Figgiu du diau

Diego Curcio & Johnny Grieco – Figli del demonio (Libero di scrivere, 2012, 218 pag.)

Alla fine – con buona pace di corvacci, scettici professionisti, editori pavidi, cazzari assortiti e ignavi patentati – questo libro è uscito. Certo, per un editore piccolo (forse troppo per garantire la capacità di fuoco minima sindacale per promuovere un titolo del genere), ma almeno la missione è stata compiuta e la vicenda dei Dirty Actions di Genova è stata consegnata alla storia in modo indelebile.

In 218 pagine il giovane giornalista e punk rocker Diego Curcio, con la collaborazione del frontman della band Johnny Grieco (nonché disegnatore e agitatore culturale dell’Itaggglia degli ultimi 30 e passa anni), traccia una storia dettagliata senza ossessionare più del dovuto con date, dati e minuzie. Insomma questo è un libro che parla di vite pulsanti e non di particolarità dei vinili, di strumentazione e di numero di take per ogni brano in studio… ed è l’approccio più corretto, in omaggio alla punkitudine dei Dirty Actions, nonché al fatto che la loro storia è talmente poco nota che sarebbe stato un peccato soffocarla nelle spire della pignoleria.

Se siete di Genova o avete frequentato la città, vi perderete a fantasticare anche solo per i riferimenti a luoghi e posti di cui Figli del demonio è infarcito; e poi i personaggi, i locali, i nomi di band… è un’esperienza proustiana. Per tutti gli altri c’è un ottimo libro che racconta una scena punk piuttosto misconosciuta (per non dire negletta), che si è sviluppata secondo regole proprie… e soprattutto per ricordare che il punk rock italiano non è stato solo Great Complotto o scena milanese, ma c’erano altri che si muovevano in contesti meno visibili.

Una lettura veloce e a frammentazione come una granata, ricca di contributi di chi c’era e viveva la Genova dei Dirty Actions. Indispensabile per studiosi e amanti del punk rock italiano della prima ondata.

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Catzilli e siluri

Johnny Grieco – bad BaBy (GRRR zetic, 152 pag, 2011)

Johnny è l’alter ego artistico – che convive in un rapporto simbiotico-conflittuale col suo altro aspetto – di Gianfranco Grieco; insieme, JG & GG sono responsabili di produzioni che spaziano dalla musica alla poesia, dalla grafica al fumetto. Il tutto in un arco iniziato a metà anni Settanta e ancora oggi in piena parabola ascendente, visto che i due Grieco sono sempre impegnati nei loro progetti, continuamente in moto.
Per chi ancora non ci fosse arrivato o fosse giunto da queste parti da poco, Johnny Grieco è “quello” dei seminali – che termine di merda, ma ci siamo capiti – Dirty Actions, “quello” di Le Silure d’Europe, “quello” del Catzillo… disegnatore, cantante, performer, poeta, produttore, ex modèlo (pronunciato alla sudamericana) nella Milano da bere e da pere, musicista, fanzinaro degli albori, mail artist e blablabla. Un’eminenza grigia del panorama underground e non italiano, per chiudere il discorso.

Questo bad BaBy è un volume che si concentra sull’aspetto fumettistico/vignettistico, raccogliendo centinaia di disegni, sketch, vignette, tavole, veloci scarabocchi e vere e proprie opere artistiche.
Si va dalle caustiche vignette di satira politica di fine Settanta/primi Ottanta (tra le mie preferite: mi hanno riportato ai miei 10-11 anni, quando dei giornali che leggeva il mio papà io guardavo solo le vignette satiriche, spesso senza capirci un cazzo visto che non ero esattamente informatissimo a quell’età fatta di Big Jim, biciclette Saltafoss e cassettine di musica registrata a caso dalla tv…), ai testi di canzone illustrati. E poi c’è il mitico Catzillo, che se non lo conoscete vi conviene provvedere immediatamente perché è una delle schegge più iconoclaste, candide e urticanti del fumetto underground italiano.

