Street walking cheetahs under the Duomo

nerodoggsNero And The Doggs – Death Blues (White Zoo/VoloLibero/Rocket Man, 2013)

Da qualche anno a questa parte l’appuntamento con un nuovo album dei Doggs è immancabile e preciso. Ne sfornano regolarmente, costanti, testardi, bastardi e imperterriti – nonostante le classiche difficoltà che tutti conosciamo.

Questo nuovo Death Blues segna anche un cambiamento della ragione sociale della premiata ditta Doggs, che diventano Nero And The Doggs – impossibile non cogliere il parallelismo con la metamorfosi Stooges/Iggy And The Stooges avvenuta tra Fun House e Raw Power (altro…)

Doggy style

The Doggs – Red Sessions (autoprodotto, 2012)

A costo di tuffarmi a capofitto nella sbruffoneria da aspirante giornalista di provincia, dopo aver ascoltato quattro volte di fila la nuova uscita dei Doggs mi ronza in mente la fatidica frase: questo è di sicuro uno dei dischi italiani dell’anno (con quello dei Movie Star Junkies, recensito da don Prinzio, siamo già a due… ed è solo marzo). Certo, verso dicembre non lo troverete nelle classifiche di Rolling Stone e compagnia bella – questo è poco ma sicuro – quindi dovreste fidarvi di chi, come me e altri, da tempo vi dice (magari in trafiletti seminascosti o webzine con tanti visitatori quanti una sauna in pieno Sahara) che questo trio meneghino merita davvero.

Se con Black Love (l’ ep dello scorso anno) la band evocava fantasmi velvettiani, in Red Sessions i Doggs si riavvicinano al nucleo radioattivo dello Stooges sound di Fun House, con disinvoltura, rigore filologico e quella precisione sonora/iconografica che deriva dalla passione bruciante per i fratelli Asheton, l’Iguana, Williamson e Alexander. Curiosamente la Fun House dei Doggs, però, è solo lievemente macchiata da incursioni di sax (che nel primo ep, ad esempio, era molto più presente)… eppure i conti tornano lo stesso. E anche alla grande, con un pugno di brani di puro rock/protopunk decadente, cupo, arrogante, ossessivo, tossico e primordiale.

La sostanza della band quindi è immutata e resta ottima; a colpirmi particolarmente, questa volta, è l’aspetto della produzione: il disco “suona” davvero bene… caldo, crudo e vintage, coerente con l’estetica dei Doggs, nonostante sia stato inciso con mezzi digitali.

Tuffatevi nel Detroit sound del 1969 e non pensate più a nient’altro.

I pagani caduti su Milano

Il Wizard Pub è – a volersi lanciare in metafore senza freni – il corrispettivo milanese del Whisky a Go Go di Los Angeles. Lungo i Navigli, come sul Sunset Strip, le rockstar del sottobosco meneghino cercano un po’ di refrigerio dalla paludosa arsura padana, in un’atmosfera costellata di freak mosquitoes e lattine di birra abbandonate sui tavolini.
Proprio al Wizard abbiamo un rendez vous con Marco Mezzadri (voce e basso nei Doggs), mentre cerca l’ispirazione giusta per qualche brano del disco a cui sta lavorando insieme a Christian Celsi – chitarra elettrica – e Grazia Mele – batteria. Davanti a una vodka ghiacciata le parole emergono come cannucce sommerse dall’alcool bianco del bicchiere.

Come ebbi già modo di scrivere su Black Milk a proposito del vostro esordio, credo che se i Doggs fossero stati francesi sarebbero stati da subito oggetto di culto, vista la storica simpatia per certe sonorità dei cugini d’Oltralpe. Dalle nostre parti un certo rock and roll fuori dagli standard sembra lottare strenuamente per non affossarsi nelle sabbie mobili e cadere nell’oblio. Questo immobilismo vi indispone?
Cazzo certo che ci indispone. Sputiamo il sangue in quella dannata cantina quasi tutte le sere, investiamo molte energie, per non dire tutte, nella nostra vita, (perché attenzione io per musica intendo vita e non hobby) per poi trovarci a sgomitare in un panorama noncurante o, peggio ancora, attento solo alle mode e alle apparenze. Come sottolineato più volte, noi non suoniamo per divertimento o per piacere: noi suoniamo per sopravvivere. La nostra musica esprime il nostro tentativo di vivere e sopravvivere. Ed è li che scatta il piacere… il piacere di vedere che tu sei vero, che fai musica vera e con i coglioni e non canzonette per far ballare i cretini.

Personalmente ritengo il vostro ep d’esordio The Doggs fulminante, dalle sonorità quasi arroganti che fanno pensare che dei gruppi seminali che vi influenzano – Stooges, Velvet, Dead Boys – non ve ne freghi poi molto. Nessun rispetto per il passato in pieno stile punk?
Sinceramente non c’è nessun grande interesse verso il passato. Abbiamo il dovuto rispetto per quanto è stato fatto, cosa che si evince chiaramente ascoltando la nostra musica, ma non ne siamo assorbiti o intimoriti. In fase creativa non abbiamo legami sicuri… tutto procede verso il nulla e dal nulla nasce il pezzo. Non ci sono schemi particolari: quando otteniamo il nostro suono andiamo semplicemente avanti.

Sempre a proposito del vostro primo lavoro: quanto è voluto e ricercato il vostro minimalismo e quanto invece è spontaneismo puro?
Il minimalismo nasce sicuramente dal nostro background musicale. Personalmente sono un cultore delle canzoni mono-riff e della semplicità unità all’originalità. Questa idea costituisce le fondamenta del progetto The Doggs. Ci tengo però a sottolineare che il nostro è un minimalismo assolutamente spontaneo, naturale, tendenzialmente inconsapevole.La cosa inevitabilmente si rispecchia anche nell’estetica Doggs e nell’artwork del primo ep. Credo che il punto di forza della nostra band sia proprio questo: la spontaneità. Poche stronzate e artifici. Noi siamo così. Prendere o lasciare.

In che modo siete arrivati alla stesura di Black Love? Raccontaci cosa e’ accaduto nel mezzo dei due dischi…
Dopo l’uscita del primo ep c’è stato un cambio di formazione. Alla chitarra è arrivato Christian e Black Love è il secondo figlio nato da questa nuova scopata. Alla stesura ci siamo semplicemente arrivati suonando come suonavamo prima. La setta si è riformata e i sabba sono andati avanti. Niente di più. Le dinamiche nel gruppo non sono minimamente cambiate.

Il sound dell’ep nuovo però si distacca fortemente da quello precedente. La tossicità e la cupezza sono aumentate esponenzialmente.
La notte: tragica, buia, depravata. La notte è Black Love.

Ogni band ha, per le leggi di mercato, il proprio pubblico da qualche parte nel pianeta; voi pensate di aver già trovato il vostro o siete ancora alla ricerca, facendo surf sull’onda lunga?
Non abbiamo ancora un reale pubblico. Non facciamo parte di nessuna scena. Ammesso che ne esista una. C’è stato un periodo in cui strizzavamo l’occhio per vedere cosa sarebbe potuto accadere, ma ora ne siamo completamente usciti. Fortunatamente la nostra integrità non è ancora stata minata. Questo non vuol dire che le nostre ambizioni siano diminuite. In realtà, a volte, penso che gli altri ci temano o che comunque non abbiano questo grande piacere ad averci in mezzo. Sarà che la nostra insita strafottenza non ci porta a creare (falsi) legami. In fondo siamo semplicemente, profondamente menefreghisti. La nostra attitudine è comunque sempre stata un’arma a doppio taglio.

Pensi che mettere un organo genitale in copertina possa ancora disturbare i benpensanti? Quanto è stata metabolizzata dalla vostra batterista una figa in copertina?
Non credo che una copertina possa ancora disturbare i “pensanti”. Black Love è zozzo, ci stava una copertina zozza e cafona. Tutto qua. La nostra batterista è sempre molto accondiscendente.

Siete una band che suona molto dal vivo, sia nel Nord Italia che all’estero, eppure il vostro atteggiamento naïve pare che non vada a genio a molti promoter o gestori di locali. Che ci sia dietro la solita mafietta del quartierino o c’è qualcosa che cova sotto?
Ultimamente non sappiamo cosa pensare. Le ultime date ce le hanno annullate per imprecisati motivi. Sta di fatto che al nostro posto hanno suonato band che a volte non centravano proprio nulla con il “clima” della serata. Non credo che al nostro livello si possa parlare di boicottaggio. Sarebbe ridicolo. Sicuramente non stiamo simpatici a molti o semplicemente non ci conoscono e quindi si buttano sulle band già “avviate”. Poi quando ti vengono a dire di non essere offensivo col pubblico perché altrimenti ti metti in cattiva luce… beh allora giochi a prendermi per il culo. La mafietta locale esiste ma è ridicola. Milano è una metropoli vuota. C’è poco da fare i mafiosi.

Infine augurandovi un in bocca al lupo per la lavorazione del prossimo disco, svelaci qualche arcano su quando uscirà e di cosa tratterà.
L’uscita dell’album è prevista per questo autunno anche se in realtà non abbiamo una scadenza sicura. Ci stiamo prendendo tutto il tempo per far uscire un lavoro completo e di spessore. La linea tossica di Black Love è ancora la spina dorsale su cui si sviluppa tutto il lavoro. D’altronde di questi tempi non mi va di parlare di stronzate allegre e spensierate. Sicuramente ci saranno molte novità sul piano compositivo e strumentale. Tutto però è ancora fumoso… ma ti assicuro che te ne accorgerai quando uscirà.

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