Punk Britannia by BBC (puntata 3)

Terza parte del documentario che BBC sta trasmettendo; come ormai saprete è dedicato alla scena punk inglese. Guardatevelo comodamente su YouTube, ma è meglio se masticate un po’ di inglese.

Punk Britannia by BBC (puntata 2)

BBC sta trasmettendo un buon documentario in più parti sulla scena punk inglese. Ecco la seconda puntata (divisa in quattro frammenti) da vedere comodamente su YouTube. Ovviamente è meglio se masticate un po’ di inglese. Enjoy…




Punk Britannia by BBC (puntata 1)

BBC sta trasmettendo un buon documentario in più parti sulla scena punk inglese. Eccovi la prima puntata (divisa in quattro frammenti) da vedere comodamente su YouTube. Ovviamente è meglio se masticate un po’ di inglese. Enjoy…

Real Cool Killers, paura e delirio a Clermont-Ferrand

Anni Ottanta. Primi Novanta. Col senno di poi possiamo guardarli da lontano e accorgerci più facilmente di quanto si muovesse l’underground e quanto vitale fosse la scena musicale, nonostante tutto. Ma il semplice fatto di muoversi non garantiva ai guerrieri del sotterraneo alcuna visibilità; e, tantomeno, il riconoscimento del valore della loro musica, anche quando era elevatissimo. Vuoi per presbitismo (ciò che ci è più vicino lo vediamo sempre più sfocato), vuoi per limiti nelle modalità di circolazione delle informazioni (Internet? E che cazzo era Internet nel 1989?), vuoi per mille altri fattori contingenti, moltissime realtà si sono trovate a soccombere nel medio-lungo periodo, perché non si può sbattere la testa contro a un muro all’infinito. Perché le persone col tempo cambiano. Perché ogni giorno nascono gruppi nuovi e potenziali nuove tendenze.
Sta dunque ai nostalgici patologici e a chi ha ancora memoria (e un po’ di passione, forse) mettere in prospettiva il tempo che fu e – soprattutto – chi quel tempo che fu l’ha animato con la propria musica, dischi, concerti e gesta.

Fatto questo preambolo vagamente nazionalpopolare, ma tragicamente vero, vi schiaffo sul muso il nome di un gruppo e vi do una decina di secondi per pensare cosa vi evoca: Real Cool Killers.
Ecco. Tempo scaduto; qualcuno li ricorderà vagamente di nome per un singolo uscito per la Ultra Under di Jeff Dahl. Qualcuno li avrà sentiti nominare dal sottoscritto di sfuggita. Qualcuno avrà visto un loro disco in qualche scatola delle offerte e ricorderà che erano francesi. E non penso che più di un paio di voi avranno un loro album.
Non c’è nulla di male, sappiamo come andavano le cose – e, in più, in quegli anni era più facile farsi intortare a comprare una merda inascoltabile di disco americano che non un ottimo album europeo, per dirne una. Però sarebbe ora di riscoprirli, e adesso, anche in virtù dell’uscita di un ottimo documentario sulla loro storia (sfortunatamente solo in lingua francese: Black and Wild di Joël Caron).

I Real Cool Killers erano di Clermont-Ferrand e hanno suonato dal 1986 al 1997, sfornando quattro album (i primi due davvero eccezionali) e un paio di singoli di rock’n’roll scuro, selvaggio, intransigente e verace. Mischiavano influenze disparate – dagli Stooges ai Black Flag, dagli Husker Du al noise al free jazz.
Hanno suonato parecchio in giro per la Francia (non molto in Europa) e sono riusciti a spargere qualche seme anche oltreoceano, ma solo presso i pochissimi appassionati mai sazi. L’epilogo della storia è tragico, perché il leader della band – Pascal Roussel detto Buck – pochi giorni dopo aver preso la decisione di sciogliere i RCK e riprendere con un altro nome, si è impiccato. Un suicidio improvviso, che ha lasciato tutti sgomenti e ha aperto una ferita che solo a 14 anni di distanza, forse, mostra i primi segni di guarigione.

Per raccontarvi questa lunga storia fatta di musica, fatica, decibel e – purtroppo – morte, ho intervistato due figure molto vicine al gruppo: Joël Caron, che fu il primo batterista, e Patrick Foulhoux, da sempre impegnato nell’underground rock francese. E, infine, Jeff Dahl ha scritto qualche parola per ricordare il suo rapporto coi RCK, da fan, amico e produttore di un disco.

Joël Caron

Sei stato uno dei fondatori della band. Ti ricordi come tutto ha avuto inizio?
La noia della provincia e l’amore per il rock ha fatto diventare amici Buck e me, uscivamo spessissimo insieme. Nel 1984 suonavamo entrambi la chitarra nella sua prima band (io avevo suonato in altri gruppi, ma come batterista), i Dirty Comics. Facevamo cover dei Fleshtones, dei Sonics e altra roba vintage rock. Avevamo anche scritto un pezzo nostro. Ma era solo un hobby per gli altri membri: Buck ed io iniziammo a stufarci, oltretutto ci sembrava che batteria e basso fossero troppo morbidi e poco precisi. Volevamo suonare qualcosa che ci coinvolgesse di più e avevamo già l’ambizione di esibirci fuori città. Così decidemmo di sciogliere questo gruppo dopo quattro o cinque concerti: l’ultimo lo facemmo aprendo per gli Youth Brigade, un gruppo punk californiano che magari conosci. Per un anno suonai la batteria in una formazione rhythm and blues; a Buck piaceva molto e apprezzava il mio modo di suonare la batteria. Più o meno nello stesso periodo Buck aveva iniziato a mettere in piedi la Spliff Records. Un po’ di tempo dopo, nel maggio del 1986, un giorno eravamo nell’auto di Buck e chiacchieravamo di cosa avremmo potuto fare assieme, musicalmente. Lui mi disse: “Mettiamo insieme un trio rock selvaggio, qualcosa di crudo, furioso ed elettrico. Io mi metto alla chitarra, tu alla batteria. Ci manca solo un bassista”. La cosa mi interessava; pochi giorni dopo Buck mi propose il nome Real Cool Killers e mi disse di Steff, un potenziale bassista che era pronto a unirsi a noi. Lui era un appassionato di hard rock, fan di Iron Maiden e Motorhead. Ricordo che avevo dei dubbi su di lui (era un fottuto metallaro!) e Steff, tempo dopo, mi confessò di avere avuto dubbi su di me (qualcuno gli aveva detto che non mi piaceva l’hard rock – ed era una bugia! Mi piaceva, ma ero un po’ prevenuto verso gli hard rocker). Comunque quando ci incontrammo diventammo grandi amici e lo siamo ancora oggi. Iniziammo a provare in un magazzino dello zio di steff. Non avremmo potuto sperare in una sistemazione migliore e ricordo quei momenti come i migliori. Il nostro primissimo concerto fu alla Fête de la Musique, il 21 giugno 1986. Buck non voleva suonare, aveva paura: dovemmo convincerlo e così facemmo il nostro debutto – sei canzoni. Quattro cover e due originali dei RCK. I pochi presenti si dimostrarono molto ricettivi e contenti. Noi sentivamo che era successo qualcosa: era nata una band. A luglio ci chiudemmo in una casa di proprietà della famiglia di Buck per incidere il primo nastro. In agosto trovai in un libro di artwork punk la testa che divenne il logo del gruppo, mentre Buck si occupò del lettering.

