The days of wine and roses

VV.AA – Welcome Back To The Eighties Colours (Psych-Out, 2012)

Da un pool di personaggini come Roberto Calabrò, Lodovico Ellena e Cosimo Pecere si è materializzata un’idea che in qualche modo è la logica prosecuzione di un discorso iniziato negli anni Ottanta, quando la Electric Eye pubblicò i due volumi della compilation Eighties Colours, e proseguito poi con l’omonimo librone enciclopedico di Calabrò del 2010.
Ma prima di pensare “oh cacchio, ancora una compilation di pezzi ripescati dai vecchi dischi” fermate un secondo il motore e ascoltate, perché in realtà la faccenda è gustosa (altro…)

Bugiardi ma irresistibili

The Liars – The True Sound of the Liars – Anthology 1985/1990 (Area Pirata, 2012)

Una ristampa da teca nel British Museum, quella che area Pirata ha appena estratto dal marsupio di Doraemon. Questi, cari miei, sono i Liars, formazione dell’ondata garage revival, neo-Sixties e soprattutto neopsichedelica che scosse l’Italia negli anni Ottanta (quelli magistralmente raccontati da Roberto Calabrò in Eighties Colours)… gente che divideva palchi, ispirazione e aspirazioni con compari del calibro di Birdmen of Alkatraz e Steepeljack nella loro Toscana.

Ora, i dischi di tutte queste band non sono certo semplici da trovare, per quanto universalmente riconosciuti come seminali e fondamentali per la storia dell’italico underground… quindi un’operazione come questa è provvidenziale e andrebbe fatta anche per le altre band citate. In questo doppio cd antologico, infatti, c’è davvero tutto o quasi lo scibile sui mitici Liars (peraltro ancora in attività): il demo del 1986 86 Tears, il miniLp Optical del 1987, l’album Mindscrewer del 1988 (della mitica Tramite di Jean Luc Stote, un personaggio che meriterebbe un libro biografico!), il 7″ “Cold Girl” del 1989 e poi brani da tre compilation  e da un demo del 1989. C’è davvero da ubriacarsi e strafarsi (con gusto e piacere, peraltro) con questa vagonata di Liars anni Ottanta, nel loro periodo più psichedelico/garage rock, a cui seguì una virata lievemente più hard rock – ma questa è un’altra storia.

Ottimo lavoro: grazie Liars, grazie Area Pirata e grazie Calabrò (che ha curato le note del booklet, tra l’altro bello pieno di foto interessanti).

In viaggio coi No Strange

No Strange – Cristalli sognanti (Area Pirata, 2011)

I No Strange di Ursus, Ezzu & compari tornano dopo quasi tre lustri di lontananza dalle scene… e lo spirito della caleidoscopica – purtroppo lontana, ma mai dimenticata – era degli Eighties Colours è con loro.
Questo nuovissimo Cristalli sognanti fotografa una band attualissima nel sound (nonostante ad alcuni il termine psichedelia evochi immagini di vecchiume barboso), capace di fare viaggiare e avvincere, con un innegabile pizzico di nostalgia. Che a noi piace sempre molto, per la cronaca.
Attenzione dunque: non aspettatevi la violenza del garage revival o la filologia Sixties punk propria di altre – validissime – band italiche anni Ottanta. Perché coi No Strange si esplorano le terre più oniriche, nebulose e alterate del rock psichedelico venato di prog. E il panorama evocato, che ti entra dritto nel cervello, è fatto di paesaggi sognanti, immagini curiose, melodie calde e soffuse nell’aria, profumi orientali.

