Horrors e tarocchi

The Horrors, 22/11/2011 @ Magazzini Generali, Milano

Volevo levarmi lo sfizio di spararmi una band di super-pischelli prodigio, visto che vengo spesso accusato di gerontorockfilia (ovvero passione sfrenata per rocker feticcio over 50, spesso arrancanti sul palco in stato confusionale o affetti da demenza conclamata), se non di necrorockfilia… il club 27 docet.
Per trasgredire a questa malsana regola, il rendez vous è la data meneghina degli Horrors in un gelido martedì novembrino, ai Magazzini Generali.

Dopo aver rifilato un euro all’est-erofilo e abusivo parcheggiatore di turno, al fine di non ritrovarmi la macchina con il parabrezza sfondato o le gomme a terra, salto a piè pari le bancarelle di magliette con l’effige taroccata dei cinque bardi di Southend on Sea e mi infilo dentro il locale.
Essendo davvero a secco di concerti di questo “genere–non–genere”, in effetti anche la stampa specializzata ha problemi di marchio con i The Horrors, non avevo la più pallida idea di cosa aspettarmi. Prima sorpresa, il pubblico: ero quasi certo di assistere a una passerella di emo-dark-proto-garagisti-neo-shoegazer… e invece niente di tutto questo. Probabilmente con la virata new wave oriented dell’ultimo album, la band made in UK attrae la crema della manovalanza dell’alta moda milanese: volti da copertina, ma look in bolletta, che inscenano  pogo farlocchi tanto per scaldare un’atmosfera siderale che verrà esasperata dai suoni algidi, dalle luci fredde e dalle pose statuarie del quintetto della perfida Albione.

Chi era lì, come il sottoscritto, per annusare quel sound un po’ furbetto ma decisamente garage di Strange House, il loro disco di debutto, è rimasto a bocca asciutta.
Gli Horrors hanno privilegiato i brani della scaletta tratti of course dall’ultimo lavoro e ripescando qualche pezzo in sintonia con Skying da Primary Colours.
Con il susseguirsi delle tracce (sottolineo tracce perché l’impressione era di ascoltare l’album nel proprio salotto, acustica senza sbavature e  impeccabilità del sound), all’amarezza iniziale fa posto una benevola sensazione a forma di nebulosa fluttuante, in cui si miscelano richiami dello shoegaze primordiale – Happy Mondays e Primal Scream – ma anche derive verso la nuova ondata brit pop meno ortodossa – Suede, Kula Shaker e Verve.

Quasi due ore di show godibile, in cui gli Horrors hanno dimostrato di conoscere a memoria la lezione, così tanto, però da atteggiarsi a secchioni. La patina di artefatto fa spesso capolino e, uscendo, scopro che questa sensazione plastificata è in sintonia con le bancarelle di t-shirt tarocche della band che mi attendono immancabili, di nuovo all’uscita.
Con questo karma made in Mergellina incrocio i discorsi del pubblico che sfolla, ognuno sembra convergere sull’interrogativo: “quale sarà il prossimo passo degli Horrors?”.
Personalmente ritengo che sono in grado di creare un Bignami di qualsiasi genere; azzardo un disco di kraut rock, ma auspico loro di trovare un genere che sia proprio, come quell’auto con il parabrezza ancora intatto dovrebbe essere la mia.

Annunci

Salutami Eddie

Eddie & The Hot Rods + The Crooks, live @ Lo-Fi, Milano 30/09/2011

“E’ lui Eddie…” mi dice un conoscente agghindato in puro stile oi, vedendo arrivare Barrie Masters – che tra l’altro ha un braccio ingessato. Ok, iniziamo bene (e chi non capisce perché, non si preoccupi: è tutto bellissimo, oggi c’è il sole ed è sabato).

La faccenda diviene più easy e piacevole quando vengo invitato a cena con la band; mi intrattengo per un’oretta scarsa nella trattoria Il Buongustaio insieme ai sei inglesi e al road manager per una notte Basetta. Si chiacchiera, si beve vinaccio e si assiste ai siparietti delle signore della cucina, che parlano disinvoltamente in italiano con gli inglesi – che non capiscono un cazzo, ma stanno al gioco – ma si lanciano anche in canti e balletti (le signore, sempre). Su tutto spicca una rendition di “O sole mio” cantata da una delle tipe, con Barrie a farle da controcanto – ma con la versione della canzone utilizzata in UK come pubblicità del Cornetto Algida. Pura poesia pub rock.

