Selvaggi de Roma

Wildmen – s/t (Jungle Beat, 2011)

Una bella sorpresa ancora dalla Capitale, che si palesa con il duo dei Wildmen.
Giacomo Mancini (chitarra) e Matteo Vallicelli (batteria) ci lanciano in faccia, spuntando letteralmente dal nulla, un 7″ con due brani brevi e intensi, di quelli che ti lasciano lì a pensare che magari un’altra mezza dozzina di pezzi così l’avresti ascoltata più che volentieri – e subito.

Il loro è un garage punk, blues, lo-fi fatto semplicemente come Pazuzu comanda. Nessuna invenzione, nessuna sperimentazione, nessuna velleità di inventare qualcosa… e se a qualcuno questi possono sembrare difetti, io la penso in modo diametralmente opposto. Anzi apprezzo l’umiltà nell’approcciarsi alla materia senza cercare a ogni costo di fare gli strani e di cercare qualcosa che non c’è – ossia la fantomatica “innovazione”… roba che poteva andar bene 30-40 anni fa, ma adesso non fatemi ridere. Per cui, viva la filologia quando è di questa caratura.

Loro si definiscono “garage and pop along the lines of bands likes Ty Segall, Strange Boys, Black Lips”; ci sta tutta, anche se probabilmente hanno scelto dei gruppi troppo à la page e contemporanei per descriversi, laddove le radici sono decisamente più lontane – meno da Vice Magazine, per intenderci. O, almeno questa è la mia impressione… come dire, mi piace pensare che Giacomo e Matteo non siano due hipster che hanno semplicemente imbroccato due pezzi della madonna, ma due tizi che questa roba se la vivono sulla pellaccia. Certo chi vive sperando muore come si sa, però suvvia: un po’ di fiducia nel rock’n’roll,ogni tanto, la si può riporre.

Unico appunto: la registrazione è impeccabile, forse troppo, e la performance risulta un po’ fredda visto il genere… ma son pignolerie.
Aspetto di vederli dal vivo e di sentire un disco intero. Forza ragazzi.

Anomie e anomalie

Moster Dead – s/t (autoprodotto, 2011)

E via un’altra cassetta, a dimostrazione che la scena dei nastri, con il loro sapore di modernariato, è viva e vegeta. Anzi, sembra in espansione.
Il duo romano dei Moster Dead gravita nella galassia del lo-fi, del do it yourself, della sperimentazione anomala e anomica (ah le reminiscenze di sociologia dell’università); il tutto solidamente inquadrato in un contesto rock/punk/no wave minimale e spolpato.

L’intera faccenda nasce e si evolve intorno a basso, batteria e voce, seguendo sentieri contorti, con brani che spesso danno l’impressione di essere jam estemporanee in cui viene catturato un mood inaspettato e non programmato. Mi ricordano leggermente i Suicide – ma poco, a onor del vero; mentre li trovo più affini alle cose stralunatissime dell’Alan Vega solista, ma senza la scimmia rockabilly sulla schiena. Anzi, qui ci si trova anche a fare i conti con un po’ di psichedelia malata, di drug rock anni Novanta, di tribalismo post punk e di vocalizzi devianti molto arty… tutti elementi che rendono davvero eterogeneo il menu dei Moster Dead (tra l’altro ex Cactus ed ex Last Wank, per chi segue la scena italica da vicino).

Questa è musica bizzarra, adatta ai pomeriggi drogati – no fumo e fricchettonerie varie: solo roba chimica e possibilmente con una buona base anfetaminica – da spremere e far colare via sul pavimento. Musica da disagio, che mi ricorda il finir degli anni Ottanta con quelle lunghe giornate di tardo autunno passate a masticare Plegine, berci dietro Urbok e ascoltare canzoni in repeat. Roba forte.

Se volete il disco, lo trovate in free download su Bandcamp. Per la cassetta (oggetto pregevole davvero) invece dovete sborsare qualche euro e contattare la band.

