Una bara fluttuante è per sempre

cover The Oh SeesThe Oh Sees – Floating Coffin (Castle Face, 2013)

[di Manuel Graziani]

Se volete una recensione vera e propria del nuovo album degli Oh Sees cambiate webzine: su Ondarock, ad esempio, ce n’è una così lunga ché mi sono fermato al decimo rigo del primo dei cinque capoversi.

Be’, una cosa è certa. Non ci si annoia mai con gli Oh Sees, e non si avrebbe neanche il tempo di farlo vista la loro cazzo di prolificità. Il nuovo capitolo pubblicato dall’etichetta personale di John Dwyer potremmo definirlo psych-dark-noise, come ammette lo stesso John: “È piuttosto buio e molto più heavy rispetto agli altri album”. Una cosa diversa, insomma, seppur sempre riconoscibile e col bollino blu della band di Frisco (altro…)

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Mad Max, punk e wave glaciale

Abbiamo conosciuto quest’anno i Words And Actions di Alessandria, un duo di coldwave in puro stile anni Ottanta, che ha sfornato nel giro di pochi mesi due nastri (Can’t Feel e Life Of Farewells). Roba intrigante e filologica, che striscia nei liquidi oscuri del gothic rock, della EBM, della wave, dell’elettronica pionieristica – il tutto con uno spirito ombroso, romantico e glaciale al contempo.

Ci hanno colpito molto e li abbiamo contattati per una breve chiacchierata, un classico botta e risposta via email (a parlare è Lace), per sapere un po’ di più sul loro conto. Eccola.

Domanda classica per rompere il ghiaccio: come/quando è nato il progetto WAA? Avevate altre esperienze musicali simili alle sonorità che proponete?
Il tutto ha avuto inizio nel 2010. In realtà erano già 2-3 anni che volevo mettere su un gruppo “anni 80”, ma non trovando musicisti adatti la gestazione è stata più lunga del previsto. Per quanto riguarda le nostre esperienze musicali pregresse, beh in realtà non abbiamo assolutamente la formazione che ti potresti aspettare. Nel nostro passato e presente abbiamo suonato svariate cose, death/thrash metal, math rock, prog, dubstep, hardcore, cybergrind, emocore, pop-punk, hip hop, sludge e forse qualcos’altro.

Da dove deriva la vostra ispirazione musicale, con esattezza?
L’atmosfera che cerchiamo di ricreare è quella tipica della scena coldwave francese. Fondamentalmente è un sotto-genere della darkwave, caratterizzato da sonorità più ruvide e glaciali e da un piglio per certi versi molto epico direi. A suo modo è un genere molto romantico (nel senso serio del termine). Partendo da questa base cerchiamo anche di inserire la fisicità e l’immediatezza della primissima scena EBM (DAF, Front 242, Nitzer Ebb per citare qualche nome).

Come vi dividete i compiti in fase di composizione, registrazione e live? In pratica, chi fa cosa?
Al momento io mi occupo della composizione e della registrazione. In sede live io canto mentre Paolo suona le parti di synth.

Che tipo di strumentazione usate? Siete per il vintage old school o emulate con software e computer?
Una strumentazione tipo Mad Max direi… live sulla voce uso un pedale per basso, Paolo usa una tastiera il cui segnale viene processato da una pedaliera per chitarra, la drum machine esce fuori da un iPod e il tutto entra in un mixerino quattro canali della Behringer.

Capitolo registrazioni: come lavorate e con che strumentazione?
Anche sotto questo aspetto direi che siamo piuttosto punk, ovvero ci siamo sempre arrangiati con quello che avevamo in casa. I suoni sono prodotti con una vecchia tastiera Casio regalatami all’età di 10 anni e fatti passare attraverso un pedale che simula un delay analogico con modulazione. La registrazione avviene su un mio vecchio computer, con sequencer, programmi di editing e mastering che ormai non userebbero neanche nella Corea del Nord. Ma alla fine per tirare fuori il suono giusto serve molto di più un orecchio allenato che non l’ultima versione aggiornata del programma di turno. Poi nel nostro caso il lo-fi non è una scelta ma una necessità del genere.

La scelta di diffondere la vostra musica solo su cassetta è interessante; secondo voi ci sono ancora molti appassionati che possiedono una piastra per ascoltare i nastri? Avete difficoltà a trovare le cassette per le vostre produzioni?
Da bravi nerd abbiamo optato per il supporto filologicamente più coerente con il tipo di musica. Inoltre gli appassionati di questo genere hanno quasi sempre una piastra per musicassette, anche perché molte release dell’epoca erano proprio su tape. Le cassette vergini le prendiamo da una ditta inglese specializzata in questo genere di prodotti.

Come funziona per quanto riguarda le occasioni di suonare: fate concerti spesso o con facilità? E con chi vi capita di suonare?
La situazione concerti è abbastanza complessa, pochi locali, poca organizzazione, poco pubblico. Noi per fortuna suoniamo un genere di nicchia e in quanto tale abbiamo un pubblico piuttosto attento, che viene volentieri ai concerti, che ti compra il disco e che magari indossa anche la tua maglietta. Comunque mi ricordo che negli anni Novanta era tutto molto più semplice e organizzato, anche la più sfigata città di provincia aveva almeno un locale o un centro sociale con uno o due concerti a settimana. Negli ultimi 10 anni invece c’è stato un netto declino del mondo delle sottoculture musicali, con ben poche eccezioni. Con chi ci capita di suonare? Beh dipende un po’ da chi organizza, fondamentalmente sono due i circuiti che si stanno interessando a noi, uno più strettamente legato all’universo dark e uno più vicino al mondo indie.

L’aspetto grafico/artistico è importante nel progetto WAA; raccontateci le suggestioni che ispirano il vostro immaginario visivo, magari approfondendo il discorso dei poster (perché, in quanti esemplari li stampate, come vengono realizzati, significato e messaggio…).
Ho sempre pensato che l’aspetto visuale non fosse affatto separabile dal discorso musicale. Il fascino che può esercitare un genere è sempre legato indissolubilmente all’immaginario che è in grado di (ri)evocare. Nello specifico trovo che la nostra musica si possa coniugare perfettamente con un tipo di grafica che mi è sempre piaciuta, ovvero quella delle cosiddette avanguardie storiche novecentesche, più precisamente nelle sue incarnazioni russe e olandesi (suprematismo, neoplasticismo, costruttivismo). I nostri poster sono in cartoncino colorato, l’unico inchiostro utilizzato è il nero e vengono stampati in poche copie numerate. A questo link potete vedere qualche foto e avere qualche informazione in più.

Il titolo “Seven Churches” nel vostro ultimo lavoro mi ha fatto sperare per un istante che aveste fatto una cover dei Possessed… la domanda è: avete in scaletta qualche cover? Se sì quali, se no perché?
Anch’io quando stavo caricando quel brano su YouTube e ho visto che i vari suggerimenti linkavano tutti ai Possessed mi sono preso bene, ahahah. No al momento non abbiamo cover in scaletta anche se in futuro non ci dispiacerebbe provare a mettere qualcosa, magari un pezzo dei Darkthrone.

Esiste una scena coldwave revival o vi reputate un episodio bizzarro nel panorama attuale?
Diciamo che indiscutibilmente negli ultimi anni c’è stato un notevole ritorno a sonorità tipicamente 80’s. Sull’argomento credo possa essere molto interessante un libro che non ho ancora trovato il tempo di leggere, Retromania. Musica, cultura pop e la nostra ossessione per il passato di Simon Reynolds, nel quale mi pare si discuti proprio dell’apparentemente inarrestabile (e a suo parere piuttosto negativa) tendenza attuale al recupero e al saccheggio di suoni e atmosfere dal passato. Diciamo che da musicista mi pongo meno questo tipo di problema, nel senso che almeno in questo aspetto della mia vita cerco di non razionalizzare più di tanto. Mi piace questa musica, faccio questa musica. Nel panorama internazionale attuale c’è sicuramente una scena “minimal wave” che raccoglie anche i gruppi più vicini alla coldwave e sicuramente c’è un crescente interesse anche per la dimensione live di questa sottocultura. Ovviamente non possiamo che esserne contenti.

Coldwave therapy for quick lobotomies

Words And Actions – Can’t Feel (autoprodotto, 2011)

Torna il duo alessandrino dei Words And Actions; dopo il nastro Life Of Farewells, si bissa con un’altra cassetta, in puro spirito Eighties. Più che di una semplice cassetta, in realtà, bisognerebbe parlare di un vero e proprio tape album, visto che Can’t Feel contiene ben 10 brani, che vanno a comporre un corpus monolitico di dark wave-cold wave a base di synth, drum machine e voci alla Ian Curtis/Andrew Eldritch.

Onestamente mi rendo conto di non essere la persona più adatta a giudicare e recensire con cognizione di causa un disco del genere – la mia ignoranza in campo di wave e sue correnti sotterranee è piuttosto crassa, a parte i pochi grossi nomi che tutti conoscono.
Quello che posso dire è che i WAA alle mie orecchie suonano credibili e filologici. Tanto a livello musicale, quanto a livello estetico – con quella grafica austera da epoca pre-desktop publishing. Per non parlare (scusate se mi ripeto) della scelta del nastro come mezzo per diffondere i loro pezzi.

Rispetto all’esordio poco o nulla è cambiato: le atmosfere sono intatte, la personalità del gruppo idem. L’unica vera differenza è la durata, che a mio personalissimo parere penalizza lievemente il lavoro; 10 brani sono un po’ tosti da ascoltare in sequenza. Non è un problema di qualità, ma proprio di intensità e stilemi legati al genere… roba da centellinare, che risulta più godibile in blitz di poche manciate di minuti, se non si è appassionati hardcore.

Questa recensione è ridicola, lo so. Ma il disco è veramente intrigante, a dispetto della mia incapacità – in questo momento – di gestire una comunicazione decente. Potete rendervene conto ascoltandolo in streaming su Soundcloud.

Intanto procuratevelo, è anche un oggettino di gran classe.

http://player.soundcloud.com/player.swf?url=http%3A%2F%2Fapi.soundcloud.com%2Fplaylists%2F1228274 “Can’t Feel” cassette (nov 2011) by Words and Actions

Ai confini degli anni Ottanta

Words And Actions – Life of Farewells (autoprodotto, 2011)

Questo duo alessandrino è quasi incontrovertibilmente composto da persone che gli anni Ottanta li hanno visti, nella migliore delle ipotesi, da un’aula d’asilo o poco più. Eppure il sound della loro dark wave è decisamente filologico e fedele, puzza di cantina di 30 anni fa, ha il colore del riflusso ideologico post anni Settanta (altro…)

Ci si vede al Korova Milk Bar

Malenky Slovos – Antiquambience (autoprodotto, 2010)

Gli spezzini Malenky Slovos – che prendono il loro nome dal gergo del folle Alex in Arancia Meccanica – hanno un’aspirazione alta, ossia quella di creare un sound senza precisi riferimenti (altro…)

Samhain – un disco per l’estate

Ecco una performance live di un brano tipicamente balneare, a firma Samhain. Si tratta di “Archangel“: sentite il sapore di spiaggia,  granite, crema solare, passeggiate sul lungomare. Dopo una dozzina di bombardamenti atomici.