Al rientro il Lo-Fi è abbastanza affollato ed è quasi subito il turno degli italiani Crooks, che calcano i palchi da diversi anni e hanno indubbiamente un buon mestiere. Il loro è un punk rock tirato e duro, non personalissimo né particolarmente geniale, ma – ripeto – ci sanno fare, tengono la scena con una certa autorevolezza e scivolano via lisci, senza esaltare né stancare.

Verso mezzanotte e mezza Eddie & The Hot Rods imbracciano gli strumenti e danno inizio alle danze. Nonostante l’età (Masters sembra la versione mummificata di sé 35 anni orsono) hanno ancora tiro e soprattutto voglia di suonare e divertirsi. I membri originali sono solo due, ma le movenze sono da rockstar consunte, abituate ai palchi più prestigiosi e a quelli più infami… loro ne hanno viste tante e non hanno problemi: vanno per la loro strada, hanno uno show da portare avanti. La musica è sempre quella, pub rock-rock’n’roll d’essai, anche se leggermente virato in salsa hard rock rispetto alla versione della band di 30-35 anni fa. Niente di grave, né snaturante, ma si percepisce piuttosto chiaramente.

Le ragazze nelle prime file ballano, parte qualche coro singalong, le facce sono sorridenti e in un batter d’occhio la scaletta è andata. La band abbandona il palco dopo una “Gloria” versione quasi speed metal, ma torna immediatamente, chiamata a gran voce. Il tempo di un rapido bis con “Born To Be Wild” (che fa scatenare l’unico pogo della serata… sic) e “la musica è finita, gli amici se ne vanno”, come diceva la Vanoni.

Non sarà stato il concerto della vita, ma è stato un buon concerto: Eddie & The Hot Rods hanno ancora dignità e questa è una constatazione piacevole. E poi vuoi mettere – se mai arriverà il momento – poter dire a mio figlio “Sì questi li ho visti dal vivo”, allungandogli la mia copia frusta e distrutta di Teenage Depression?

[Tutte le foto © Fabrizia Perin]


M’odia, non m’odia

E’ ufficiale: “Mi odi?” è la domanda che le truppe di agguerritissime e accuminatissime zanzare che popolano l’East discomfort dell’Idroscalo rivolgevano al fangoso popolo del male. L’occasione è stata la terza edizione del MiOdi, il festival che mette in scena la miglior kermesse dell’ area metal, hardcore, post-hardcore, noise, psichedelica e sperimentale da tutto il mondo. E’ il rovescio della medaglia del mellifluo MiAmi, con location al Circolo Magnolia, Idroscalo, Milano.

Tre palchi: il Main Stage, il Rock Hard Into The Void stage e il Messicano con aggiunta di stand di genere metal/noise/esoteric. Il cartellone era succulento e prevedeva ben 15 gruppi in una manciata di ore, così  dopo il solito slalom nel traffico meneghino sguscio come una biscia in zona evitando il furto dei parcheggi abusivi da 5 euro e piazzandomi in zona rimozione; L’Occhio che odia dio mi ha protetto in questo caso, giusto in tempo per i jappi Church of Misery, band supporto per il tour nichilista europeo degli EyeHateGod.
Potenti, epici, samurai del doom ripercorrono gli intrecci sabbathiani e hard Seventies, coverizzando anche “City on  Flame” dei Blue Oyster Cult, una prova live di rara intensità che infiamma il pubblico in perenne slamdance – e soprattutto esaspera i raid delle zanze, che sembrano apprezzare questo nippo sludge.

Rapido cambio di palco, sbircio i The Secret silenziosamente; fa troppo caldo per rintanarsi all’interno del locale. Mentre mi apposto oltre il border del pogo per gli immensi EyeHateGod sento un po’ di voci scorate sulla breve esibizione dei Midryasi e i pessimi suoni per i Boris.

