Record collectors are pretentious assholes

Not Moving – Light/Dark (Audioglobe Relics, 2011)

Non prendiamoci per i fondelli. Chi segue Black Milk o comunque le mie cazzate da un po’ di tempo sa quanto io sia da sempre fanatico dei Not Moving – che infatti ricorrono puntualmente in queste pagine: provate a fare una ricerca usando il motore interno di BM e vedrete di cosa parlo.
E’ logico e consequenziale, dunque, che questa uscita targata Audioglobe Relics (una nuova divisione della storica etichetta/distributore) abbia stuzzicato i miei ormoni e attivato l’area più acritica e disposta a bersi tutto del mio cervello. E va bene così, perché questa antologia che raccoglie i due primissimi singoli, tre ep/mini lp (Land Of Nothing, Black’n’Wild e Jesus Loves His Children) e il demo tape d’esordio della band trascende oggettivamente ogni considerazione, opinione e sforzo critico. Semplicemente questa è materia originaria, un elemento fondante della cultura rock alternativa italiana, oltre che underground.
Se non ti piacciono i Not Moving, probabilmente non ti piace il rock’n’roll. E allora hai un problema, baby… ma ognuno ha i suoi, quindi amen. Buona fortuna.

Detto questo, il mio pensiero – e non solo il mio, visto che qualcuno si è mosso per ristampare questo materiale – è che di questi 31 brani non ci sia proprio nulla da buttare; il 90% di queste canzoni è di diritto entrato nel Gotha dei classici della musica sotterranea tricolore degli anni Ottanta, mentre il restante 10% è per cultori e raffinati gourmet – che godranno come ricci ad ascoltare, ad esempio, il primissimo demo tape riemerso dalle nebbie e fino a oggi irreperibile (a meno di non esserselo comprato 30 anni orsono o di avere qualche amico/conoscente compiacente disposto a duplicarvi la cassetta…).

Come dite, voi giovanotti là in fondo? Non avete capito cosa c’è qui dentro? Beh, dovete studiare, per dio. Ma vi voglio dare un aiutino, riportandovi uno scambio di mail con l’amico Tony Face (giovincelli, dovete saperlo, ma lo preciso: lui era il batterista del gruppo, asini!), che dovrebbe se non altro instradarvi leggermente:

Tony: Arrivato alla fine ?
Andrea: Sì ieri. Arrivato, un po’ ammaccato ma arrivato. I corrieri andrebbero fucilati negli androni dei palazzi. Appena riesco a sentirlo recensisco!
Tony: Il contenuto sonoro e largamente inferiore alla confezione. Sappilo !
Andrea: Caro Lei, io quel contenuto sonoro lo adoro e lo possiedo tutto in vinile originale (e nel caso dei due 7″ anche ben pagato – non profumatamente, ma nemmeno poco… ricordo che comprai i due singoli in blocco da uno spacciatore romano che vendeva dischi dal bagagliaio di una Renault scassata; nel 2002 gli diedi 25 euro a pezzo in mint conditions; poi un anno dopo il secondo 7″ l’ho trovato e comprato a 1 euro in ottime condizioni in un negozio di un cretino… così ne ho due copie addirittura hehehe). Mi mancavano però i pezzi del demo, che inseguivo da un bel po’ di anni. Ricordo anche di averti molestato per chiederti se me ne facevi una copia, molto tempo fa; avevo persino rotto le palle a Guglielmi almeno 10 anni orsono, per lo stesso motivo… finalmente sono stato esaudito!
Tony: Hahaha. Non mi ricordo che mi avessi chiesto il demo, che ho recuperato tra le mie infinite scartoffie in stato di salute precaria e sottoposto a qualche cura nell’apposito studio, per ridargli un minimo di dignità. Sinceramente trovo il tutto molto datato. Mi piace molto Movin’ Over per quanto e crudo e cattivo, non so perché ma ogni volta mi vengono in mente i Dead Kennedys, anche se c’entra poco. Black’n’Wild è il migliore. Jesus bello, ma ha dei suoni che mi fanno girare le palle, in particolare quello della batteria. Ma eravamo in trip con gli Hoodoo Gurus, io con i Lime Spiders, e i suoni ci sembravano quelli.

