Beware the Doggs

The Doggs – Black Love (autoprodotto, 2011)

Milano, la merdopoli – come la chiamo io da quando ci sono capitato – è buffa per certi aspetti. A parte le puttanate da copy-creativi-managerini tipo gli aperitivi a 8 euro e gli “eventi”, c’è un sottobosco vivo, anche se meno visibile rispetto a 15-20 anni orsono. Il punto è che questo sottobosco è quasi sfuggente. E le volte che te lo trovi sottomano, ti senti un po’ a disagio a entrarci in contatto. Questo per spiegare come, nonostante i Doggs siano già stati recensiti su Black Milk, nonostante li abbia visti dal vivo un paio di volte (l’ultima unplugged al Record Store Day), nonostante si abbiano non poche conoscenze in comune, non ci siamo mai  parlati e questo cd-ep è arrivato per posta.

Detto questo, passiamo al dischetto. Che è notevole davvero: il tiro – rispetto al predecessore – cambia sensibilmente, andando a lambire territori più oscuri, velvettiani-loureediani a tratti, forse anche doorsiani; il tutto senza dimenticare ovviamente la lezione dei numi tutelari, ossia gli Stooges.
I suoni sono più grezzi e appropriati rispetto al debutto – e questo non può che far bene a una band del genere – ma il songwriting si è fatto più maligno, vizioso e perverso, abbandonando anche la più minima traccia di sperimentazione alla Morphine che in precedenza si ravvisava. Questo è rock’n’roll nero, ombroso, tossico, miasmatico, che puzza di New York e di vicoli con le pareti intrise di sangue marcio; se presti attenzione, nella quarta traccia (“Life Kills”) ti sembrerà di sentire il rumore delle siringhe che si spezzano sotto agli anfibi mentre ci cammini sopra – e quel wah-wah piazzato lì senza troppi timori è un omaggio doveroso al compianto Ron Asheton.

A chiosa e chiusura di tutto ciò, una cover di “Venus in Furs”, che è decisamente la chiave di lettura dei Doggs targati 2011, entrati senza dubbio in una fase nuova – ma non per questo meno interessante e lacerante.
Unico appunto: la copertina, un po’ da glam band anni Ottanta (le mutandine rosse di rete, con tanto di figa vedo-non-vedo, fanno davvero metallaro cotonato arrapato…).

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Please meet miss Loveland

Lana Loveland – Order To Love (Groovie Records, 2011)

Lana Loveland è la pulzella maliarda che quel vecchio porcellone di Rudi Protrudi ha assoldato nella nuova incarnazione dei Fuzztones alle tastiere e che ancor prima suonava nei Music Machine riformati… questo giusto per inquadrare l’elemento e per farvi lustrare un po’ gli occhi, visto che so già cosa pensate di lei e della sua presenza fisica (e visto che un po’ lo penso anche io).
Ma Lana Loveland è anche la band che la suddetta tastierista ha messo in piedi. Ed è una signora band, alla faccia delle fantasie erotiche dei garagers di mezzo mondo che le scrutano le chiappe inguainate ai concerti.

Questo Order To Love – che vede Lana alla voce/tastiere, Lenny Svilar alla chitarra, Alex Tenas alla batteria e l’onnipresente Rudi Protrudi al basso – è un buon disco di garage americano anni Sessanta, con forti influenze West Coast. A tratti la filologia del sound è quasi esagerata e chiunque conosca anche solo superficialmente il genere non faticherà un istante a cogliere fortissimi echi di Jefferson Airplane, Love, Doors e Music Machine… insomma quel garage-folk-psichedelico che sta nel lato oscuro della Summer of Love, ombroso, intossicato, cafone e misterioso. Ma pur sempre leggermente freak.

