I will work… for food

for foodFor Food – Don’t Believe In Time (Fooltribe, 2014)

[di Tab_Ularasa]

I For Food hanno semplicemente fatto, a oggi, il miglior disco italiano del 2014.

Il disco si chiama Don’t Believe In Time. Loro sono di Ferrara… no Roma o Milano. Non sono un gruppo nuovo, nato dal nulla, ma hanno tutti alle spalle esperienze musicali sotterranee di valore assoluto – ma sconosciute ai più (altro…)

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Il ritorno dei bagnini

Manges_All is wellManges – All Is Well (Monster Zero, 2014)

Esistono da 21 anni circa, i Manges… e sfido chiunque abbia vissuto gli “anni Novanta punk” in italì a non avere almeno un loro 7″ in casa (ne hanno pubblicati una carriolata!).

Ora, tornano – dopo Bad Juju del 2010 (anche se hanno pubblicato una raccolta di singoli lo scorso anno) – con quello che è il loro quarto album effettivo (altro…)

Tutti a Guvano!

esf

ESF Evolution So Far – Selvaggio (Mescaleros/FalloDischi/BloodySound Fucktory/QSQDR/Plan8/Que Suerte!, 2014)

Mi scappello – nel senso che mi levo il cappello in segno di riverenza e rispetto. Gli Evolution So Far vincono (altro…)

Rippers reprise

The Rippers – Better The Devil You Know (Slovenly, 2012)

Il buon Franco “Lys” Di Mauro ha già recensito il cd in questione qui su Black Milk, ma essendomene arrivata una copia a casa, dopo un ascolto fulmineo non posso esimermi dal dire due parole anche io. Perché questo è un  grande album di garage sbavante, rabbioso come un lupo mannaro e soprattutto competitivo (altro…)

Conosci i tuoi diavoli

The Rippers – Better The Devil You Know (Slovenly, 2012)

[di Franco “Lys” Dimauro]

Avete letto le ultime? Gli squartatori hanno scontato la pena e sono di nuovo in circolazione.
Le signore sono avvisate. Spranghino le porte. O, al contrario, spalanchino altro.

Quando ci sono i Rippers in libertà, è meglio non farsi vedere in giro. Soprattutto quando sono infoiati e carichi di bava e sborra come su questo disco, dopo tre anni passati in cattività.
I tanti garager o presunti tali farebbero meglio a starsene per un po’ rintanati nelle loro cantine e aspettare che il branco passi, poi uscire e cercare di non calpestare la merda che avranno lasciato a seccare sui ciottoli.

Better The Devil You Know mette in fila undici brani che spazzano via la concorrenza (italiana e non) in ambito garage punk, accordo su accordo, riverbero su riverbero, percossa dopo percossa, randellata dopo randellata.
Ogni cosa al posto giusto, come il corpo di Tura Satana. E anche qui vorresti mettere le mani ovunque, magari mentre passa il treno di “A future time”, la mandria di “Just for ten dollars” e il cingolato twangy di “Hey Mr. Chemist” oppure mentre l’ armonica di “The prey is in” o “I was going home” fende l’ aria e viene a tirarti via la pelle.

Una pioggia dorata sulle fosse di Link Wray, Beat Merchants, Jay-Jays, Frays, Wheels, Crawdaddys, Hoods, Wylde Mammoths, Beatpack, Mystreated.
Smettetela di ridere quando vi si parla di garage punk che qui a ogni sganasciata vi vola via un dente per volta.

Thanx god, no dub

Dubby Dub – Sorry, No Dub (Ammonia, 2012)

Uhm… mica male. L’apertura con un pezzo come “Love Kills” che mescola garage rock, punk 77 e un  goccio di Britpop è decisamente un bel biglietto da visita per questi ferraresi che si chiamano Dubby Dub (di cui confesso di avere ignorato l’esistenza fino all’arrivo del cd). Poi a guardare meglio si nota che la band non ha basso (per me: fico!), ma bensì tre chitarre e procedendo nell’ascolto si inquadra meglio il genere: un punk, rock, alternative esuberante, che frulla tutto ciò di buono che i Novanta hanno più o meno elargito – dal noise rock al punk revival, passando per il grunge, l’indie, lo stoner e le deviazioni garagistiche di International Noise Conspiracy e Hives.

Intriganti a sprazzi, divertenti senza dubbio, da risentire più avanti per inquadrarli meglio.

Li aspettiamo con ulteriori prove: nel frattempo rock on…

Made in Las Pezia

Made – Is It Different (Area Pirata, 2012)

Una band spezzina in pista da 15 anni: ecco chi sono i Made, usciti freschi freschi su Area Pirata con un cd  con 10 brani.

Sono alfieri di un sound profondamente British e pop: diciamo un Brit-pop/mod/indie/rock/garage molto melodico e che dorme avvolto in uno Union Jack… la melodia è padrona e signora di queste tracce, dando al tutto un mood spensierato e leggero, divertente; e forse è un po’ questo il problema per il sottoscritto, in questo particolare momento: troppa solarità. Ma ovviamente siamo nel reame del gusto personale e irrazionale, perché oggettivamente – e senza nessuna possibilità di smentita – i Made sono una band della madonna e questo è un dischetto che farà impazzire i fan del genere, per il suo piglio filologico (sempre magistralmente in bilico tra i Sessanta, i Settanta e i Novanta).

Del resto il loro precedente lavoro del 2009 era già un’evidente dimostrazione del valore della band: gente coi controcoglioni che suona musica senza tempo e sa scrivere pezzi che ti si stampano in testa. Quindi, abbandonando le cupezze contingenti, il giudizio non può che essere ottimo. Band di guerrieri del sottosuolo così sono sempre da supportare, per la causa e per il piacere di ascoltarle.

Mark Lanegan Band – Blues Funeral

Mark Lanegan Band – Blues Funeral (4AD, 2012)

Mark Lanegan è uno di quei musicisti che ha più band e progetti paralleli che peli sul culo e aggiungiamo anche che chi non conosce il lupo mannaro di Ellensburg, probabilmente si è fatto una bella dormita durante tutti gli anni Novanta.

Sgombriamo il campo dagli equivoci: Blues Funeral è un disco blues a tutti gli effetti per l’atmosfera sepolcrale che lo pervade, per i testi provenienti direttamente dall’oltretomba e per la voce inconfondibile di Lanegan – che qui si fa ancora più mortifera del solito.
Sicuramente l’ex leader degli Screaming Trees ha reinventato il modo di fare blues, lontano anni luce da I’ll Take Care Of You in cui restava fedele all’ortodossia, ma molto vicino (nonostante gli otto anni trascorsi) al capolavoro del 2004 Bubblegum imbevuto di elettronica.
Funeral Blues, proprio come Bubblegum, va ingerito dalla prima all’ultima traccia senza perdersi in troppe distinzioni e scalate di marcia. Basterebbe la cavalcata nel deserto del singolo “Gravedigger Song” verso una frontiera spiritica, in cui Lanegan sembra dialogare con i fantasmi del suo passato, a fare di Funeral Blues un disco da mettere nello scaffale tra John Lee Hooker e  Skip James.

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