Ho mandato un cv ai terroristi

terorristsR’n’R Terrorists – Bad Vibrations (Bubca, 2013)

Con questo cd-r dei valdarnesi (si dice così?) R’n’R Terrorists – che già conosciamo per bene: vedete qui e qui – la Bubca recupera addirittura un demo della band dell’annata 2009. esatto:dopo averci offerto i due cd/album della band, ora ci regala uno sguardo sugli albori di questa band davvero speciale nel suo integralismo in bassa fedeltà.

Questo demo su cd-r (puro Bubca style, ovviamente: copertina fotocopiata in b/n, scritta a mano… eccezionale: sembra di ricevere un cd da un amico che te lo ha fatto apposta) contiene 11 cover (altro…)

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Semplice, ingenuo beat

spietatiJohn Devil e gli Spietati – s/t (autoproduzione)

[di Franco “Lys” Dimauro]

Mentre la “vecchia” scena italiana sembra accartocciarsi su se stessa, avvolgendosi in un’autoreferenzialità sempre più becera e settoriale di cui la recente raccolta Welcome back to the Eighties Colours rappresenta in qualche modo l’ ultimo eccesso narcisista e cannibale e rischiando di passare alla storia più che per “la scena che celebrava i Sixties” per “la scena che celebrava sé stessa” (altro…)

Giocati il jolly e amen

Jolly Power – Like An Empty Bottle… Again (Street Symphonies Records, 2011)

Ebbene sì, lo ammetto: ho un passato da lipstick killer. Non che andassi in giro conciato come Vince Neil e soci, ma se c’era da schierarsi – in quelle infantili diatribe tra sotto tribù metallare – tra thrashers e glamsters, ero fermamente dalla parte di quest’ultimi. Comunque, a pensarci bene, i vari L.A. Guns e Faster Pussycat non erano altro che la versione un pochino più tamarra e metallizzata dei primigeni street rockers come New York Dolls, Dead Boys e – andando ancora più indietro – T. Rex e Slade.
A 16-17 anni non stai a fare molte distinzioni: per me era tutto rock’n’roll, più che naturale e logico, quindi, ascoltare sia gli uni che gli altri. Passata la sbornia (grazie anche al grunge, che fece strage di tutto l’hair metal anni Ottanta) mi dedicai ad altro, non rinnegando mai però la passione per quelle sonorità.

I Jolly Power me li ricordo bene; uscirono a metà degli anni Novanta con una tape di otto brani. Like An Empty Bottle…Again ce li ripropone con l’aggiunta di cinque bonus track registrate con il primo cantante Elia.
Niente a che fare con Poison, Warrant ed il lato più “soft” del genere: il loro sound è sporco, rabbioso e tossico, figlio degenere dei vari Hanoi Rocks e Dog’s D’Amour, con quel mood da perdenti avvertibile in un altro gruppo di sbandati dell’epoca, gli americani Sea Hags.

Così, “If Your Heart Is Closed” e “Downtownhanno quel tipico passo sleaze alla primi L.A. Guns, “No Room For You” è viziosa e cattiva come lo erano i Faster Pussycat, la title track è un blues acustico e ubriaco, “Sixteen” – la migliore del lotto – è street rock pestone con un piano honky tonk che sembra uscire direttamente da un disco di Michael Monroe & company.
Nei brani aggiunti per questa ristampa si avvertono chiaramente le influenze trash punk’n’roll alla maniera di Hellacopters e Backyard Babies, che modificheranno il suono della band nei dischi successivi.

Per gli amanti del genere, disco da avere. Per gli altri, ascolto comunque consigliato.

Come non ristampare i Boohoos

Boohoos – Here Comes The Hoo 1986-87 (Spittle, 2008)

Attenzione. Questa recensione/segnalazione contiene una dose equina di veleno arbitrariamente somministrato e di insana parzialità.

