Karmacorna

karma-to-burn-arch-stantonKarma To Burn – Arch Stanton (Faba/Deepdricve, 2014)

Sesto album in studio per i Karma To Burn del West Virginia. E niente di nuovo sul fronte occidentale, come si suol dire… rock-stoner-sludge-doom-hard-psych rigorosamente strumentale (non sentirete neppure un respiro, in questo disco, emesso da una bocca umana). Qui a farla da padroni sono chitarrona, basso xxl e batteria schiacciasassi. E sono solo in due (con un bassista reclutato solo per i live, per la cronaca…) (altro…)

Non respirare, non serve

buioingolaBuioingola – “Dopo l’apnea” (Autoproduzione – 2013)

[di Mario Selaschetti]

Benvenuti nell’epoca dell’ipercapitalismo globalizzato dove nei supermercati la differenziazione dei prodotti che finiscono sugli scaffali è portata all’estremo per inseguire una domanda sempre più annoiata e in continua ricerca di nuove sensazioni. E così, tra un’acqua che ti aiuta a far pipì e uno Yogurt che ti fa evacuare, anche nel mondo musicale fioriscono migliaia di generi musicali differenti. Un po’ perché siamo tutti contaminati da questo Zeitgeist commerciale un po’ perché la mente umana non dorme mai e continua a mescolare e mescolare i propri stimoli, senza fine (altro…)

Ti cavo il terzo occhio

threeeyesleftThree Eyes Left – La Danse Macabre (Go Down, 2013)

Italianissimi e ormai con un bel numero di ore di volo sulle spalle, i Three Eyes Left arrivano con una nuova prova sulla lunga distanza – griffata Go Down.

Questo La Danse Macabre è un godurioso mattone di stoner, southern metal e hard psichedelico anni Settanta: dai Blue Cheer ai Down, passando per i mastri Black Sabbath e i Kyuss (ma anche un po’ gli Screaming Trees, per il lato più psych e alcune timbriche vocali) qui c’è tutto. E buttiamolo via… non saranno i re dell’originalità, né si inventano nulla, ma i Three Eyes Left dominano la materia e sono convincenti (altro…)

Oro pesante

Ufomammut – Oro: Opus Alter (Neurot Recordings, 2012)

[di Denis Prinzio]

Tornano col secondo capitolo della saga Oro i piemontesi Ufomammut, a pochi mesi di distanza dal precedente Oro: Opus Primum. Due dischi pensati come una sola entità, prova tangibile ne è l’artwork; difficile distinguere le due copertine (altro…)

Tons of Tons

Tons – Musineè Doom Session Volume 1 (Escape From Today, 2012)

[di Denis Prinzio]

Gruppo torinese formato da ex membri di formazioni hardcore, i Tons esordiscono per la sempre attenta Escape From Today (che celebra così la sua cinquantesima uscita: auguri) con questo Musineè Doom Session, aiutati nella produzione da Danilo Battocchio, chitarrista dei Last Minute To Jaffna.

Lavoro concettualmente centrato sulla misteriosa montagna Musineè, situata all’inizio della Val Di Susa, teatro di molteplici e inquietanti episodi perfetti per stimolare registi di film horror/sci-fi: campi magnetici in grado di oscurare le trasmissioni radio, avvistamenti di oggetti volanti, processioni di dannati, streghe e diavoli, sterminate serie di grotte e cunicoli in gran parte inesplorate e così via. La montagna sarebbe inoltre un sito attraversato dalle linee ortogoniche, le quali indicano aree dove c’è un’alta concentrazione di energia positiva. Insomma, ne abbiamo per tutti i gusti, cultori dell’esoterismo, satanisti, amanti del mistero in tutte le sue forme.

I Tons ci costruiscono sopra un’imponente, nonché suggestiva, impalcatura sonica a base di fangoso sludge, luciferino doom e fuzzoso stoner. Sei brani dove l’approccio psichedelico del gruppo diventa psicosi maligna e disturbante, dove chitarra e basso s’impastano in paludosi riff squassati e incancreniti dalla voce ai confini col black metal di Paolo, sorta di “Burzum in acido” come da loro stessi definita.
L’attitudine alla jam produce lunghe composizioni dove le progressioni atmosferiche dei primi Electric Wizard incontrano le malvagità acide degli Iron Monkey: il risultato è realmente impressionante, musica evocativa e minacciosa all’ennesima potenza. Stempera un po’ il tutto l’intento ironico dei nostri, che traspare da titoli-parodia come “Rime Of The Ancient Grower” (in cui l’inciso del cantato riprende brevemente il brano dei Maiden) o “At War With Yog-Sothoth”.
Acquisto decisamente consigliato agli amanti dei generi e gruppi citati: un’altra band italiana di cui esser fieri. E non fate i tirchi, che il vinile 180 grammi o l’edizione in cd con copertina cartonata e serigrafia saranno un bel vedere per i vostri occhiucci.

Doom doom boys

Ufomammut – Oro: Opus Primum (Neurot Recordings, 2012)

[di Denis Prinzio]

Doom, doom, doom. Un genere che mi affascina molto, ma che ascolto relativamente poco; sono sempre stato un grandissimo fan dei Black Sabbath periodo Ozzy, ma a parte quei 4-5 grandi nomi non è che mi ci sono mai messo molto. Ultimamente però ho scavato un pochino nell’underground italiano, con parecchie piacevoli sorprese (alcune recensite anche qui su Black Milk). Al solito, gli italiani se si mettono a fare le cose, daje e daje diventano bravini sul serio.