Mike Williams si aggrappa al microfono un po’ stonato sfoggiando una detroitiana t-shirt degli MC 5 farfuglia qualcosa di incomprensibile mentre catacombale emerge l’armata delle tenebre sonora capitanata dai riffoni di Jimmy Bower e dai ritmi macilenti e paludosi  di Joey LaCaze. Si pesca a piene mani da In the Name of Suffering fulminante esordio al sordido stoner sludge, con il siparietto dei colleghi amici Church of Misery sul palco con loro e un inaspettato bis a scardinare la deadline di chiusura.
E’ apparsa chiara da subito una censura ai decibel paurosa, il popolo rumoreggiava infastidito inveendo contro il service con cori che all’unanimità inneggiavano  “volume-volume”. Ma il politically decibel correct è rimasto inalterato fino a fine esibizione.

Mentre mi avvio verso l’uscita con la benefica sorpresa di ritrovare l’auto con tutti gli accessori al proprio posto, una zanzara rimasta infilzata nella mia testa mi suggerisce la considerazione che in effetti lo sludge sembra la deriva più credibile del genere metal stoner ora in circolazione – crocicchio tra l’escatologia doom, la virulenza disperata del gospel zydeco blues e la brutalità marcia e post atomica dell’hardcore sotto l’inestinguibile fiamma sabbatthiana a sigillare  l’immondo incesto.

They call me Jello mellow

Jello Biafra and The Guantanamo School of Medicine live @ Leonkavallo 21/06/2011

Ormai si va ai concerti punk rock come si va al museo; a parte le incognite solitamente negative della mala organizzazione nostrana – difficoltà di parcheggio, chiusura anticipata metro, costi esorbitanti libagioni all’interno delle aree interessate – solitamente mi capita di assistere a esibizioni fotocopie di altre esibizioni viste il giorno prima su YouTube.

Si chiacchierava di questo, anche se i csoa rappresentano una piacevole eccezione agli aguzzini del marketing, e del fatto che la r-esistenza di certi luoghi rappresenti un calcio nelle ovaie della non rieletta Moratti.
Il sistema linfatico metropolitano spesso così prosciugato non può che rinvigorirsi con i simboli culto della controcultura: i picareschi sotterranei del csoa Leonkavallo ospitano il redivivo performer, ex leader dei Dead Kennedys, ex candidato sindaco per San Francisco, traffichino con D.O.A e Melvins e deus ex machina dell’etichetta Alternative Tentacles: Jello Biafra.

La molotov è quasi innescata per esser lanciata così che, mentre mi spazzolo via un cous cous delizioso very low cost e mi guardo un po’ di fauna locale variopinta (con t-shirt da nostalgia canaglia raffiguranti Germs, Doa, gli immancabili Ramones fino agli stessi Kennedys), intanto rombano all’interno del centro sociale i power chords dei Grizzly Motor Oil – che mi fanno salire la carogna.

Un migliaio di aficionados accolgono con un boato un freak, ibrido dottor Jello macellaio Biafra insanguinato con maschera raffigurante un Berluska sdentato, colpito dall’anticapitalismo (di Tartaglia e la sua statuetta del Duomo).
Il tiro è molesto al punto giusto i Guantanamo dimostrano d’essere tutt’altro che comprimari; Jello – seppur appesantito – scalcia e starnazza nelle sue celebri pose spastiche, inanellando apprezzabilissimi brani freschi e nuovi, mschiati ad anthem di seminale hardcore come “California Uber Alles”, “Holidays in Cambodia”, “Too Drunk to Fuck” che scatenano uno stage diving scomposto, ma mai oltre la soglia del puro svago.

Jello inframmezza i brani con proclami e dissertazioni sull’alienazione da vita lavorativa/sociale da topo urbano d’ufficio e su altre problematiche attuali come il razzismo, l’immigrazione, la disoccupazione con cui combatte da un trentennio ormai.
Il predicatore della California con una tonalità vocale da gospel negroide si ritira vittorioso come un Cesare romano in qualche scantinato del Leonkavallo, dopo quasi due ore di sudatissimo concerto. E siamo certi che con quel suo forsennato divincolarsi – oltre ad aver buttato giù quei 5-6 kg – di troppo avrà saziato i cervelli dei presenti, a dieta da troppo tempo di un tale furore hardcore.