MOSTER DEAD by MOSTER DEAD

Tarantole & filtrini

Il Re Tarantola ed Emma Filtrino – Il nostro amore sa di tabacco (Kandisky Records, 2011)

Duo bresciano al secondo disco, Il Re Tarantola ed Emma Filtrino (ovvero Manuel Bonzi e Emma Ducoli) mettono sul piatto una proposta vivace e fresca, volutamente lo-fi e “sgangherata”, come tengono a precisare loro.
Viene in mente la generazione di slacker cantata da Beck, Pavement e Guided By Voices negli anni Novanta e raccontata da Douglas Coupland in Generazione X: scazzo a profusione, elogio dell’approssimazione (“Abitiamo in una casa fredda, non sappiamo cucinare/Siamo lontani dalla perfezione, ma cerchiamo di stare allegri”, cantano nella title track) che traveste un lucido sarcasmo niente affatto banale. Raramente infatti capita di ascoltare nel nostro Paese liriche che abbinano semplicità e riflessioni pungenti sul vivere quotidiano dei trentenni o giù di lì senza essere presuntuose e saccenti, difetto che invece è ben presente in molti cosiddetti cantautori della scena nazionale.

Non si prendono particolarmente sul serio, si/ci pigliano pure un po’ per il culo, risultando indubbiamente simpatici: come non sorridere di fronte  all’autoanalisi spietata dei sogni infranti e della conseguente ammissione delle proprie incapacità in “I Love You Maddalena”, o della stortissima descrizione di come ci si deve stupidamente comportare alle feste comandate in “Fiesta”?

Il punto forte del Re Tarantola sta proprio nella capacità di coniugare leggerezza nell’esposizione a un’osservazione centratissima del mondo giovanile contemporaneo: “Qualcuno dice che dovrei studiare, qualcun’altro di andare a lavorare/Non sono nato per far ciò, propendo di star fermo sul divano/ Sto degenerando, sorrido e mi compiaccio, sto degenerando nel mio sguardo vuoto”, tre semplici versi che dicono più di qualsiasi articolo di un qualsiasi sociologo.

Musicalmente il duo si pone a metà strada tra un’attitudine garage-scassona, ma che fa l’occhiolino al pop, e il weird folk stralunato del primo Bugo, quello di Sentimento westernato – non quella triste macchietta in mano ai discografici che è diventato oggi – con i due picchi rappresentati dalla già citata “Fiesta” e la conclusiva “27 anni”, sghembissime folk songs zoppe e ubriache.

L’unica nota stonata è il suono della chitarra, veramente troppo pulito per il genere proposto: l’avrei resa più sporca e zozzona. Ma qui a Black Milk siamo tutti dei porcelloni, si sa.

Mad Max, punk e wave glaciale

Abbiamo conosciuto quest’anno i Words And Actions di Alessandria, un duo di coldwave in puro stile anni Ottanta, che ha sfornato nel giro di pochi mesi due nastri (Can’t Feel e Life Of Farewells). Roba intrigante e filologica, che striscia nei liquidi oscuri del gothic rock, della EBM, della wave, dell’elettronica pionieristica – il tutto con uno spirito ombroso, romantico e glaciale al contempo.

Ci hanno colpito molto e li abbiamo contattati per una breve chiacchierata, un classico botta e risposta via email (a parlare è Lace), per sapere un po’ di più sul loro conto. Eccola.

Domanda classica per rompere il ghiaccio: come/quando è nato il progetto WAA? Avevate altre esperienze musicali simili alle sonorità che proponete?
Il tutto ha avuto inizio nel 2010. In realtà erano già 2-3 anni che volevo mettere su un gruppo “anni 80”, ma non trovando musicisti adatti la gestazione è stata più lunga del previsto. Per quanto riguarda le nostre esperienze musicali pregresse, beh in realtà non abbiamo assolutamente la formazione che ti potresti aspettare. Nel nostro passato e presente abbiamo suonato svariate cose, death/thrash metal, math rock, prog, dubstep, hardcore, cybergrind, emocore, pop-punk, hip hop, sludge e forse qualcos’altro.

Da dove deriva la vostra ispirazione musicale, con esattezza?
L’atmosfera che cerchiamo di ricreare è quella tipica della scena coldwave francese. Fondamentalmente è un sotto-genere della darkwave, caratterizzato da sonorità più ruvide e glaciali e da un piglio per certi versi molto epico direi. A suo modo è un genere molto romantico (nel senso serio del termine). Partendo da questa base cerchiamo anche di inserire la fisicità e l’immediatezza della primissima scena EBM (DAF, Front 242, Nitzer Ebb per citare qualche nome).

Come vi dividete i compiti in fase di composizione, registrazione e live? In pratica, chi fa cosa?
Al momento io mi occupo della composizione e della registrazione. In sede live io canto mentre Paolo suona le parti di synth.

Che tipo di strumentazione usate? Siete per il vintage old school o emulate con software e computer?
Una strumentazione tipo Mad Max direi… live sulla voce uso un pedale per basso, Paolo usa una tastiera il cui segnale viene processato da una pedaliera per chitarra, la drum machine esce fuori da un iPod e il tutto entra in un mixerino quattro canali della Behringer.

