Madunina calling

Club 27 – For Dishes and Souls (Rocketman Records, 2011)

I Club 27 si vestono come i Ramones, ma suonano come i Clash di London Calling (altro…)

Pacco soffice, con sorpresa

spThe Soft Pack – The Soft Pack (Kemado)

Nella vita ci sono un sacco di cose belle e piacevoli che però non riescono lo stesso a diventare memorabili. E’ la triste storia dei Soft Pack e del loro omonimo album. (altro…)

Terroristi e surf

club27.jpegClub 27 – Terroristen (Oto/Goodfellas, 2006)

È vero, sono di parte. Ho conosciuto Franz di persona, dopo secoli che qualcosa mi spingeva verso il Surfer’s Den, covo della scena surf punk and roll, roccaforte dell’antifighettismo imperante nella logora e logorroica Milano da pere. Sapevo che ci bazzicavano le Svetlanas, riot punk band al femminile molto apprezzata dal sottoscritto sia musicalmente che ideologicamente; mi era giunta voce anche della seratona con Captain Sensible, il giorno prima della data dei Dannati al Musicdrome.
Il Surfer’s Den restava comunque una chimera, soprattutto perché è dalla parte opposta di Milano rispetto a dove abito io e – circonvallazione permettendo – avrei fatto prima ad andare a San Lorenzo, a Roma, per riappropriarmi dello spirito punk 77.

Alla fine c’è voluta la presentazione di Iggy Pop, cuore di Napalm per smuovere il culo, vincere arsura, pigrizia e zanzarone giganti e giungere al Den.
Amore a prima vista. Si entra in un locale che non c’entra un cazzo con quello che si è soliti vedere e respirare da queste parti: surf attaccati alle parti; Ramones sparati a manetta (come l’aria condizionata), che fa molto California sun; filmati in loop di baldi surfer alle prese con onde più o meno anomale ; e poi – ovviamente – Franz e la sua gang.
Ancora una volta la gente fa a differenza. Nell’arco di poche ore il deus ex machina del Surfer’s Den (nonché bassista dei Club 27) si racconta amabilmente tra una birra e un bicchieri in frantumi. Qui c’è tutto lo spirito grezzo e autenticamente punk che ancora non avevo trovato tra le paludi padane.
Franz racconta storie di surf, dei Ramones e dei Club 27: la sua esistenza è legata indissolubilmente a questa trilogia, e ha lo spirito di un adolescente teppista che non vuole sapere di apparire come il guru della cricca.

Mentre si imbastiscono discorsi sull’ortodossia punk e stalinsta, Franz mi passa l’ultima e sola fatica dei Club 27 su formato cd: Terroristen, datato 2006. Lo metto nello stereo sulla strada verso Milano ovest e spacca di brutto: 12 tracce (più bonus) di ruvidissimo, sguaiato e sdrucito punk and roll di marchio Ramones , che straborda già nelle prime tracce.
Ma i testi e l’attitudine di Tonite i Die e Kill a Lama rimandano a influenze Clash: attitudine ed ortodossia. C’è anche lo spazio per una ballatona come Sweet Eyes, per i cuori più teneri
Terroristen suona come un disco lontano da cliché commerciali e nostalgie di un mondo punk che era meglio prima, per chi preferisce una sbronza a base di alcool puro e Marshall fumanti, piuttosto che la reclusione di un’esistenza virtuale e nerd.

Paul Simonon: punk e Pollock

paulsimonon.jpgPaul Simonon nel 1986 – all’indomani dello scioglimento dei Clash – tornò alla pittura, ovvero al suo primo amore. Aveva imbracciato un basso per puro spirito del tempo, ovvero aderendo all’etica per cui tutti potevano suonare e mettere su una band… e si era ritrovato, sorpresa!, in uno dei gruppi più influenti degli ultimi 30 anni.
In una recente intervista rilasciata al Guardian, Simonon ha fatto il punto della situazione sul suo corso post-Clash, sulla scomparsa di Strummer e sui suoi progetti futuri.

Simonon: “Ora posso entrare e uscire dalla musica quando mi va, ma non è più la mia vita. C’è stato un momento, dopo il periodo intenso della fine dei Clash, in cui ho realizzato che la pittura mi coinvolgeva in una maniera che la musica non faceva“.

Paul dal 1986 ha ripreso un’intensa attività come pittore: tornato dalla California ha ritrovato l’ispirazione grazie al clima e ai paesaggi inglesi: “Ne ho vista la bellezza per la prima volta – la pioggia, le nubi, il freddo e anche i cieli grigi. Tutto era così ricco e vario, in confronto con l’omologazione di Los Angeles. Così sono uscito sotto la pioggia e ho iniziato a disegnare le le centrali del gas che ci sono vicino al porto. Quello è stato il punto di svolta“.
Simonon non è affatto un dilettante, né un nome emergente nella pittura contemporanea: dal 19 aprile esporrà in Old Bond Street e i suoi lavori avranno prezzi ragguardevoli, compresi tra le 5.000 e le 30.000 sterline (almeno a detta del suo gallerista).