The lost Stooges gig

“E’ stato come tornare indietro di 200 anni, quando i ricchi pagavano
per andare nei manicomi a vedere i pazienti che davano fuori di matto”
[Michael Oldfield sul live degli Stooges del 15 luglio 1972,
Melody Maker
]

Questo pezzo è un piccolo e quasi sicuramente inutile tributo a un sogno di quelli che solo i malati di rock possono – forse – capire. E’ probabile che per molti sarà solo un’accozzaglia di informazioni inconcludenti, di immagini già viste e di considerazioni noiose: fa parte del gioco. E me ne scuso – anzi, dovreste leggere qualcosa di più interessante (ci sono fior fiore di webzine musicali, inglesi e italiane, che vi faranno godere), invece di perdere il vostro tempo qui, avete ragione.
Il sogno è quello di ascoltare anche solo pochi istanti di un concerto di cui si sa poco e il cui ricordo è confinato a poche frasi elargite col contagocce da qualche sparuto reduce. E a una sfilza di scatti che ritraggono solo un soggetto.
Il sogno è quello di soddisfare la curiosità morbosa di sentire come suonassero gli Stooges in quella primavera/estate del 1972, mentre chiusi in una sala prove londinese tentavano di sfornare il loro terzo album
.
Il sogno, alla fine, è quello di sapere e conoscere qualcosa che finora nessuno o quasi è stato in grado di raccontare in maniera esaustiva.
E voi, cosa sognate?

It’s 1972 ok

Il 1972 è un anno duro per gli Stooges. Confinati a Londra, praticamente ostaggi del management di DeFries – tutto proteso a preparare l’esplosione di David Bowie, il suo protetto e deus ex machina – lavorano stancamente al nuovo album e non si esibiscono mai dal vivo. L’unica eccezione a questa immobilità è un concerto destinato a diventare una specie di feticcio della storia del rock, una chimera di cui tutti favoleggiano, ma nessuno (eccezion fatta per Mick Rock, che ha fotografato la performance) ha mai raccontato attingendo a un’esperienza di prima mano.

La storia di quel fumoso evento è legata al lancio del nuovo album di Bowie; per preparare la campagna stampa statunitense, il 15 luglio viene invitata a Londra una dozzina di grossi giornalisti americani: assistono a una performance di Bowie e gli Spiders From Mars all’Aylesbury Friars, ma poi vengono prelevati e portati a King’s Cross, nel cinema che sarebbe diventato La Scala. Qui li aspetta un concerto speciale, uno showcase dei redivivi Stooges – annunciati, dai poster attaccati fuori dal locale, come “Iggy Pop, ex Iggy & The Stooges” (per la gioia di Ron e Scott Asheton, probabilmente). Nella stessa sala rancida e cadente il giorno prima ha fatto il suo debutto solista Lou Reed, in procinto di pubblicare Transformer.
Ma cosa si sa, oltre a questi dati nudi e crudi, a proposito della serata? Non è facile raccogliere informazioni, che si trovano scarse e frammentate, oltre che spesso viziate da invenzioni, millanterie o banali dimenticanze dovute ai quasi 40 anni trascorsi.

Pictures of you

Partiamo dal punto più semplice, ossia proprio da Mick Rock, che consegna alla memoria collettiva una raffica di scatti che – giovane fotografo – fece su commissione della Mainman Management; le foto sono raccolte nel libro Raw Power. Iggy & The Stooges 1972 (Omnibus Press, 2005): decine di immagini, quasi tutte dedicate a Iggy che è decisamente l’attrazione della serata. O forse è l’unico a colpire l’occhio del giovane Rock. L’Iguana magro, glabro e spiritato sembra un Mick Jagger zombie, coi tratti caricaturali. Ha addosso un paio di pantaloni argentati, un bikini nero e degli stivali; la pelle del viso e del torso è dipinta d’argento e unta d’olio. Gli occhi truccati pesantemente, un finto neo di bellezza sul volto, lo smalto nero sulle unghie, i capelli lunghi alle spalle e tinti d’argento.
Il pubblico, nei pochi fotogrammi che lo ritraggono, è immobile o basito. Tutti sono seduti sulle loro poltroncine, in attesa di vedere cosa accadrà. tra i presenti ci sono anche due illustri sconosciuti: un certo John Lydon e un tale Joe Strummer.

