The Romilar diaries

Lester_Bangs01Un altro pezzo riciclato dalla mia carriera – abortitissima – da giornalista musicale per una rivista cartacea. Per una serie di motivi non dipendenti dalla mia volontà le cose non sono mai andate nel migliore dei modi e alla fine ho scelto di mollare.
Questa volta si parla di Lester Bangs. Classico, forse banale. Ma intramontabile (altro…)

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Non a tutti dona il rossetto

Greil Marcus – Tracce di rossetto (Odoya, 2010, 446 pag.)

Si dice un gran bene di “Groovy” Greil Marcus, pioniere del giornalismo rock insieme a pochi altri, sopraffina penna di Rolling Stone e Creem capace di stroncare un Self Portrait di Bob Dylan come fosse l’ultima delle registrazioni di un busker qualsiasi.

Il rock and roll è un ricettacolo di scarti di altri generi, non ha ancora trovato – e mai troverà – una propria specificità semantica; è un mutante composto da ciclostili letterari di serie B, film culto, pornografia, esecuzioni capitali di serial killer mai ravveduti… insomma in qualsiasi verso se ne voglia scrivere, se si ha una certa padronanza lessicale e dimestichezza con l’inchiostro, qualcosa di decente ne esce sempre fuori.

In Tracce di Rossetto, ambizioso saggio (anche piuttosto datato) che si loda e si sbrodola dentro un fitto e ramificato mappamondo di avanguardie novecentesche, punk e anabattismo, Marcus si mette sul piedistallo dei critici rock onniscenti, coloro che per devianza o per sbaglio scrivono di rock, ma in realtà per un background accademico citano a memoria passi di Capitalismo e schizofrenia di Deleuze o si deliziano, nello specifico del libro, di trascrivere snodi di La società dello spettacolo di Debord. E allo stesso tempo puntano a trovare ipotetiche connessione con l’affaire Sex Pistols e altre eresie nei saecula saeculorum.

Ridotto all’osso, Tracce di Rossetto è una snervante e piacevole digressione, deragliamento continuo e salti temporali che dalla Parigi barricadera e infuocata del ’68 ci teletrasportano sul famigerato palco del Winterland  di San Francisco – dove i Pistols tennero il loro concerto di addio.

Per quanto mi concerne Lester Bangs avrebbe liquidato Malcolm McLaren come un furbetto attento alle mode che, a seguito dell’inaspettato successo, si sarebbe sciacquata la bocca con paroloni come avanguardia, situazionismo e rivoluzione. In fondo ci aveva già provato con i New York Dolls, raschiando il fondo del barile e cercando di camuffarli da guerriglieri del comunismo, mettendogli il basco al posto delle parrucche e i pantaloni di pelle rossa.
Ma Lester Bangs è morto da tempo e io non ho voce in capitolo. Mentre di Greil Marcus si continua a dire un gran bene.

School of rock journalism

[Da Creem, marzo 1976. Di Peter Laughner]

Lou Reed – Coney Island Baby (RCA, 1975)

