaking Street + The Double Shot ep (Area Pirata, 2011)

Seconda metà degli anni Ottanta; per la precisione 1987 e 1989. I Sick Rose pubblicano rispettivamente il doppio 7″ The Double Shot ep e l’album Shaking Street (entrambi per Electric Eye)… e ora, finalmente, dopo più di 20 anni, qualche anima pia si prende la briga di sbattere il tutto su un cd, per il godimento di chi non c’era e di chi – come il sottoscritto – all’epoca si fece sfuggire i vinili per scarsa lungimiranza o altro.

Come spiegano magistralmente le liner notes a cura di Roberto Calabrò (e chi meglio di lui poteva scriverle, dopo la monumentale opera sulla scena neo-Sixties italiana, Eighties Colours?), questi due lavori fotografano un momento di transizione per i Sick Rose, che da band di filologico garage Sixties tinto di folk rock si stanno trasformando in una macchina da guerra che macina proto-punk e rock’n’roll, sotto la protezione di numi tutelari come MC5 (di cui coverizzano “Shakin’ Street”, presente nel cd in ben due versioni – e con una g aggiunta, così che diventa “Shaking Street”) e Flamin’ Groovies. Un’evoluzione che troverà la sua forma definitiva o quasi col successivo Floating e che significa, utilizzando una semplificazione da verduraio iconoclasta, meno-organo-e-più-chitarre-per-la-madonna!

Detto questo, è comunque innegabile che entrambe i dischi piaceranno incondizionatamente a chiunque ami anche il garage più tradizionale, visto che ce n’è molto (e di quello sopraffino) in queste 16 tracce. Personalmente promuovo in blocco tutto Shaking Street, album veramente da paura, con quel gusto piccantino e agrodolce che segnava il declino degli Ottanta e che solo alcuni gruppi italiani – a mio parere – hanno saputo cogliere; il doppio 7″ è sicuramente buono, ma un po’ meno incisivo. Mi affascina di più l’outtake di “Shaking Street” in versione acustica incisa nel 1989: brividi evocativi a go-go.

Questo è un pezzo della storia del garage rock europeo. Un pezzo importante e imperdibile. A voi la scelta: restare nel medioevo o scegliere il rock’n’roll.

Come non ristampare i Boohoos

Boohoos – Here Comes The Hoo 1986-87 (Spittle, 2008)

Attenzione. Questa recensione/segnalazione contiene una dose equina di veleno arbitrariamente somministrato e di insana parzialità.

Che la Spittle attuale (che non è esattamente la stessa di 20 anni orsono) mi stia un po’ sulle palle, l’ho già chiaramente detto. Sono un presuntuoso di merda, probabilmente, ma il fatto che non si siano mai degnati di rispondere alle mie mail, in passato, mi ha indispettito parecchio. Un “No grazie” di norma non si nega a nessuno, ma evidentemente c’è chi è troppo importante per concedere 12 secondi del suo tempo aureo a una webzine di merda. Molto bene. E’ così che va a finire che io la roba Spittle non la compro, oppure la prendo usata per principio. E’ una gran rottura, perché comunque fanno cose che mi interessano molto, però fino a ora il mio ridicolo boicottaggio da bimbo capriccioso (gnègnègnè… e che cazzo, lasciatemi regredire in pace ogni tanto) è andato in porto.

E’ così che dopo non molti mesi dall’uscita di questo cd antologico dei Boohoos, sono riuscito a procurarmelo per meno di cinque euro da un amico che l’aveva recuperato non si sa come e non era interessato a tenerlo. O gaudio, o tripudio… perché, per chi non lo sapesse, i Boohoos sono stati – alla stregua dei Not Moving – una delle realtà più pazzesche del rock underground italiano degli anni Ottanta.

Tutto ciò accadeva più di un anno fa; “e perché ce ne parli adesso?” vi starete chiedendo… beh, il motivo è che appena portato a casa, questo cd mi ha lasciato piuttosto perplesso: contiene, infatti il 12″ The Sun The snake and The Hoo e il LP Moonshiner, oltre a un inedito e a parte del demo. Quindi, ricapitolando, due dischi che possiedo da anni in caro, vecchio, glorioso vinile, una outtake (trascurabile) e – puttana eva – solo quattro dei sei pezzi del demo Bloody Mary. Tutti validi motivi per piazzarlo nella pila dei cd e rimandare l’ascolto approfondito a data da destinarsi.