Ma le foto, per quanto eloquenti, lasciano tanto all’immaginazione e non raccontano molti dettagli tutt’altro che trascurabili. E’ così che possiamo ricostruire per approssimazione – grazie a qualche sprazzo di dichiarazione e ricordo disseminato nel corso degli anni – ciò che verosimilmente è accaduto.
E’ certo che Iggy sciorina tutto il suo repertorio e gli Stooges, con un concerto di 40 minuti scarsi, lasciano un segno indelebile nelle coscienze rock dell’Inghilterra, tanto che Nick Kent scrive sul NME: “L’effetto finale è stato molto più terrificante di tutti gli Alice Cooper e le Arancia meccanica del mondo messi insieme, semplicemente perché questi tizi non scherzavano”.
Durante i primi due brani l’Iguana schizza per tutto il palco, ne esplora ogni centimetro quadrato; e poi decide che è una buona idea andare a far visita al pubblico, comodamente seduto sulle poltroncine del cinema. I fari lo seguono, lui si ferma ogni tanto a fissare negli occhi qualcuno; farfuglia nel microfono che sta cercando qualcuno di interessante, ma in quel “mucchio di hippie” non c’è nessuno che lo ispira.

A rendere ancora più bizzarra la situazione contribuiscono una serie di problemi tecnici; più di una volta la band si ferma e attende che venga sistemato l’impianto o il microfono o il guasto del momento; durante uno di questi break Iggy si azzuffa verbalmente con una banda di skinhead che gridano di suonare, spazientiti per la pausa. L’Iguana li apostrofa dicendo: “Cosa hai detto, pezzo di merda?”.
Durante l’ennesimo stop, a causa della rottura del microfono, Iggy si piazza in mezzo al palco e inizia a cantare, a cappella, una versione di “Shadow Of Your Love” di Frank Sinatra. Tutti improvvisamente smettono di chiacchierare e tacciono per ascoltare il pezzo, in un momento surreale, tra Kafka e gli Skiantos – immaginate Iggy, seminudo e impiastricciato di colore argentato, che intona un pezzo da crooner senza microfono, sul palco di un vecchio cinema.
Poco dopo c’è tempo per un altro scazzo con gli skinhead; il loro capo si avvicina al palco, l’Iguana si scaglia verso di lui per dargli un calcio in faccia, ma i roadie glielo sottraggono, buttandolo fuori da una porta antincendio. Da quel momenti gli skin non danno più problemi.

Tutto questo avviene sotto agli sguardi impassibili del resto del gruppo, che per l’occasione è agghindato in una versione riveduta e corretta della tendenza glam. Mick Rock non si degna di fotografare nessuno eccetto Iggy, ma James Williamson ricorda che prima del concerto il gruppo intero ha fatto una puntata in un negozio che vende trucchi e scherzi, per comprare del make-up da clown. E infatti, l’unico scatto in cui si intravede Williamson (è sul retro di Raw Power) lo ritrae con il volto bianco come un fantasma, spalmato da uno strato di cerone.

The lost setlist

Il concerto è breve: dura tra i 30 e i 40 minuti, non di più. Sembra assodato quasi al 100% che a King’s Cross gli Stooges abbiano proposto una scaletta composta esclusivamente di materiale nuovissimo, mai suonato dal vivo prima e firmato Pop/Williamson. Il passato viene del tutto eradicato, eliminando ogni riferimento ai due dischi già usciti, l’omonimo Stooges e Funhouse. I pezzi del 15 luglio 1972, invece, sono il materiale su cui la band sta lavorando agli Olympic Studios di Londra (immortalato in parte nel primo cd del cofanetto di Easy Action Heavy Liquid, per i completisti).
In mancanza di un resoconto attendibile e completo, molti hanno ragionato sulla probabile composizione della scaletta e una delle ipotesi più accreditate vuole una tracklist che comprende (in ordine non definito) questi brani: “I’m Sick Of You”, “I Got A Right”, “Tight Pants”, “Gimme Some Skin”, “Scene Of The Crime”, “Penetration”, “I Need Somebody” – e, forse, una versione primordiale di “Search And Destroy”, che è uno dei primi componimenti di Iggy e Williamson, nato arrivando a Londra nel marzo del 1972.

