The Wild Brunch #12

Dodicesimo brunch della jungla, dunque . Con nomi vari ed eventuali, addirittura due dischi su major (anche Patti Smith).
Già, perché questa è ancora e sempre la rubrica in cui si parla della maggior parte del materiale che arriva a Black Milk, riservando le recensioni singole a casi particolari (ovviamente a insindacabile giudizio del Comitato Centrale).
C’è un sistema di valutazione dei dischi, per cui si va da 0 (che significa: “bravi, ma basta, chi ve l’ha fatto fare”) a 3 (ossia “bel disco,bel gruppo, in bocca al lupo”). E 1/2 è il mezzo punto, per chiarezza.
Non dimenticate di leggere con un po’ di attenzione la sezione INVIO MATERIALE E CONTATTI, prima di mandare qualcosa; e se non si parla benissimo del vostro disco, sappiate che fa parte del gioco.

Patti SmithOutside Society (Columbia/Arista, 2011)
Patti è sempre Patti, che piaccia o no. Non potete negare il suo ruolo e la sua importanza nello scenario degli ultimi 40 anni, suvvia. Io l’ho sempre stimata ma non adorata, considerando però i suoi primi due album molto buoni – addirittura fondamentali per il sound newyorkese e la definizione di un certo punk intelligente di ispirazione tutta statunitense. Poi per carità, ha fatto i suoi passi falsi e le sue mezze boiate… ma non nemmeno è il caso di ricordarla cinicamente come quella di “Because The Night” (che manco è un pezzo suo). Questa raccolta, dunque, lascia il tempo che trova per chi già la conosceva e sarà utile, forse, solo a chi non si è mai approcciato a lei. Dico utile perché la selezione è ampia, ma buona, quindi è facile che i non iniziati si possano appassionare alla Patti e cercare i suoi dischi. Ma a parte questo utilizzo, non ne vedo altri.
[Voto: 1 – Consigliato a: ignari/ignavi, minorenni in cerca di lievi emozioni protopunk, ritardatari imperdonabili]

This Is A StandoffBe Delighted (Indiebox/Funtime/Effervescence, 2011)
Quattro non proprio ragazzi canadesi si cimentano in un ep (dopo addirittura un paio di album interi) di onesto hardcore-punk rock melodico con un tocco di emo core e rock. Non so, mi hanno ricordato vagamente i Lifetime a tratti, ma c’è anche un po’ di spirito in stile Fat Wreck (i chitarroni ritmici belli dopati e gli stacconi)… questo per dire che non c’è nulla che non si sia già ampiamente ascoltato negli ultimi 15-16 anni, in questi brani – che però sono fatti a regola d’arte e rispondono ai canoni fondanti del genere. Certo, se si conoscono e amano i vecchi pilastri si avranno decisamente pochi motivi per imbarcarsi in un ascolto del genere, ma i meno anziani e cinici li apprezzeranno di sicuro, magari trovandoci anche una certa freschezza. Personalmente diciamo che se lo ritrovassi in auto e dovessi fare un viaggio lungo, un ascolto glielo ridarei (e coi tempi che corrono, non mi pare neppure una brutta cosa).
[Voto: 2 – Consigliato a: emo corers under 20, hardcorers melomani, drogati di Fat Wreck e Revelation]

TinariwenTassili (V2, 2011)
Si spacciano per ribelli touareg del deserto, tutti tende, AK47, turbanti, tuniche e chitarre elettriche. Per circa nove secondi è anche suggestiva l’immagine, non lo nego. Poi però ci si scontra con un dato di fatto: la millantata tamarreria dei Tinariwen è gravemente insufficiente all’atto dell’ascolto. Quello che ci troviamo nelle orecchie è un frullatone di world music, blues, musica tradizionale africana, tocchi indiani e fighetterie assortite da aperitivo ecosolidale al circolo culturale Stocazzo. C’è puzza di incenso, sandalo e tisane, in poche parole… roba da metrohippie post newage: gente da shiatsu, braghe di cotone grezzo, cannette d’erba per sentirsi trasgressivi, ristoranti macrobiotici, reading di poeti ghanesi e seminari di meditazione. The only good hippie is a dead one… e che lo spirito di Altamont sia con voi. PS: dove sarebbe lo spirito ribelle dei touareg, per la madonna? Non qui dentro.
[Voto: 0 – Consigliato a: metrohippie con sandalo e iPad, fricchettoni dello Ied, terzomondisti arrapati]

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