A un anno abbondante di distanza mi viene voglia di toccare con mano il Rock; sì è proprio voglia di Boohoos.
La pigrizia invernale mi fa preferire il cd ai due vinili, ed è così che arriviamo a noi. E, ci arriviamo un po’ male, onestamente. Perché, posta l’intoccabilità e la grandezza della band (a scanso di equivoci: una miscela esplosiva di punk, garage, blues, Stooges, sound di Detroit, Dead Boys, Doors e Stones), questa ristampa è invece fatta con poco criterio e pochissima passione.
Volevano iniziare, i signori Spittle, con una botta di stupore e hanno piazzato come traccia d’apertura la outtake “Bloody Mary”, un pezzo medio che però, a caldo, non regge il confronto con gli altri (del resto se era stato scartato, ci sarà stato un motivo, no? E allora metterlo al principio non è una scelta eccezionale, mi permetto di dire).
Poi, già che abbiamo iniziato col botto, proseguiamo con l’album Moonshiner, che cronologicamente viene dopo The Sun The Snake and The Hoo, machissenefrega: “a noi piace fare le cose a ritroso, per cui beccatevi il gruppo così come era nel 1987 e fatevi la strada all’indietro”. Insomma, no. E’ una brutta idea. E poi c’è la mattanza operata sul demo, mutilato di due cover degli Stooges; magari c’erano dei diritti da pagare, magari era finito lo spazio, magari però allora era meglio lasciare perdere, perché io (e come me , immagino, tutti gli altri) in questo modo finirò per andarmelo a scaricare il demo, per sentirlo tutto. E poi Gesù piange quando i cattivi scaricano la musica da Internet, lo sapete, vero?

Veniamo poi al posterino con le liner notes. Bello, ben realizzato, però non capisco la necessità di riempirlo con quattro scritti in cui i soliti noti del panorama giornalistico italiano incensano (in maniera sacrosanta, peraltro) il gruppo. Ma una bella intervista ai Boohoos non era meglio, per dire? O qualcosa di scritto dalla band.  In fondo che erano grandi lo si sapeva già, non c’era bisogno che ce lo rispiegassero i pur bravi Frazzi, Sorge, Guglielmi e Dimauro.

Concludendo, questa pappardella si dirama come un serpente mitologico con due teste. Una è quella cattiva e velenosa, e dice “Fare le ristampe così è un crimine e un pessimo servizio agli acoltatori, che dovrebbero evitare accuratamente i lavori così approssimativi”. L’altra è più mite e le interessa solo la musica, per cui lei dice “Un grande gruppo, da sentire e risentire, senza badare troppo a cronologia, dettagli e fanatismi da appassionati hardcore”.

Boohoos, se ci siete battete un colpo e prendete in mano le redini della situazione: ripubblicate voi le vostre cose e fatelo con le palle e l’anima che la vostra musica ha da sempre.

PS: visto che io alla fine ho solo strepitato e sputacchiato, andate a leggervi un articolo veramente appassionato sui Boohoos, su La musica di Caio.

PPS: però che fatica i boicottaggi…

Funhouse: l’intervista!

sono-stato-pure-giovane-e-munito-di-capelli-lunghi.JPGAbbiamo parlato dei Funhouse qualche tempo fa (esattamente qui) e vi avevamo anticipato di aver preso contatti con un membro della band per un’intervista. Bene: grazie al gentilissimo Maurizio – all’epoca dei fatti chitarrista della band – la cosa è stata realizzata e poco più sotto potrete leggere il risultato della chiacchierata fatta con lui via e-mail. Buona lettura e preparatevi a un viaggetto indietro di una ventina d’anni nella storia del rock nostrano…

Cominciamo dagli albori: dove e quando si sono formati i Funhouse? E poi, soprattutto, come è nata la band: vi conoscevate, qualcuno ha messo annunci da qualche parte… come vi siete incontrati, insomma?
I Funhouse si sono formati a Colle Val d’Elsa nel 1985. Io ed il batterista Paolo Grassini eravamo gia amici fin da piccoli poi si è aggiunto il bassista Fabio Pazzagli e infine il cantante Engels Begani. Paolo aveva 15 anni, io 16, il bassista 17 e il cantante 18: una bella scala… la cosa che ci ha fatto conoscere e iniziare a suonare è stata una grandissima passione per la musica, che tutti e quattro avevamo.