Se – come me – siete della generazione dei bimbi degli anni Settanta, in questo bel libro troverete molte suggestioni che vi riporteranno a quei tempi e alla logica conseguenza che, in qualche modo, furono gli anni Ottanta. Si respira l’aria elettrica del fumetto non allineato, quello che ha la sua tradizione più nota ne Il male, in Cannibale, nel vecchio Linus, in Frigidaire… il tutto – però – con una vena innegabilmente legata al punk.

Questa è storia. Godetevela. E io, intanto, attendo il libro che GG/JG sta completando sulla storia dei Dirty Actions (se non ho capito male)… lì se ne leggeranno delle belle davvero.

Tutti siamo fighi!: Johnny Grieco dixit

griecoAbbiamo recensito il suo ep solista I’m Cool qualche tempo fa, ora l’abbiamo intervistato.
Signori e signore, nello splendore del Black-Milk-o-Rama, Mr Johnny Grieco (from Genova City) ci parla dei Dirty Actions, della sua visione musicale, della sua via da solista e di altro ancora…

Ascoltando I’m Cool c’è l’impressione che covassi questi brani da tempo, una specie di incubazione di una rara malattia esotica pervade l’intero ep. Quando l’hai contratta?
Hai visto giusto. Per essere precisi il virus l’ho contratto negli ultimi mesi del 1980. Ero in studio con i Dirty Actions per registrare il brano “Aktion/Aktion” dedicato al performer austriaco Rudolf Schwarzkogler. Quel pezzo rappresentava un diverso modo di intendere la stesura di una song e lo svolgimento del testo rispetto ai nostri standard. Di base restavano i tre/quattro accordi punk ma non sparati alla velocità della luce, piuttosto un semplice riff con la chitarra non eccessivamente distorta ma piuttosto “disturbata elettronicamente” a cui si appoggiava una linea di basso slap-quasi funk, il tutto spalmato su una traccia scarnificata di batteria elettronica fredda e asettica. Il synth sottolineava alcuni momenti. Il testo era recitato, indolente, il tono di voce era assente senza emozioni. Non avevamo inventato nulla, andate a sentirvi My Sex degli Ultravox del 1977 come verifica e poi non dimentichiamo che in Italia c’erano: Faust’O, Garbo, il primo Ivan Cattaneo-futurista che in parte si ispiravano al periodo berlinese di Bowie e anche il primissimo Battiato elettronico e ostico del dopo zeppe trampolate alla Ziggy. Nella collana Rock 80 della Cramps poi eravamo in compagnia dei sintetici X-rated e a Genova ero salito sul palco a improvvisare vocalizzi con i K.K.K. elettronici e sperimentali (dei quali purtroppo ben poco o nulla è rimasto e anche i due membri fondatori purtroppo sono scomparsi). Ma in quel momento, per la nuova fiammante scena punk italiana, era una scelta controcorrente. Eravamo punk e osavamo fare della musica non propriamente punk. Ghetto nel ghetto. Non proprio dei pionieri ma sicuramente dei provocatori.
In realtà l’elettronica era ed è una delle mie vecchie passioni. Ne ho sempre subito il fascino. Come per certa musica classica contemporanea e d’avanguardia. I riferimenti storici e colti qui si precano, fino a diventare un lungo e noioso rosario di nomi: dai precursori Kraftwerk all’oscura psichedelia dei Pink Floyd con Barrett, ai vari esponenti del Krautrock, termine orrendo, come Can, Neu!, Popol Vuh fino ad arrivare alle origini con Stockhausen e gli italiani Berio, Nono poi ancora Ligeti e Cage.