Ufommamut è da sempre considerata l’istituzione italiana in ambito heavy psych/stoner doom; giunti al sesto disco, questo è il loro esordio per la Neurot (per chi non lo sapesse, l’etichetta dei Neurosis) e la prima parte di un concept che si concluderà con l’edizione di un secondo album tra sei mesi circa.
Opera intrinsecamente ambiziosa che esprime l’intenzione di creare un unico movimento dove, al solito, la monoliticità dello space doom generato dal trio di Tortona implode nella reiterazione acida e psych dal retrogusto pinkfloydiano periodo Umma GummaOro: Opus Primum alterna fasi in cui le atmosfere oniriche creano un accumulo di tensione a momenti in cui essa esplode in riff pesanti e circolari che sono la sublimazione pura di un genere che altro non è se non psichedelia scura, pesante e negativissima.

Disco forse ancor più introspettivo – definizione questa, da prendere con le molle – del precedente Eve, e quindi di non facile assimilazione anche per gli estimatori del genere: atto coraggioso e profondamente artistico che non fa che confermare la serietà della band in questione.

Stoner kebab con patatine e salsa piccante

Stoner Kebab – Super Doom (Cynic Lab, 2010)

Mai ragione sociale e titolo di un album furono più esplicativi: leggete sopra e saprete perfettamente cosa aspettarvi da questo disco: stoner doom grasso, potente, fangoso e ultrapsichedelico.

Questa è la terza fatica per gli Stoner Kebab (da Prato), dopo Chapter Zero del 2006 e Imber Vvulgi del 2008, unica traccia da 33 minuti e 33 secondi.
Rispetto al precedente lavoro il sound è più agile e imbastardito con certo stoner rock di matrice americana: in “Tom Bombadil”, traccia d’apertura, dopo un’intro apocalittica parte un riff che sta perfettamente sull’asse Clutch-Fu Manchu.

Doom quindi, che ti si stampa in faccia grosso e pesante, che proviene dalle paludi sludge e tossiche che diedero vita a entità mostruose come Eyehategod e Crowbar: ma il pregio enorme di Super Doom sta in una capacità sopraffina nell’amalgamare le numerose influenze, così da passare da atmosfere funeree alla Electric Wizard a un riff sostenuto da un organo Seventies, tutto nello stesso brano (“Viverna”). Dopo la breve parentesi post metal isterica di “Iron Tyrant” si arriva ad “Astronavi domani” – rifacimento di “Astronomy Domine” – dove la band si cimenta con l’italiano, finendo un po’ pericolosamente dalle parti dei Verdena…

Si riparte subito alla grande con “Ibuki”, che inizia hard stoner con una bella parte di armonica, per poi sprofondare in un incubo space doom con tanto di inciso in voce growl.
Suonano sporchi e massicci come pochi in “New Church” – forse la cosa più accessibile del disco – per poi condensare tutto nella title track finale, fumatissimo space blues doom in technicolor, dove si ha la sensazione tangibile di prendere il volo per l’hyperspazio.

Non uso mai il track by track, ma in questo caso mi è sembrato funzionale per descrivere un lavoro che ha una sua pretesa – perfettamente logica – di viaggio nei meandri della musica heavy psych.
Si lodano molte realtà internazionali, ma la verità è che gli assi ce li abbiamo pure noi, basterebbero un po’ di volontà e curiosità in più per scoprirli. In questo caso vi consiglio caldamente di farlo, e vi troverete nelle mani un gioellino.

Tre occhi possono bastare

Three Eyes Left – Non Method As Method, Non Limits As Limit (Autoproduzione, 2011)

Impressionante constatare l’enorme influenza dei primi Black Sabbath sui nuovi discepoli dei suoni distorti e psichedelici; pensare che quando erano in vita non venivano considerati moltissimo. I Three Eyes Left sono un giovane gruppo (di Bologna se non erro, le informazioni in mio possesso sono scarsine) devoti del culto hard ossianico di Ozzy e soci.

Questo è il loro ultimo EP, uscito come autoproduzione nei primi mesi del 2011; lo recuperiamo perché siamo estremamente convinti che meriti di essere segnalato. La materia doom qui viene impastata con lo stoner fuzzoso e certo testosterone schiumoso presente nei primissimi lavori dei Soundgarden.
Cinque lunghi pachidermi – più una traccia nascosta strumentale – per un totale di 43 minuti di musica che hanno il pregio di non annoiare, risultando paradossalmente molto più dinamici di certe band post metal oggi tanto in voga.

Evidente nel dna dei TEL una predisposizione alle jam trippy di chiara derivazione Seventies (ascoltare, ad esempio, il break centrale di “La Fee Verthe” o la già citata traccia nascosta) che ben si associa alle lunghe marce doomy orchestrate dai nostri.
“La Fee Verthe” mette quindi subito tutto in chiaro, con una linea vocale che pare esser uscita da Masters Of Reality dei Sabbath; si continua pressapoco su questo canovaccio, con brani più aggressivi (“Jeet Kune Doo”) ed altri più claustrofobici (“Hymn Of The Riffian”), per poi giungere alla conclusiva “Luciferian As The Sun”, summa del suono del gruppo: comincia con un riff che più Kyuss non si può, per poi divenire cadenzata e lugubre alla maniera degli Sleep.

Il disco suona sporco, diretto e potente; veramente un buon lavoro, che consigliamo anche agli ascoltatori meno avvezzi alle sonorità heavy psych.

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