La mia copia promozionale di questo disco mi ha fatto diventare talmente malinconico e depresso che mi sono ubriacato per tre giorni di fila. Non sono andato al lavoro. Ho avuto un litigio orribile e sono venuto alle mani con mia moglie, tutto per uno stupido flacone di Valium da 10 mg (mi ha lanciato addosso un posacenere, un mattone e un candelabro alto un metro, ma io sono riuscito a metterla a terra, mi sono seduto sul suo petto e le ho sbattuto la testa sul pavimento di legno). Ho chiamato il direttore di questa rivista – a mie spese – e non ho fatto altro che vomitare catarro in uno stato di stupore alcolico per tre ore, nutrendo segretamente la speranza che almeno lui potesse darmi un appiglio per capire perché mai questo disco avrebbe dovuto piacermi. Poi ho telefonato a mia cognata: “Dai vieni a trovarmi e fammi un pompino mentre sono svenuto”. Ho scroccato da bere a chiunque mi si avvicinasse o mi facesse entrare in casa propria. E ho finito in gloria svenendo, dopo aver vomitato ed essermi pisciato addosso, mentre provavo con la mia band. Il cantante mi ha risvegliato a calci. Poi mi ha riportato a casa il mio migliore amico, che mi sopporta da tanto tempo: la sua donna mi ha obbligato a mangiare qualcosa. Lei, in fondo al suo cuore, riusciva ancora a trovare la voglia di sorridere di fronte al mio incorreggibile comportamento… e le ho lasciato tutti i miei beni materiali, appena prima di infilarmi in bocca sei Valium (e tre pasticche di vitamina B: probabilmente ero certo che mi sarei risvegliato, oppure pensavo che così con l’autopsia avrebbero comunque dichiarato che il mio fegato era a posto). Beh, dopo aver dormito per 16 ore, mi sono svegliato e indovina cosa avevo in testa , insieme a immagini di metropoli in fiamme e onde oceaniche piene di schiuma, che esplodevano in vortici di acqua salata…

“Watch out for Charlie’s girl…
She’ll turn ya in…
doncha know…
Ya gotta watch out for Charlie’s girl…”

Che dovrebbe essere il singolo di Coney Island Baby e potrebbe diventare un grande hit se lo promuovono bene, visto che non è meno commerciale di “Saturday Night“… devono solo trovare quattro ragazzini carini da piazzare al posto di Lou Reed.

Quando ero più giovane i Velvet Underground per me erano ciò che gli Stones, Dylan, etc. erano per migliaia di altri teenager mutanti del Midwest. Sono stato esonerato dal corso di letteratura del liceo altoborghese dove andavo, semplicemente per aver mostrato una lista di titoli di libri che avevo sfogliato mentre mi sparavo ossessivamente White Light/White Heat nelle cuffie dello stereo che c’era nella stanza dei miei. Tutti i miei compiti in classe erano dei rigurgiti maniacali  sui parallelismi tra i testi di Lou Reed e qualsiasi argomento ci fosse chiesto di trattare. Ho comparato “Sweet Jane” ad Alexander Pope, “Some Kinda Love” per me era a livello di “Hollow Men” di T.S. Eliot… in più suonavo in una band e facevamo tutte queste canzoni, intossicati grazie al nostro bassista che faceva le consegne per una farmacia e si era fregato un’intera boccia da 5 litri piena di pasticche varie. In questa maniera ho intelligentemente evitato ogni tipo di responsabilità intellettuale o creativa a cavallo della fine del decennio (avevo letto tutto quello che ero riuscito a trovare nelle biblioteche locali di Delmore Schwartz, a causa di un riferimento implicito nel primo disco dei Velvet). Perché diciamolo: alla fine una persona che ha una chitarra elettrica e sa citare perle oscure tipo “Ho visto la mia testa che rideva e rotolava sul pavimento” non ha nessun bisogno di talento… c’era la direttrice del giornalino scolastico di poesia, una tizia magrissima e asmatica; e poi la professoressa d’inglese, che aveva un matrimonio infelice e mi scarrozzava a casa e dove volevo con la sua Corvette… e anche altre (c’era una ragazza che iniziò ad avere i crampi mestruali che andavano esattamente a tempo con la batteria di “Sister Ray”). A chi serviva il college e una carriera? Lou Reed era il mio Woody Guthrie, e con una quantità sufficiente di anfetamina io potevo essere il nuovo Lou Reed!

