Menta tiepida ed eroina

peppermint.jpgBrian Jonestown Massacre – Tepid Peppermint Wonderland: A Retrospective (Tee Pee, 2004)

Il mio rapporto coi BJM è legato a una dinamica di luci e ombre, iniziata nel 2004 con un incontro casuale in un momento piuttosto peculiare della mia esistenza. Era un periodo di grossi cambiamenti, di quelli che arrivano imposti e ti schiacciano da un giorno all’altro, ti sballottano lontano dalle tue orbite psicologiche e geografiche e rischiano di farti perdere il filo di te stesso. Era anche il momento dei miei primi approcci col fantastico mondo della banda larga e di WinMX; nell’indecisione su cosa mettere in download, mi trovai ad avere il nome Brian Jonestown Massacre che mi ronzava in testa. Detto fatto: scaricai alcuni album. Non mi fecero impazzire, né mi fulminarono, ma ricordo che mi trovai a parlarne per telefono con un amico e concordavamo sul fatto che erano un gruppo – comunque la si mettesse – della madonna.

Li riscopro ora, a qualche anno di distanza, grazie al mio compleanno e allo stesso amico con cui parlai telefonicamente del gruppo nel 2004. E li riscopro nel modo più old school e banale che possa venire in mente, ovvero grazie a un greatest hits: Tepid Peppermint Wonderland.
Certo, i puristi (e io stesso, anche se purista non sono) diranno che il best of è la maniera peggiore per esplorare il lavoro di una band, ma io rispondo che questo doppio cd è decisamente una creatura che gode di vita propria e non un mosaico arroccato, fatto di pezzettini presi più o meno a casaccio da una discografia. Direi che ci si orienta piuttosto bene, qui, e si trovano anche un po’ di brani mai usciti altrove, come buona pesa.

L’impressione, alla fine del secondo dischetto, resta: i BJM sono un gruppo della madonna se amate rock, psichedelia (old school e contemporanea), punk, garage, Sixties sound e un po’ di indie pop. Non sono certo dei jolly da giocarsi quando ti prendono i momenti tipo “E adesso che cazzo m’ascolto”, ma hanno personalità e carisma da vendere, per cui vanno fruiti nei frangenti giusti. Come tutti i gruppi e gli album dotati di un minimo di carattere… carattere, peraltro, che sprizza fin dalle primissime battute ed esplode in pezzi come “When the Jokers Attack” – pericolosamente e deliziosamente vicina ai Cult di Love che coverizzano la propria “Love Removal Machine” da Electric – oppure “Open Heart Surgery”, un pezzaccio alla Cure di quelli che Robert Smith ormai se li sogna da anni perché non è più in grado di scriverli.

Allora ascoltate me: chiudetevi in casa, a persiane rigorosamente sbarrate. Accendete il condizionatore, stappate una birretta decente (trattatevi bene in questi momenti, per dio!) e mettete su questo disco – magari non scaricato… ci siamo capiti. Fatevi qualche sorso e rilassatevi (eventuali sostanze psicotrope in addizione sono a vostra totale discrezione e consigliatissime). Varrà la pena farsi questo trip con Mr Newcombe e soci. Garantito.

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Brian Jonestown Massacre

Un pezzo molto molto molto neo psichedelico (sembrano i Cult di Love che coverizzano e riarrangiano la propria “Love Removal Machine”, in un paradosso temporale azzardato). Beccatevi il video, quindi, di “When Jokers Attack“.

Traffic Sound: psych Perù

traffic-sound.jpgTraffic Sound – s/t (Repsychled Records/Mag, 2007)

Quando meno te l’aspetti ecco spuntare fuori – da quell’infinito serbatoio che è l’arco fra i tardi 60’s e i primi 70’s – l’ennesima pepita dorata. La macchina dello spazio-tempo, grazie ai Traffic Sound, questa volta ci porta fino a Lima, in Perù, alla fine del 1970. Quest’album (il terzo del gruppo) mostra il sestetto alle prese con un sound che fonde Hendrix, i groove pesanti dei Cream, la psichedelia e li amalgama con caldi ritmi sudamericani e le matrici folk della terra peruviana.

Il risultato è un LP in cui sound e struttura dei pezzi mostrano chiaramente la propria origine tardo Sixties/early Seventies, rielaborata attraverso una sensibilità latina; il tutto arricchito da flauti, sax, percussioni tribali e caldi ritmi funk, con puntate in territori quasi progressivi. Il connubio di queste influenze così cangianti non può non affascinare o lasciare indifferenti.
Le due opener “Tibet’s Suzettes” e “Chicama Way” sono di sicuro i brani che colpiscono maggiormente, con la loro forma di avvolgenti jam latin-psych caleidoscopiche, con arrangiamenti particolarissimi. Altrove le atmosfere si fanno più folk e rarefatte (“America”) o morbide, con toni quasi da ballata (“Those Days Are Gone”).

La concisione dell’album (sette brani per appena 30) minuti e la varietà delle suggestioni sonore fanno sì che non diventi mai pesante o eccessivamente impegnativo. Ad arricchire l’esperienza dell’ascolto (oltre che – ovviamente – a solleticare gli istinti di tutti noi feticisti) aggiungiamo che il tutto è presentato in una lussuosa confezione digipack, col cd alloggiato in un cartonato pieghevole che riproduce l’involucro dei master del disco. Dunque, non mi resta che augurarvi buona spesa e buon ascolto di questa preziosa ristampa.

Misfits… so what?

misfitsgroup.jpgUna decina d’anni fa – o poco più – sarebbe stata una notizia da fibrillazione (come in effetti fu, all’epoca), ma il ritorno dei Misfits sui palchi nostrani ormai è quasi un appuntamento come il Festival dell’Unità: sappiamo che ogni anno arriva… a volte anche più di una volta nella stessa annata, a onor del vero, nel caso Misfits – ovviamente nella loro incarnazione Danzig-free.
Ironia a parte, Jerry Only e Robo, ovvero ciò che resta dei Misfits, con l’aiuto di Dez Cadena (ex Black Flag), faranno un paio di date in Italì. Questi gli appuntamenti:
25/04 Trezzo D’Adda (MI) @ Live Club
26/04 Cesena @ Vidia

Per info: www.myspace.com/getsmartagency e www.getsmartagency.com

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