Pezzi duri, veloci, taglienti. Punk e speed metal prima che questi due generi venissero anche solo pallidamente concepiti nel retrobottega della mente di qualche musicista incazzato. Tant’è che l’esibizione non va giù al management che, nel giro di pochi giorni, ascoltati i nastri dell’Olympic, intima al gruppo di buttare tutto, scrivere nuovi pezzi e riregistrarli. E’ roba troppo avanti per il 1972 e – comunque – priva di ogni appeal commerciale.

Bootleg? No grazie

Non esiste un solo secondo di registrazione audio del concerto degli Stooges del 15 luglio 1972. In quarant’anni non è mai emerso neppure un frammento; neanche un bootleg registrato dal classico spettatore intraprendente munito di registratorino a bobina.
Questo è uno dei crucci più pesanti per i fanatici degli Stooges e gli storici del rock: a fronte di una documentazione iconografica tutto sommato soddisfacente (le foto di Mick Rock di cui si è detto), manca la benché minima traccia audio. E non è difficile immaginare quanto questo pesi, visto che ascoltare gli Stooges in quel frangente è il sogno di molti appassionati della vecchia e della nuova guardia.
A peggiorare le cose contribuisce il fatto che, al contrario, circola una registrazione audio del concerto di Lou Reed tenuto la sera prima nello stesso luogo: uno scarto temporale di 24 ore fatale, che genera una lacuna ormai quasi incolmabile nella storia musicale del secolo scorso.

A più riprese hanno circolato voci e leggende relative – addirittura – a una ripresa video integrale della BBC (per The Old Grey Whistle Test), ma non è mai stato confermato nulla; né i nastri sono mai emersi dall’archivio dell’emittente britannica. E ciò è strano, vista l’attenzione della BBC nel recuperare e valorizzare le chicche dei propri archivi, soprattutto a livello musicale/culturale. Pertanto, molto probabilmente non esiste alcun video – anche se, a detta di qualche trader di vecchia data, negli anni Ottanta a un certo punto pare sia spuntata una lista in cui era elencato un generico live “Stooges – Scala”; purtroppo nessuno che l’abbia visto (o lo possieda) è stato rintracciato, al momento.

Quello che resta

…è la sensazione impalpabile, ma nettissima, di essere di fronte a un momento di quelli che generano leggende e alimentano il motore della storia. E forse – qui parla l’avvocato del diavolo, quello che sa quanto le aspettative siano facili a essere deluse – è un bene che nessuno abbia mai tirato fuori dal cilindro un bootleg di quella serata.
Dobbiamo accontentarci dei nastri registrati agli Olympic – che sono comunque una vera bomba.
Certo, se poi uno di voi conosce qualcuno che è in possesso anche solo di un minuto di registrazione (audio o video, tutto fa brodo)… qui c’è un pirla disposto a fare parecchie cose per averla. E chissà quanti come lui.

Introducing LoFi: il 18 dicembre si parte

Solitamente, come avrete ben capito, su Black Milk non si dà spazio alle news e alle comunicazioni di servizio, ma in questo caso l’eccezione è d’obbligo (altro…)

Se ai Maiden serve una nursery

Iron Maiden, @ Villa Manin, Codroipo (UD), 17/08/2010

Villa Manin è una figata costruita nel nulla vicino a Udine. Immensa, immersa nel verde, con un parco meraviglioso e fiorito. Il palcoscenico ideale per le invasioni barbariche del capelluto popolo del metallo vecchia scuola (altro…)

Lanegan col contagocce

Mark Lanegan + Duke Garwood @ Magazzini Generali, Milano, 13/05/2010

La fauna fuori dal locale è varia e avariata; si va dagli alternativi d’ordinanza alle frangette legnose, passando per il tipo stagista/impiegato, l’harleysta, il nerd e le studentesse impegnate. Ma la presenza più bizzarra è quella dei bagarini, che ronzano come api (altro…)

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: