Il partigiano Johnny

affannosmallJohnny Grieco – Affanno d’artista (2009, autoprodotto)

Johhny molti di voi lo conosceranno: fu il cantante dei genovesi Dirty Actions, negli anni Settanta-Ottanta, mentre ora si presenta in veste di solista, tornato alla ribalta dopo alcuni anni di stop e lontananza dalle scene musicali. (altro…)

rock me (ama)dEUS… ma anche no

vantage.jpgdEUS – Vantage Point (V2, 2008)

E’ risaputo che in Belgio sanno fare molto bene due cose: la birra e i dEUS.
Sulla prima c’è ben poco da aggiungere, se non che in estate, e non solo, ne vanno via dei fiumi. Sulla seconda è necessario dire che da non da moltissimo è uscito Vantage Point, l’ultima fatica di uno dei gruppi forse più eclettici e meno etichettabili che l’Europa (e il Belgio) abbia mai prodotto.
Il gruppo di Anversa è stato, per lunghi anni, un’anguilla capace di sgusciare tra mille generi e sonorità diverse (tra cui – solo per citarne qualcuno – jazz, grunge e new wave). E se non mi credete provate ad ascoltare album come Worst Case Scenario o In a Bar Under the Sea.

In Vantage Point subito “When she Comes Down” fa riconoscere l’odore di casa, con arrangiamenti raffinati e due o tre cambi da ricordare. Buon inizio, certo, ma la prima sensazione è che l’energia e la capacità di creare adrenalina abbiano lasciato il posto alla banalità. Continuo nell’ascolto dell’album con questo tarlo che inizia a rodere, e così arriva “Oh Your God” un viaggio tra REM, Stone Temple Pilots (per il riff) e altre suggestioni; è un bel brano ritmato, con il cantato che – in realtà – è più un parlato che si apre in un ritornello agile e portante. Poi “Eternal Woman”, un lento che all’inizio sembra quasi un pezzo dei Blur, che pian piano riguadagna le atmosfere più tipiche dei dEUS.
Segue “Slow”, con echi dei Power Station della buonanima di Robert Palmer, un pezzo dove il basso e la batteria sembrano i Genesis con Phil Collins o Peter Gabriel di Shock the Monkey; poi arriva “The Architect”, un po’ Duran Duran e un po’ INXS, e “Is a Robot”, forse più in stile dEUS dei primi tempi. C’è pure “The Vanishing of Maria Schneider” che sembra un pezzo degli Arcade Fire. Si chiude con “Popular Culture”, che è davvero una canzone da gruppo Pop, e che mi fa pensare definitivamente che, tirando le somme, in tutto l’album si respirano profumi easy listening, a tratti anche dance anni Ottanta/Novanta con produzione sofisticata (Tears for Fears) e qualche lieve inserto rock.

Non fatevi comunque ingannare da tutti questi nomi di artisti diversi: Vantage Point è un’opera che non spiazza per niente. E’ piurttosto un’ottima produzione pop-rock con echi di diverse ispirazioni, che potrebbe anche non dispiacere nel suo complesso. Certo, considerando gli autori, non è un’opera che fa gridare al capolavoro. Piuttosto, come tante altre cose, restituisce il senso di qualcosa che è passato e che adesso non c’è più. Peccato.
Andate pure a comprarlo se volete mantenere la loro discografia completa, ma vi consiglio di non correre, perchè non c’è davvero tutta questa fretta.

Tutti al mare a mostrar le chiappe chiare

cover-aavv-post-remixes.jpgVV.AA. – Post Remixes Vol. 1 (La Valigetta, 2008)

La dannata tecnologia ha decretato, tra le altre cose, la morte delle compilation – spesso su fantastiche cassette – che facevano venire a galla scene musicali altrimenti sconosciute e sconoscibili. Ora ci si limita, perlopiù, a mettere insieme gruppi diversi per tributare l’artista X o promozionare la propria etichetta: si è arrivati persino ad assemblare band del proprio roster per tributare un artista del medesimo roster, pazzesco.
In verità c’è ancora chi raschia il fondo del barile e, che so, riunisce i gruppi di base di Puttalam (Sri Lanka) affidando loro il compito di coverizzare i Liquid Liquid, ma è altrettanto pazzesco.

Grazie al cielo, nella sua apparente banalità, l’operazione messa in piedi da La Valigetta va in controtendenza perché è sostenuta da un’idea. E questa idea è di una semplicità imbarazzante: i ragazzi che stanno dietro alla label di Cremona hanno chiamato a raccolta alcune band chitarristiche ed hanno chiesto loro di risuonare in chiave rock pezzi elettronici di un certo successo. Basta poco: che ce vò?

E sì ci vuole poco se i Perturbazione si travestono da Perturbazione e succhiano l’anima degli All Seing I, scartavetrando quella coolness che ha fatto di “The Beat Goes On” una hit da locale alla moda. Se i Tre Allegri Ragazzi Morti italianizzano il tormentone “Around The World” dei Daft Punk pensando ai Cure. Se i sempre ottimi Mojomatics mettono il turbo a quel capolavoro di “Mexican Radio” dei Wall Of Voodoo. Se i Numero 6 fanno ciao ciao alle t-shirt aderenti degli Eiffel 65 e indossano camicette hawaiane prima di misurarsi con “Too Much Of Heaven”. Se i neo paladini indie Canadians suonano “Playground Love” degli Air come fossero dei Pixies imbottiti di roipnol. Se gli Ex-Otago ci fanno rivivere amoretti e amorazzi sulla spiaggia versiliana di Sapore di Mare 2 e massimociavarrizzano quella immonda truzzata immonda di “The Rhythm Of The Night” dei Corona.
Ci vuole ancora meno se s’insaporisce l’insalata con un bel racconto bladerunneriano dello scrittore Marco Mancassola, musicato da quei folli degli Useless Wooden Toys. Le cose ben riuscite sembrano tutte dannatamente semplici.

Basta poco, che ce vò?

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