Trovavate spazi per suonare dal vivo? Avete fatto molti concerti nel periodo in cui la band è esistita? Quali esibizioni ricordi, in particolare, per qualche motivo che le ha fissate nella tua memoria?
A Colle Val d’Elsa gli spazi per suonare dal vivo,quando abbiamo iniziato, erano i soliti locali anni Settanta dove veniva suonato prevalentemente liscio. Poi un gruppo di ragazzi ha fondato un’associazione culturale che ha cominciato a organizzare concerti di musica rock indipendente: questa associazione si chiamava Macelleria Ettore.
Di concerti ne abbiamo fatti veramente tanti, ma il primo vero impatto con il pubblico è avvenuto durante le selezioni del rockcontest al Tenax di Firenze (nel 1987), che abbiamo gloriosamente vinto. La finale del rockcontest è stata la prima grande esibizione dal vivo per tutti e quattro, infatti ci siamo ritrovati a suonare con il locale pieno di gente completamente in delirio! Il cantante fece una performance da far invidia al mitico Iggy e penso che metà della vittoria fu decisamente merito suo. Esiste un video del concerto e spero di fartelo vedere così ti renderai conto di quanto detto! Dopo l’esibizione è persino venuto a trovarci nei camerini Ringo de Palma, che era il vecchio batterista dei Litfiba (tragicamente scomparso nei primi anni Novanta), il quale ci disse che anche se non avessimo vinto, la nostra era stata la miglior esibizione della serata. Considera che la vittoria a Firenze fu un vero e proprio successo, dato che nessuno di noi aveva mai avuto esperienze musicali.
Altri concerti che ricordo ancora oggi sono quello all’Officina di Genova (storico locale fatto all’interno di una chiesa sconsacrata, demolita negli anni Novanta), poi quello di Catania al Macumba, con i ragazzi del posto che cantavano a memoria i nostri pezzi, il concerto al vecchio Leoncavallo di Milano che era stato assaltato dalla polizia alcuni giorni prima… ricordo ancora i buchi alle pareti fatti dalle ruspe per lo sgombero. Poi ce ne sono altri: a Montebelluna (TV), a Roma al vecchio Tendastrisce, Bologna al Casalone, Viareggio nel locale (Seagull? Un night club) dove si era esibita la settimana prima la mitica Cicciolina, al Bloom di Mezzago… ogni concerto era sempre una nuova avventura per noi: si potrebbe scrivere un libro.

rockerilla-88.JPG Come avete iniziato la collaborazione con la Electric Eye, che ha pubblicato il vostro 7″ e l’album The Way Things Will Be?
La collaborazione è avvenuta grazie a un incontro a un Independent Music Meeting a Firenze (1988 circa): facemmo avere il nostro demo a Claudio Sorge, che era il fondatore di Electric Eye, e il giorno dopo ci telefonò e ci mise sotto contratto per un 7″ e un album. Il contratto però, più che avere una validità legale, era una specie di scrittura privata.

Che tipo di accordo avevate con Electric Eye? Mi spiego: l’etichetta si occupava solo di gestire gli oneri della distribuzione (facendo pagare a voi costi di incisione e di stampa dei dischi) oppure si sobbarcava anche alcune spese?
Il produttore ci pagò la stampa del singolo, dell’LP e una parte delle spese di studio per l’album.