Un album probabilmente difficile se non si pratica il genere, ma anche un lavoro di quelli che – indipendentemente dai propri ascolti ordinari – ha una personalità così forte da farsi percepire da subito come un disco valido e davvero importante. Intriso di storia, di voglia di scoprire, di immaginazione, di gustoso revival ma anche di spirito outsider.
Per chiudere, niente può funzionare meglio delle parole di Ursus raccolte qualche anno fa dagli amici di Retrophobic (che perdoneranno il piccolo furto), per farvi entrare nello spirito di questo Cristalli sognanti, che pur essendo attuale non può prescindere dalle sue radici, che affondano negli anni Ottanta e nel neo Sixties: “Tutte le ondate in qualche modo lasciano dei segni, sicuramente io non ritengo che gli anni 80 siano importanti come i 60 e, in parte, neppure come i 70 (questi ultimi contraddittori e un po’ eccessivi, ma decisamente vitali)… il clima generale di quegli anni, per conto mio, era di passività e stanchezza: la crisi generale delle ideologie, il ritorno al privato, persino il mito della carriera ‘yuppie’ erano figli di quel periodo… in mezzo a tutta questa merda c’è sempre comunque chi non si adegua, i cosidetti ‘irregolari’… noi in qualche modo facevamo parte della CONTROcorrente, pur guardando oltre ai miti stereotipati della ribellione e dell’antagonismo politicizzato, tanto ostentati per esempio dall’hardcore punk. Per conto mio la psichedelia rimane questo: superamento delle gabbie culturali, anche di quelle ritenute alternative“.

Double double shot

The Sick Rose – Shaking Street + The Double Shot ep (Area Pirata, 2011)

Seconda metà degli anni Ottanta; per la precisione 1987 e 1989. I Sick Rose pubblicano rispettivamente il doppio 7″ The Double Shot ep e l’album Shaking Street (entrambi per Electric Eye)… e ora, finalmente, dopo più di 20 anni, qualche anima pia si prende la briga di sbattere il tutto su un cd, per il godimento di chi non c’era e di chi – come il sottoscritto – all’epoca si fece sfuggire i vinili per scarsa lungimiranza o altro.

Come spiegano magistralmente le liner notes a cura di Roberto Calabrò (e chi meglio di lui poteva scriverle, dopo la monumentale opera sulla scena neo-Sixties italiana, Eighties Colours?), questi due lavori fotografano un momento di transizione per i Sick Rose, che da band di filologico garage Sixties tinto di folk rock si stanno trasformando in una macchina da guerra che macina proto-punk e rock’n’roll, sotto la protezione di numi tutelari come MC5 (di cui coverizzano “Shakin’ Street”, presente nel cd in ben due versioni – e con una g aggiunta, così che diventa “Shaking Street”) e Flamin’ Groovies. Un’evoluzione che troverà la sua forma definitiva o quasi col successivo Floating e che significa, utilizzando una semplificazione da verduraio iconoclasta, meno-organo-e-più-chitarre-per-la-madonna!

Detto questo, è comunque innegabile che entrambe i dischi piaceranno incondizionatamente a chiunque ami anche il garage più tradizionale, visto che ce n’è molto (e di quello sopraffino) in queste 16 tracce. Personalmente promuovo in blocco tutto Shaking Street, album veramente da paura, con quel gusto piccantino e agrodolce che segnava il declino degli Ottanta e che solo alcuni gruppi italiani – a mio parere – hanno saputo cogliere; il doppio 7″ è sicuramente buono, ma un po’ meno incisivo. Mi affascina di più l’outtake di “Shaking Street” in versione acustica incisa nel 1989: brividi evocativi a go-go.

Questo è un pezzo della storia del garage rock europeo. Un pezzo importante e imperdibile. A voi la scelta: restare nel medioevo o scegliere il rock’n’roll.

I colori degli anni Ottanta brillano ancora

Roberto Calabrò – Eighties Colours (Coniglio, 2010, 224 pag.)

Con un paio di doppio malto in corpo si disattiva il filtro diplomazia e posso dirlo senza difficoltà: tanto ne avevo letto, tanto è stato esaltato e tanto ne continuo a leggere che questo libro – ancor prima di stringerlo tra le mani – mi stava sulle palle (altro…)

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