Stiv says…

Il 2 giugno 1990 Stiv Bators (all’anagrafe Steven John Bator), moriva nel sonno per i traumi causati da un taxi che l’aveva investito alcune ore prima, a Parigi. Per ricordare più o meno degnamente il leggendario cantante di Frankenstein, Dead Boys, Wanderers e Lords of the New Church, questa intervista del 24 settembre 1977 al The Demi Monde Show, su WTBS Radio, sembra cascare a fagiolo.
Stiv è young, loud & snotty, il primo album dei Dead Boys è appena uscito e il mondo potrebbe cascare ai loro piedi. Insieme a lui, a fare da spalla con tendenze diplomatiche, Jimmy Zero. Godetevi questa traduzione riesumata dalle catacombe.

Oedi: Questa era “All This And More” dei Dead Boys. Stiv, è il tuo inno?
SB: No.

Oedi: Chi l’ha scritta?
SB: Jimmy ha scritto la musica, il testo e gli arrangiamenti.

Oedi: Jimmy è il compositore principale?
JZ: No. Siamo molto democratici. Cheetah ed io scriviamo la musica, per conto nostro… e Stiv in pratica è diventato il paroliere del gruppo. Si occupa, almeno in questo momento, di quasi tutti i testi.
SB: Sì, perché mi servono i soldi.
JZ: Lui punta alle royalties.

Oedi: Adesso il disco è uscito per Warner, Stiv, e mi dicevi che è stato modificato secondo le vostre richieste perché l’ultima volta che l’avevate ascoltato non vi piaceva il mixaggio.
SB: Sì, come ti dicevo, era troppo pulito, troppo prodotto. Così non sembravamo noi. Lo volevamo più simile a come siamo live.
JZ: E non era abbastanza alto di volume.
SB: Non somigliava a come siamo dal vivo e noi invece volevamo questo.
JZ: Era una registrazione truffaldina.
SB: Non solo hanno alzato il volume di diverse cose, ma ne hanno eliminate anche tante che avrebbero dovuto esserci. Era la nostra prima incisione, quindi non sapevamo esattamente cosa facevamo, così abbiamo sperimentato sul campo cosa significa fare un disco. Dopo avere lavorato sui nastri per sei mesi ho capito cosa non andava e cosa invece funzionava. Adesso penso che sia un disco onesto… e sono felice di come è venuto. A un certo punto ci eravamo messi in testa che Genya ci stesse facendo un cattivo servizio, che fosse tutta colpa sua. Ma la responsabilità era di altri. E alla fine siamo riusciti a modificare il tutto… abbiamo ottenuto quasi tutto ciò che volevamo, ma non l’abbiamo lasciata fare il mixaggio.

Oedi: Adesso che il disco è uscito per Warner partirete per un tour?
SB: Sì, da qui andremo ancora al CBGB’s e poi in Delaware, a Toronto e a Nord: Chicago, Detroit…
JZ: E poi nella costa Ovest.
SB: Seattle e poi giù sulla costa e da San Francisco voleremo a Londra.

Oedi: Davvero? Quando sarete là?
SB: Partiamo il 9 novembre. Saremo in tour coi Damned.
JZ: Abbiamo 20 date con loro.

Oedi: Grande! Ma dove sono Jimmy e Cheetah?
SB: Jimmy è qui vicino a te.

Oedi: Volevo dire Johnny!!! Li avete lasciati al New England Music City a firmare autografi?
SB: No, sono andati in albergo.
JZ: Cheetah si sta facendo la punta alle scarpe e Johnny si sta facendo i canini a punta.

Oedi: Jimmy, un vostro collega su Warner è Richard Hell. Non sappiamo molto di lui, tranne che è lì e una volta suonava con Heartbreakers.
JZ: Richard, lo dovresti sapere, ha un grande seguito a New York. Se lo vedi suonare capisci che è dovuto al fatto che ha un sound molto nuovo e originale. Non so come la gente reagirà, ma a me piace e lo trovo interessante. Diverso, speciale, del tutto personale. Non somiglia a nessuno che io abbia mai sentito.

Oedi: E allora sentiamolo.

[Richard Hell and The Voidoids – “Down at The Rock’Roll Club”]

SB: Sì, andiamo tutti al rock and roll club, al Rat. E’ dove vi vogliamo tutti stasera, perché da quando siamo qui non abbiamo ancora scopato! Ci serve qualcuno per farlo. Ah, la prossima canzone che sentiamo è stata un grande successo a Cleveland. Quante volte è stata al numero uno in un anno?
JZ: Non lo so, avevo tipo tre anni all’epoca, non era nel ’66, più o meno?
SB: Sì, ma è stata al top per tre volte o giù di lì in un solo anno. E’ un vecchio singolo garage punk. Questa è roba che ha influenzato i Dead Boys. E poi a New York nessuno ha mai sentito questo pezzo che si chiama “Little Black Egg” dei The Nightcrawlers. E’ dedicata alla mamma di Bobby dei Thundertrain, lei ora è morta.

