Faz Waltzing Matilda

Faz Waltz – Life On The Moon (RocketMan Records, 2011)

Parte il riff di “Love Limousine” e sembra di essere catapultati direttamente nell’Inghilterra dei medi Settanta, tra mascara colato, zeppe ai piedi provocanti terribili lordosi, promiscuità e alcool a fiumi.
L’atmosfera non varia nell’arco dei successivi undici episodi e vi assicuro che è un bel sentire. Colpiscono per la freschezza della proposta e soprattutto per il songwriting solido come il travertino di Faz La Rocca i nostri quattro eroi, riproponendo il glitter glam rock che nel periodo storico citato poc’anzi fece la fortuna di Marc Bolan e i suoi T Rex, di David Bowie aka Ziggy Stardust, degli Sweet e dei Mott The Hoople.

Inutile dirvi che con quella musica (ma anche con molte altre) ci sono cresciuto grazie ai vinili del fratellone maggiore, splendida introduzione alle sonorità ancora più sporche e viziose che seguirono immediatamente dopo: New York Dolls, Dictators e Dead Boys. Ma questa, come si dice, è un’altra storia.
Nel sound del disco ancora non c’è traccia del punk; quello dei Faz Waltz è un rock’n’roll che nei momenti più sporchi ricorda gli Stones erotomani di Sticky Fingers o il Bolan arrapato e fottutamente boogie di brani come “Get It On” (buttate un orecchio a un pezzo come “Nice Bomb”: se non vi fa scuotere il culo siete fatti di pietra), e in quelli più rilassati e pop certe cose del Bowie innamorato del pianoforte (periodo Hunky Dory).

L’album riesce proprio lì dove altre band che si sono cimentate in passato nel riproporre tale genere hanno fallito, ossia nel non risultare per nulla artefatti: i Faz Waltz il glam ce l’hanno sulla pelle, lo dimostra l’aria decadente della title track, avviluppata dietro un giro di chitarra da lecca lecca dolceamaro. Certo che quando si hanno delle coordinate stilistiche così pronunciate il rischio di plagio è sempre dietro l’angolo (si ascolti lo shuffle che sostiene “Teenage Monkey” o l’attacco di “I Long For Your Love”: la somiglianza col buon Bolan qui è quasi imbarazzante), ma i nostri possiedono quel quid di talento in più che dona personalità e una scorta di palle aggiuntiva – se mai ce ne fosse bisogno, non si sa mai.

Dopo l’esordio dei Giuda (altra fantastica bomba glam) i Faz Waltz si confermano su ottimi livelli, affermando chiaramente di esserci e di poter dire la loro. Queste sono due fantastiche rock’n’roll band da esportazione, speriamo che qualcuno se ne accorga.

The lost Stooges gig

“E’ stato come tornare indietro di 200 anni, quando i ricchi pagavano
per andare nei manicomi a vedere i pazienti che davano fuori di matto”
[Michael Oldfield sul live degli Stooges del 15 luglio 1972,
Melody Maker
]

Questo pezzo è un piccolo e quasi sicuramente inutile tributo a un sogno di quelli che solo i malati di rock possono – forse – capire. E’ probabile che per molti sarà solo un’accozzaglia di informazioni inconcludenti, di immagini già viste e di considerazioni noiose: fa parte del gioco. E me ne scuso – anzi, dovreste leggere qualcosa di più interessante (ci sono fior fiore di webzine musicali, inglesi e italiane, che vi faranno godere), invece di perdere il vostro tempo qui, avete ragione.
Il sogno è quello di ascoltare anche solo pochi istanti di un concerto di cui si sa poco e il cui ricordo è confinato a poche frasi elargite col contagocce da qualche sparuto reduce. E a una sfilza di scatti che ritraggono solo un soggetto.
Il sogno è quello di soddisfare la curiosità morbosa di sentire come suonassero gli Stooges in quella primavera/estate del 1972, mentre chiusi in una sala prove londinese tentavano di sfornare il loro terzo album
.
Il sogno, alla fine, è quello di sapere e conoscere qualcosa che finora nessuno o quasi è stato in grado di raccontare in maniera esaustiva.
E voi, cosa sognate?

It’s 1972 ok

Il 1972 è un anno duro per gli Stooges. Confinati a Londra, praticamente ostaggi del management di DeFries – tutto proteso a preparare l’esplosione di David Bowie, il suo protetto e deus ex machina – lavorano stancamente al nuovo album e non si esibiscono mai dal vivo. L’unica eccezione a questa immobilità è un concerto destinato a diventare una specie di feticcio della storia del rock, una chimera di cui tutti favoleggiano, ma nessuno (eccezion fatta per Mick Rock, che ha fotografato la performance) ha mai raccontato attingendo a un’esperienza di prima mano.