Che la Spittle attuale (che non è esattamente la stessa di 20 anni orsono) mi stia un po’ sulle palle, l’ho già chiaramente detto. Sono un presuntuoso di merda, probabilmente, ma il fatto che non si siano mai degnati di rispondere alle mie mail, in passato, mi ha indispettito parecchio. Un “No grazie” di norma non si nega a nessuno, ma evidentemente c’è chi è troppo importante per concedere 12 secondi del suo tempo aureo a una webzine di merda. Molto bene. E’ così che va a finire che io la roba Spittle non la compro, oppure la prendo usata per principio. E’ una gran rottura, perché comunque fanno cose che mi interessano molto, però fino a ora il mio ridicolo boicottaggio da bimbo capriccioso (gnègnègnè… e che cazzo, lasciatemi regredire in pace ogni tanto) è andato in porto.

E’ così che dopo non molti mesi dall’uscita di questo cd antologico dei Boohoos, sono riuscito a procurarmelo per meno di cinque euro da un amico che l’aveva recuperato non si sa come e non era interessato a tenerlo. O gaudio, o tripudio… perché, per chi non lo sapesse, i Boohoos sono stati – alla stregua dei Not Moving – una delle realtà più pazzesche del rock underground italiano degli anni Ottanta.

Tutto ciò accadeva più di un anno fa; “e perché ce ne parli adesso?” vi starete chiedendo… beh, il motivo è che appena portato a casa, questo cd mi ha lasciato piuttosto perplesso: contiene, infatti il 12″ The Sun The snake and The Hoo e il LP Moonshiner, oltre a un inedito e a parte del demo. Quindi, ricapitolando, due dischi che possiedo da anni in caro, vecchio, glorioso vinile, una outtake (trascurabile) e – puttana eva – solo quattro dei sei pezzi del demo Bloody Mary. Tutti validi motivi per piazzarlo nella pila dei cd e rimandare l’ascolto approfondito a data da destinarsi.

A un anno abbondante di distanza mi viene voglia di toccare con mano il Rock; sì è proprio voglia di Boohoos.
La pigrizia invernale mi fa preferire il cd ai due vinili, ed è così che arriviamo a noi. E, ci arriviamo un po’ male, onestamente. Perché, posta l’intoccabilità e la grandezza della band (a scanso di equivoci: una miscela esplosiva di punk, garage, blues, Stooges, sound di Detroit, Dead Boys, Doors e Stones), questa ristampa è invece fatta con poco criterio e pochissima passione.
Volevano iniziare, i signori Spittle, con una botta di stupore e hanno piazzato come traccia d’apertura la outtake “Bloody Mary”, un pezzo medio che però, a caldo, non regge il confronto con gli altri (del resto se era stato scartato, ci sarà stato un motivo, no? E allora metterlo al principio non è una scelta eccezionale, mi permetto di dire).
Poi, già che abbiamo iniziato col botto, proseguiamo con l’album Moonshiner, che cronologicamente viene dopo The Sun The Snake and The Hoo, machissenefrega: “a noi piace fare le cose a ritroso, per cui beccatevi il gruppo così come era nel 1987 e fatevi la strada all’indietro”. Insomma, no. E’ una brutta idea. E poi c’è la mattanza operata sul demo, mutilato di due cover degli Stooges; magari c’erano dei diritti da pagare, magari era finito lo spazio, magari però allora era meglio lasciare perdere, perché io (e come me , immagino, tutti gli altri) in questo modo finirò per andarmelo a scaricare il demo, per sentirlo tutto. E poi Gesù piange quando i cattivi scaricano la musica da Internet, lo sapete, vero?

Veniamo poi al posterino con le liner notes. Bello, ben realizzato, però non capisco la necessità di riempirlo con quattro scritti in cui i soliti noti del panorama giornalistico italiano incensano (in maniera sacrosanta, peraltro) il gruppo. Ma una bella intervista ai Boohoos non era meglio, per dire? O qualcosa di scritto dalla band.  In fondo che erano grandi lo si sapeva già, non c’era bisogno che ce lo rispiegassero i pur bravi Frazzi, Sorge, Guglielmi e Dimauro.

