Rose per Dom Mariani

sick rose live studioSick Rose feat. Dom Mariani – Live In Studio (Hermits/Area Pirata, 2014)

Non è facile recensire un disco così. Il rischio è quello di fare un comunicato stampa di quelli incensanti, che puzzano di finto dopo mezza riga e ti viene voglia di non ascoltare nemmeno un pezzo del cd o album o che altro a cui si riferiscono.

Questa pippona iniziale per dire che sì, miseria ladra, anche questa volta i Sick Rose hanno fatto un bel lavoro (altro…)

Una dose plus per il signore al tavolo 47

sick rose blastinSick Rose – Blastin’ Out… Plus! (Area Pirata, 2013)

Quando si parla di Sick Rose il pericolo di cadere nella più becera e insipida banalità da webzine italiota è elevato al cubo. Perché sono “storici”, “seminali”, “fondamentali”, “imprescindibili” e tutte queste belle cose. Quindi come dire… ce la si cava con poco: basta dire che sono i più grandi.

Che poi è anche vero, in una certa misura (altro…)

(Power) pop! Goes the Sick Rose

Sick Rose – No Need For Speed (Area Pirata, 2011)

Recensire un disco come questo non è affatto facile. E non certo perché sia un lavoro mediocre; anzi, proprio per la sua eccellenza è una vera bomba a orologeria pronta a scoppiarti in mano. In media ce la si può cavare citando due dati biografici, sfoderando l’aggettivo “storico” e scrivendo che è un lavoro imperdibile; ma questo è un approccio da webzine per minorenni freschi di spannolinamento… come dire: magari evitiamolo.
E qui casca l’asino, perché parlare con sufficiente autorevolezza dei Sick Rose e del loro nuovo No Need For Speed è difficile, senza sembrare l’ennesimo trombone e magari un po’ cialtrone.

Lascio quindi, con umile soggezione, questo compito a chi lo può fare per capacità e per meriti conquistati sul campo (amici Frazzi, Calabrò, Bacciocchi: sto parlando di voi) e metto i semplici panni di uno che ascolta dischi da tanti anni, ma non è detto che ne capisca granché.
In questa veste vi dirò che i Sick Rose del 2011 sono profondamente diversi da quelli garage che in molti reduci come me hanno lasciato il segno. Considerando, poi, che io ho amato alla follia il loro periodo (purtroppo breve) in stile MC5/Flamin’ Groovies (i tempi di Floating, per intenderci…), questa svolta Sixties pop e power pop, almeno sulla carta, sembra pericolosa.

Ebbene, fanculo la carta. Perché questo disco, nell’arco dell’ascolto, mi ha riconciliato con il concetto di power pop; probabilmente non mi ha convertito (trovo ancora un po’ troppo ardua l’impresa di ascoltare certe band), ma mi ha divertito, fatto muovere il testone e anche fatto fare un po’ di air guitar. E, cosa non secondaria, mi ha fatto sentire una manciata di brani magistrali, in cui la sensibilità pop non è automaticamente sinonimo di puttanate da club per aspiranti veline e gieffini; il pop di cui questi 11 brani sono imbevuti è cristallino, ancora fortemente aggrappato alle radici rock’n’roll delle origini, ingenuo come solo un singolo dei Sessanta sapeva essere. Ed energico come una doppia Redbull direttamente in vena.
Lo ammetto, ogni tanto viene anche il brivido alla schiena. E non credevo mi sarebbe capitato.

Una band matura, con un mestiere smisurato, che suona la musica degli eterni sedici anni e lo fa risultando convincente al 100%.  Che poi si è fatta produrre dal mitico Dom Mariani, giusto per avere la certezza matematica di non sbagliare la mira di un millimetro. E così è stato.

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