Me ne sono andato da casa. Ho vagato lungo la costa sbagliata (riuscite a immaginarvi come poteva essere tentare di convincere la gente di Berkeley, California, ad ascoltare Loaded nel 1971?). Quando è uscito il primo disco solista di Lou, ho guidato per centinaia di miglia per farlo ascoltare ai miei ex amici che erano reclusi in un piccolo ed esclusivissimo college del Midwest e sentivano solo i Dead e Miles Davis. Tutti i miei ex compagni di scuola delle superiori erano impegnati a costruirsi carriere brillanti, come psichiatri, botanici, avvocati; oppure facevano i commerciali per la IBM e si alcolizzavano (eccetto il nostro batterista  che era diventato un tossico, poi ha avuto un attacco di cuore e ora sente solo Santana). Tutte le ragazze che mi scopavo in cambio di droghe o di qualche canzone ormai avevano sposato dei tizi che erano esattamente come i loro fratelli e si erano trasferite in Florida o a Chicago, lasciando le loro copie di Blonde on Blonde e White Light in qualche armadio, insieme ai taccuini pieni di poesie scritte sotto anfetamina che io ho composto per loro. Quando Metal Machine Music era uscito, ormai avevo perso tutti i miei contatti. L’unica cosa che mi ha salvato, durante quell’estate del 1975, è stato vedere i Television per tre sere di fila e vedere Professione: reporter.

Quindi tutte quelle persone probabilmente non si accorgeranno mai di Coney Island Baby, e se mai lo faranno non cambierà nulla in ciò che è rimasto dei loro neuroni. Il maledetto disco inizia esattamente come uno degli Eagles! E a parte “Charlie’s Girl”, che ha pietà di noi ed è corta e concisa,  è tutta una lunga caduta. “My Best Friend” è una outtake dei Velvet di sei anni fa, che era divertente suonata veloce e con Doug Yule che cantava. Qui è lenta come “Lisa Says”, ma senza il suo quoziente di erotismo. Puoi metterti lì a romperti la testa per decifrare i suoni aggiunti in “Kicks”, ma non ci capirai molto (carino, c’è il suono di uno che sniffa coca e poi mi pare una fiala di popper che viene aperta, quella nella cassa di sinistra). Di sicuro puoi utilizzare meglio le tue cuffie per sperimentare le sovraincisioni fantasmagoriche di Patti Smith in Horses.

Il lato B inizia con la cosa PEGGIORE che Reed ha mai fatto, una scopiazzatura di se stesso zoppa e strascicata  in cui farnetica di essere “un dono per le donne di questo mondo” (e in effetti l’intero album mi ricorda l’immondizia che mettono nei jukebox di quei bar dove rimorchi le hostess, dove una birra costa due dollari, sulla 1st Avenue proprio sotto la Settantesima). In “Ooohhh Baby” c’è l’unico verso buono del disco: “tuo papà era il miglior scassinatore sulla piazza”, ma poi è una scopiazzatura inutile da Ric Von Schmidt.

E poi arriva “Coney Island Baby.” E’ semplice, patetica e stupida autocommiserazione: “Non ci crederesti, ma io volevo giocare a football per il coach”… certo, Lou, anche io lo volevo, quando pensavo fosse molto figo essere gay, alle superiori. Poi arriva un crescendo graduale, Danny Weiss butta lì un po’ di riff alla George Benson, per arrivare a una botta ANCORA PEGGIORE di autocommiserazione su quanto sia duro vivere in città e su come la gloria dell’amore ti illuminerà. Chissà. Va avanti per sei minuti.

Adesso me ne sto qui, sobrio e forse anche lucido, in uno di quei giorni d’inverno che ti fanno capire che Capodanno è lì dietro l’angolo e tu non hai fatto molta strada dall’ultimo, ma anche che se vuoi combinare qualcosa al mondo ti conviene rimboccarti le maniche e FARE DA TE. Eppure ho la sfrontatezza di dire al mio vecchio eroe, “Hey Lou, se davvero credi in quello che hai scritto nell’ultimo verso di ‘Coney Island Baby’ – ‘Sai, mollerei tutto per te’ – allora potrebbe essere il momento di farlo”.