Concludendo, questa pappardella si dirama come un serpente mitologico con due teste. Una è quella cattiva e velenosa, e dice “Fare le ristampe così è un crimine e un pessimo servizio agli acoltatori, che dovrebbero evitare accuratamente i lavori così approssimativi”. L’altra è più mite e le interessa solo la musica, per cui lei dice “Un grande gruppo, da sentire e risentire, senza badare troppo a cronologia, dettagli e fanatismi da appassionati hardcore”.

Boohoos, se ci siete battete un colpo e prendete in mano le redini della situazione: ripubblicate voi le vostre cose e fatelo con le palle e l’anima che la vostra musica ha da sempre.

PS: visto che io alla fine ho solo strepitato e sputacchiato, andate a leggervi un articolo veramente appassionato sui Boohoos, su La musica di Caio.

PPS: però che fatica i boicottaggi…

Remastering the unmasterable

chelseaChelsea Hotel – We’re All Gonna Die (Spittle, 2006)

Nel 1982 io avevo 12 anni. Nella mia città, il classico stereotipo di piccola provincia quieta e sempre un passo indietro, non è che si muovesse poi molto. Anche se, a sbattersi e a informarsi, si rischiava di finire nel giro di Otello, il negozio di dischi fico che addirittura si approvigionava quasi mensilmente – narra la leggenda – oltremanica, grazie a viaggi-pellegrinaggio del proprietario che portava indietro valigiate di novità in quantità limitatissime.
Ma a 12 anni da Otello non ci entravi, era roba da gente grande, grossa e balorda (avrei imparato solo dopo diversi anni che non era esattamente così). Quindi io ascoltavo le cassette degli Iron Maiden e degli AC/DC comprate da Audiovox, il negozio normale in cui anche a uno sfigato era concesso l’ingresso. E da Otello ebbi il coraggio di addentrarmi solo verso il 1984; c’è anche da dire che non smisi più di andarci fino al cambio di gestione.

Tornando a noi, nel 1982 usciva il demo dei Chelsea Hotel di Piacenza – proprio mentre io mi esaltavo con Killers e Back in Black (per fortuna gli Scorpions li avevo snobbati). Un nastro sanguigno, caotico, distorto, scuro e saturo di fruscio. Per non parlare del feedback.
Una raccolta di 11 brani che fotografavano un’idea di punk contemporanemente tanto italiana, ma anche con un respiro internazionale, vista l’innegabile tendenza ad avvicinare due generi piuttosto lontani – almeno nelle rispettive (auto)percezioni – come l’heavy metal più plumbeo e l’hc punk più acido e urticante. In questo ristampone della risorta Spittle sono inclusi, poi, 4 brani live come bonus (tra cui una cover di “Search & Destroy” che la dice lunga sull’anima dei Chelsea Hotel).

Come spesso accade nei casi di recupero dal passato (anche se questo demo era già stato ristampato un po’ in sordina, su vinile, a metà anni Novanta) occorre contestualizzare, anche perché la qualità sonora non aiuta certo e non è user friendly, soprattutto nei confronti di chi non ha molta dimestichezza con punk, Italia e primi anni Ottanta.
I pezzi sono veloci, rabbiosi, scatarranti, a volte scoordinati, altre lucidamnete folli – con lamate di soli metal che spuntano qua e là (non a caso in formazione, a parte i mitici Tony Face e Black Demon, c’è Davide Devoti – poi nei Raw Power e nella band di Vasco “noi giovani” Rossi). Ma il tutto è sepolto in un magma sonoro frusciante e sfrigolante, dovuto appunto al deterioramento del nastro originale e alla non esaltante qualità della registrazione.