Capitolo registrazioni: come lavorate e con che strumentazione?
Anche sotto questo aspetto direi che siamo piuttosto punk, ovvero ci siamo sempre arrangiati con quello che avevamo in casa. I suoni sono prodotti con una vecchia tastiera Casio regalatami all’età di 10 anni e fatti passare attraverso un pedale che simula un delay analogico con modulazione. La registrazione avviene su un mio vecchio computer, con sequencer, programmi di editing e mastering che ormai non userebbero neanche nella Corea del Nord. Ma alla fine per tirare fuori il suono giusto serve molto di più un orecchio allenato che non l’ultima versione aggiornata del programma di turno. Poi nel nostro caso il lo-fi non è una scelta ma una necessità del genere.

La scelta di diffondere la vostra musica solo su cassetta è interessante; secondo voi ci sono ancora molti appassionati che possiedono una piastra per ascoltare i nastri? Avete difficoltà a trovare le cassette per le vostre produzioni?
Da bravi nerd abbiamo optato per il supporto filologicamente più coerente con il tipo di musica. Inoltre gli appassionati di questo genere hanno quasi sempre una piastra per musicassette, anche perché molte release dell’epoca erano proprio su tape. Le cassette vergini le prendiamo da una ditta inglese specializzata in questo genere di prodotti.

Come funziona per quanto riguarda le occasioni di suonare: fate concerti spesso o con facilità? E con chi vi capita di suonare?
La situazione concerti è abbastanza complessa, pochi locali, poca organizzazione, poco pubblico. Noi per fortuna suoniamo un genere di nicchia e in quanto tale abbiamo un pubblico piuttosto attento, che viene volentieri ai concerti, che ti compra il disco e che magari indossa anche la tua maglietta. Comunque mi ricordo che negli anni Novanta era tutto molto più semplice e organizzato, anche la più sfigata città di provincia aveva almeno un locale o un centro sociale con uno o due concerti a settimana. Negli ultimi 10 anni invece c’è stato un netto declino del mondo delle sottoculture musicali, con ben poche eccezioni. Con chi ci capita di suonare? Beh dipende un po’ da chi organizza, fondamentalmente sono due i circuiti che si stanno interessando a noi, uno più strettamente legato all’universo dark e uno più vicino al mondo indie.

L’aspetto grafico/artistico è importante nel progetto WAA; raccontateci le suggestioni che ispirano il vostro immaginario visivo, magari approfondendo il discorso dei poster (perché, in quanti esemplari li stampate, come vengono realizzati, significato e messaggio…).
Ho sempre pensato che l’aspetto visuale non fosse affatto separabile dal discorso musicale. Il fascino che può esercitare un genere è sempre legato indissolubilmente all’immaginario che è in grado di (ri)evocare. Nello specifico trovo che la nostra musica si possa coniugare perfettamente con un tipo di grafica che mi è sempre piaciuta, ovvero quella delle cosiddette avanguardie storiche novecentesche, più precisamente nelle sue incarnazioni russe e olandesi (suprematismo, neoplasticismo, costruttivismo). I nostri poster sono in cartoncino colorato, l’unico inchiostro utilizzato è il nero e vengono stampati in poche copie numerate. A questo link potete vedere qualche foto e avere qualche informazione in più.

Il titolo “Seven Churches” nel vostro ultimo lavoro mi ha fatto sperare per un istante che aveste fatto una cover dei Possessed… la domanda è: avete in scaletta qualche cover? Se sì quali, se no perché?
Anch’io quando stavo caricando quel brano su YouTube e ho visto che i vari suggerimenti linkavano tutti ai Possessed mi sono preso bene, ahahah. No al momento non abbiamo cover in scaletta anche se in futuro non ci dispiacerebbe provare a mettere qualcosa, magari un pezzo dei Darkthrone.

Esiste una scena coldwave revival o vi reputate un episodio bizzarro nel panorama attuale?
Diciamo che indiscutibilmente negli ultimi anni c’è stato un notevole ritorno a sonorità tipicamente 80’s. Sull’argomento credo possa essere molto interessante un libro che non ho ancora trovato il tempo di leggere, Retromania. Musica, cultura pop e la nostra ossessione per il passato di Simon Reynolds, nel quale mi pare si discuti proprio dell’apparentemente inarrestabile (e a suo parere piuttosto negativa) tendenza attuale al recupero e al saccheggio di suoni e atmosfere dal passato. Diciamo che da musicista mi pongo meno questo tipo di problema, nel senso che almeno in questo aspetto della mia vita cerco di non razionalizzare più di tanto. Mi piace questa musica, faccio questa musica. Nel panorama internazionale attuale c’è sicuramente una scena “minimal wave” che raccoglie anche i gruppi più vicini alla coldwave e sicuramente c’è un crescente interesse anche per la dimensione live di questa sottocultura. Ovviamente non possiamo che esserne contenti.

Coldwave therapy for quick lobotomies

Words And Actions – Can’t Feel (autoprodotto, 2011)

Torna il duo alessandrino dei Words And Actions; dopo il nastro Life Of Farewells, si bissa con un’altra cassetta, in puro spirito Eighties. Più che di una semplice cassetta, in realtà, bisognerebbe parlare di un vero e proprio tape album, visto che Can’t Feel contiene ben 10 brani, che vanno a comporre un corpus monolitico di dark wave-cold wave a base di synth, drum machine e voci alla Ian Curtis/Andrew Eldritch.

Onestamente mi rendo conto di non essere la persona più adatta a giudicare e recensire con cognizione di causa un disco del genere – la mia ignoranza in campo di wave e sue correnti sotterranee è piuttosto crassa, a parte i pochi grossi nomi che tutti conoscono.
Quello che posso dire è che i WAA alle mie orecchie suonano credibili e filologici. Tanto a livello musicale, quanto a livello estetico – con quella grafica austera da epoca pre-desktop publishing. Per non parlare (scusate se mi ripeto) della scelta del nastro come mezzo per diffondere i loro pezzi.

Rispetto all’esordio poco o nulla è cambiato: le atmosfere sono intatte, la personalità del gruppo idem. L’unica vera differenza è la durata, che a mio personalissimo parere penalizza lievemente il lavoro; 10 brani sono un po’ tosti da ascoltare in sequenza. Non è un problema di qualità, ma proprio di intensità e stilemi legati al genere… roba da centellinare, che risulta più godibile in blitz di poche manciate di minuti, se non si è appassionati hardcore.

Questa recensione è ridicola, lo so. Ma il disco è veramente intrigante, a dispetto della mia incapacità – in questo momento – di gestire una comunicazione decente. Potete rendervene conto ascoltandolo in streaming su Soundcloud.

Intanto procuratevelo, è anche un oggettino di gran classe.

http://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Fplaylists%2F1228274 “Can’t Feel” cassette (nov 2011) by Words and Actions

Ai confini degli anni Ottanta

Words And Actions – Life of Farewells (autoprodotto, 2011)

Questo duo alessandrino è quasi incontrovertibilmente composto da persone che gli anni Ottanta li hanno visti, nella migliore delle ipotesi, da un’aula d’asilo o poco più. Eppure il sound della loro dark wave è decisamente filologico e fedele, puzza di cantina di 30 anni fa, ha il colore del riflusso ideologico post anni Settanta (altro…)

…with lyrics and naked girls!

Thee Dements – 2nd Record, Next One Will Be The 3rd (Bubca, 2011)

Lo-fi is the name of the game. Come al solito, ragazzi, aggiungerei. Perché ormai Bubca e Thee Dements sono un marchio come la Cola tarocca del discount: rancida ma riconoscibile, e con i suoi numerosi estimatori, equamente distribuiti nelle fasce più opinabili della società.
Il duo tra l’altro – a quanto leggo nello stralunato biglietto d’accompagnamento che mi hanno inviato col cd – sta affrontando la difficoltà della relazione a distanza, ma pare che sia già in lavorazione un nuovo disco, quindi si mettano il cuore in pace quelli che già avevano tirato un sospiro di sollievo pensando a un mondo meno zozzo, senza Thee Dements.

Bene, questo 2nd Record, Next One Will Be The 3rd è fedele alla linea: punk lo-fi blues folk rock acustico con ottime intuizioni e riff a tratti geniali, capace di segarsi le gambe da sé con una proverbiale attitudine cazzara e casinara ai confini con la demenza (appunto). Direi che la band stessa descrive in maniera impeccabile questo secondo cd-r: “10 fucking goodements songs! acustic lo-fi mono not punk not funk but junk and drunk. Inside inner paper with lyrics and naked girls! fuck yeah!!!”. In più non saprei proprio cosa caspita dirvi, se non il solito trito e ritrito avvertimento: potrebbero farvi altamente cagare. E’ roba per stomaci foderati di ghisa, da non prendere con leggerezza.

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