Avete capito? Ecco, ora correte a ordinare/comprare questo cd, che è anche a prezzo super friendly (e ha una confezione da paura, oltre che un booklet con un bel pezzo esplicativo scritto dal Luca Frazzi nazionale). Altrimenti smettete pure di dire che ascoltate il rock’n’roll e sperate che ritorni il Festivalbar.

La Muerte goes solo

Dome La Muerte – Poems For Renegades (Japanapart, 2011)

Chi, leggendo, ha già rispolverato immagini legate a “gruppetti” tipo CCM, Not Moving (e Diggers, più recenti), farebbe meglio a tirare immediatamente il freno a mano e a fare un bel respiro.
Già, perché questo debutto solista di Domenico Petrosino, alias Dome La Muerte, non ha nulla a che fare – a livello di sonorità – con quanto lui ha fatto nelle sue esperienze musicali più note (altro…)

Not Moving mega pack

notmovingNot Moving – st (Spittle, 2009)

Attenzione: questa sarà poco più di una segnalazione e non una vera recensione, vista la mia totale parzialità e partigianeria quando si parla di Not Moving, che da sempre considero uno dei gruppi migliori (forse il migliore) che lo stivale abbia mai partorito in ambito punk, garage e rock (altro…)

Lilith e i santi peccatori

8331fa1.jpgLilith and the Sinnersaints – The Black Lady and the Sinnersaints (Alpha South, 2008)

Annunciato da mesi, ecco il dischetto che segna il ritorno di Lilith, chanteuse dei Not Moving reduce dalla reunion “a tempo” (nel senso che saggiamente hanno fatto un tot di concerti per poi sciogliersi in gloria) della band e da una pausa sabbatica dalla propria carriera solista.

The Black Lady and the Sinnersaints non è un disco “facile” e immediato, come la miglior tradizione impone e insegna. Si tratta di una raccolta di brani (alcune cover, alcuni arrangiamenti di traditional, alcuni pezzi scritti in collaborazione… di tutto un po’) in forma di concept album, in cui l’aspetto emotivo e il mood sono fondamentali. Niente sgroppate punk-wave-blues alla Not Moving, quindi: è meglio essere chiari fin da subito.
Un valido termine di paragone, a livello di umore e sonorità, è Abnormals Anonymous, un misconosciuto album (del 1998) da brivido, firmato da un duo che si faceva chiamare Congo Norvell (ovvero il mitico Kid Congo Powers e la chanteuse Nora Norvell): nel lavoro di Lilith & co. le atmosfere sono dunque soffuse, scure, da bar fumoso e da whiskey invecchiato per bene. A volte si fanno puntatine nel cow-punk (la rendition di “Pretty Face”!), altre nel quasi-spoken word, altre ancora in un suggestivo mish-mash di folk/blues/dark/roots viscerale… una specie di viaggio interiore tra pieghe non troppo illuminate dell’essere.

Se poi ancora non siete convinti, leggete la lista degli ospiti e dei collaboratori: da Tav Falco all’inossidabile Tony Face, da Dome La Muerte al Santo Niente… ma andate a scoprirli da voi, che è meglio.

PS: date ovviamente una bella lettura al ricco booklet, che è in pratica un racconto di Davide Sapienza.

La Muerte e i suoi becchini

domelamuertediggersalbum.JPGDome La Muerte and the Diggers – s/t (Area Pirata/Go down Records, 2007)

Dome La Muerte non ha certo bisogno di presentazioni. D’altronde la militanza in gruppi leggendari come CCM e Not Moving basta e avanza a certificarne lo status di piccolo grande monumento dell’underground italiano.
Per Dome gratificazioni di questo tipo devono davvero contare ben poco però, così dopo l’entusiasmante reunion con i Not Moving di un paio di anni fa, torna sulla scena con l’esordio sulla lunga distanza della sua nuova creatura: i Diggers.
Il disco è in tutto e per tutto un manifesto del Dome-pensiero in materia di r’n’r’. Una concezione ampia quella del Keith Richards pisano, dove garage, psichedelia, punk e suggestioni blues si uniscono e amalgamano per dare vita a un lavoro energico, sanguigno e tremendamente sincero. Non è forse questo che chiediamo ad un buon disco r’n’r?