[The Nightcrawlers – “Little Black Egg”, Dead Boys – “Hey Little Girl”]

Oedi: Eccoci su WTBS, di Cambridge, all’Oedipus Demi Monde Show oggi ci sono i Dead Boys.
SB: Facciamo un concorso.
JZ: Grande!!! [sarcastico]
SB: In palio ci sono cinque copie di “Young Loud and Snotty”. Dovete solo chiamare e ansimare nella maniera più erotica che potete nel telefono. Chi l ofa meglio, si becca un disco.

[The Cortinas – “Fascist Dictator”, The Boize – “So Depressing”, The Buzzcocks – “Boredom”]

Oedi: Ok, ecco un concorrente…
SB: O, allora forza con l’ansimare…
Concorrente – [ansima]
SB: Ma per piacere, non ci viene neppure duro!
Concorrente: Cosa ne dici se vengo lì e vi faccio un pompino?
SB: Ok, potrebbe andare.

[La conversazione è tagliata e parte Dead Boys – “Ain’t Nothin’ To Do”]

Oedi: Credo che ci sia un altro concorrente in linea…
SB: Pronto?
Concorrente: Ciao…
SB: Vuoi ansimare? Sei in onda.
Concorrente – Devi ispirarmi.
SB: Magari se tu fossi qui…
Concorrente – Devi darmi un po’ d’ispirazione…
SB: Su dai, ansima, non ti servono i preliminari…

[Talking Heads – “Burning Down The House”, Nervous Eaters – “Loretta”, Dead Boys – “I Need Lunch”]

Oedi: Allora abbiamo i vincitori. C’è un sacco di gente che ansima là fuori. Hanno vinto un disco Trisha Brown, Dave Brown, Rita Daniels Alias Moose Cholah, Joanne Green e Nadine San Antonio. Loro sono i cinque vincitori. Adesso, Jimmy, cosa mi dici della Sire che è diventata della Warner?
JZ- Credo sia una buona cosa; per cominciare mi ridà fiducia nel record business, che stava evaporando. Quando abbiamo firmato per Sire ero felicissimo che un’etichetta credesse in una band come noi; poi quando Warner ha acquisito Sire, investendo su gente come Richard Hell, Ramones, noi, Talking Heads, ero contento di vedere che la New Wave poteva diventare una realtà e non restare qualcosa che restava confinata in un bar o un club, coi gruppi che suonano per 15, 20 persone. Warner sta facendo le cose per bene. Siamo stati trattati davvero bene. Non c’è nessun trip da rockstar di mezzo o quelle robe che non ci piacciono. E tutto è andato proprio bene.

Oedi: Però voi suonate ancora nei bar.
JZ: E spero che continueremo a farlo! Anche se non pagano molto, è il posto dove vieni a contatto con le persone. Noi preferiamo avere un rapporto stretto con il pubblico, piuttosto che quella roba alla Peter Frampton, che hai 20.000 persone davanti a te in uno stadio e il più vicino a te è a 50 metri. Non ci piacciono queste cose.

Oedi: Quindi sia Sire che Warner vi hanno opzionato per più di un album e vi supporteranno economicamente?
JZ: Oh sì! Si sono impegnate totalmente. Credono in noi e io ho imparato a credere in loro. Penso che abbiano fatto davvero un gesto coraggioso pubblicando un album come il nostro, perché va contro quella che immagino sia l’onda commerciale. Come ho già detto, questo ha ristabilito la mia fiducia nell’industria musicale; c’è un’etichetta che farà uscire quello che considero una vera novità, piuttosto differente dall’immondizia prevedibile e precotta che gli americani – e la gente in tutto il mondo – deve subire. Così nuovi gruppi con nuovi atteggiamenti e idee, che fanno musica onesta, potranno emergere e fare qualcosa. Per me è grandioso!

Oedi: La penso come te. Passando ad altro, sul piatto abbiamo in attesa “Thirty Seconds Over Tokyo”. Vediamo… Peter Laughner, un membro dei Pere Ubu, è morto recentemente. voi lo conoscevate. Stiv?
SB: Sì, grazie a lui ho incontrato Cheetah. Cheetah suonava con lui in una band, i Rocket from The Tomb. Jimmy ed io suonavamo assieme e avevamo iniziato a frequentare Laughner. Laughner voleva che io cantassi, così mi unii al gruppo perché Jimmy ed io volevamo fare una band insieme a Cheetah. Così sono entrato nel gruppo e ho rubato Cheetah.