I demoni di Fiumani

fiumani.jpgFederico Fiumani – Brindando con i demoni (Coniglio, 2007)

Mi ritengo un fiumanologo minore a intermittenza e un po’ mi sento in colpa per questa mia mancanza.
Ero a Roma, agli inizi degli anni Novanta, in piena crisi da tre giorni di visita militare – la mia personalissima versione di “Tre volte lacrime”; ero indeciso tra una sana obiezione di coscienza e l’arruolamento nei parà (per dovere di cronaca scelsi poi la prima) e comprai, spinto da un’oscura forza interiore, questa cassetta dalla Ricordi di Piazza Venezia: Da Siberia al prossimo weekend. Inutile anticipare che, almeno, quei tre giorni mi sembrarono meno pesanti, attutiti dall’ossessivo ascolto del nastro.
I Diaframma mi parvero come un rimedio confidenziale ai momenti di instabilità esistenziale, quell’irrequietezza sommessa e provinciale, ma non per questo meno sfiancante e dolorosa. Liriche affilate senza necessità di urlare, “seduti a tavola in quel misero caffè”, una visione epocale, un archetipo generazionale.

Non so quante volte Fiumani abbia brindato veramente con tutti i propri demoni, per dirla come il titolo del suo libro-diario Brindando con i demoni (Coniglio, 2007); sicuramente l’ha fatto con alcuni, con quelle sue allucinazioni kafkiane che lo immobilizzano – da sempre – nella quotidianità: uno sguardo di traverso può bastare, a volte, a gettarlo nell’angoscia sociale e persistente della sua Firenze. Ma in fondo, anche se è duro ammetterlo, a tutti succede di provare i medesimi sentimenti di meschinità e inadeguatezza, all’ombra dei rispettivi campanili della nostra italietta.

In realtà il Signor Diaframma è davvero uno dei pochissimi personaggi che hanno fatto la storia del rock italiano in modo autarchico, mattone su mattone, insieme a un’altra manciata di individui. Ed è rimasto fedele a se stesso, ma nelle pagine di questo diario rock & roll, sgombrando il campo da ogni retorica ortodossa e oltranzista, confessa che la sua fedeltà è dovuta in larga parte alla speranza di rincontrare il padre perso in tenera età e riconoscerlo: un’aspirazione che, se Fiumani avesse preso altre strade e cambiato radicalmente esistenza come fecero diversi suoi amici hippy classe 1960 o giù di li, sarebbe svanita nel nulla.
fiumani1.jpg Una fedeltà di principio sembra già un buon motivo per non perdersi in vite dissolute o svendersi al dio denaro; eppure Federico sembra anche guardare con costante ammirazione l’amico e alter-ego Piero Pelù, il Lucignolo compare di vecchi giochi al sapore di LSD che da una Firenze ancora sonnacchiosa spiccò il volo verso aree internazionali; un’ammirazione che trascende le recenti cadute di stile dell’ex leader dei Litfiba, per la sua naturale estroversione e attitudine iggypoppiana alla performance.

I capisaldi di Fiumani si rafforzano cercando “affinità e divergenze” di percorso con altri suoi colleghi coetanei, che in questo continuo rimando vanno a rafforzare l’identità – volutamente di basso profilo – di Fiumani, il cui idolo di sempre è Tom Verlaine (re dei Television), a cui probabilmente si ispirò agli inizi di carriera e che rimane imprescindibilmente l’amico immaginario più fedele. Fiumani e i suoi dischi. Fiumani e le sue storie di provincia con protagoniste canzoni dai nomi di donna. E le sue donne, amate fino a giocarsi la prostata per il suo piacere più viscerale, da vero intenditore sciupa-femmine: esatto, il culo, senza falsi pudori. E poi – solo al secondo posto – i piedi sublimi di donna, con “l’odore dell’arrosto”. Un devoto stilnovista platonico della canzone, Fiumani, che nella vita si prende il suo riscatto più profondo in una sorta di mito edipico confuso.