Quanto senti lontano I’m Cool dal resto della produzione dei tuoi Dirty Actions (leggendaria punk band ligure) in senso sonoro e più strettamente di approccio?
Per quanto le distante con i vecchi-nuovi Dirty Actions paiono siderali, in realtà preferisco considerare I’m Cool come una naturale prosecuzione di quanto iniziato con i Dirties.
I Dirty Actions sono stati una delle prime punk band italiane che in pochissimo tempo ha avuto un percorso artistico davvero particolare. Pur restando fedelissimi al punk degli esordi abbiamo esplorato diversi generi che in quegli anni nascevano o erano riscoperti, principalmente in Inghilterra. Il primo innamoramento fu per il funk poi i primi vagiti del rap, naturalmente l’elettronica fino a farci coinvolgere dai ritmi latini e tribali. Il pubblico genovese di quegli anni era molto esigente e difficile, attento ai nuovi fenomeni musicali, non potevi riproporti sul palco con gli stessi pezzi del concerto precedente e questo ti costringeva a una continua ricerca. La nostra hit “Bandana Boys” nasceva da un giro di flamenco “innestato” su una base di tamburi di guerra degli indiani americani. Così è nata e ogni volta che la proponevamo dal vivo diventava sempre più lunga e selvaggia. Su Gathered, la compilation di Rockerilla, verrà pubblicata la sacrilega dance version remix con un breve rap nell’inciso e la batteria rigorosamente in 4/4.
Per quanto riguarda il mio percorso personale nel 1986 affronterò  il reggae con “In Soh Reckshan”, il pezzo registrato in Jamaica con i Wailers di Bob Marley, che verrà pubblicato su vinile l’anno dopo e l’inedito “Consciousness” realizzato con gli Aswad.
Insomma la contaminazione del punk con altri generi è sempre stata una costante dei vecchi Dirty Actions e naturalmente anche la mia.

Consideri il tuo lavoro una boccata d’ossigeno o l’inizio di un percorso artistico percorribile e tutto da sperimentare?
Entrambe le cose. Senz’altro può essere inteso come la prosecuzione di un percorso artistico il più libero possibile da condizionamenti derivanti dalle mode del momento o dal mercato e si può considerare anche una boccata di ossigeno perchè avevo la necessità di misurarmi come autore completo: musica, testo, composizione, scelta dei suoni, missaggio, produzione. Sperimentare mi ha sempre affascinato, mi piace lasciare il certo per l’incerto, la via nuova per la vecchia, in poche parole rischiare. Non è un merito, ne’ un atto di coraggio. E’ una necessità per me, impellente.
In realtà vorrei fare cose ancora più estreme, ostiche, inascoltabili ma ogni tanto entro in conflitto con la mia latente vena melodica. Da qualche parte nel mio organismo c’è una tendenza all’armonia che tende ad ammorbidire e smussare le dissonanze, che stempera e attenua il mio nichilismo. Una sorta di istinto di sopravvivenza, anche se non è poi il termine esatto, che mitiga le tendenze autodistruttive.

Come consideri e in che stato vedi i tuoi contemporanei pionieri della scena punk e new wave italica al momento attuale
Miss Xox del Great Complotto di Pordenone è uscito con un gran bell’album, molto particolare. Anche i Punkow hanno fatto un ottimo lavoro, da sottolineare il ritorno dei Neon e dei Mercenary God e poi il mai domo Tony Face con Lilith, anche in questo caso il cd è davvero originale e intenso. E poi gli Skiantos, inossidabili. Come sono davvero interessanti le proposte di Freak Antoni e Alessandra Mostacci. Diciamo che i miei contemporanei tengono il passo senza affanni, il che dimostra una buona apertura mentale tipica di chi ha vissuto quegli anni. L’imprinting degli anni Ottanta si fa sentire anche a distanza di trent’anni. Non sembrano, non sembriamo, dei sopravvissuti, insomma.
Ma non mi stancherò mai di ripeterlo: c’è bisogno di cose nuove, di linfa nuova. Mi va bene che Iggy zompi su un palco a quasi sessantadue anni e godo al pensiero di suonare e divertirmi fino a ottanta e oltre, ma voglio ed esigo gente nuova e roba nuova che mi faccia saltare le cervella e non le solite riproposizioni di musiche già sentite e rimasticate mille volte.
Kids fatevi il culo, fatevi scoppiare, date l’anima, in senso metaforico sia chiaro! E’ vero, è difficilissimo riuscire a proporre cose nuove, ma bisogna sempre provarci.
E buttate al cesso questo emo-power-pop contemporaneo! E se proprio non potete farne a meno, cercate di stravolgerlo.

