Biglietto per l’Egitto interiore

Trans Upper Egypt – North African Berserk (Monofonus, 2012)

Psichedelia gravemente stuprata a colpi di punk, dub, protoelettronica, noise, acid rock, impro rock, feedback pop e follie jazzoidi. Dai Suicide a Sun Ra, passando per i 13th Floor Elevators, i Jesus & Mary Chain, i Grateful Dead e i P.I.L., i Trans Upper Egypt metabolizzano e filtrano tutto, per poi restituirlo masticato, digerito e intaccato dai loro acidi gastrici.
Non è roba semplice questa, ma al contempo non è neppure inaccessibile. Anzi è piacevole perdercisi e ascoltarla, tentando di coglierne la chiave di lettura che – almeno per quanto mi concerne – difficilmente può prescindere da una minima alterazione mentale; foss’anche una Ceres a stomaco vuoto, trovo che dia il necessario viatico per entrare nel mondo dei TUE con totale convinzione. Che se avete la giusta inclinazione, potrebbe anche diventare devozione.

Cinque brani (in un 12″ pubblicato dalla Monofonus di Austin) da ascoltare in loop, come si faceva negli anni Ottanta, quando il disco restava sul piatto tutto il pomeriggio e lo si girava ogni volta che finiva il lato. E la goduria è garantita anche da un bel vinile pesante (gira a 45) e con artwork retro.

Ah, una nota di colore: una mattina per errore ho ascoltato tutto un lato a 33 giri anziché 45; aveva un suo bel fascino, tipo My Bloody Valentine + Suicide con Danzig in overdose di Xanax alla voce. Per cui, una volta che l’avrete imparato a memoria a 45 giri, c’è l’opzione velocità rallentata…

Ma dove vai se il gurubanana non ce l’hai

Gurubanana – Karmasoda (Shyrec, 2011)

Lo sappiamo tutti: il pop, se fatto bene, se suonato con la testa sulle spalle avendo ben chiari quei 4-5 riferimenti imprescindibili, è roba capace di farti svoltare la giornata. Mica per niente sono decenni che qualche sfigato si ostina a dire che la musica è morta, che non si inventa più niente e che il futuro sono i suoni elettronici evoluti, la IDM (Intelligent Dance Music) e blah blah blah, poi ti arrivano i Gurubanana di turno e scompigliano tutto il misero castello di carte. Perché il punto non è innovare: non si inventa più nulla, chiaro, e i lettori di Black Milk lo sanno bene, dannati garagisti che non sono altro. Il punto non è stupire con effetti speciali, bensì riproporre la formula con gusto e talento.

Lo sa bene anche il duo Fusari/Ferrario, responsabile della ragione sociale oggetto di questa recensione: Karmasoda, secondo lavoro dopo l’esordio omonimo di tre anni fa, è puro pop psichedelico storto e squisitamente “off”, costruito con una cura del dettaglio sopraffina ed un buon paio di coglioni fumanti. Qui ci sono canzoni, come le sapeva scrivere il David Bowie del periodo d’oro (Ziggy Stardust/Aladdin Sane), arrangiate con un taglio moderno alla Broken Social Scene. Un’idea di suono che segue con successo tutto quel filone di bands che sono state fondamentali nella definizione di un rock sghembo, aperto e squisitamente free nell’approccio (basti fare il nome dei Flaming Lips, da The Soft Bulletin in poi).

Avanti tutta, quindi, con il dub drogato infestato di tropicalità della title track, con la delicatezza non banale di una melodia (“Talking On Numbers”), con il riuscito incontro tra i Clash di Sandinista e il miglior pop canadese di oggi (“Monochrome Elvis”), con le gentili screziature psych-electro che incontrano il Reed più comunicativo e solare (“Enter Any Question”).
Non c’è un solo minuto di stanca nelle nove tracce che compongono questo disco, ed è un pregio prezioso quanto raro, al giorno d’oggi.

Pollice alzatissimo per le banane nostrane.