Questa è una confessione senza mediazioni, come l’autore stesso ammette, scritta durante un anno in cui svolge la sua attività di musicista con la precisione a orologeria di un impiegato del catasto: che sia davvero questo il rock & roll, in Italia? Uno scazzo continuo con discografici megalomani e sigaro-muniti, colleghi presuntuosi e arroganti, fan superficiali e opportunisti, una giungla di date ed eventi tutt’altro che memorabili… e Fiumani in tutto questo, nonostante tutto, è sempre in piedi, da circa 30 anni a questa parte: una longevità fatta di coerenza e fatica che non hanno pari nel panorama del rock underground, soprattutto perché non è compiaciuta, né sbandierata, ma sentita spesso come un senso di colpa.
Non ci resta che brindare con i demoni di Federico Fiumani, perché sarà un po’ come bere un bicchiere con i nostri. Anche se, alla fine, i suoi diventano angelici nelle canzoni che scrive e gli scheletri nell’armadio, insieme agli scarafaggi giganti, sembrano essere spariti del tutto.

Control: less Pampers, more guitars

moviecurtis.jpgControl (un film di Anton Corbijn, 2007)

Control. Sensazione tipo torta un po’ così, senza ripieni o fragranze particolari. Quei sapori noti, non sgradevoli, ma che neppure ingolosiscono. Ecco, questo film diciamo che si poteva vedere (brutture ben peggiori hanno solcato lo schermo piatto del mio pc), ma non mi ha dato la scossa. Frettoloso negli snodi, pulitino nella regia, patinato nonostante il bianco e nero pseudo-vintage ed esistenzialista (un trucchetto visivo vincente per accalappiare la Now Generation quando cade in depressione perché il blackberry non funziona?).

Ebbene devo dirlo: il tormento che la mia fantasia ha da sempre attribuito a Curtis, qui – in questa pellicola – ricorda invece, vagamente, quelli dei protagonisti delle soap delle 14:00. E ciò è male. Il fatto è che per Curtis ci feci una malattia, una dozzina d’anni orsono. Trip pesante, acuito dalla coincidenza che si ammazzò (o iniziò a farlo) praticamente il giorno del mio decimo compleanno. Coincidenza insignificante, ma anni fa mi piacque molto. E così i JD mi restano sempre lì, in un angolino, accucciati al caldo, anche se li ascolto raramente. Ma quando succede è come rivedere un amico dopo anni.
Confesso anche di essermi comprato, qualche mese fa. Un’edizione vinilica portoghese di Still perché era vecchia, pesante, libidinosamente feticistica e con una copertina un po’ buffa, con le scritte in portogao-ao-ao. Questo per darvi un quadro clinico di chi sta scrivendo.

Il film, dicevo. Nulla di esaltante, ma anche nulla di orribile.
Non mi quadra del tutto la gestualità del protagonista nei panni di Curtis (forse troppo esagerata), ma purtroppo ho visto un solo video live dei JD, qualche anno fa, e i ricordi sono sfocati. Dovrò ri-documentarmi.
Ho notato invece una piccola imprecisione: la leggenda narra che durante la sua ultima notte Curtis abbia ascoltato The Idiot (e l’hanno messo in sceneggiatura), ma abbia anche visto La ballata di Stroszek (di W. Herzog): di questo nessuna traccia.
Bella, ma forse un po’ troppo innocente e virginale l’amante belga di Curtis. Convincente la moglie. Fighissimo il manager. Bello il fatto che gli attori nei panni dei Joy Division sembrassero avere idea di come si suonano gl istrumenti che avevano in mano.

Momento topico da stretta al cuore: Ian rientra da una serie di concerti. Sacco in spalla, nerovestito, sfatto. Entra in casa e la prima visione che gli si presenta è la figlia di pochi mesi nel box; subito dopo una parata di pannoloni e mutandoni stesi ad asciugare, penzolanti dal soffitto della cucina. Uno sguardo, un respiro ed esce di casa, subito, senza nemmeno salutare. Come un fantasma.
Cinico? Sì. Ma forse è la chiave del film, che in vena di fine umorismo riassumerei in “un less Pampers, more guitars”.

Chissà se lo vedremo in Italia, tra l’altro… ad ogni modo, non è una tragedia. Se siete fan ve lo papperete (o già ve lo siete pappato) in inglese; magari sottotitolato.
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