Detto questo… senza cadere in facili dietrismi e idolatrie dell’italico verbo punk, difficilmente i Chelsea Hotel oggi cambieranno la vita a qualcuno – mentre all’epoca probabilmente l’hanno fatto: leggetevi la bellissima pagina scritta da Luca Frazzi, a questo proposito, contenuta nel cd. Però, se amate la scena italiana di quegli anni e se non volete avere un colpevole vuoto nella vostra collezione, dovete procurarvi questo cd.

Rispetto massimo al gruppo e al suo lavoro. La Spittle, invece, mai si è degnata di rispondere a delle mie mail… simpatia estrema, complimenti: sappiate che il cd me l’hanno gentilmente omaggiato, dunque, perché visto l’andazzo piuttosto che regalarvi un centesimo mi faccio un giro dell’isolato di corsa – vedi il caso della ristampa dei Boohoos, che non compro per principio. Magari la troverò usata a 5 euro. Punk rock.

Benvenuti al porto delle anime

pos-rehab-city.jpgPort of Souls – Rehab City (demo 2008)

(di Frank Solitario)

Viziosi e contraddittori, svogliati e psichedelici come la sinusitica e sexy donzella della copertina, ecco a voi i Port of Souls.
Mocassini senza calzino, sacchetto per il vomito, reggiseno e tanta sinusite occipitale da sostanze illegali, vino rosso al posto dell’aspirina; eppure la vorreste per ore nella vostra stanza, come il vizioso garage psichedelico con robuste dosi di rock desertico di Rehab City.
Si parte con “Mutant Tonight”, in robusto tiro Radio Birdman, muscoli hard-rock e una viziosa vocalità punk. Poi, ecco “1000 flowers”, psichedelica e guidata da un ritornello psicotico come la scuola texana 13th Floor Elevators insegna e nuovi gruppi di perdenti alla Pyramids confermano.
Guidata lungo la prateria da cavallo pazzo Bandannas, “Charred Hopes” è puro rock desertico da Route ’66 o entroterra australiano se preferite. “Portrait of a ghost family” è arricchita di venature blues e sudiste, mentre “Guerrilla Tactics for Divorcees” è un country-western distorto ed elettrificato.
“Lacklustre Morals” schiaccia sull’acceleratore, ma è sulla pigrizia e visionarietà grezza che i Port giocano le loro carte migliori.
Se avete un lungo viaggio da fare e un’autoradio scassata alla quale chiedere un ultimo sforzo per accompagnarvi attraverso pompe di benzina abbandonate e cactus marci, sapete già bene cosa dovete assolutamente portarvi dietro.

Non tutte Le Strade portano a Roma

stradecd.jpgLe Strade – demo 2008

E’ stato difficile decidere come comportarmi in questo caso. Avrei voluto glissare e far finta di nulla, ma poi, visto l’entusiasmo di questi ragazzi ho avuto un rigurgito di paternalismo e ho pensato che magari si aspettavano di leggere qualcosa sul loro demo e quindi eccoci qua. Spero solo che non sia un errore di valutazione, ma male che vada sarà un memento per tutti.
Il punto è che Le Strade – stando a quanto scrivono nella loro bio – hanno ambizioni stellari, sono sicuri di sé in maniera quasi sconcertante, si pongono – insomma – in maniera palesemente sborona. Salvo poi inviare un cd-r masterizzato senza copertina e con una scritta a pennarello sopra, una bio scritta malamente a mano su un foglio di carta riciclata (ottima scelta quella della carta riciclata, ve ne rendo atto) e una foto stampata con una inkjet (la domanda è: cosa ce ne facciamo della vostra foto in formato A4 e stampata con il vostro pc? Bastava una mail con un allegato jpg).
Tutto questo in virtù di una frase della bio stessa che suona così (cito): “Mi è stato detto che quando invio materiale a riviste o radio devo lasciare una piccola bio, delle foto e cazzi vari… tutto fatto. Vi abbiamo pure messo la foto”. Ok. Parliamone.