Puoi elencarci la vostra discografia dettagliata, nel caso ci siano altre uscite oltre al 7″ e al citato LP? Non vorrei fare la figura del pirlone, ma ho la sensazione di avere visto, anni fa, un altro album targato Funhouse, ma potrei sbagliarmi… mi sono inventato tutto?
La discografia dettagliata è la seguente:
Demotape (1987)
– “Nothing To Do” nella compilation Rockcontest (1987)
You Rules Not mine/Screamin’ Eyes 7″ (1988, Electric Eye)
The Way Things Will Be LP (1989, Electric Eye)
– “People Wanna Stay Together” nella compilation Rock Against Proibitionism (1990, Wide Records)

Quando si è sciolta la band? Posso chiedere i motivi, sempre se non è una domanda troppo indiscreta?
La band si è sciolta nel 1992, mi pare. Lo scioglimento è avvenuto perché non credevamo più in quello che facevamo, poi ci sono le altre cose che ti mette davanti la vita: il lavoro, le donne… insomma avevamo perso lo stimolo di andare avanti. Era triste ma vero.

Momento Meteore: sei rimasto in contatto con gli altri membri? Se sì, sai se hanno continuato con la musica? Insomma… che fine hanno fatto?
Certo che siamo rimasti amici, infatti per alcune risposte mi sono fatto aiutare dal bassista e dal batterista… anche con il cantante ci sentiamo spesso. Comunque gli altri hanno tutti smesso di suonare.

Chi scriveva i brani e come nascevano i pezzi dei Funhouse?
Prevalentemente i pezzi nascevano insieme, durante le prove. Certe volte portavo un riff di chitarra e lo sviluppavamo, oppure c’era un idea del bassista o del batterista: nasceva tutto molto naturalmente.

Avevate rapporti con altre band in circolazione all’epoca? Gente tipo Not Moving, Boohoos, Starfuckers… insomma: vivevate la presenza tangibile di una scena rock’n’roll (passami il termine un po’ ammuffito), oppure ognuno faceva repubblica a sé?
Con i Not Moving sì, abbiamo suonato spesso insieme, addirittura ci siamo incontrati con Dome (chitarrista) diverse volte anche ultimamente; poi anche con diversi gruppi stranieri tipo Died Pretty, Celibate Rifles ecc… ottenemmo la collaborazione di Giovanni Villani, un componente degli Steeplejack (gruppo di Pisa) per registrare un inserto di pianoforte nell’LP. All’epoca c’era anche una florida scena garage senese, i cui gruppi più rappresentativi erano Pikes in Panic e Motorpsyco Pluck: con loro ci frequentavamo ogni tanto. Eravamo amici anche dei Gang che incontravamo quando erano in concerto in Toscana.

So che hai cambiato piuttosto radicalmente frequentazioni musicali, a livello di genere e di progetti. Cosa ti è rimasto, oggi, dell’esperienza (umana e “sonica”) con i Funhouse?
Dell’esperienza con i Funhouse mi è rimasto tantissimo: più passa il tempo e più mi rendo conto di quanto siano stati importanti quegli anni. Sembra strano, ma nel mio modo di suonare e di comporre c’è tantissimo rock, anche se la musica che suono adesso è molto differente. Per me la musica che facevamo era come una specie di jazz, perché tutto nasceva spontaneamente e senza regole, era una specie di improvvisazione radicale…
fun-house-tutto1990.JPG

Funhouse all’italiana

funhouse.JPGFunhouse – The Way Things Will be (Electric Eye, 1989)

Tra i vari ricordi indelebili della mia lunga parentesi di vita romana ormai terminata (mai dire mai, si dice… chissà) c’è quello legato al negozio dell’usato di Disfunzioni Musicali. Ha chiuso da anni e io ho avuto modo di viverlo partendo da pochi istanti prima della crisi, fino allo smantellamento finale, con annessa svendita feroce di tutto il materiale (cosa di cui approfittai senza pudore: avrei voluto vedere voi…).

Tra le decine e decine di vinili comprati là per poche migliaia di Lire (eravamo appena prima dell’Euro, già) ricordo in particolare quasi tutta la discografia dei Not Moving, bootleg dei New York Dolls, punk californiano a go-go, punk francese (Real Cool Killers e Cherokeees su tutti) e un bel numero di album del vecchio catalogo Electric Eye – ovvero l’etichetta defunta di Claudio Sorge, penna storica (d’antiquariato?) di rockerilliana memoria.
Nel lotto di vinile razziato proprio negli ultimi giorni dell’impero, ossia quando il negozio liquidava tutto col 50% di sconto, infilai – più per curiosità e golosità, che per altro – un album di tali Funhouse, toscani. Costava solo 6.000 lire, era del 1989 (quindi vecchio di una decina d’anni) e l’avevo già visto in giro, senza mai soffermarmi più di tanto sull’ipotesi di acquisto.