Bangs Bangs, my baby shot me down

Nel 1974 usciva il numero uno (e anche l’ultimo) di Brain Damage, la fanzine curata da Metal Mike Saunders, futuro membro di Vom e Angry Samoans. Una ‘zine veramente old school che – tra le varie cose – contiene un’intervista alla star di quegli anni, nel mondo della critica rock: il signor Lester Bangs, direttamente dalla redazione di Creem.
Bangs non si spreca molto, rispondendo con un fiume di parole deraglianti e inconcludenti… ma ovviamente noi al cospetto di sua Maestà ce ne strafreghiamo e suggiamo le sue perle di saggezza insensata senza farci domande. Ecco dunque un tentativo di traduzione (onestamente il testo originale è confuso ai limiti dell’inintelligibile, frutto di un Bangs senza dubbio in vena di giocare con le parole per confondere e deridere i lettori e l’intervistatore), nel timido intento di riesumare un pezzettino di storia bangsiana dimenticata.

Dove è iniziato tutto questo?
Probabilmente nella preistoria. Mi considero un beatnik, sai. Da ragazzino nel tempo libero le uniche cose che facevo erano andare al supermercato a comprare una bottiglia di succo di limone concentrato e una di 7 Up, leggere William Burroughs e inghiottire noce moscata.

Ormai da un po’ sei considerato “il” critico rock per eccellenza. A che punto della tua vita ti sei reso conto che eri sulla via giusta, professionalmente?
Direi quando uscì la mia recensione di Exile On Main Street su Creem, nel giugno del 1972: sono io al mio meglio. Inversioni e mutazioni linguistiche tagliate fino all’osso, stampa aliena. Le mie radici sono quelle del Kerouac vagabondo, roba visionaria da girovago. In parte c’è della cara e vecchia lingua velenosa, in parte dello sconvolgimento da Belladonna. Il Romilar è il mio vizio. Sono un Maynard G. Krebs che gira coi rollerblade ai piedi…

Da dove arriva l’inimitabile stile alla Lester Bangs? Magari ti sei ispirato ad altri critici musicali che scrivevano a metà degli anni Sessanta…
Lascia che ti dica che l’adulazione non ti porterà lontano con uno come me. Dove io abbia trovato ispirazione per il mio stile sono affari miei e tocca a te capirlo. E comunque è questione di essere nel posto giusto al momento giusto. Hai capito, ragazzino? Vendere scarpe a San Diego, il sound delle periferie di Detroit, rilassarsi a Boston mangiando biscotti all’hashish al tramonto! Quando sei affamato di dolci e visioni anfetaminiche frullate, tendi ad arrangiarti come puoi. Per me è tutta una questione di cibo. Il rock è arte, l’arte è rock, il rock è cazzo, è ballare senza scarpe in una pozzanghera di sangue in una bettola.

Quindi sei favorevole alle droghe?
Erba, figa, eroina, casino!!! Un po’ di tempo fa io e il vecchio Alan Niester ci eravamo imbucati a una convention della MCA a Los Angeles; Al mi guarda di traverso, dopo un pomeriggio passato a bere Coors, Miller e Blue Nun e mi dice: “Bangs, se un vero punk e mi piaci, perché alla mia maniera da canadese del cacchio mi piacciono i punk”. E da lì è iniziato il delirio. Il mondo del rock fa cagare, è un polipoide marcio che ti striscia sul faccione!