L’opener “Get ready” in questo senso è illuminante. Un assalto punk’n’roll all’arma bianca che lascia storditi e non fa prigionieri. Impreziosito dall’intervento al piano di Maria Severine (Not Moving).
Solo un attimo di respiro e l’armonica di Rudi Protudi (Fuzztones), lancia quel vortice garage-stomp che risponde al nome “Blue Stranger Dancer”, su cui echeggia pesantemente lo spettro degli X, evocato dal bel ritornello a due voci. Basterebbero già questi due pezzi per entrare nello spirito della celebrazione r’n’r di Dome e compagni, ma il disco riserva ben altre sorprese.
Innanzitutto tre versioni rivisitate con piglio deciso di altrettanti classici. “Fire of Love” in una versione fedele a quella dei Gun Club del mai troppo rimpianto Jeffrey Lee Pierce. “Heart Full of Soul”, molto più pesante e stonata della versione degli Yardbirds, impreziosita da un cameo di Rudi Protudi alla voce. Infine “Cold Turkey” di John Lennon – forse la migliore del lotto – rabbiosa ed energica, con una coda che è puro stupore lisergico.

E poi ancora, nelle pieghe del disco si nascondono altre due piccole grandi gemme autografe. “You Shine on me” ballata elettro-acustica che sembra un’outtake di Beggars Banquet degli Stones e il deflagrante rock detroitiano di “Gimme Some”.
Come diceva qualcuno: “it’s only rock’n’roll”. Quindi non sto certo gridando al miracolo, ma di questi tempi ce n’è ancora maledettamente bisogno, credetemi. Sopratutto quando è suonato in questo modo.

Antonio “Tony Face” Baciocchi – Uscito Vivo Dagli Anni ‘80 (NdA Press, 2007)

uscitovivobmp.jpgAcquistato dal sottoscritto con colpevole ritardo, questo libretto è – a priori – consigliato a tutti coloro che hanno minimamente a cuore la storia dell’underground italiano e che amano la prosa “vissuta”, quella che ha immediatamente i colori e il sapore del vero.
Tony, per i pochi (spero) che non lo sapessero ancora, è uno dei simboli dell’Italia musicale sotterranea degli ultimi 30 anni: batterista di Chelsea Hotel, Not Moving, Hermits, Lilith e Link Quartet, guru della Face Records, produttore, fanzinaro, organizzatore di concerti/festival/raduni, nonché iniziatore del movimento mod peninsulare. Detto questo, procediamo.
Io devo essere sincero: non so se – come in molte altre sedi è stato scritto – questo libro è “fondamentale per capire gli anni ’80”. Sarà che me li sono un po’ cuccati anche io e allora non ci trovo molto da capire, sarà che a me più che il lato Eighties, del volume, ha colpito l’epica rock (in accezione ampia) della saga di una band e di un fan appassionato che si consacra alla musica… sia come sia, per me il tratto veramente eccezionale del lavoro di Tony è proprio la storia palpitante di una passione totale. Che ti porta a provare in cantine malsane a cui si accede da botole, che ti fa guidare per migliaia di chilometri per rimborsi mai sufficienti, che ti fa accettare le condizioni più allucinanti pur di salire su un palco e sputare per mezz’ora tutto quello che hai dentro.
Tutto questo è raccontato tramite schizzi veloci (che raramente superano le tre-quattro pagine) e cronologicamente non ordinati. Una scelta coraggiosa e a modo suo vincente, perché il tutto acquisisce dinamica e imprevedibilità.
L’unica pecca è che, arrivati a pagina 121, se ne vorrebbe ancora. E un bel po’. Invece non resta che una bella galleria fotografica prima di doversi rassegnare alla fine del libro. Questo è frustrante… avrei voluto leggere ancora altre 120 pagine, almeno!
Per cui, Tony, aspettiamo il secondo volume e lì ci racconterai per filo e per segno di Johnny Thunders, di Nico, degli autografi di Ciriaco De Mita, delle registrazioni di Sinnermen a Tor Pignattara e di mille altre cose che per questa volta sono rimaste nell’empireo del rock’n’roll a decantare.

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