Epifania. Rivelazione. O meglio: ennesimo colpo di fulmine, di quelli che ti lasciano un po’ ubriaco e confuso, perché non ci pensavi mica che poteva andare così.
Insomma: la copertina è poco esaltante, i nostri quattro toscanacci hanno l’aspetto di pseudo-metallers (la Kramer bianca del chitarrista non è certo una garanzia, da questo punto di vista, a voler essere snob fino alla morte), il pressoché totale anonimato della band non promette bene… eppure ci siamo. L’ennesima epifania rock, che dopo tanti anni di collezione e acquisti è sempre più rara, ma quando arriva sa di prima volta e basta.

Veniamo al sodo. In questo The Way Things Will Be troviamo una band dedita a un rock scuro, sotterraneo, con pesanti influenze proto-punk alla Stooges e sventagliate di chitarrismo hard Seventies. Tempi rocciosi lontani dalle sfuriate hardcore-punk che negli Eighties tanto andavano, schitarrate lisergiche con un wah-wah hendrixiano/ashetoniano, voce sofferta da Iggy meno psicotico, basso solido e saltellante… ogni brano del disco ha almeno un riff che si ricorda con facilità (anche se a volte leggermente derivativo: ma se per “derivativo” intendiamo che ricorda qualcosa degli Stooges 1969-1970, insomma… evviva il derivativo, per dio).

A dispetto di una registrazione un po’ pulita (ma piuttosto compressa, il che dona una certa cupezza e sapore genuino) e del tempo che è trascorso facendo perdere le tracce della band (cercate in rete: il nulla totale), questo vinilaccio va ricordato e riesumato. E ben figura nel mucchio selvaggio degli italici desperados dell’epoca: da piazzare tra Boohoos e Not Moving (e non solo per motivazioni alfabetiche). Fatelo vostro, non circola a cifre spaventose (con un po’ di fortuna investendo una decina di Euro potete procurarvelo): non ve ne pentirete.

Abbiamo recentemente provato a contattare l’unico membro della band di cui abbiamo trovato notizie online. Ha già gentilmente acconsentito a una bella chiacchierata retrospettiva, che non mancheremo di pubblicare. Stay tuned, come si diceva tanto tempo fa…

Le facce dei Sick Rose

sickrosefaces.jpgThe Sick Rose – Faces (Teen Sound, 2008)

Joint venture tra Teen Sound e l’ormai defunta Electric Eye per questa riverberata, acidissima reissue di metà Eighties.
La marca è quella dei Sick Rose, il prodotto è Faces, il contenuto è la migliore incarnazione italiana del fenomeno Eighties garage. Alla metà degli anni Ottanta, infatti, gli strascichi delle varie “wave” furono spezzati da un nuovo e nervoso movimento che coniugava il ritorno alle radici dei Sixties, la psichedelia e un mai domo piglio punk: la garage explosion che accendeva i suoi fuochi un po’ in tutto il mondo, scaldando i locali e incoraggiando nuove band ed etichette. Un nuovo eccitante freak-network: mop tops e beatle boots, jingle jangle e garage punk, psichedelia e rigoroso vinile.