Nella tua rapida ascesa hai ispirato una folta schiera di imitatori. Cosa mi dici di chi si lamenta che Robot Hull e il suo modo di scrivere stanno infestando Creem in maniera letale? Ti dà fastidio che altri, ora, si stiano facendo un nome usando uno stile che fondamentalmente ti appartiene?
Non vedo come tu possa fare queste affermazioni, visto che di recente ci siamo attivati per purgare Creem da Hull. Comunque lascia che ti dica che questa gente mi fa incazzare di più di un taco piccante immerso in un secchio di cera fusa bollente pronto a schizzarti in un occhio e a farti spruzzare sangue come una fontana. Mi hanno intortato tanto da farmi pubblicare la loro roba, lo ammetto, ma senza dubbio non sentirai mai più parlare di queste nullità, finché non impareranno che devono uscire dalle loro tane illuminate da candele e impregnate di fumo di canne, non si dimenticheranno della purezza e di tutte queste cazzate culturali e non si sporcheranno un po’ le mani. Ormai qualsiasi coglione con una macchina da scrivere in casa pensa di poter diventare un critico rock, ma nessuno di loro può nemmeno avvicinarsi a me quando si tratta di lasciarsi andare alla sarabanda concettuale che schizza fuori dal vortice sonoro. Lasciali provare! [segue delirio seriamente intraducibilenda]

Quindi, in altre parole, ti definiresti come uno dei poeti del nostro tempo?
Certo che sì!

Laughner on Modern Lovers

Nel numero di agosto 1976 di Creem, Peter Laughner recensisce il debutto (che in realtà è una collezione di demo registrati qualche anno prima, tra il 1971 e il 1973) dei Modern Lovers di Jonathan Richman (altro…)

Lester and me: la parola a James “The Hound” Marshall

Lester è morto perché il rock’n’roll era l’unica cosa che lo teneva in vita – quando è morto il rock’n’roll è morto anche Lester Bangs
(James “The Hound” Marshall) (altro…)

Bryan Ferry vs Lester Bangs!

Un frammento di documentario inglese, in cui si parla del noiosissimo Bryan Ferry. Perché ci interessa? Semplice… al minuto 1:11 arriva Lester Bangs! Un rarissimo documento.

Laughner & Bangs bootleg!

Peter Laughner & Lester Bangs – the famous Lester Bangs sessions, Creem offices 1976 (bootleg)

Certi materiali sonori sono aprioristici. In senso kantiano. Dopo questa frase mi ci vuole una birra, una sigaretta e magari un tiro di popper. O qualcosa di meglio.
Ma lasciamo perdere i ricordi universitari. Ché filosofia e rock’n’roll, per quanto interlacciati, non fanno bella figura a livello manualistico. E’ roba che devi dedurre, percepire, sentire. E basta. Anima e carattere, non libri e conferenze.
E allora vediamo di percepire.

Quello che abbiamo qui, reperito in rete e mai stampato in alcuna forma che esulasse dal nastro per tape trader eo cd-r (in tempi più recenti), è un manifesto criptico, di quelli che si leggono e magari si capiscono dopo tempo. Oppure si capiscono al volo con la necessaria dose di know-how e mitologia. Di certo non è una collezione di brani immediati, da scoprire per la loro orecchiabilità ,sensibilità compositiva o qualità di songwriting.