Oedi: Ma Cheetah c’entra qualcosa con questa canzone?
SB: “30 Seconds”? Sì, ha scritto la musica.
JZ: Magari sul disco non c’è scritto, non ho visto. Comunque quando Cheetah l’ha scritta e il gruppo l’ha suonata le prime volte, era molto diversa dalla versione che state per ascoltare. Non voglio parlare male di questa, ma era una canzone molto più potente, più vicina al sound dei Dead Boys di quanto non sia ora. E di Peter, cosa posso dire… è morto. Non gli dispiacerebbe se ci scherzassi su, e comunque si sarebbe ammazzato, era la situazione perfetta.
SB: Su Punk magazine hanno fatto un concorso tipo “Chi è il più punk?” e lui ha vinto il secondo posto. Ha scritto: “Punk è sapere che morirai ma non te ne importa”. E questa roba è stata pubblicata, direi, un anno fa.
JZ: E’ stato piuttosto attivo in una scena che probabilmente chi vive a Boston non conosce e magari nemmeno è interessato a farlo, ma comunque era la scena del Midwest. scriveva per Cream e direi che è stato uno dei pionieri della  new wave nel Midwest, come chitarrista e compositore. Ha fatto anche diverse cose con Lester Bangs.

Oedi: Purtroppo i Pere Ubu non sono mai venuti a Boston. Dovevano farlo, ma è saltato tutto.
SB: Probabile che non siano riusciti a trovare un modo per portare qui Crocus.

Oedi: Mi sembra di capire che è un tizio molto grosso.
SB: Oh sì, tanto.

Oedi: Dedichiamo questa al Dead Boy originale…
JZ: Alla balena spiaggiata originale!

[Pere Ubu – “Thirty Seconds Over Tokyo”]

SB: Erano i Pere Ubu. Di Cleveland. Sono noiosi.

Oedi: Veramente è una canzone piuttosto profonda.
SB: (sarcastico) Molto concettuale!
JZ: Sì, molto… artistica… artistoide scorreggiona.
SB- Sì, è roba su cui Kid Leo farebbe gorgheggi… no a parte gli scherzi…

Oedi: Sarete al Rat stasera?
SB: Lo spero… e anche domani. Venite tutti, ma solo se ne avete voglia: nessuno vi obbliga. E sarebbe bello che compraste un po’ di t-shirt mentre siete lì, perché dobbiamo mangiare… comunque saremo lì e saremo giovani, casinisti e maleducati per voi di Boston, stasera. E bevete di brutto, così potremo comprarci i biglietti per tornare a casa. E la prossima è per Cheetah che si sta scopando Geeta proprio ora. E per Jeff e Johnny che si stanno masturbando.

[Dead Boys – “What Love Is”]

Cheetah talks Laughner

Nel sito – purtroppo un po’ trascurato, ma sempre interessante – Clepunk, alla voce dedicata ai Rocket From The Tombs un tale Cheese Borger riporta un’intervista (o uno spezzone, non è dato saperlo) a Cheetah Chrome, che parla specificamente solo di Peter Laughner. Eccovela, tradotta al volo in 10 minuti di lucidità.

Come vi siete incontrati voi due?
Ho conosciuto Peter grazie a un annuncio nel Plain Dealer di qualcuno che cercava, mi pare, un chitarrista e un batterista. Mi ricordo che il testo citava specificamente gli Stooges, così chiamai il numero e ci mettemmo d’accordo per vederci in un baretto sulla West 6th Street, che era vicino al mio “famoso” loft (e faceva un chili eccellente). Comunque tutti i nastri dei Rocket From The Tombs e quell’ep dei Frankenstein, Eve of the Dead Boys, sono stati tutti registrati nella stessa stanza di quel loft. Ad ogni modo, ci piacemmo così decidemmo di suonare assieme.

Ricordi la prima volta che avete suonato?
Mi pare che io, Johnny Blitz, suo cugino e una cassa di Rolling Rock ci siamo presentati per una prova una sera. Probabilmente c’erano anche Tony Maimone e Tim Wright, e magari anche la moglie di Peter, Charlotte.

Avete scritto voi due assieme “Aint It Fun”, giusto?
Sì, certo.

Chi ha scritto le parole e chi il riff?
Avevo già scritto la musica prima che ci incontrassimo ed è uno dei pezzi che ho portato la sera che ci siamo visti per suonare (avevo anche “What Love Is”, “Transfusion”, “Never Gonna Kill Myself Again”, “Down in Flames”, lo scheletro di “Amphetamine” e senza dubbio “Sonic Reducer”). Peter se ne uscì con quel testo fantastico, ma non saprei se ce l’aveva già pronot o meno.

Cosa pensi della versione dei Guns n’ Roses?
E’ un po’ troppo patinata per i miei gusti, ma loro possono fare cover dei miei brani quando lo desiderano. Slash e Duff sono dei veri gentlemen.

Qual è il tuo ricordo più bello di Peter?
Era un bel po’ che non ci vedevamo; appena dopo quel famoso incidente in cui Patti Smith lo cacciò dal palco, ero al CBGB’s ed era tardissimo. Mi stavo facendo una canna con Cosmo e Charlie, il tecnico delle luci e il fonico del locale. A un certo punto sentiamo bussare fortissimo alla porta, apriamo ed era Pete. Siamo finiti a casa mia a bere, sentire dischi, farci pere e tutte quelle altre cose divertenti e incasinate, proprio come ai vecchi tempi dei Rockets. Il giorno dopo è tornato a Cleveland. L’ho rivisto poco più di un mese dopo, alla sua veglia funebre. Prima di andarmene mi sono tolto un orecchino a forma di chitarra e gliel’ho messo in mano. Spero sia ancora lì.

La storia più divertente che ti ricordi su Peter?
Quella volta che Charlotte si levò una zeppa e gliela tirò in faccia, perché aveva leccato della birra dalle tette di una groupie, e gli ruppe il naso. Per tutto il giorno seguente vomitò sangue.

Il niente nebuloso che diverte un mondo

Cloud Nothings – s/t (Carpark/Wichita, 2011)

Si è parlato tanto di Dylan Baldi, comparso dal nulla lo scorso anno facendo gridare al miracolo il popolo del web e a rimorchio – come accade spesso –  la critica ufficiale. In questo primo vero album targato Cloud Nothings, il poco più che diciottenne nerd di Cleveland fan dei Television Personalities – è da rimarcare – continua a fare tutto da solo (altro…)

Quella volta che Peter Laughner fu intervistato da Punk

Peter Laughner: la famosa intervista in Punk Magazine

La fascinazione per Peter Laugnher, qui nel bunker di Black Milk, è nota. Conclamata.  Per rendergli omaggio nuovamente, si è pensato di tradurre una breve e buffa intervista rilasciata a Punk Magazine in occasione della vincita di un concorso. Peter aveva inviato un breve saggio messo insieme senza nemmeno pensarci troppo e aveva vinto il secondo premio, ovvero un abbonamento alla rivista e il diritto a vedere pubblicato il suo pezzo (pare che sia uscito nel secondo numero). Ecco come ha risposto alle domande che la redazione gli ha fatto, dopo aver decretato che lui era uno dei vincitori…

Descrivi il punk in 20 parole:
Punk è sapere che morirai e non te ne frega niente. OPPURE: Punk è sapere che morirai, quindi che cazzo importa?

Sei un punk?
No. Perché anche se conosco la regola che si diceva prima mi capita, a volte, di innamorarmi abbastanza da pensare che qualcosa importa.

La tua cosa preferita?
La canzone nuova che ho scritto col mio gruppo stasera: “Everything I Say Just Goes Right Thru Her Heart”. E poi i Television, che sono fottutamente grandi.

I tuoi musicisti preferiti?
Uno: Tom Verlaine. Due: John Cale – che è sempre sbronzo come una zucca ed è anche gallese! Tre: Patti Smith – anche se va di moda, me la farei sedere sulla faccia in qualunque momento.

Rivista preferita?
Creem, quando fa uscire un numero con un po’ di ciccia dentro. Anche Punk Magazine potrebbe diventarlo, ma non posso proprio dirlo visto che è uscito un solo numero fino a ora. Per la roba più regolare, invece, Esquire.

Lo sconvolgimento che preferisci?
Metanfetamina pura, eroina in vena, cocaina tagliata non più di due volte, birra e cognac.

Programma televisivo preferito?
I Television live al CBGB’s.

Chi  o cosa erano:
WOODSTOCK – mezzo milione di coglioni che non avevano niente di meglio da fare che stare sotto alla pioggia (Paul Morrissey l’ha detto)
JAMES DEAN – un personaggio interessante, che è diventato un mito da imitare, ma – voglio dire – ha già fatto tutto lui
STONES – Out Of Our Heads è uno dei cinque migliori dischi rock’n’roll di sempre. Brian Jones è bassissimo nel mixaggio, ma probabilmente è stato uno dei migliori chitarristi ritmici al mondo
ALICE COOPER – Merda di Hollywood per topi da roulotte
CAMP RUNAMUCK – Una scuola di masturbazione per ragazzini
THE CURVOIR – Forse volevi dire Curvosier
SPUTNIK – Un satellite internazionale. Volevo andarci sopra quando avevo quattro anni
L’EDUCAZIONE – Non fare incazzare chi ha una pistola
EDDIE HASKELL – Prima di cena lo vedevo

Sei una rockstar?
Sì! Suono la chitarra come un pazzo, meglio di Richard Lloyd o Ron Asheton, canto come Dylan con un bastone da pastore su per il culo, posso fare Metal Machine Music con un solo ampli, e non somiglio a nessuno, quindi sono originale. Ci sono anche altri motivi, ma chi ha voglia di essere logorroico?