Il ragazzo del garage

Garage Boy – Gonzo Muziko (Lepers Produtcions, 2011)

Non si può proprio dire che questi della Lepers Productions siano banali. Ho già avuto modo di recensire una delle loro creature (i Cristio) e di notare come con i loro gruppi il “l’ho già sentito” è sempre difficile lasciarselo scappare. Così quando ho iniziato ad ascoltare i Garage Boy sapevo già di predispormi all’inconsueto. E infatti l’album Gonzo Muziko è una vera catarsi di differenti generi musicali dal punk (e cowpunk) all’hip-pop, dal dub alla tecno, dal funk al pop anni Ottanta, da cui trae a mio avviso la maggior ispirazione linfa, il tutto con una spruzzata di campionamenti dei principali rumori e jingle della modernità (suonerie di cellulari, trasmissioni cine-televisive, etc.).

Dimenticavo i Garage Boy sono in realtà una one man band. La leggenda narra infatti che dietro a questo gruppo si celi un posteggiatore abusivo e clandestino proveniente dal Tagikistan. L’ironia di questa operazione di maquillage della propria identità in stile “Borat dei poveri” non è male e rende ancor più concettuale questo lavoro: questo è quasi sempre il destino delle creature musicali che nascono da una sola mente eclettica. Mi vengono in mente, pur con differenze sostanziali, gli esperimenti di Cornelius, DJ Shadow, Pepe Deluxe episodi di musica più vicina a tecno e discoteca, rispetto ai mondi più industriali di NIN e Ministry, comunque in alcuni episodi evocati. E non manca neppure qualche passo basso e batteria stevealbineggiante (“Gimmie Gimmie”, “Le Grand Passion d’Amour”) tanto per dare un ulteriore contributo alla voce eclettismo.

Ma non fatevi scoraggiare da questa patina di seriosità, perché Gonzo Muziko è molto bello e merita di essere ascoltato: a dire il vero non vi ci vorrà molto a restare intrappolati nelle sue ardite melodie, tanto da far emergere quasi una certa vocazione pop.
Tra i pezzi migliori il reggae dubbato di “La Moderna Vivo”, la onirica “Tajik-Soviet Fantasy” e il pezzo dall’ispirazione maggiormente punkeggiante e cioè il già citato “Gimmie Gimmie”.

Bravo Garage Boy, vai con l’avanguardia.
Pubblico di merda.

[Potete scaricare il disco di Garage Boy, legalmente e gratuitamente, nel sito della Lepers Productions, cliccando QUI]

Bedouin Soundclash: gospel di strada

bedouin.JPGBedouin Soundclash – Street Gospels (SideOneDummy Records, 2007)

I Bedouin Soundclash si incontrano nel 2001 all’università di Toronto e, spinti dalla passione per la musica raggae e dub, decidono di fondare una band. Il loro nome deriva da un album del 1996 dello sperimentalista israeliano Badawi. Già nello stesso anno vincono la battle of the bands organizzata dalla Queen’s University e, subito dopo, entrano in studio per registrare il loro album di debutto Root Fire.
Nel 2004, il bassista dei Bad Brains, Darryl Jennifer, deciderà di produrre il loro secondo lavoro “Sounding a Mosaic”, che li porterà alla ribalta in America e in Europa.
Street Gospels è quindi il frutto delle loro ultime fatiche in sala d’incisione, sempre supportati e prodotti da Jennifer e da una nutrita schiera di altri special guest del calibro di Money Mark (The Beastie Boys) alle tastiere e di Vernon Buckley (The Maytones) ai cori.
Il risultato è molto convincente: un mix di raggae, dub e pop fatto con maturità e competenza, cosa di questi tempi veramente rara, in un mercato discografico che butta la ribalta orde di ragazzini inesperti le cui uniche virtù sono la maglietta giusta e un visino accattivante.

Street gospel lo si ascolta molto volentieri: è solare, con brani orecchiabili che riescono a “crescerti dentro” uno dopo l’altro, senza annoiare. “Wall fall down” è una piacevole canzoncina che unisce le sonorità caraibiche a quelle pop, mentre “12-59 Lullaby”, scelta come colonna sonora del telefilm Grey’s Anatomy, è una delicata ballata pop in levare graffiata solamente dalla voce del cantato di Jay Malinowski. Notevole è “Hush”, pezzo a-cappella con un ottimo intreccio vocale: da qui si capiscono l’impegno a la serietà del gruppo, in quanto non tutti sono in grado di cantare senza ricorrere all’artificio di nascondere una stonatura sotto a un muro di chitarre elettriche. Nel complesso Street Gospels” è davvero un album che vale la pena comprare e ascoltare: certo, non è il caso di gridare al miracolo, ma si ha la possibilità di sperimentare un prodotto realizzato bene e sincero!

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