Dieci brani compatti, ben arrangiati e senza sbavature, per un lavoro che – pur non facendo gridare al miracolo – può ufficialmente giocare nel campionato 2011 per il miglior disco garage. Unico appunto: la voce non sempre convincente e un po’ monocorde…

Io sto con Rudi Protrudi

Fuzztones – Preaching To The Perverted (Stag-O-Lee, 2011)

Io sto con Rudi Protrudi. Sto con chi ha preso abbastanza calci in faccia per avere poi la dimestichezza sufficiente nel saperti afferrare per le palle con una manciata di vecchi brani rock’n’roll.

Non raccontiamoci balle, Rudi è un perdente. Ai giorni nostri la definizione politicamente corretta di perdente è “musicista di culto”; ok, può andar bene, ma chiamiamo le cose col loro nome: loser.
I Fuzztones, nella prima metà degli anni Ottanta, avevano il mondo ai loro piedi – o almeno erano in procinto di averlo. Show devastanti, un paio di album (soprattutto l’epocale Lysergic Emanations) che spaccavano, la nuova onda del garage revival cavalcata col piglio dei capobanda.
Poi, il treno passa. L’underground non si tramuta in mainstream; arriva il grunge. Sono anni di oblio, Rudi fa e disfa, anni di dischi bruttini (per non dire di peggio), la nicchia è sempre più piccola, il “culto” sempre più sotterraneo.

Ma il garage non muore mai. Il garage brucia sotto le ceneri, instancabile.
Così, un giorno di novembre dello scorso anno, mi ritrovo a una data del tour italiano per festeggiare i trent’anni di attività della band. Concerto bellissimo, sofferto e sudato, dai volumi insostenibili (le orecchie hanno continuato a fischiarmi ininterrottamente per due giorni filati). Mi compro il disco, questo Preaching To The Perverted.
Che dire: non stiamo parlando di un capolavoro, ma di un disco terribilmente onesto. E piacevole. I nostri hanno abbandonato il fuzz in favore di un approccio più adulto, più “meditato”, al garage rock. Meno Sonics e più Doors, mi verrebbe da dire. Soprattutto in brani come “Don’t Speak The Ill Of The Dead” e “Hurt, Flirt & Desert” le similitudini con il gruppo di Morrison sono evidenti.
Comunque, quando pigiano sull’accelleratore vengon fuori dei pezzi più che dignitosi, vedi “Set Me Straight” e “Launching Sanity’s Dice”. Valore aggiunto al disco è l’organo del nuovo acquisto Lana Loveland, che canta con Rudi nella commovente “Bound To Please”, acme del disco: parte lenta e leggermente psych, decolla in un crescendo soul blues, per poi ripiegarsi dolcemente.

In definitiva, il miglior disco dei Fuzztones da parecchi anni a questa parte.

Che fate, voi ci state?

Angeli e lucertole

Patricia Butler – Gli angeli danzano, gli angeli muoiono (Ed. Piemme, 2006, 382 pag.)

Rock & roll e necrofilia sono due perversioni che vanno assai spesso a braccetto. Per il circo mediatico del rock, in fondo, le star rendono più da morte che da vive. Soprattutto sei i decessi sono avvenuti intorno ai 27 anni (altro…)

Ray & Jim, la strana coppia

libroRay Manzarek – Light My Fire. La mia vita con Jim Morrison (Editori Riuniti)

Non credo sia un peccato mortale confessare un’antipatia conclamata nei confronti di Ray Manzarek, uno dei tre superstiti dei Doors, nonché iniziatore della band insieme a Morrison in quel di Venice (altro…)

Los Angeles Nuggets a settembre

nug-big.jpgLa Rhino, che sarà pure sussidiaria di una major, ma caspita se fa roba buona, annuncia l’uscita di un nuovo cofanetto della serie Nuggets. Si tratta di Los Angeles Nuggets 1965-1968, nei negozi dal 22 settembre 2009. Quattro cd, un centinaio abbondante di pezzi (e si mormora di qualche inedito). Guardate la tracklist andando al link qui sopra e fatevi un’idea…

Come al solito ci sarà un booklet allegato, che – pare – sarà particolarmente curato e in formato coffee table (avete presente i libroni con copertina rigida? Ecco).