La storia di quel fumoso evento è legata al lancio del nuovo album di Bowie; per preparare la campagna stampa statunitense, il 15 luglio viene invitata a Londra una dozzina di grossi giornalisti americani: assistono a una performance di Bowie e gli Spiders From Mars all’Aylesbury Friars, ma poi vengono prelevati e portati a King’s Cross, nel cinema che sarebbe diventato La Scala. Qui li aspetta un concerto speciale, uno showcase dei redivivi Stooges – annunciati, dai poster attaccati fuori dal locale, come “Iggy Pop, ex Iggy & The Stooges” (per la gioia di Ron e Scott Asheton, probabilmente). Nella stessa sala rancida e cadente il giorno prima ha fatto il suo debutto solista Lou Reed, in procinto di pubblicare Transformer.
Ma cosa si sa, oltre a questi dati nudi e crudi, a proposito della serata? Non è facile raccogliere informazioni, che si trovano scarse e frammentate, oltre che spesso viziate da invenzioni, millanterie o banali dimenticanze dovute ai quasi 40 anni trascorsi.

Pictures of you

Partiamo dal punto più semplice, ossia proprio da Mick Rock, che consegna alla memoria collettiva una raffica di scatti che – giovane fotografo – fece su commissione della Mainman Management; le foto sono raccolte nel libro Raw Power. Iggy & The Stooges 1972 (Omnibus Press, 2005): decine di immagini, quasi tutte dedicate a Iggy che è decisamente l’attrazione della serata. O forse è l’unico a colpire l’occhio del giovane Rock. L’Iguana magro, glabro e spiritato sembra un Mick Jagger zombie, coi tratti caricaturali. Ha addosso un paio di pantaloni argentati, un bikini nero e degli stivali; la pelle del viso e del torso è dipinta d’argento e unta d’olio. Gli occhi truccati pesantemente, un finto neo di bellezza sul volto, lo smalto nero sulle unghie, i capelli lunghi alle spalle e tinti d’argento.
Il pubblico, nei pochi fotogrammi che lo ritraggono, è immobile o basito. Tutti sono seduti sulle loro poltroncine, in attesa di vedere cosa accadrà. tra i presenti ci sono anche due illustri sconosciuti: un certo John Lydon e un tale Joe Strummer.

Ma le foto, per quanto eloquenti, lasciano tanto all’immaginazione e non raccontano molti dettagli tutt’altro che trascurabili. E’ così che possiamo ricostruire per approssimazione – grazie a qualche sprazzo di dichiarazione e ricordo disseminato nel corso degli anni – ciò che verosimilmente è accaduto.
E’ certo che Iggy sciorina tutto il suo repertorio e gli Stooges, con un concerto di 40 minuti scarsi, lasciano un segno indelebile nelle coscienze rock dell’Inghilterra, tanto che Nick Kent scrive sul NME: “L’effetto finale è stato molto più terrificante di tutti gli Alice Cooper e le Arancia meccanica del mondo messi insieme, semplicemente perché questi tizi non scherzavano”.
Durante i primi due brani l’Iguana schizza per tutto il palco, ne esplora ogni centimetro quadrato; e poi decide che è una buona idea andare a far visita al pubblico, comodamente seduto sulle poltroncine del cinema. I fari lo seguono, lui si ferma ogni tanto a fissare negli occhi qualcuno; farfuglia nel microfono che sta cercando qualcuno di interessante, ma in quel “mucchio di hippie” non c’è nessuno che lo ispira.

A rendere ancora più bizzarra la situazione contribuiscono una serie di problemi tecnici; più di una volta la band si ferma e attende che venga sistemato l’impianto o il microfono o il guasto del momento; durante uno di questi break Iggy si azzuffa verbalmente con una banda di skinhead che gridano di suonare, spazientiti per la pausa. L’Iguana li apostrofa dicendo: “Cosa hai detto, pezzo di merda?”.
Durante l’ennesimo stop, a causa della rottura del microfono, Iggy si piazza in mezzo al palco e inizia a cantare, a cappella, una versione di “Shadow Of Your Love” di Frank Sinatra. Tutti improvvisamente smettono di chiacchierare e tacciono per ascoltare il pezzo, in un momento surreale, tra Kafka e gli Skiantos – immaginate Iggy, seminudo e impiastricciato di colore argentato, che intona un pezzo da crooner senza microfono, sul palco di un vecchio cinema.
Poco dopo c’è tempo per un altro scazzo con gli skinhead; il loro capo si avvicina al palco, l’Iguana si scaglia verso di lui per dargli un calcio in faccia, ma i roadie glielo sottraggono, buttandolo fuori da una porta antincendio. Da quel momenti gli skin non danno più problemi.

Tutto questo avviene sotto agli sguardi impassibili del resto del gruppo, che per l’occasione è agghindato in una versione riveduta e corretta della tendenza glam. Mick Rock non si degna di fotografare nessuno eccetto Iggy, ma James Williamson ricorda che prima del concerto il gruppo intero ha fatto una puntata in un negozio che vende trucchi e scherzi, per comprare del make-up da clown. E infatti, l’unico scatto in cui si intravede Williamson (è sul retro di Raw Power) lo ritrae con il volto bianco come un fantasma, spalmato da uno strato di cerone.

The lost setlist

Il concerto è breve: dura tra i 30 e i 40 minuti, non di più. Sembra assodato quasi al 100% che a King’s Cross gli Stooges abbiano proposto una scaletta composta esclusivamente di materiale nuovissimo, mai suonato dal vivo prima e firmato Pop/Williamson. Il passato viene del tutto eradicato, eliminando ogni riferimento ai due dischi già usciti, l’omonimo Stooges e Funhouse. I pezzi del 15 luglio 1972, invece, sono il materiale su cui la band sta lavorando agli Olympic Studios di Londra (immortalato in parte nel primo cd del cofanetto di Easy Action Heavy Liquid, per i completisti).
In mancanza di un resoconto attendibile e completo, molti hanno ragionato sulla probabile composizione della scaletta e una delle ipotesi più accreditate vuole una tracklist che comprende (in ordine non definito) questi brani: “I’m Sick Of You”, “I Got A Right”, “Tight Pants”, “Gimme Some Skin”, “Scene Of The Crime”, “Penetration”, “I Need Somebody” – e, forse, una versione primordiale di “Search And Destroy”, che è uno dei primi componimenti di Iggy e Williamson, nato arrivando a Londra nel marzo del 1972.

Pezzi duri, veloci, taglienti. Punk e speed metal prima che questi due generi venissero anche solo pallidamente concepiti nel retrobottega della mente di qualche musicista incazzato. Tant’è che l’esibizione non va giù al management che, nel giro di pochi giorni, ascoltati i nastri dell’Olympic, intima al gruppo di buttare tutto, scrivere nuovi pezzi e riregistrarli. E’ roba troppo avanti per il 1972 e – comunque – priva di ogni appeal commerciale.

Bootleg? No grazie

Non esiste un solo secondo di registrazione audio del concerto degli Stooges del 15 luglio 1972. In quarant’anni non è mai emerso neppure un frammento; neanche un bootleg registrato dal classico spettatore intraprendente munito di registratorino a bobina.
Questo è uno dei crucci più pesanti per i fanatici degli Stooges e gli storici del rock: a fronte di una documentazione iconografica tutto sommato soddisfacente (le foto di Mick Rock di cui si è detto), manca la benché minima traccia audio. E non è difficile immaginare quanto questo pesi, visto che ascoltare gli Stooges in quel frangente è il sogno di molti appassionati della vecchia e della nuova guardia.
A peggiorare le cose contribuisce il fatto che, al contrario, circola una registrazione audio del concerto di Lou Reed tenuto la sera prima nello stesso luogo: uno scarto temporale di 24 ore fatale, che genera una lacuna ormai quasi incolmabile nella storia musicale del secolo scorso.

A più riprese hanno circolato voci e leggende relative – addirittura – a una ripresa video integrale della BBC (per The Old Grey Whistle Test), ma non è mai stato confermato nulla; né i nastri sono mai emersi dall’archivio dell’emittente britannica. E ciò è strano, vista l’attenzione della BBC nel recuperare e valorizzare le chicche dei propri archivi, soprattutto a livello musicale/culturale. Pertanto, molto probabilmente non esiste alcun video – anche se, a detta di qualche trader di vecchia data, negli anni Ottanta a un certo punto pare sia spuntata una lista in cui era elencato un generico live “Stooges – Scala”; purtroppo nessuno che l’abbia visto (o lo possieda) è stato rintracciato, al momento.

Quello che resta

…è la sensazione impalpabile, ma nettissima, di essere di fronte a un momento di quelli che generano leggende e alimentano il motore della storia. E forse – qui parla l’avvocato del diavolo, quello che sa quanto le aspettative siano facili a essere deluse – è un bene che nessuno abbia mai tirato fuori dal cilindro un bootleg di quella serata.
Dobbiamo accontentarci dei nastri registrati agli Olympic – che sono comunque una vera bomba.
Certo, se poi uno di voi conosce qualcuno che è in possesso anche solo di un minuto di registrazione (audio o video, tutto fa brodo)… qui c’è un pirla disposto a fare parecchie cose per averla. E chissà quanti come lui.

The Kill City Files

iggy-pop-kill-cityImmaginate di ficcare un braccio, giù fino al gomito, in una cassapanca zozza, polverosa e scura. Fa un po’ paura, in effetti, ma l’eccitazione di non sapere cosa si tirerà su ha il sopravvento. Stringete il pugno e alzate il braccio. Tra le dita serrate vedete spuntare degli oggetti familiari, che apparentemente non hanno moltissimo senso, messi assieme. C’è il 1977, il logo della Bomp! Records, un camice da degenza ingiallito, un Iggy Pop dallo sguardo vitreo e un James Williamson disintossicato.
Invece c’è una logica in tutto questo. Ed è quella che sta dietro alla genesi di uno degli album meno citati, ma forse più seminali, della storia del Rock – ovviamente il Rock come sappiamo noi (altro…)

Il partigiano Johnny

affannosmallJohnny Grieco – Affanno d’artista (2009, autoprodotto)

Johhny molti di voi lo conosceranno: fu il cantante dei genovesi Dirty Actions, negli anni Settanta-Ottanta, mentre ora si presenta in veste di solista, tornato alla ribalta dopo alcuni anni di stop e lontananza dalle scene musicali. (altro…)

Natale al Levis Hostel

levishostelcd.jpgLevis Hostel – Star Bell Jar (Persian Surgery/Outline, 2009)

E’ una vecchia e graditissima conoscenza, cumpà Levis Hostel. E lui, zitto zitto, senza dir nulla, un bel giorno mi fa pervenire via posta questo nuovo lavoro.

Il titolo è tutto un programma, soprattutto in virtù del relativo sottotitolo che è The Spirit Of Christmas Won’t Set Me Free Till Next Summer… lo trovo semplicemente geniale, considerando che il cd mi è giunto, in pratica, a Ferragosto!
Musicalmente si riconferma l’animo eclettico e weirdo di mr Hostel, che stavolta si spinge verso territori più dream-pop: brani sognanti e melodici, a volte bizzarri, altre ingenui come i dolci natalizi allo zenzero (tanto per restare in tema). E poi – in queste 10 tracce – c’è un po’ del Bowie primi anni Settanta, qualche pizzico di Sixties pop psichedelico, il caro vecchio folk. E l’indie, nella sua accezione più ampia. Ah e anche il lo-fi rock. E anche il glam… e poi ancora… e… ok mi fermo.

Come si sarà capito, è un bel caleidoscopio – come già lo era il lavoro precedente – anche se il pop è più prominente, direi, in Star Bell Jar. La cosa che colpisce in positivo, comunque, in primo luogo è l’assoluto fottersene di mode, tendenze e fighetterie del momento. Levis Hostel va per la propria strada e basta. E ci piace per questo.

Se proprio si vuol trovare qualche difetto, devo dire che l’ascolto completo del cd è stato un po’ difficoltoso, perché dopo metà ho iniziato a non distinguere più i brani. Ma son cose che dipendono molto dal momento, dall’umore e da una non eccessiva dimestichezza con queste sonorità.
Peccato anche per la confezione: un bel digipack (più ecologico, peraltro, rispetto al formato classico con jewel case di plastica e libretto interno!), ma senza alcuna info a parte titoli, formazione e i classici credits.

Glamorama rock

afterhourscover-300.jpgPrima Donna – After Hours (Acetate Records/Goodfellas 2008)

E’ stato amore a primo ascolto, e pure a prima vista. Perché questi cinque ragazzi californiani suonano rock and roll come Satana comanda. A parte il nome che definire killer è poco, i Prima Donna frullano i New York Dolls, gli Stooges dell’era Raw Power, il David Bowie di “Suffragette City” e tutti i cliché glamorama del caso.

Ci sono i quattro quarti schiaccia-sassi, i riff à la Chuck Berry e il sassofono che, inevitabilmente, ricorda Michael Monroe e gli Hanoi Rocks. After Hours è stato buttato sul mercato da un’etichetta, Acetate Records, che ha in catalogo gente del calibro di Nine Pound Hammer, Hangmen e Black Halos – una piccola istituzione della Los Angeles più marcia: chiaro il concetto?