Cosa ricordi dei primi anni? Suonavate molto dal vivo?
Come sempre accade, l’inizio è il momento migliore. In Francia, in quel periodo, nel mondo del rock c’era molto fermento e tutto era eccitante: c’erano stati alcuni esperimenti e band, per lo più nell’area di Parigi, ma nulla su scala un po’ grande. Così era tutto da costruire. Nacque un nuovo network di persone pronte a tutto per la causa del rock, molti buoni gruppi, gente che la pensava nello stesso modo come una grande famiglia, fanzine, rock club che aprivano ovunque… era un periodo favoloso. E noi morivamo dalla voglia di uscire da Clermont, per suonare di fronte a gente che non conoscevamo. Questa è una cosa che ci ha sempre accompagnato, il desiderio di suonare sempre più lontano. All’inizio ci esibivamo intorno a Clermont, ma appena mettemmo insieme una scaletta abbastanza lunga, ci lanciammo più fuori. Soprattutto quando arrivò il secondo chitarrista: a quel punto le cose iniziarono a diventare serie. Ricordo il piacere e l’eccitazione di entrare in uno studio per la prima volta, per fare il nostro primo E.P.. Eravamo così orgogliosi e felici del risultato. Eravamo tutti fanatici di musica e quello era un sogno che si avverava. Iniziammo anche a farci un buon nome in Francia: cosa potevamo chiedere di più? A riguardo dei concerti, Buck aveva fatto un lavoro eccellente alla Spliff; era in contatto con tutta la gente, in Francia, che suonava, produceva e ascoltava rock. Lui aveva molta passione e questo ci facilitava le cose.

Se te la senti, ci puoi dire perché hai mollato il gruppo nel 1989?
Nel maggio 1989 registrammo il nostro primo album ed eravamo orgogliosissimi di averlo inciso a Londra, nello stesso studio dove i Damned avevano fatto Machine Gun Etiquette. Era una cosa pazzesca per dei ragazzini che vivevano nel buco del culo della Francia. A luglio, poco prima che tutti se ne andassero in vacanza. Facemmo una riunione tutti e quattro, per decidere alcune cose sull’album. A tutti piaceva l’immagine per la copertina che avevo portato – era presa da un b-movie, un horror inglese degli anni Sessanta che si adattava bene a noi. Il problema più grosso era però il lettering. Buck insisteva pesantemente per tenerlo sempre uguale (del resto l’aveva portato lui). A Steff non importava e quindi non volle prendere posizione in merito. JP (il chitarrista) ed io volevamo cambiare il logo dei RCK – inquietante e sanguinante – che ci aveva stufato. Volevamo qualcosa di più nuovo e avevamo disegnato un logo noi. Poi discutemmo del fatto che noi non apparivamo neppure come co-compositori della musica. Non era una questione di soldi (Buck non ne teneva per sé, il denaro veniva reinvestito nella band, nel van, nelle registrazioni…), ma di democrazia ed uguaglianza. Molti piccoli problemi iniziarono a sorgere uno a uno, lentamente e insidiosamente. Spesso dicevamo tra noi che eravamo Buck e i SUOI Real Cool Killers. Così passammo un intero pomeriggio a discutere e litigare, alla fine Buck accettò le nostre rimostranze e si prese una decisione sul lettering, da cambiare. Però si tenne la paternità dei brani. Io ero dall’altra parte della Francia, in tour con un’altra band quando, telefonando alla mia ragazza che era a Clermont-Ferrand, venni a sapere che Buck aveva deciso di usare la SUA copertina e mandare tutto in stampa così. Ero devastato. Ero stato tradito da un amico che si era rivelato invece un dittatore – o, almeno, era quello che pensavo. Quando ritornai mi vidi con Buck e gli dissi che noi due avevamo chiuso. Lui cercò di convincermi a rimanere, era molto bravo quando si trattava di fare ricatti morali: mi disse che così mettevo in pericolo la nostra etichetta, la Spliff, visto che la promozione del disco era già pianificata per l’autunno. Ma io mi ero parato il culo e avevo già un batterista che mi poteva sostituire. E si rivelò un’ottima scelta, visto che Dominique, il nuovo batterista, restò nel gruppo fino all’ultimo concerto dei RCK nel gennaio 1997. Quando seppe della mia decisione JP mi disse che anche lui voleva mollare, ma io lo convinsi a non farlo; se se ne fosse andato sarebbe stata la fine di un gruppo che – secondo me – aveva invece molte cose da dire e fare. Comunque JP restò incazzato con Buck e le cose peggiorarono col tempo, finché anche lui se ne andò nel 1992. Steff si accorse che me n’ero andato quando tornò – molto tempo dopo – dalle vacanze, ma io ero già stato sostituito e la band era al sicuro.

Come componevate? Era un processo collettivo?
I testi erano interamente scritti da Buck. Nessuno ha mai fatto questioni e sembrava una cosa naturale. Per quanto riguarda la musica, solitamente lui arrivava alle prove con due o tre giri base e poi i pezzi nascevano suonando tutti assieme; a volte quello che usciva era molto diverso da ciò che lui aveva portato inizialmente. Direi che Buck era il leader, è fuori discussione, ed era un vero frontman, un rocker genuino e un grande performer. Ma non era un vero musicista. All’inizio, quando eravamo un trio, Steff – il bassista – lo prendeva sempre in giro perché diceva che i suoi ritornelli erano tutti identici, che ne sapeva fare uno solo. Ma Buck era conscio dei suoi limiti e infatti presto chiese a qualcuno di suonare la seconda chitarra. Il fatto che Buck firmasse tutti i pezzi alla lunga diventò però un problema. Aveva sempre rifiutato di concederci la paternità della musica ed era l’unico che riceveva soldi per i diritti. Credo che questo sia uno dei motivi più gravi che mi ha fatto decidere di mollare la band, come ho detto prima. Ed è anche il motivo per cui Serge, il primo chitarrista, e poi JP (il secondo) hanno mollato. Buck ci sembrava una specie di dittatore; lui sapeva di avere questo carattere, gliene parlammo molte volte, ma non poteva farci nulla.

Ho fatto la stessa domanda a Patrick: è delicata ma obbligatoria. Ovviamente è su Buck: ci puoi parlare un po’ più a fondo di lui, della sua vita e del suo carattere?
Se vogliamo definire Buck, credo che sia importante dire che era “doppio”. Era un rocker vero e sincero, incazzato con la società; ma era anche un borghese che a 30 anni possedeva una casa sua e amava tutte le comodità. Era tanto generoso quanto avido – quando ti invitava a casa sua offriva tutto ciò che aveva… vino, musica, ottimo cibo etc etc; ma era capace di provare a venderti a 100 euro un disco che lui aveva pagato un euro… e se tu tentavi di contrattare lui lo vendeva a qualcun altro. Era tanto divertente e vitale, quanto triste e disperato. Una specie di bambino adulto che doveva crescere, eppure non ci riusciva. Ho pensato più volte che, forse, il fatto di non essere in grado di gestire le sue contraddizioni abbia giocato un ruolo nel suo suicidio. Penso anche che Buck sia stato una figura importante per la rivalutazione del rock non solo a Clermont-Ferrand, dove i RCK erano comunque considerati una band importante, ma in tutta la Francia, perché il suo lavoro e il suo impegno hanno preparato il terreno per la generazione seguente.

Se te la senti, vuoi raccontarci della sua morte?
Credo che la morte di Buck abbia segnato la fine di un periodo molto importante a Clermont; direi che c’è un prima e un dopo la morte di Buck, qui. Ma è stata anche la fine di un periodo per la Francia intera: un periodo magico in cui tutto era da fare e in cui il rock non seguiva regole. Quando lui morì, tutti noi eravamo distrutti. Era un vero personaggio a Clermont, quasi tutti gli volevano bene o almeno lo rispettavano. Il giorno della sua morte io sono stato licenziato dal mio lavoro e mi ero procurato una distorsione alla caviglia. Ero completamente allo sbando e non capivo cosa stesse succedendo intorno a me. Per un po’ di giorni sono stato completamente prostrato. Non è stata solo la sua morte, ma anche quella dell’avventura in cui ci aveva guidato; una di quelle che accadono raramente nella vita delle persone. E, al contrario degli imprevisti – che possono accadere – un suicidio è sempre difficile da affrontare e da comprendere, qualcosa che resta nell’aria e di cui ti senti sempre un po’ responsabile. È per questo che a Clermont nessuno parlava più della sua morte, né dei RCK. È stato un argomento taboo finché non è uscito il documentario: sono piuttosto certo che abbia dato modo alla gente di lasciarsi andare e liberare ciò che si era tenuta dentro dal momento in cui Buck se n’è andato. Io non sono riuscito ad andare al suo funerale dopo quattro giorni che era morto. Proprio non ce l’ho fatta. E mi sono tormentato per molto tempo, per via di questo fatto: me ne vergognavo. Credo che il mio documentario scaturisca da questo sentimento, pensavo di dovergli qualcosa, un riconoscimento. E fare questo film mi ha permesso di andare per la prima volta sulla sua tomba e – finalmente – accettare la sua morte.

È davvero difficile trovare informazioni sulla band. Puoi farci una panoramica – ovviamente senza scendere in dettaglio – cosa è successo dopo il tuo abbandono?
Beh, nel documentario è raccontata la storia. È difficile per me parlare di un gruppo in cui non suonavo più. Comunque ti ho allegato un documento riepilogativo in cui ho messo tutti i concerti (date e luoghi), le session di registrazione e i cambi di formazione. Posso dirti che dopo il mio abbandono ho mantenuto ottimi rapporti con Buck e il resto del gruppo. I primi tempi è stato difficile, ma eravamo amici e alla fine questa era la cosa più importante. Poi me ne andai a Lione per un anno per suonare con un gruppo che si chiamava The Mescaleros. Mi ricordo che i Killers vennero a trovarmi con un nastro delle registrazioni per il loro secondo album; all’epoca stavo registrando anche io coi Mescaleros – che però non mi piacevano molto (li lasciai dopo un anno) anche se ci produceva Peter Zaremba dei Fleshtones. Hate Yourselves, il nuovo disco dei RCK, era così potente ed elettrico che ero davvero geloso e mi pentii di averli lasciati. Dopo quel disco diventarono piuttosto noti e fecero molti concerti un po’ ovunque. Poi ci furono dei problemi con Steff e JP che se ne andarono dalla band e furono sostituiti da Philippe Feydri (basso) and Christophe Raoux (chitarra) nel 1992. Andai in tour con loro nel 1992, in Svizzera. Fu un’esperienza divertentissima ed emozionante. Poi fecero altri due dischi e arrivarono al 1997, quando Dominique decise di lasciare il gruppo: concordarono di sciogliersi e fare un ultimo concerto al Club 3000 di Clermont-Ferrand, il 10 gennaio 1997. Ci andai. Fu bello e triste insieme; era la fine dei Killers, ma Buck sembrava normale. Stava per iniziare un nuovo gruppo col bassista e il chitarrista, ma con un nuovo batterista. Voleva fare cose nuove. Ma si impiccò due settimane dopo.

Parliamo del documentario che hai diretto. Ci hai impiegato molto per terminarlo? Hai avuto difficoltà ad assemblare tutto il materiale? E, infine, mi accennavi a difficoltà per farlo uscire su dvd…
Ci ho lavorato per tre lunghi anni. L’ho scritto e diretto, ho cercato tutto il materiale e sono stato impegnato in tutte le fasi della lavorazione. Patrick Foulhoux mi ha aiutato molto. Lui era ancora in contatto con tutte le persone che volevo intervistare e mi ha reso più semplici le cose. Abbiamo scritto insieme le domande sulla storia del rock francese e lui ha condotto le interviste mentre io filmavo – eccetto che con gli ex RCK, per i quali ho scritto io le domande e li ho intervistati io, dato che avevo un rapporto più stretto con loro, essendo stato nel gruppo. Raccogliere il materiale d’archivio è stato piuttosto facile. Ho tenuto tutto quello che avevo raccolto mentre suonavo con loro (sono uno che ha la mania di conservare le cose), poster, biglietti, rivister foto… così avevo quasi tutto almeno per quanto riguardava gli anni in cui sono stato membro della band. Gli altri sono ancora miei amici, quindi mi hanno dato tutto il materiale che avevano, soprattutto fotografie. Alcuni fan sono stati così gentili da mandarmi alcune cose. L’aspetto più noioso e lungo è stato scannerizzare ogni cosa – poco più di un migliaio di pezzi. Per i video, ero ancora in contatto con gente che all’epoca aveva filmato la band a Clermont. Alcuni mi hanno prestato i loro nastri, così ne ho fatte delle copie. La porzione più importante di materiale video è stata fornita da un tipo che ha filmato praticamente ogni concerto rock a Clermont dal 1985 al 1998. Solo che è uno molto strano, una specie di Hells Angel di neanderthal, e non voleva neppure che io vedessi cosa aveva. Mi ha causato molti problemi, ma alla fine sono riuscito a farmi dare tre spezzoni di concerti: il tizio è stato pagato profumatamente, visto che il produttore gli ha dato 1600 euro per l’utilizzo di 20 minuti del suo girato. Altri mi hanno dato una mano, ad esempio la tv locale TV FR3 mi ha aiutato a trovare dei clip che aveva l’Institut National de l’Audiovisuel. Anche in questo caso il prezzo da pagare è stato salato perché l’INA ha chiesto 2338 euro per 4 minuti e mezzo! Questa gente si ingozza a nostre spese, abbiamo dovuto pagare 4000 euro per usare immagini del nostro gruppo! E comunque queste cifre consentono solo lo sfruttamento in tv e per proiezioni a festival e rassegne; quando ho domandato al produttore di informarsi per pubblicare un dvd, l’INA ha risposto: “dovete pagare altri 2338 euro”; e poi c’erano 750 euro per la EMI (ci sono 30 secondi di una cover di “I Got A Right”, un pezzo di Iggy Pop). Così la produzione ha detto “non ci sono soldi”, quindi sarà una strada dura e lunga quella per far uscire il dvd. Come se non bastasse il distributore doveva essere un’etichetta parigina che non aveva realmente voglia di farlo, quindi continuava a posticipare l’uscita. E allora dopo un anno ho detto al produttore: “Ok, mi sono stufato, ci ho speso troppo tempo ed energie, ora mi sento come Don Chisciotte, ora voglio fare altro”. È stato un lavoro difficile e spossante da vivere giorno per giorno, ma anche interessante e stimolante, mi ha fatto imparare molto sulla produzione, cose che mi saranno utili nei miei progetti futuri.

Come definiresti lo status attuale dei RCK? Mi spiego… godono della considerazione che meritano o sono solo un gruppo underground del passato?
La Francia non è una terra rock. Qui il rock’n’roll è sempre stato ai margini. Il pubblico non è rock, non abbiamo una cultura – ad esempio – come quella inglese. La maggior parte dei francesi non parla inglese e disprezza la lingua inglese (anche se le cose fortunatamente cambiano e le nuove generazioni sono diverse). Ma negli anni Ottanta e Novanta, a parte i Mano Negra (che avevano pezzi in inglese, spagnolo e francese), se non cantavi in francese eri destinato a restare nell’underground – ed era una cosa che ci andava benissimo, visto che non avevamo in mente di fare carriera con la musica, ma solo di suonare quello che più ci piaceva. Quindi il francese era una barriera difficile da oltrepassare. La band francese più nota che cantava in inglese erano i Les Thugs, che hanno avuto una carriera molto più lunga e solida dei RCK, ma non hanno mai veramente avuto i riconoscimenti che meritavano. Io credo che i RCK siano sempre stati una band underground, nella misura in cui la maggior parte della popolazione ne ignora l’esistenza. Penso che il picco del gruppo, in termini di popolarità, sia stato dopo il secondo album, nel 1991: i concerti erano molto buoni, intensi, elettrici. Vero rock’n’roll. E all’epoca hanno lasciato un ricordo vivo nelle menti degli amanti del rock in Francia, Spagna e Svizzera. Dopo quel periodo, tra il 1992 e il 1997, la musica del gruppo è cambiata e i fan si sono sentiti spiazzati, perché era diventata meno rock’n’roll e più hardcore; direi che la band era molto migliore, più compatta e affiatata, ma il panorama musicale intorno era mutato e il pubblico voleva nuovi gruppi. Per citare un produttore svizzero che è intervistato nel documentario: “Avrebbero dovuto essere molto più grandi di quanto siano stati”. È stata una questione di sfortuna? O di tempismo sbagliato? Io credo che noi tutti suonassimo perché DOVEVAMO farlo e siamo stati fortunati a fare quello che abbiamo fatto. Se osservi i dati, i RCK hanno fatto 250 concerti, quattro lp, una manciata di ep e compilation, hanno fatto tour con molti dei migliori gruppi rock in circolazione. Cosa si può chiedere di più? Tanti gruppi ci hanno provato e non hanno mai suonato fuori dalla loro città. Eravamo una combinazione di gioventù, desiderio, frustrazione: tutte cose che ci hanno guidato verso un’avventura bella e istruttiva. Sono stato molto felice dell’accoglienza che è stata riservata al documentario a Clermont, perché ha risvegliato i nostri ricordi. Tutti questi ragazzi e ragazze di 40-50 anni  si sono ricordati delle loro storie, anche perché i RCK ne facevano parte. E questa cosa era giù importantissima per me. Diciamo che i RCK sono stati un fenomeno underground che – forse – non ha avuto modo di vedersi riconosciuti i suoi meriti, ma comunque esiste nella storia del rock. La loro storia è un emblema di cosa fosse il rock in Francia negli Ottanta e Novanta.

Non è semplicissimo trovare i dischi del gruppo: sai se verranno ristampati?
Sono difficili da reperire perché non ne sono stampate molte copie (credo che il secondo disco, il più venduto, sia arrivato al massimo a 3.000 copie tirate). Ma su internet li si reperisce a prezzi ragionevoli, anche il primissimo EP. Questi dischi non saranno ristampati, no. Però se qualcuno è interessato io sono disponibile a mandare degli mp3 a chi li volesse. C’è anche un tizio che mi ha detto che vorrebbe pubblicare una compilation di band francesi annni Ottanta e Novanta e vorrebbe includere i RCK nel disco: è Fabien della Pop the Balloon.

Di cosa ti occupi ora? Ti interessi ancora di musica in qualche modo?
Sono un film-maker e presto diventerò produttore. Al momento sto mettendo in piedi una mia società specializzata in film artistici, documentari e – forse più avanti – fiction. Mi è capitato l’anno passato di fare un bel concerto con un gruppo di vecchi amici (non suonavamo assieme da 20 anni), ma ho smesso di suonare. Ho perso l’interesse che prima avevo per il rock e raramente ascolto dischi o vado a un concerto. sono cose che mi piacciono ancora, ma non sono più essenziali come lo erano un tempo. L’ultima mia esperienza musicale è stata con un collettivo multimediale di musicisti elettroacustici, cineasti e danzatori, dal 2005 al 208; però mi occupavo della parte video. Quello che mi piaceva era la musica improvvisata, la sensazione di libertà e di sapere che poteva accadere di tutto… non so se mi spiego. Penso che il rock sia diventato per lo più un business con delle regole precise, in cui ognuno cerca di replicare ciò che ha successo in quel momento.

Patrick Foulhoux

Presentati, se vuoi, ai nostri lettori: in che maniera sei stato legato ai Real Cool Killers e di cosa ti occupi ora?
Ho lavorato per la Spliff Records con il cantante dei RCK, Pascal “Buck” Roussel. Contemporaneamente ero anche un promoter, un tour agent e un giornalista (per Rolling Stone, Rock Sound, Punk Rawk e qualche altra dozzina di testate). Ho anche lavorato al documentario sui RCK con il regista Joël Caron (che è stato il primo batterista dei RCK). Dal 1999 al 2008 ho curato dei festival rock nella mia città Clermont-Ferrand. Al momento ho un’etichetta – la Pyromane Records – e ho iniziato a scrivere libri rock. Il primo l’ha pubblicato Pyromane Books.

Quando e in che maniera sei venuto a contatto coi RCK?
È stato molto presto. Quasi all’inizio della storia della band. Ho lavorato per loro, alla Spliff, dal 1989-90, quando I boss dell’etichetta mi chiesero di aiutarli per la promozione dell’etichetta. E poi i membri del gruppo erano miei amici. Clermont-Ferrand è una città molto piccola, quasi un villaggio. Quando ti interessi di rock lì, finisce che tutti conoscono tutti.

Ti va di descrivere, in poche parole, I dischi che I RCK hanno pubblicato su Spliff?
La discografia dei RCK è stata all’insegna dell’evoluzione. Tutto è iniziato con un singolo molto ruvido “No Fun With You/Mad”, un misto di garage, punk & Detroit rock’n’roll. Il primo disco, Black & Wild, era simile. Il gruppo lo registrò a Londra con Christophe Sourice, il batterista dei Les Thugs, come produttore. Chitarre al massimo, energia primitiva, un album selvaggio. Il secondo, Hate Yourselves, sempre con Christophe Sourice al mixer, è un capolavoro e c’è anche un nuovo chitarrista, JP. Questo disco è come un uragano. Tutti ci lavorarono sodo, e questa formazione dei RCK era la migliore mai vista dal vivo. Live erano davvero eccezionali e iniziarono a farsi conoscere in giro per il mondo, da Sydney a Detroit, da Tokyo a Stoccolma. In Spagna la Munster Records fece uscire un e.p. con la cover dei Dead Kennedys “Too Drunk To Fuck”. Per il terzo album – prodotto da Ken Chambers (il cantante dei Moving Targets) – con una formazione nuova, i RCK firmarono per la Survival Records, la più grande etichetta rock indipendente australiana: loro erano l’unica band di un altro continente su Survival. Jeff Dahl aveva suonato coi RCK e gli erano piaciuti molto, così fece uscire un singolo per la sua etichetta. A quel punto il gruppo iniziò a cambiare stile. Buck ascoltava hardcore, noise, jazz, così il sound iniziò a spostarsi verso territori differenti. Per Il quarto disco tornarono alla Spliff Records e registrarono a Ginevra, in Svizzera, al Les Forces Motrices con David Weber. Probabilmente questo è stato il loro disco migliore, il più personale e originale. Ma questa fu la fine della band. Verso la metà dei Novanta erano stati molto noti in Francia, ma poi le cose iniziarono a sgonfiarsi. Nell’ultimo periodo a volte capitò che suonassero davanti a cinque persone.

Sei mai stato in tour con loro? Se sì, hai qualche aneddoto interessante che puoi raccontarci?
Sì, sono stato on the road con loro un po’ di volte. I RCK erano un gruppo davvero selvaggio dal vivo, “black & wild” come amavano descriversi. Pascal “Buck” Roussel live era terrificante, come se fosse ipnotizzato, con gli occhi sbarrati, totalmente pazzo. Ma, al contempo, i RCK erano noti per essere tipi molto divertenti. Nel documentario un giornalista svizzero dice che era incredibile: questi ragazzi erano così oscuri sul palco e così divertenti nella vita di tutti i giorni. Pascal era uno davvero intelligente.

Ho trovato online una vecchia intervista a Buck; risale al 1990 e lui era piuttosto incazzato per il fatto che diceva che era quasi impossibile vendere più di 1000 copie dei dischi e poche persone venivano a vedere i concerti. Cosa mi puoi dire a riguardo?
Al loro picco, verso il 1991-92, i RCK hanno venduto 2000 dischi, suonando molto in giro e arrivando a guadagnarci dei soldi. Con l’arrivo della terza formazione e il cambio di stile è iniziata la decadenza. Comunque era ancora un periodo buono per la musica, confronto a quello che succede oggi.

Una domanda difficile, ma obbligatoria… vorrei parlare di Buck. Sicuramente era l’anima e la mente del gruppo, e mi piacerebbe sapere che tipo di persona era, che vita conduceva… qualcosa per capire meglio il suo carattere e la sua personalità.
Sicuramente guardando il documentario riuscirai a capire molto a questo riguardo. È una storia lunga. Però è vero, Buck era i RCK. Posso raccontare solo il lato pubblico della sua vita ed era un tipo brillante. Realista sulle faccende della vita e sui fatti legati alla politica. Ma anche pessimista riguardo a tutto e niente. La sua ragazza, i suoi amici e la sua musica erano tutta la sua vita. Prima di morire aveva fatto diversi progetti. I RCK dovevano cambiare nome, ad esempio. Non era schizofrenico, ma aveva una personalità doppia: da un lato c’era il tizio pessimista verso il futuro, dall’altra uno divertentissimo, sempre pronto a scherzare, che in città era conosciuto da tutti.

Solo se te la senti di parlarne, puoi dirci qualcosa a riguardo della morte di Buck?
Buck è morto nel mese di gennaio del 1997, a casa sua, impiccandosi. E la sua ragazza era lì… una vera tragedia. I RCK avevano suonato il loro ultimo concerto una settimana prima: ufficialmente doveva essere l’ultimo prima del cambio di nome del gruppo. Buck aveva dei progetti in mente e per noi era impossibile immaginare che si sarebbe suicidato. Aveva denaro, una ragazza davvero in gamba, un nightclub, un negozio di dischi, una casa, motociclette, automobili, una vita davvero figa. Nell’ultimo concerto aveva ancora cantato “I wanna die…” e la cosa ci aveva fatto sorridere. E invece, alla fine…

Sei ancora in contatto con gli ex RCK? Sai di cosa si occupano e se sono ancora interessati alla musica?
Sì certo. Fanno ancora musica, qualcuno lavora anche nell’industria discografica e tutti hanno famiglia e bimbi. Il primo batterista è un regista adesso. JP è sempre in tour con artisti come Keziah Jones e Archive. Il primo chitarrista vive a Parigi, suona in un piccolo gruppo per divertimento. Stéphane, il bassista pazzo, a volte suona in un gruppo rock molto selvaggio per farsi due risate. E così l’ultimo bassista e l’ultimo chitarrista. L’ultimo batterista ha iniziato a fare musica contemporanea con macchine e computer, ma non capisco proprio ciò che suona.

Cosa pensi del dvd sulla storia del gruppo? Non pensi che sarebbe interessante se i dischi fossero ristampati?
È difficile parlarti del dvd visto che ho contribuito a farlo; ufficialmente figuro come consulente, in realtà sono stato co-regista. Per quanto riguarda le ristampe, io dico che è meglio di no: a chi frega dei RCK? Però spesso abbiamo pensato a una compilation di gruppi di Clermont-Ferrand che fanno cover dei RCK. Magari un giorno…

C’è ancora qualche tipo di seguito o – almeno – una riconoscimento del valore dei RCK adesso in Francia?
No, I RCK sono solo un ricordo. Ci sono tantissimi grandi gruppi che vengono dimenticati e loro sono fra questi. Ma è bello che ogni tanto ci sia qualcuno come te che se ne ricorda. È la cosa migliore che può accadere, per ricordare la band e Buck.

Jeff Dahl

Alla fine degli anni Ottanta avevo letto qualche recensione dei loro primi lavori  e mi ero fatto l’idea che fossero un gruppo che dovevo provare a sentire, ma era impossibile trovare copie dei loro dischi in California e Arizona, all’epoca.
Alla fine trovai un indirizzo di posta e iniziai a corrispondere e diventai amico con Buck… ci mandavamo lettere e scambiavamo dischi. La loro musica mi piaceva moltissimo. Quando poi andai in tour in Francia mi incontrai con Buck un paio di volte, andammo a cena assieme e facemmo delle jam sul palco: era un ragazzo molto a posto e un grande musicista.
Appena iniziai con la mia etichetta personale (la Ultra Under – n.d.a.), chiesi loro se volevano fare un singolo e loro gentilmente acconsentirono. E’ uno dei miei preferiti tra tutti i dischi che ho pubblicato: roba scura e rock, molto eccitante.
Tutte le volte che ho avuto a che fare con Buck è stato piacevole e positivo, quindi per me è stato uno shock apprendere della sua morte.
Mi capita ancora di pensare a lui e mi piace sempre la musica che lui e i RCK facevano.

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Assemblare, tradurre e scrivere questo pezzo è stata un’impresa che ha portato via molte ore, ma che è stata possibile solo e unicamente grazie all’aiuto fondamentale di alcune persone. Per cui mi sembra importante, anche se è un po’ bizzarro, rendere onore e merito a tutti. E allora… ringraziamenti/thanx to:
Roberto Gagliardi (per i contatti, per il primo album dei RCK, per la grandissima disponibilità e per l’amicizia… e se non me li avessi consigliati tu 10 anni fa, non li avrei mai conosciuti i RCK); Patrick Foulhoux (thanx for the interview and the great help: you rock); Joël Caron (thank you for the amazing interview and for the copy of your great documentary); Jeff Dahl (for the friendship, the help and for being the great rocker he is)

Foto di Fred Lonjon

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Di seguito un riassunto documentale di tutte le info cronologiche relative al gruppo (formazioni, cambi, concerti, session in studio, dischi etc etc) – per gentile concessione di Joël Caron. Clicca sui thumb per aprire il documento a tutto schermo.

Un bluesman mannaro americano a Londra

Jeffrey Lee Pierce – Hardtimes Killin’ Floor Blues (Choses Vue, 2007, di Henri Jean Debon)

La semplicità di una certa conoscenza, di alcuni concetti dati per scontati, troppo spesso viene scambiata per banalità. Sembrano sciocchezze ai limiti della superstizione, stupidaggini di poco conto, pure cazzate da TG4 – periodo ferragostano, magari. E invece in alcuni casi è tutto vero. Troppo. Ad esempio quando ti dicono che vedere da vicino i tuoi idoli non è quasi mai – o mai – un’esperienza edificante; anzi è meglio evitare.
Ecco, avrete già capito l’antifona. Il sottoscritto è stato letteralmente ossessionato da Jeffrey Lee Pierce e dalla sua musica per circa 20 anni – e lo è ancora. Ma visionare questo documentario uscito nel 2007 è stato un duro colpo. Durissimo. E’ per questo che mi risolvo a parlarne solo dopo qualche anno, dopo avere razionalizzato, metabolizzato e – paradossalmente – imparato ad accettare anche il lato più oscuro ed esecrabile del personaggio.

Ebbene, Hardtimes Killin’ Floor Blues (del francese Henri-Jean Debon, già autore di diversi cortometraggi e videoclip) nasce da una dinamica molto simile a quella descritta in apertura. E’ il 1992** e Debon ha il culto di Pierce; coglie l’occasione, visto che abita a Londra non lontano da Jeffrey, per filmarlo. Vuole raccogliere materiale per un documentario che renda giustizia al suo eroe. Così per qualche tempo – con il consenso di Pierce – lo segue al pub, lo intervista a casa e gira qualche ora di materiale. Peccato che non ha fatto i conti con un dettaglio non da poco… ovvero che Jeffrey è veramente arrivato a toccare il fondo.
E’ un musicista senza un’etichetta discografica e senza un soldo; ha perso la sua compagna (nonché bassista dei Gun Club) che si è messa con il batterista; per diretta conseguenza la band è evaporata e lui si è reinventato solista. Ma non basta. Jeffrey è solo, spaesato, imbolsito, alcolizzato, intriso di dolore e di un’evidente incapacità di affrontarlo. O, forse, di affrontare la vita. Nick Cave in persona, che arriva in visita all’appartamento in 34 Elsham Road, si lascia sfuggire una frase emblematica: “Jeffrey, devi riprendere in mano la tua vita e sistemare le cose. Qui è un cazzo di porcile”.

Il Pierce che la macchina da presa di Debon cattura è, insomma, ben lontano dall’icona del bluesman punk, figlio della Los Angeles in fermento degli anni Settanta e sempre alla ricerca di un crocevia per incontrare il diavolo – o un suo convincente surrogato. Fa quasi tenerezza, a tratti, mostrando quel lato infantile che chi lo conosceva bene spesso ha descritto, ma che dalla sua musica non traspirava neanche in maniera casuale; ha l’aria – col senno di poi – di una persona che è arrivata. E non all’apice della propria carriera, ma – al contrario – al capolinea. Tutto è stato detto, tutto è stato fatto, restano solo i cocci. Come scrive il mio amico Gianni, “ognuno deve fare i conti con cosa rimane di sé”: già. Jeffrey, probabilmente, li stava iniziando a fare e non penso gli stesse piacendo troppo quello che vedeva. Una caricatura del bluesman che da sempre ha cercato, con tutte le sue forze, di diventare.

E’ tutto distillato in 60 minuti netti (più una manciata di bonus), che si srotolano in due location principali: l’appartamento incasinato in cui Jeffrey suona (peraltro è diventato un ottimo chitarrista blues) e tiene banco; e il pub  The Kensington (all’11 B di Russel Gardens) dove passa lunghe ore in compagnia di personaggi improbabili e improponibili, nati da una copula ubriaca tra Dickens e Mr Bean.

Alla fine della visione – fidatevi – proverete una mortifera sensazione di gelo. Per qualche giorno avrete il sospetto di aver sbagliato a venerare Jeffrey così come avete fatto, perché l’icona, in questa oretta di dvd, diviene più umana e ordinaria del vostro ex vicino di casa che si è giocato l’appartamento al videopoker (ed è la stessa sensazione che ha frenato Debon, per quasi 15 anni, impedendogli di pubblicare questo materiale).
Poi passa, ve lo garantisco. Perché dopo la botta si riesce a mettere in prospettiva, fare un bilancio: e qui pesa la grande musica che Jeffrey ci ha lasciato. Alla fine si chiude in positivo; un positivo leggermente più risicato rispetto a prima, ma anche più vero e pulsante. Pierce non era un santo, non era un dio, non era infallibile. Era un ragazzo con un casino di problemi e uno schizzo di genio blues a tenerlo insieme.

(**): Non è chiaro il periodo in cui le riprese sono state fatte. Il regista stesso fa una gran confusione, visto che in occasioni diverse cita anni diversi. Per cui la copertina del dvd parla di 1992, Debon a volte cita il 1992 e altre il 1994. Verosimilmente collocherei il tutto più verso il 1994, visto che Romi Mori ha già abbandonato Jeffrey – evento che si è verificato tra il 1993 e il 1994.

Obsessed by the Obsessed

Qui il metal d’annata, quello sanguigno, minimale e “storico” ci piace. E parecchio.
Gente come gli Obsessed, per esempio, padrini del sound doom, eroi sfigati, perdenti con capelli lunghi e chitarre ruggenti.