Prepariamo i soldini, che sarà una discreta mazzata. Ma ne varrà la pena.

Love Story: il documentario

Buone notizie per tutti i fan dei Love e di Arthur Lee.
E’ prevista per giugno l’uscita in dvd, purtroppo per ora solo sul mercato britannico, del film-documentario Love Story. La pellicola è stata presentata lo scorso anno al Los Angeles Film Festival, senza però trovare una distribuzione nelle sale; si preannuncia come il ritratto definitivo della band, grazie alla grande cura riposta nella realizzazione e all’elevato numero di persone intervistate.

Oltre a una lunga intervista con Arthur Lee (l’ultima rilasciata prima di morire) e a interviste d’epoca con Bryan MacLean, spiccano i contributi dei tre membri superstiti Johnny Echols, Michael Stuart Ware e Alban “Snoopy” Pfisterer; e poi ancora gli interventi del boss della Elektra Jac Holzman, del produttore Bruce Botnick e del batterista dei Doors John Densmore.
Ad arricchire ulteriormente il piatto ci pensano le testimonianze di fan della prima ora come Bobby Gillespie e Mani (Primal Scream), John and Mick Head (Shack) e anche un’insospettabile come il sindaco di Liverpool, Ken Livingstone.
Per saperne di più e vedere qualche bello spezzone del film, basta visitare la pagina Myspace dedicata: www.myspace.com/lovestorydocumentary.
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I diari di Sugerman

libro-sugerman.jpgDanny Sugerman – Wonderland Avenue (Abacus)

Pronunciare il nome Sugerman (11/10/1954 – 5/1/2005) praticamente è come dire Maometto, in certi ambienti rock tradizionali. In effetti uno che è stato il manager dei Doors per una trentina d’anni e si è incaricato – nel bene e nel male – di perpetrarne memoria, fortuna e leggenda, può solo godere di una stima incommensurabile da parte del popolo rockettaro più generalista.
Io non nascondo la mia smaccata indifferenza nei confronti delle performance del Re Lucertola e dei suoi simpatici compari fricchettoni. Le Porte non mi hanno mai detto molto e mi hanno sempre fatto – insieme a Bob Marley – lo sgradevole effetto che chiamavo “da studente wannabe alternative che si fa le canne per essere il più figo in gita scolastica”. E siccome a me le gite scolastiche hanno sempre fatto tristezza e le canne mi hanno annoiato da anni, insomma… capirete che mi sono accostato al personaggio con un pizzico di diffidenza. Anzi un camion.

Eppure il volume in questione è una bella sorpresa. Pubblicato per la prima volta nel 1989, è stato ristampato (ovviamente mai in italiano) regolarmente e si è dimostrato un titolo dalle vendite costanti: non bisogna stupirsi troppo in effetti perché, a parte titillare i sensi dei maniaci di Morrison e amici vari, è ben scritto e rappresenta una sorta di Paura e delirio a Los Angeles, per parafrasare il noto volume di Hunter S. Thompson.

Dal suo primo impiego come ragazzo della fanmail dei Doors (a 13 anni), fino al pietoso tentativo post-Stooges di far cantare Iggy in una band con Manzarek: questo l’arco coperto dal volume e – a ben vedere – si tratta di pochi anni (meno di 10). Eppure il libro è di ben 462 pagine, zeppe di aneddoti, decine di overdose, droghe assunte/regalate/vendute/acquistate in ogni modalità, sesso con ogni tipologia di essere umano (e non), morte, rock, show business e idiozia generalizzata.

L’ennesimo volume di formazione rock, di quelli che ti ricordano quanto eccessivo il carrozzone musicale può essere. Ma ti aiuta anche a restare coi piedi per terra perché sai che sono cose talmente lontane che non potrai mai neppure sfiorarle. Come il libro delle favole della buona notte, solo che qui Cappuccetto rosso fa si fa scopare dai roadie per andare backstage, Hansel & Gretel sono i gemelli spacciatori delle star, Biancaneve è morta di overdose e Cenerentola esce con Iggy Pop.

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