Ascoltatevi il primo pezzo del disco, “Soul Stripper”, e poi ditemi un po’: ci rimanete secchi. La successiva “Demoted” è quasi beatlesiana e la conclusiva “Dummy Luv” è una canzonaccia in stile Rolling Stones anni Settanta… come se non bastasse, “I Don’t Want You To Love Me” è finita nella colonna sonora di Californication, il telefilm con David Duchovny scrittore scopadelico.

Per concludere in bellezza, sentite un po’ cosa succede il 15 dicembre: al Viper Room – Hollywood, proprio là dove è morto River Phoenix – suonano i Prima Donna e i loro zii Joneses, con tanto di contest di maglietta bagnata. Diventeranno famosi? Dubito fortemente, ma chissenefrega: Johnny Thunders, Richey James, Nikki Sudden e tutti gli altri approvano.

Pop according to Trynka

Paul Trynka – Open up and Bleed (Sphere, 450 pp., 2007)

Approfitto dell’uscita in brossura (in lingua originale, perdonate lo snobismo: l’edizione di Arcana proprio non ci pensavo a prenderla e per un paio di motivi almeno, non ultimo un sano e stizzito senso di competizione) e di una commessa FNAC che mi pratica un 20% di sconto ulteriore causa copertina un po’ vissuta. Et voilà: ecco il librone di Trynka su Iggy in mio possesso.

Ho impiegato un po’ a finirlo (quasi un mese, causa lettura discontinua) e la sensazione finale è triplice. Il primo aspetto verte sul fatto che il libro è ben scritto e ha un capitolo intero di materiale totalmente inedito e mai sentito prima – quello sulla vacanza voodoo di Iggy ad Haiti. Il secondo è che, per alcuni versi, avrei preferito un approccio più diretto e meno narrativo (più ricco di citazioni e frasi riportate). Il terzo è che – nonostante le (sacrosante) fanfare all’epoca dell’uscita – questo libro è semplicemente onesto e ben documentato, ma non rivoluziona né chiude il discorso biografico di Iggy Pop. Come dire: bello, ben realizzato, ma manca la sensazione di opera definitiva e insuperabile (almeno nel breve e medio periodo).
Ottimo, manco a dirlo, l’inserto fotografico con almeno tre-quattro scatti mai visti. Ma, in fondo in fondo, non sono le foto a contare, nell’economia di 450 pagine.

Bel libro, ma non epocale.

Iggy Pop does your bookstore

ig6.jpgAggiornamento sulle date di presentazione-promozione del volume di cui sono coautore (insieme a Gabriele Lunati, amico d’infanzia, nonché stimato autore, saggista e giornalista). Stiamo parlando di IGGY POP, CUORE DI NAPALM, la nuovissima biografia italiana di Iggy Pop, l’iguana del rock.

Andate e compratene tutti… e fatelo anche se Arcana ha tradotto, in contemporanea, la bio dell’iguana scritta da Paul Trynka, taroccandone anche il titolo originale (che era diverso).
I motivi per preferire Cuore di napalm? Eccoli qua:
Cuore di napalm non è una traduzione (e conoscendo la qualità media delle traduzioni fatte da poveri cristi pagati 100 euro per millemila pagine… lasciamo stare!)
Cuore di napalm è più maneggevole come formato (pur avendo un bel numero di pagine: garantito)
Cuore di napalm costa quasi la metà
Cuore di napalm è strutturato meglio (modesto eh?)
– e, soprattutto, Cuore di napalm continua a vivere anche dopo la pubblicazione, grazie al suo Myspace (qui) in cui vengono inseriti estratti e capitoletti bonus integrativi, non inclusi nell’edizione cartacea.

Per chi fosse interessato a intervenire a una presentazione per scambiare quattro chiacchiere, ecco le prossime date aggiornate (e in continua evoluzione):

– martedì 22 luglio: Alessandria @ libreria Mondadori h 18:30 (presentazione)
– martedì 22 luglio: Alessandria @ Four Bears Pub h 20:30 (aperitivo al napalm + dj set)
– venerdì 25 luglio: Novi Ligure (AL) @ mostra editoria locale (presentazione)
– mercoledì 27 agosto: Brescia @ festa Radio Onda d’Urto (presentazione)
– sabato 20 settembre: Fidenza (PR) @ libreria La vecchia talpa (presentazione)

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