Lavori?
Scribacchino freelance per Creem. Suono in qualche gruppo – Pere Ubu. Ogni tanto si vende qualche disco.

Sei il più punk dei punk?
Sono più punk di molti perché riesco a vomitare, svenire per una decina di minuti e poi tornare come nuovo, a suonare un concerto perfetto o a fare il culetto a qualcuno. E parlo anche bene.

Fumi sigarette?
No, non ho mai preso il vizio. Le canne invece mi rendono nervoso.

Studi?
No, ho a mala pena finito il liceo.

Birra preferita?
Busch, Grolsch lager (importazione).

Hai giacche di pelle?
Solo sei (una è marrone). Sono il segno delle personalità deviate.

Il miglior pasto fuori?
Uno: Patti Smith. Due, la domenica mattina al Katz’s Deli con un doposbronza e Tina Weymouth.

[Se vuoi ascoltare la musica di Peter, scarica questo disco]

Cleveland confidential: Mike Hudson, i Pagans e il rock’n’roll

Non mi pento di nulla. Anche se tenderei
a rifiutare la chance di ricominciare dall’inizio.
Sono più contento di essere vicino alla fine
(Mike Hudson)

Immagino che sarebbe del tutto superfluo, per la maggior parte di quelli che capiteranno qui, leggere le canoniche 10 righe che spiegano chi erano, cosa hanno fatto e perché sono fondamentali. E infatti le eviterò – invitando chi avesse questa grave lacuna da colmare a provvedere al più presto, magari leggendo la storia dei Pagans nella loro pagina MySpace.

Come il copione esige, le vicende musicali ed extra dei Pagans sono mitologia oscura, pescata nel solito bacino di anddotica torbida ed esaltante presso cui è d’obbligo abbeverarsi.
Ci sono il rock’n’roll, l’alcool, le droghe, il crimine, la morte, gli scazzi e l’inevitabile status di culto… che significa essere un mito quando ormai non te ne frega più un cazzo o quasi, visto che al momento giusto le cose non sono andate come avresti voluto (se siete curiosi, QUI trovate un po’ di racconti di prima mano).

Tutto questo, dal 2008, è stampato nero su bianco in un volumetto scritto dal cantante dei Pagans, Mike Hudson.
Il libro, uscito per la Tuscarora Books, si intitola Diary of a Punk ed è una delle testimonianze più vive del punk statunitense: ben scritto, evocativo e impietoso, è il racconto di una scena mitica (quella di Cleveland, Ohio) ma conosciuta solo in maniera superficiale da chi non l’ha vissuta sulla propria pelle. Ma non solo… perché una buona metà della storia è dedicata a descrivere – con occhio amorevolmente impietoso – ciò che succede quando la spinta iniziale si affievolisce e si capisce che non si diventerà mai grandi come i Ramones; i soldi diventano un problema, i matrimoni si sfasciano, la gente va e viene dalla band, qualcuno ci lascia le penne… e si arriva, poi, alla fase degli show di reunion che i fan vogliono ardentemente, ma tu no (e a ogni concerto ti domandi: “Dov’era tutta questa gente 20 anni fa?”… probabilmente sul seggiolone a fare i ruttini al sapore di omogeneizzato al pollo).

Mike non risparmia niente e nessuno, in particolar modo se stesso. Mette sul tavolo tutto, senza addolcire la pillola, in un’escalation che inizia con un gruppo di ragazzi agitati, con la passione del rock’n’roll e dello sballo, per arrivare alla resa dei conti – una notte del 2006 passata in ospedale, con tanto di estrema unzione ricevuta e aspettativa di vita che non supera le 12 ore (“Non avevo paura di morire. Pensavo che se l’avevano fatto mio fratello, mio figlio e metà degli amici che ho avuto, potevo farlo anche io”). Per fortuna Mike l’ha sfangata e sarà qui ancora per un bel po’ di tempo a scrivere nel suo magazine (il Niagara Falls Reporter, di cui è redattore e socio fondatore), a pubblicare libri e a rispondere alle domande di chi ancora pensa ai Pagans e alla loro musica dopo tanti anni.
E tanto di cappello a Mike che confessa: “non possiedo più nessuno strumento in grado di riprodurre cd, cassette o vinile. Ho una radio in cucina, sintonizzata su una stazione di Toronto che programma solo musica di big band, roba registrata prima che io nascessi: la accendo solo quando cucino la cena o lavo i piatti. Per me la musica era un modo di vivere che comportava il sesso, la droga e l’alcool, lunghi viaggi in auto, caos, morte e indifferenza. Ma è una vita che ho abbandonato”. E’ sicuramente così, però come racconta lui le storie malate dei Pagans e degli anfratti del punk statunitense, non le racconta nessuno.