Ragazzi… diciamo che “tutto fatto” è un po’ ottimistica come locuzione. Più che altro perché se vi ponete con la spocchia (scusate, ma è l’unico termine che mi viene in mente) che vi fa dire cose tipo “l’indie rock è diffusissimo in Italia ma nessuno lo fa come noi”, oppure “siamo un po’ pop, un po’ rock, un po’ indie, un po’ gay, cmq siamo un qualcosa che in Italia può cambiare le cose e siamo solo dei ragazzini” e ancora “in Italia portiamo un’innovazione, nessuno suona come noi”, poi non potete presentarvi in nessuna maniera che non sia almeno dignitosa. Altrimenti fate la figura dei ragazzetti esaltati… e non lo siete, vero?

Fatto il discorso attitudinale, passiamo alla musica. C’è poco da dire. A me il brit pop/indie fa abbastanza venire la pelle d’oca. Se poi è anche cantato in italiano proprio non mi piace. Ma è solo un discorso soggettivo. Per cui mi manterrò sull’oggettivo, dicendo che i ragazzi suonicchiano per bene e indubbiamente hanno assimilato tutti gli stilemi del genere. Il punto è che di rivoluzionario non ci vedo nulla e di cose che cambieranno la situazione in Italia ne vedo ancora meno. Questo è un demo di onesto brit pop, punto e basta.
Le Strade, nelle mani del giusto management e produttore, magari fra un po’ entreranno nel circuito più mainstream e potremmo trovarceli a Sanremo tra le nuove proposte senza problemi, visto il loro sound ruffiano, italiano e facilmente digeribile da tutti. Ma da qui a portare innovazioni, ecco… il passo è  esageratamente lungo.

Dalle bambole alle pistole il passo è breve

pistols-lp.jpgSex Pistols – Never Mind the Bollocks + Spunk + Chris Spedding Demos (Virgin, 1996)

Sulle panchine dei giardini della stazione, durante i pomeriggi di metà anni Ottanta, bivaccavano sostanzialmente due tipologie di personaggi: i tossici che aspettavano di comprare o si erano appena fatti e i ragazzini dei paesi circostanti, che si piazzavano lì per far passare il tempo che li separava dal treno del rientro a casa, dopo un pomeriggio di shopping o struscio nella Big Banana. Tra i grandi classici incisi con i coltellini o le chiavi sulla vernice verde delle panchine anni Cinquanta, “Sex Pistols” era gettonato quasi quanto le celtiche, “Doors” e “Rolling Stones”. Una vera e propria legittimazione culturale da parte degli underdog della piccola provincia piemontese.
Io e i miei amici non frequentavamo molto la zona, però. Stazionavamo nel corso, all’angolo di una banca, che al pomeriggio era chiusa e offriva comodi gradini per sedersi. Oppure al bar Balèta, nel vicolo. Oppure ancora in piazzetta della Lega. Eravamo ragazzini di famiglie sostanzialmente buone e senza grossi problemi, che si godevano la fase ribelle. Ci si vestiva tentando di imitare alla meno peggio le foto dei dischi, si faceva a gara a chi comprava l’ultimo LP più tirato e – ovviamente – non si vedeva una femmina nemmeno in fotografia.
I Sex Pistols, in questo contesto, erano percepiti – eccetto che da un paio del gruppo – come una band vecchia, come roba un po’ sciacquetta e superata. Vuoi mettere Kill ‘em All? O Bonded by Blood? O i Negazione? O i Suicidal Tendencies? Sarà anche per questo che il sottoscritto ha aspettato diversi anni prima di ascoltare davvero l’unico disco dei Pistols. E ne ha aspettati ancora altri prima di comprarlo (una bella stampa su vinile vintage, cortesia di un negoziaccio metal romano che vendeva roba con prezzi inventati). Sarà per questo che solo con la maturità dei 30 anni (ahimè, quasi 10 anni orsono, quindi) ho sdoganato definitivamente i ragazzi di McLaren dissolvendo del tutto riserve e pregiudizi. I Sex Pistols, oltre a suonare con competenza e a fare il loro porco mestiere, avevano ottimi pezzi rock, con melodie orecchiabili. E poi quello strato multiplo di chitarre che ti spiana come un bulldozer. E addirittura la tastiera, che c’è ma non si sente in maniera definita, che dà corpo e spessore al sound.