E allora, grazie al solito provvidenziale Youtube, godiamoci un mini-documentario proprio sugli Obsessed di Wino; si tratta di un oggettino ormai vintage, uscito su VHS nei primi anni Novanta, frutto di uno sforzo della Columbia che voleva promuovere la band dopo la reunion.
Il disco (The Church Within) però non vendette e il gruppo venne scaricato. Con buona pace dei membri che si divisero andando incontro ad altre avventure musicali.

Eccolo, nella gloria del formato analogico riversato in digitale.
Fate attenzione a Rollins, che è sempre fonte di aneddoti.

Tutto Lemmy minuto per minuto

Lemmy: The Movie (2010, di Greg Olliver, Wes Orshoski)

Quell’attacco sbrindellato di basso in “Ace Of Spades” è uno degli assiomi del rock and roll. Un altro assioma è l’autore di quel riff.

E da qui partiamo per parlare di Lemmy: The Movie, un documentario che per la monotematicità e l’incenso profuso se la gioca con Padre Pio da Pietralcina Santo Subito.
“Lemmy è Dio”, esclama in visibilio un fan delle Testeaspinterogeno (Motorhead è un brano che risale al periodo in cui  Lemmy militava negli Hawkwind ed è una termine che indica i consumatori di speed); gli fanno eco uno stuolo di  viziosi colleghi rockstar Alice Cooper, Ozzy Osbourne, Dave Grohl, i Metallica, Joan Jett, Dee Snider, Slash che tessono così tante lodi in pompa magna da rendere questo rockumentary una specie di coccodrillo visivo ante-mortem del più filo esteta nazista della storia del rock: Mr. Lemmy Kilmister.

In effetti il rantolo asmatico di Lemmy, unito a un colorito ceruleo e soprattutto i 63 anni suonati sul groppone (molti dei quali trascorsi con una bottiglia di Jck Daniel’s in mano, per annaffiare lo speed troppo amaro da mandare giù) non fanno ben presagire. Lui stesso, durante un programma radiofonico, a un fan canadese che gli domanda  come abbia fatto a sopravvivere a tanto risponde semplicemente: “Non morendo”.

Per chi è più o meno della mia generazione non sarà difficile accostare il bulboso ufficiale Kilmister a Big Jim 004, quello con la valigetta multifaccia, dopo aver visto questo bio-film definitivo.
C’è un Lemmy Facciadibronzo che – come da cliché – va al Rainbow a bere whiskey e toccare i culi delle escort di turno, vabbè questo lo fa anche il Berluska. C’è il Lemmy Facciadaelmetto che scorrazza su un carro armato preso a nolo da due nostalgici del baffetto con la svastica. C’è il Lemmy Facciadapredica che consiglia al figlio di farsi di speed, invece che di coca. C’è il Lemmy Facciadapadrinodelmetal che gigioneggia con i suoi figliocci Metallica. Infine c’è il Lemmy Facciadamicrofonosopralatesta, planetariamente noto, che con le corde vocali infiammate dall’alcool e gli stivalazzi customizzati ci annichilisce: “Se vuoi scommettere, sono l’uomo che fa per te, che tu vinca o perda, per me non c’è differenza”.

Me lo immagino sornione che se la ride, essendo sopravvissuto anche alla sua santificazione su celluloide.

Sweet home Chelsea

Chelsea on the Rocks (Abel Ferrara, 2007)

Senza il Chelsea Hotel il rock and roll sarebbe stato più povero. Luogo culto di New York (al 222 West 23rd Street, Manhattan, tra la Seven e l’Eight Avenue, vicino a Chelsea) attivo dal 1884 è stato un crocevia di anime bohemienne e di sostanze che hanno generato  miscele di esplosiva creatività: “Chelsea Hotel”  di Leonard Cohen, dopo un pompino fugace di Janis Joplin al bardo canadese proprio in una stanza dell’hotel; “Chelsea Morning” di Joni Mitchell, che indirettamente ha dato il nome a Chelsea Clinton; “Third Week in the Chelsea” dei Jefferson Airplane; “Like a Drug I Never Did Before” di Joey Ramone…  e poi qui dove Wharol ambientò il suo estenuante lungometragio Chelsea Girls, con Nico e il resto della cricca.

Ma fu anche teatro di alchimie nichiliste: qui nel 1953 il residente a lungo termine Dylan Thomas si prese l’ubriacatura che gli risultò fatale; e nella stanza numero 100 si consumò l’omicidio di Nancy Spungen da parte di Sid Vicious.
Nel 2008, un anno dopo che il Chelsea, subissato da debiti, era stato messo in vendita (per la cronaca, il motto di Stanley Bard, mitico manager del Chelsea negli anni Sessanta era: “Non siamo qui per far soldi” un rovesciamento del titolo del  famoso disco di Frank Zappa), il regista yankee partenopeo  Abel Ferrara ci mise lo zampino riuscendo, col suo documentario Chelsea on the rocks a cogliere la contraddizione di fondo di questo luogo così fortemente carico di energie – archetipo junghiano ma anche ying-hiano – di eros thanatos.

Ferrara esaspera il ruolo del regista fino a trasfigurarsi in voyeur e diventato  tutt’uno con la sua macchina da presa; se ne va in giro per il Chelsea sondando ed esplorando i corridoi, le stanze, i bassifondi, facendo splendide carrellate sullo skyline della Grande Mela. Ma soprattutto raccogliendo dai protagonisti e dai co-protagonisti una serie di  racconti e aneddoti grotteschi (tragica-divertente la storia raccontata da Milos Forman, mentre la dichiarazione d’amore di Ethan Hawke è una recita d’autore), nonché una ricostruzione (recitata) della morte di Nancy Spungen.

L’innato spirito anarchico  di Abel Ferrara sembra assolutamente assecondare la natura bohemienne del luogo: l’impressione che si riceve alla visione è che gli stessi antichi frequentatori del posto, ormai nelle vesti di fantasmi, siano smaniosi di raccontarsi; e questi fantasmi, più che imprigionati e incatenati nel limbo del Chelsea, sembrano non volersene più andare, ma solo vagare liberi di stanza in stanza.

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