Ma lascio la parola proprio a Mike, che una volta contattato è stato disponibilissimo, gentile e rapidissimo nel rispondere alle mie email; e questo è il risultato di una chiacchierata notturna.

Quanto tempo ti ci è voluto per assemblare Diary of a Punk?
Beh, potremmo dire che ci ho impiegato 30 anni! Ne ho scritto più o meno un terzo nel 2000 e poi ho fatto un sito dei Pagans per pubblicarlo online; il sito era molto visitato, quindi nel 2007 – dopo che è uscito il mio primo libro – ho deciso di espandere e riscrivere quel materiale e di trasformare il tutto in un libro. Quindi nel complesso direi che ci ho messo un paio di mesi, ma spalmati nell’arco di otto anni.

Diary of a Punk è una lettura elettrizzante, ma anche intrisa di tristezza e di situazioni al limite. È stato facile rivangare questi ricordi? E – se ce n’è una – quale è la ragione per cui hai sentito il bisogno di scrivere un libro come questo?
Volevo semplicemente raccontare come erano le cose all’epoca. Ho scritto il libro soprattutto per far vedere alla gente cosa fosse il punk rock, a Cleveland, negli anni Settanta. Chi eravamo e come vivevamo. Non era ancora stato fatto un ritratto accurato di questa cosa. Non chiedo scusa per nulla, né mi pento di come ho vissuto la mia vita… mi mancano le persone che sono morte, però è impossibile controllare le vite degli altri, non importa quanto forti siano i legami.

Sei ancora in contatto coi i tuoi ex compari dei Pagans e/o con altri personaggi della vecchia scena di Cleveland?
Certo. Con Mick Metoff ci si scrive via e-mail quasi tutti i giorni e più o meno una volta al mese parliamo al telefono. Un paio di mesi fa siamo andati insieme a Boston a vedere un match di baseball. Col batterista Bobby Richie parlo moltissimo, è anche l’autore della copertina di Diary of a Punk e di un altro dei miei libri. Alla fine gli ex Pagans ed io abbiamo ancora degli affari in piedi. Poi a volte mi capita di sentire Cheetah dei Dead Boys, John Morton degli Electric Eels, Bob Pfeiffer degli Human Switchboard, Jamie Klimek dei Mirrors e Craig Bell dei Rocket From the Tombs.

Alla fine del libro scrivi che la musica non fa più parte della tua vita e fai cose completamente diverse; raccontaci una giornata tipo di Mike Hudson, redattore di una rivista e veterano del punk…
Adesso mi occupo molto di reportage politici, giornalismo investigativo e opposition research [è la pratica di cercare fatti ed eventi potenzialmente dannosi nel passato di candidati a cariche politiche; può essere svolta da consulenti pagati dai candidati stessi oppure dagli oppositori in cerca di materiale per danneggiare i concorrenti – n.d.a.], quindi passo tanto tempo al telefono. Di solito lavoro da casa, mentre mia moglie Rebecca va in redazione a mandare avanti le cose. Viaggiamo ancora molto, otto o dieci settimane all’anno. Di recente siamo stati in Messico: mi piace molto là, nonostante la guerra in corso.

La discografia dei Pagans – tra 7″, album, live e compilation – è piuttosto estesa. C’è ancora qualcosa che non è mai uscito e vorresti vedere pubblicato?
Nulla. E infatti mi meraviglio che qualcuno riesca a scovare sempre qualcosa di nuovo da stampare. Ad esempio il nostro ultimo disco, che è uscito due anni fa, è la registrazione di un concerto in Wisconsin di cui mi ero completamente dimenticato.

È buffo che in Diary of a Punk l’Italia sia menzionata diverse volte; so anche che hai scritto un libro su un boss italiano a Brooklyn… è solo una coincidenza oppure hai qualche tipo di interesse nei confronti di questo Paese?
Spero di venire in Italia l’anno prossimo. Sono cresciuto in un quartiere italo-americano e ho da sempre molti amici di origine italiana. Il mio socio nel Niagara Falls Reporter, Dante Cipolitti, è abruzzese ed è venuto lì l’anno scorso quando c’è stato il terremoto. E poi, ancora, quando i Pagans iniziarono, i fan italiani furono tra i primi ad accorgersi di noi. Ho ancora tante lettere di ragazzi italiani che ci hanno scritto nel corso degli anni.