Metti che è un giorno di quelli un po’ così. Niente da fare e nessuna voglia di star buoni in casa o andare al cinema. Non parliamo poi di lavorare. Per ca-ri-tà.
Metti che ci sono Lester Bangs e Peter Laughner nella stessa città. Peter è andato a trovare Lester, dato che scrivono entrambi per Creem e si intendono alla perfezione. Tra borderline di solito scatta la scintilla, è noto. E si piacciono, se la danno da intendere, si ubriacano insieme, si fanno di tutto (e con due così, occorre prendere il termine “tutto” nella sua accezione più stretta e non passibile di libere interpretazioni). Poi capiscono che lo stato attuale della musica è pietoso e solo loro – eletti e illuminati – possono rendersi conto di cosa sta accadendo e trovare il modo per contrastarlo. Ma sanno di essere solo in due contro un’orda di illetterati del rock. Nemmeno Davide contro Golia era così in minoranza.
E allora la grande pensata. Risolutiva. Si va negli uffici della redazione di Creem. A quell’ora non c’è nessuno. Perchè i giornalisti rock, all’epoca, mica erano colletti bianchi come adesso. Genio e sregolatezza, o semplice svacco, come i musicisti di cui scrivevano. E forse il segreto era quello. Come dire: è difficile scrivere di cose che vivi di seconda mano. E infatti… vogliamo parlare del giornalismo musicale degli anni Ottanta e seguenti? Meglio di no, via. Non infiliamoci in vespai dolorosi e forieri di battagliette inutili, perchè è stupido fare polemica su concetti inesistenti.
Dicevamo: la redazione di Creem. Io me la immagino la redazione di una rivista musicale come Creem, a metà anni Settanta. Computer? Sì, certo. Un sacco di computer. E magari anche il teletrasporto e il macchinario per tramutare l’alluminio in oro. Sveglia: macchine da scrivere, poche e bisunte. Qualcuna elettrica, altre ultra low-fi.
E poi carta e cartaccia, un paio di telefoni, scaffali sghembi pieni di vinile, cassette e qualche cartuccia Stereo 8 ancora incellophanata. E bottiglie vuote, lattine, cartocci di cineserie take-away, posaceneri zeppi da far vomitare.
E il bagno. Per dio il bagno. Tipo i cessi della stazione di Anagni: intasati e mortiferi (tanto che l’ultima volta che ci sono stato ho pisciato contro il muro del magazzino attrezzi in pieno giorno).
Per terra c’è del linoleum giallastro, pieno di bruciature di cicca e incrostazioni paleolitiche.

Quando hai mischiato il Romilar allo speed e l’hai annaffiato con una dozzina di birre e un po’ di scotch a buon mercato, il cervello ti gira a mille. Gira su circuiti tutti suoi, ma gira.
E allora Lester e Peter si buttano di testa in pista. Chitarra acustica, due voci, qualche battito di mani. E’ un Carnevale di cover smozzicate e riconvertite, di gorgogli e deliri, di improvvisazioni su riff estemporanei. Il telefono suona, ogni tanto. Peter vuole andare al 7-11 giù all’angolo a prendere altro da bere. Lester canta che tardano a pagarlo e si impappina come un alcolista da osteria. Ma la musica scivola fuori dalle bocche e dalle dita.

Coro di ubricahi. Lampo di genio.
Idiozia impresentabile. Momento memorabile.
Tutto è in bilico tra gli estremi, nei 22 frammenti che sono finiti su nastro. E la cosa peculiare è che siano stati registrati. Come se i nostri due amici avesero la consapevolezza o l’arroganza sacrosanta di essere lì lì per partorire qualcosa di definitivo.
Come definitiva è la loro rendition di “Knocking on heaven’s door” o il tormentone d’improvvisazione “Goodbye Lou”. E poi c’è “Sister Ray”, anche in versione rovesciata.
Voci impastate, lingue che slittano. Ma una chitarra incredibilmente lucida, come se si suonasse da sola.
E poi ancora una sbullonatissima “Lester Ray”, a suggello, quasi, del tutto.

Ironia della sorte. O semplicemente dato di fatto: da lì a un anno circa Laughner sarebbe morto e Bangs avrebbe scritto un famoso pezzo-epitaffio in cui dichiarava “io scelgo la vita”, come a voler rinnegare gli eccessi che il rock’n’roll si porta inevitabilmente dietro.
Io scelgo la vita. Certo. Salvo poi morire in circostanze poco chiare con un tot di pillole nello stomaco.
Lester, Lester, Lester… ma a chi volevi darla a bere? Tu eri della stessa pasta di Peter. E lo sapevi meglio di tutti.

Allora: trovatelo. Chiudete gli occh. Bevete un paio di birre e visualizzate alcuni concetti basilari. Cleveland, Creem, Romilar, Bangs, Laughner. Provateci più volte. E riprovateci ancora.
Poi mi saprete dire.

Una curiosità: Jim Derogatis in Let it blurt data la session 1976. Alcuni trader, invece, la indicavano come risalente al 1975. Crediamo a Derogatis? Ma sì, và…

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