In Italia si impose subito la Electric Eye Records di Claudio Sorge, coi suoi knights of fuzz torinesi, i Sick Rose. E questa è la riedizione del loro classico, un filologico volo nei Sessanta, con le valigie perse negli Ottanta. Il lavoro, musicalmente parlando, è un esempio di purezza, un insieme di canzoni veloci, frenetiche e immediate – con il corredo di fuzz, Farfisa e vocals “spinti” tipici del filone.
Ma c’è di più: già da questa prova si nota una certa attitudine alla sperimentazione e all’analisi di tutto ciò che è Sixties: dalla psichedelia (“I’s a Mistery”, “Night Comes Falling Down”) ai prodromi del power pop (“I’m Not Trying To Hurt Hurt You”). Il disco offre dunque più angolazioni d’ascolto e giustifica tutto il rumore che generò nel 1986 la sua uscita, in un momento in cui i nuggets rappresentavano “la svolta possibile”. Con questo bel lavoro la Teen Sound riporta in auge quel fermento, aggiungendo come bonus l’ep Get Along Girl, che dei Sick Rose fu il primo selvaggio vagito. Ancora una volta, “Turn on, tune in, drop out”!

Milano Mod!

fourbyartcopertinaap019.JPGFour by Art – The Early Years ’82-’86 (Area Pirata, 2008)

Milano, 1982: nascono i Four by Art, formazione pionieristica delle sonorità mod e neo-Sixties della penisola.
Pisa, 2008: la Area Pirata dà alle stampe questo eccezionale manufatto, in forma di cd antologico che ripercorre la carriera della band (in edizione limitata, con confezione digipack e liner notes a cura di Luca Frazzi).

A costo di sembrare sempre lo stereotipato mister “una volta era tutto fico, oggi i gruppi fanno cagare”, non posso esimermi dallo scrivere che questo cd è pieno di cosette che fanno mangiare polvere e merda (scusate il francesismo) a tanti contemporanei. Sarà il fascino del vintage (modernariato?), ma il punto è che il mod/psych pop virato garage Sixties dei Four by Art è davvero contagioso, forse anche per il fatto di non essere filologico e pedante – come alcune band del giro amano essere – ma piuttosto aperto e variegato.

Insomma, bando alle stronzate nella lingua della temuta razza dei recensori. Questo disco è davvero da ascoltare, anche solo una volta… ma è un favore che dovreste farvi. Poi potete anche archiviarlo nella parte del vostro scaffalone porta-cd in cui tenete le ristampe e che avvicinate solo per farvi fighi con gli amichetti. Ma ascoltatelo e poi mi saprete dire.

Unico appunto: in quanto antologia (contiene i due album usciti per Electric Eye, il primo singolo autoprodotto e tre inediti live) il disco risulta un filo lungo e dispersivo da ascoltare tutto di seguito. E’ consigliata, quindi, un’assunzione “a puntate” per migliorare l’esperienza sonora.

Boohoos – the sun, the snake and the hoo

boohoos_snake.jpgBoohoos – the sun, the snake and the hoo (1986, Electric Eye, 12″)

La penisola delle pizze e dei mandolini, negli anni Ottanta, ha davvero sfornato dischi paurosi, incisi da gruppi spettacolari poi spariti in una nuvoletta per venire dimenticati dai più. Parlo di gente come questi Boohoos, i loro colleghi Not Moving, gli Sleeves, i Rebels Without a Cause e poi ancora Obscurity Age, No Fun e molti altri i cui lavori – a volte – riemergono in qualche cassa di vinile impolverato nei negozietti di provincia o sui banchetti dei venditori in convention. Che se li fanno strapagare, ormai: non temete.
Questo 12″ dei Boohoos (nei quali militava anche quel personaggione che è Paul Chain) è un bel disco di punk garage acido, molto Sixties, ma con suoni duri e cupi… buone melodie intessute dalle tastiere, voce sofferta, bei riffoni di chitarra e ottimi brani che ti rimangono in testa dopo il primo ascolto (bonus: una cover di “Search & destroy” resa con una certa classe). Hanno molte affinità con alcune cose dei Not Moving e con certo garage Eighties (quello meno filologico e non troppo attaccato a stivaletti e caschetti da paggio), pur mantenendo una loro personalità marcata. Ascoltate “Getaway” e ne rimarrete fulminati, trovandovi a canticchiare il ritornello ossessivamente per ore!
Unico elemento sconcertante è il look: pseudo glam-dark, con Paul Chain che sfodera una panza da oste di Frascati mica male… ad ogni modo, facili ironie a parte, questo è un disco da ascoltare. Può piacere o meno, ma è innegabile la sua assoluta validità. Altri tempi, cari miei.

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