Hai qualche libro in uscita o stai lavorando a qualcosa, al momento? Ci puoi dare qualche anticipazione?
Per 15 anni ho tenuto una corrispondenza con il romanziere d’avanguardia David Markson, che è morto quest’anno; ultimamente ho riguardato tutte le lettere e mi sono messo a trascriverle: questa cosa potrebbe diventare un libro. Ho anche scritto qualche racconto, ma avendo fatto quattro libri in due anni ho pensato di prendermi un anno di riposo.

Domanda scema: il tuo pezzo preferito dei Pagans è…
Mi piacciono “I Juvenile,” “Eyes of Satan,” “Nowhere to Run,” “(Us and) All Our Friends Are So Messed Up”… a parte poche eccezioni, direi che mi piacciono tutti. Altrimenti non li avremmo mai fatti uscire.

Il finale di Diary of a Punk è triste, ma anche molto introspettivo… e un po’ spiazzante. Tanto che ci si chiede se hai dei rimorsi e cosa faresti se avessi la chance di ricominciare tutto dall’inizio…
So che è stato percepito in questo modo, ma non volevo proprio che il finale fosse triste. Certo, non è felice, ma chi cazzo lo è, di questi tempi? Comunque, come ho già detto, non mi pento di nulla. Anche se tenderei a rifiutare la chance di ricominciare dall’inizio. Sono più contento di essere vicino alla fine.

Jim Jones, we salute you

jj.jpgJim Jones, musicista di Cleveland che ha militato nelle file di formazioni storiche come Mirrors, Styrenes, Electric Eels, Foreign Bodies, Easter Monkeys e – infine – Pere Ubu (dal 1987 al 1995 a pieno ritmo, poi salutariamente), è morto il 18 febbraio nella sua casa. La causa del decesso pare sia attacco cardiaco ed è noto che Jim aveva notevoli problemi di salute (legati al cuore e alla pressione alta) che lo avevano costretto ad abbandonare quasi del tutto la musica dal vivo.

Era sera e Jones stava parlando al telefono con l’amico e compagno di band Dave Cintron, che dice: “Sembrava stare bene: stavamo scherzando, parlavamo di un dvd di Paul McCartney. All’improvviso ha smesso di parlare”. Cintron ha chiamato il 911 e, verso le 11:30, Jones è stato trovato esanime, seduto davanti alla tv accesa. Aveva 57 anni.

Pere Ubu a teatro

davidthomas.jpgDavid Thomas e la sua cricca di dadaisti del rock (i Pere Ubu, of course), si sono inventati una nuova stranezza che non manca di titillare il lato più squinternato di noi fan, anche se il quoziente pericolo di “intellettualismo senza limitismo” è molto elevato. Stiamo parlando di Bring Me the Head of Ubu Roi, adattamento dell’omonimo spettacolo teatrale del 1898 (di Alfred Jarry) firmato da Thomas in persona e musicato dai Pere Ubu.

Si tratta di un’esibizione multimedia quantomeno particolare, che unisce musica, proiezioni, disegni, frammenti realizzati in stop motion, il tutto realizzato in collaborazione con i fratelli Quay.
La faccenda si svolgerà a Londra il 25 aprile 2008, presso la Queen Elizabeth Hall. I biglietti costano poco più di 20 sterline. Per prenotare il vostro posticino, cliccate qui.

Laughner & Bangs bootleg!

Peter Laughner & Lester Bangs – the famous Lester Bangs sessions, Creem offices 1976 (bootleg)

Certi materiali sonori sono aprioristici. In senso kantiano. Dopo questa frase mi ci vuole una birra, una sigaretta e magari un tiro di popper. O qualcosa di meglio.
Ma lasciamo perdere i ricordi universitari. Ché filosofia e rock’n’roll, per quanto interlacciati, non fanno bella figura a livello manualistico. E’ roba che devi dedurre, percepire, sentire. E basta. Anima e carattere, non libri e conferenze.
E allora vediamo di percepire.

Quello che abbiamo qui, reperito in rete e mai stampato in alcuna forma che esulasse dal nastro per tape trader eo cd-r (in tempi più recenti), è un manifesto criptico, di quelli che si leggono e magari si capiscono dopo tempo. Oppure si capiscono al volo con la necessaria dose di know-how e mitologia. Di certo non è una collezione di brani immediati, da scoprire per la loro orecchiabilità ,sensibilità compositiva o qualità di songwriting.

Metti che è un giorno di quelli un po’ così. Niente da fare e nessuna voglia di star buoni in casa o andare al cinema. Non parliamo poi di lavorare. Per ca-ri-tà.
Metti che ci sono Lester Bangs e Peter Laughner nella stessa città. Peter è andato a trovare Lester, dato che scrivono entrambi per Creem e si intendono alla perfezione. Tra borderline di solito scatta la scintilla, è noto. E si piacciono, se la danno da intendere, si ubriacano insieme, si fanno di tutto (e con due così, occorre prendere il termine “tutto” nella sua accezione più stretta e non passibile di libere interpretazioni). Poi capiscono che lo stato attuale della musica è pietoso e solo loro – eletti e illuminati – possono rendersi conto di cosa sta accadendo e trovare il modo per contrastarlo. Ma sanno di essere solo in due contro un’orda di illetterati del rock. Nemmeno Davide contro Golia era così in minoranza.
E allora la grande pensata. Risolutiva. Si va negli uffici della redazione di Creem. A quell’ora non c’è nessuno. Perchè i giornalisti rock, all’epoca, mica erano colletti bianchi come adesso. Genio e sregolatezza, o semplice svacco, come i musicisti di cui scrivevano. E forse il segreto era quello. Come dire: è difficile scrivere di cose che vivi di seconda mano. E infatti… vogliamo parlare del giornalismo musicale degli anni Ottanta e seguenti? Meglio di no, via. Non infiliamoci in vespai dolorosi e forieri di battagliette inutili, perchè è stupido fare polemica su concetti inesistenti.
Dicevamo: la redazione di Creem. Io me la immagino la redazione di una rivista musicale come Creem, a metà anni Settanta. Computer? Sì, certo. Un sacco di computer. E magari anche il teletrasporto e il macchinario per tramutare l’alluminio in oro. Sveglia: macchine da scrivere, poche e bisunte. Qualcuna elettrica, altre ultra low-fi.
E poi carta e cartaccia, un paio di telefoni, scaffali sghembi pieni di vinile, cassette e qualche cartuccia Stereo 8 ancora incellophanata. E bottiglie vuote, lattine, cartocci di cineserie take-away, posaceneri zeppi da far vomitare.
E il bagno. Per dio il bagno. Tipo i cessi della stazione di Anagni: intasati e mortiferi (tanto che l’ultima volta che ci sono stato ho pisciato contro il muro del magazzino attrezzi in pieno giorno).
Per terra c’è del linoleum giallastro, pieno di bruciature di cicca e incrostazioni paleolitiche.

Quando hai mischiato il Romilar allo speed e l’hai annaffiato con una dozzina di birre e un po’ di scotch a buon mercato, il cervello ti gira a mille. Gira su circuiti tutti suoi, ma gira.
E allora Lester e Peter si buttano di testa in pista. Chitarra acustica, due voci, qualche battito di mani. E’ un Carnevale di cover smozzicate e riconvertite, di gorgogli e deliri, di improvvisazioni su riff estemporanei. Il telefono suona, ogni tanto. Peter vuole andare al 7-11 giù all’angolo a prendere altro da bere. Lester canta che tardano a pagarlo e si impappina come un alcolista da osteria. Ma la musica scivola fuori dalle bocche e dalle dita.

Coro di ubricahi. Lampo di genio.
Idiozia impresentabile. Momento memorabile.
Tutto è in bilico tra gli estremi, nei 22 frammenti che sono finiti su nastro. E la cosa peculiare è che siano stati registrati. Come se i nostri due amici avesero la consapevolezza o l’arroganza sacrosanta di essere lì lì per partorire qualcosa di definitivo.
Come definitiva è la loro rendition di “Knocking on heaven’s door” o il tormentone d’improvvisazione “Goodbye Lou”. E poi c’è “Sister Ray”, anche in versione rovesciata.
Voci impastate, lingue che slittano. Ma una chitarra incredibilmente lucida, come se si suonasse da sola.
E poi ancora una sbullonatissima “Lester Ray”, a suggello, quasi, del tutto.

Ironia della sorte. O semplicemente dato di fatto: da lì a un anno circa Laughner sarebbe morto e Bangs avrebbe scritto un famoso pezzo-epitaffio in cui dichiarava “io scelgo la vita”, come a voler rinnegare gli eccessi che il rock’n’roll si porta inevitabilmente dietro.
Io scelgo la vita. Certo. Salvo poi morire in circostanze poco chiare con un tot di pillole nello stomaco.
Lester, Lester, Lester… ma a chi volevi darla a bere? Tu eri della stessa pasta di Peter. E lo sapevi meglio di tutti.

Allora: trovatelo. Chiudete gli occh. Bevete un paio di birre e visualizzate alcuni concetti basilari. Cleveland, Creem, Romilar, Bangs, Laughner. Provateci più volte. E riprovateci ancora.
Poi mi saprete dire.

Una curiosità: Jim Derogatis in Let it blurt data la session 1976. Alcuni trader, invece, la indicavano come risalente al 1975. Crediamo a Derogatis? Ma sì, và…

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