Non pensi che ultimamente ci sia una certa mitizzazione degli anni Ottanta in senso commerciale del termine, credi ci sia buona fede o è una subdola e bieca operazione di marketing?
Senza nulla togliere alle potenzialità espresse negli anni Ottanta che ho decantato prima, convengo con te che sia soprattutto una subdola e bieca operazione commerciale e di marketing. Riproporre i vecchi e sicuri successi del passato costa molto, molto di meno che investire su nuove proposte e fa guadagnare molto di più. Preferisco sempre guardare avanti.

Quali sono le band e i personaggi dell’epoca che ascolti con piacere anche oggi?
Per l’Italia quelli che ho citato sopra più i Gaz Nevada. Per il resto sono tanti, davvero: da Adam & the Ants ai Clash, ai Soft Cell poi Heaven17, Exploited, Killing Joke, Suicide, Sex Pistols, Damned, Dead Boys, Ultravox con John Foxx, Pop Group, Clock DVA, Germs, Dead Kennedys, Contortions, ABC, Bauhaus, PIL dimenticavo i Devo, Pere Ubu e cazzo… i Cramps! La morte di Lux Interior mi ha sconvolto come quella di Ron Asheton… potrei continuare a nominare altrettanti e ne avrò dimenticato sicuramente qualcuno.

Che reazioni immediate stai ricevendo dopo l’uscita di I’m Cool da chi ti segue da più tempo?
Sorpresa, meraviglia, per la maggior parte reazioni positive e lusinghiere, a volte fin troppo. Addirittura un carissimo amico, restìo ai complimenti, lo ha definito un grande tributo alle nostre radici musicali.

Reputi che le fanzine e tutto ciò che ruotava attorno al mondo punk e alternativo degli anni Settanta e Ottanta si sia perduto per sempre sostituito dai vari myspace e facebook oppure c’è ancora un lumicino acceso?
Sono uno di quelli che a dispetto del mio pessimismo cosmico vedo sempre un barlume flebile, flebile, lontanissimo ma ancora acceso. D’ altra parte per resistere alla virulenza delle varie ondate di restaurazione degli ultimi trent’anni se non avessi nutrito un minimo di speranza, mi sarei già fatto fuori trenta volte, una volta all’anno almeno. Prima di essere punk ho fatto parte di quella generazione che, forse un po’ ingenuamente, si sentiva parte di una grande e possibile rivoluzione. Questo sentire, questa indomabile energia verrà soffocata a partire dal 1977 da una feroce e inesorabile repressione. I bollettini di controinformazione e i fogli rivoluzionari lasceranno il posto alle fanzine e ad altre forme di comunicazione molto più articolate, per alcuni più dispersive e inconcludendi. Non so se Facebook o MySpace possano sostituire le fanzine o essere considerati possibili forme di comunicazione alternativa e trasversale. L’unica cosa positiva è che sono media accessibili a tutti e al momento la censura non è così pesante anche se è presente in varie forme. Dipende sempre dall’uso che se ne fa, come vengono utilizzati tali strumenti. Con Facebook il problema è il diluvio di informazioni, inviti, richieste, suggerimenti, aggiornamenti che ti fa perdere un sacco di tempo. E’ meglio l’informazione veloce in tempo reale tipica del web oppure la classica informazione ponderata tipica della carta stampata? Fast news or slow news? Who knows?
Senza contare la qualità e l’attendibilità delle informazioni, che è un’altra enorme incognita ed è sicuramente il problema più grosso.

Nel tuo disco solista non c’è alcuna nostalgia o rimpianto sugli anni passati, ciò è dovuto dal fatto che una certa rabbia prevale sul momento presente o non sei un nostalgico/romantico di natura?
Questo è un ottimo complimento. Diciamo che ho sempre cercato di evitare i rimpianti nella mia vita, tentando di fare, nei limiti del possibile e con sforzi sovrumani, quello che volevo fare. No, mai stato fortunato. Quello che ho ottenuto me lo sono guadagnato lavorando duramente e blablablabla… solita solfa. Per certo so che non è possibile estirpare alla radice la vena nostalgico/romantica presente in misura diversa in ognuno di noi. Diciamo che riesco a nasconderla bene. L’esperienza aiuta molto. La rabbia c’è, esiste ed è ben presente. Le motivazioni che l’alimentano crescono ogni giorno come funghi, dalla politica al sociale.