Tutto questo rantolo poco coerente per dire come – al solito – il pregiudizio della gioventù, quando ci mette lo zampino, ti faccia trarre conclusioni infondate, che diventano poi caposaldi difficili da demolire.
Ma non è tutto. Infatti questo doppio cd – sfornato dalla Virgin una dozzina d’anni orsono – contiene una sorpresuccia non da poco, destinata a cambiare ulteriormente la prospettiva sul gruppo, se si ha la pazienza e la lungimiranza di ascoltare questo materiale senza entrare in modalità Sex Pistols. Già, perché il secondo cd di questo cofanetto (in edizione più o meno limitata) contiene innanzitutto il mitico e bootleggatissimo (oltre che non esattamente reperibilissimo) Spunk, ovvero quella che molti puristi considerano la versione alternativa – e originale – del disco di debutto (e unico lavoro) dei Pistols.

Spunk contiene 12 brani registrati con Dave Goodman tra il 1976 e il 1977, con la formazione originale della band. Questa edizione cd è mondata dalle frazioni di dialoghi in studio e cazzeggio tra un pezzo e l’altro; ma la cosa più importante e notevole è la fotografia che ci regala: quella di una band profondamente influenzata dalle sonorità slabbrate dei New York Dolls. Rock’n’roll, glam e un ghigno sfrontato. Persino il raglio di Rotten è meno artatamente sguaiato e dialettale, così come la Les Paul di Jones sciabola riff alla Thunders/Ronson/Hunter. Insomma, con Spunk diviene davvero innegabile e chiaro come il sole il fatto che i Pistols nascono e suonano proprio come i gruppi con cui polemizzavano. E quindi? E quindi nulla: perché oggettivamente è materiale validissmo, pezzi che anche in questa forma meno da “punk anno zero” lasciano il segno in maniera indelebile.

Ma non è finita: in questo doppio cd (cercatelo: in qualche negozio di roba usata facilmente lo scoverete) sono incluse anche tre chicche ancora più succose. Le tracce numero 13, 14 e 15 del secondo dischetto (ovvero “Problems”, “No Feelings” e “Pretty Vacant”) sono i famosi demo prodotti da Chris Spedding, con un sound da pub rock, r&b imbastardito e puzzolente di vomitata in un vicolo di Londra, come solo nella prima metà dei Settanta gli inglesi sapevano fare. Una vera tempesta ritmica, con il basso di Matlock sempre un passo avanti rispetto a tutti: pulsante, saltellante, corposo, come il cuore di un hooligan fatto di speed che scopa in un cesso.
Certo, come Spedding stesso ha dichiarato in passato, questo non è esattamente il mixaggio che lui fece: la band aggiunse, in un secondo tempo, una tonnellata di riverbero per ovviare alla secchezza e scarnezza che il produttore aveva dato alle session. “I Pistols” – dice Spedding – “volevano una zuppa gigantesca di chitarre […] e quando una band cerca questo suono fa immediatamente pensare che voglia coprire delle gravi mancanze tecniche. E invece i Pistols non ne avevano, ma McLaren voleva che la gente pensasse che non sapevano suonare”. Nonostante questo, i tre brani suonano molto diversi dalle versioni che conosciamo da sempre: provate e mi direte… un’esperienza rivelatrice.

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