Quanto conta essere fighi (cool) ai nostri giorni? E chi reputi figo dal tuo punto di vista?
Tutti siamo fighi! Tutti possiamo essere dannatamente cool. Basta convincersene.
Il sentirsi cool del pezzo I’m Cool ha un significato molto ampio. Significa essere ok, tranquillo, calmo, senza problemi, sicuro di se’ e a proprio agio qualsiasi cosa succeda.

Ma in realtà chi canta I’m Cool vuole convincere se’ stesso di tutto ciò. Tendenzialmente è uno psicotico e non ha nulla sotto controllo, è una mina vagante, si sta trattenendo a fatica prima di esplodere! Ce la farà?

Hai in mente un tour promozionale? e come pensi di proporre i nuovi brani dal vivo?
Ci sto pensando. Ho già proposto i brani remixati di 21 Dirty RMXs con le basi e accompagnato da dj come Cesare Ferioli a.k.a. Big Mojo con cui mi sono esibito più volte e con cui ho già presentato il pezzo “I’m Cool” dal vivo a Bologna. Non c’è dubbio le serate con i djs sono molto divertenti e coinvolgenti. Mi ricordo una serata davvero selvaggia al csa Dordoni di Cremona con Kruz, EdBlast, Bedo, Mim$, Visual Sensation e Airbag Killex.
Certo la mia condizione ideale è quella di avere un gruppo dietro al culo che spinge come un dannato.
Ma riproporre i nuovi pezzi con una vera e propria band non è molto semplice. Riprodurre certi suoni e atmosfere richiede una strumentazione adeguata e dei musicisti ad hoc. L’impatto sarebbe molto diverso rispetto al solito Johnny con i Dirty Actions.
Al limite mi tireranno giù dal palco a bottigliate. Vedremo.

[Foto di Felson]

Mr Cool aka Johnny Grieco

coolcover_optJohnny Grieco – I’m Cool (Le Silure D’Europe/SNAPS, 2008)

Johnny si è preso una pausa dai seminali proto punk Dirty Actions e nel nuovissimo EP (primo da solista) I’m Cool c’è l’attitudine sfrontata di maltrattare – e prenderlo a calci in culo – lo stereotipo fighetto di coolness,  fino a renderlo quasi uncool, nel senso di ricercato e poco immediato.
La title track da subito taglia i ponti con qualsiasi oltranzismo punk: ci spinge verso sponde electro-etniche-mistiche, tanto care al Perry Farrell redento post Jane’s Addiction e Porno for Pyros. Ma in quella litania esasperata e ossessiva del ritornello/titolo (“I’m Cool”) c’è anche lo zampino dell’Iggy Pop più sperimentale – periodo Zombie Birdhouse, per intenderci.
Ancora ronzanti e col cervello in loop per la title track, ci si trova all’ingresso di un tunnel oscuro che ha le atmosfere chimiche dei primi rave fine anni Ottanta, ma senza emergency exit: ti stende il groove di “Bite the Hand”, seconda traccia in Prodigy-style,  che ammicca parodisticamente all’epicità di un Bowie alla deriva.
A questo punto del disorientamento sonoro e concettuale arriva però – come un ristoro in pieno desert storm – la rauca e preziosa“Dark Rainbows”,  che culla e dondola arcobaleni oscuri alla soglia di crooner solitari e licantropi come Tom Waits e marzialità limitrofe a Kurt Weill. Il momento è breve, anche se intenso, e lo scompiglio giunge di nuovo improvviso sulle note di “Dirty Inside” e “Next Imminent Catastrophe”: tremori sonici stile Alec Empire, in cui Mr. Grieco tesse la propria tela di mantra e liturgie che non hanno ancora trovato una chiesa (e che mai probabilmente la troveranno, deo gratias!).

Non c’è ombra di dubbio che quell’ortopanoramica in copertina sia volutamente il modo più cool di porsi la domanda se sarà una risata o un ghigno a seppellirci.

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