Quando gli viene chiesto cosa pensi della prematura scomparsa di Joe Strummer risponde così: “Joe ed io eravamo molto vicini, sai. Eravamo molto amici dall’inizio, vivevamo per strada e ci dividevamo i soldi del sussidio. Dopo che la band si è sciolta è stato ospite a casa mia per molto tempo. E’ stato un brutto colpo. Brutto. Subito è stato uno shock così grande che nemmeno me ne sono reso conto. Poi ho dovuto cercare un modo per farmene una ragione, trovare una giustificazione. […] Scoprire che Joe aveva problemi cardiaci congeniti è stato d’aiuto per dare un senso alla cosa, in un certo senso… insomma, voglio dire, avrebbe potuto accadere anche prima. D’altra parte è grandioso che lui abbia fatto tutte quelle cose nel tempo in cui ha vissuto. Ha utilizzato il suo tempo al massimo“.

E la reunion dei Clash paventata nel 2002 in occasione dell’ammissione della band nella Rock’n’Roll Hall of Fame?
Simonon: “Joe la voleva fare, così come Mick e Topper, ma io non ne volevo sapere. Sono l’unico ad avere sempre detto di no. In quel frangente, poi, non mi pareva fosse il momento giusto. Si trattava di un grosso evento, di quelli con posti a sedere da 2000 dollari. No, non era assolutamente nello spirito dei Clash“.

Joe Strummer: il film

strummermovie.jpgThe Future is Unwritten (2008, di Julien Temple)

Quando le luci in sala si spegneranno e verranno illuminate da un inestinguibile falò popolato dagli aneddoti di intimi, sconosciuti e illustri amici-musicisti di Mr. Joe Strummer… bene, proprio in quel momento, dimenticatevi la militanza oltranzista, l’epopea punk-proletaria e l’ortodossia stalinista che i Clash ci hanno insegnato fino a oggi. Se il mito prolifera e continua a diffondersi (attraverso le eredità sonore ramificate e rigogliose come piante rampicanti in tutto il pianeta, dai Rancid a Manu Chao, dai Rage Against the Machine ai Los Fabulosos Cadillac), qui è il lato pubblicamente celato a emergere, dopo anni di regime musicale. Ed è sicuramente poco cinematografico. Anche per un regista smaliziato e che-la-sa-lunga-sul-punk come Julien Temple (autore dell’altro film-documentario, guarda caso, proprio sulla grande truffa del rock and roll delle pistole del sesso).

Il problema di Temple è che mentre cimentarsi con Sid Vicious e soci significò girare spezzoni comedy, un cartone animato e liquidare la storia con un po’ di effetti speciali e fumo, il narrare la parte debole, controversa, depressa del punk e i relativi tormenti esistenziali del leader dei Clash è un atto doloroso. Qualcosa che rientra in quel materiale non accessibile e non fruibile dalla macchina da presa, una specie di montaggio proibito.
Perché il cinema funziona quando è finzione, quando asseconda la natura circense del rock and roll; ma quando gli attori principali si smascherano, quando le “mentite spoglie” della verità si palesano attraverso la forma documentaristica, cinema e rock and roll diventano altro. Un’alterità indefinita e indefinibile.

In questo costante senso di indeterminatezza il regista britannico colloca, appunto, Joe Strummer: la carriera, le scelte militanti, i dubbi, la sua esistenza con i Clash e la sua sopravvivenza dopo i Clash.
Se c’è stato un male nella vita di Strummer, in The Future is Unwritten pare esser stata proprio la band che l’ha portato al successo, quella che agli esordi gli ha fatto scrivere canzoni infuocate come “White Riot”, inni generazionali come “London Calling” fino a future colonne sonore per spot di jeans come “Should I Stay or Should I go”.

Joe Strummer è una voce narrante biascicata (come lo era la sua) che per l’intera durata del film sembra provenire da un’emittente clandestina che trasmette da qualche posto sperduto. Forse dal Tibet, dove i monaci buddhisti sono i rinnovati sandinisti degli anni Ottanta.
I Clash sono raccontati come un trauma, analogamente a quello che furono i Pink Floyd per Barrett. E ditemi se Joe non somiglia tanto a Syd, nel suo girovagare senza sosta, come un barbone alcolizzato, uno scoppiato in cerca di rave e musica techno per tentare disperatamente di agganciarsi ancora a qualcosa. Ma tutto frana. I Mescaleros, le canzoni spersonalizzate tra musica elettronica, etnica, ska, e quant’altro, pur di non scomparire… per se stesso più che per il suo pubblico.

Il merito di questo film-documentario è fugare ogni dubbio sul fatto che il futuro dei Clash non è stato ancora scritto perché i Clash non erano stati concepiti per avere un futuro. Il vero inno nichilista, il “no future” dei Pistols – in realtà – doveva cantarlo Joe Strummer.

Addio al produttore di Sandinista

mdread.jpgNella notte di sabato 15 marzo è morto, a 54 anni, Mikey Dread. Registrato all’anagrafe come Michael Campbell, il musicista giamaicano è stato una figura chiave per la storia del reggae, sia in veste di performer che di produttore e dj.
Tra le sue incursioni nelle sonorità non strettamente reggae ricordiamo le session come co-producer di Sandinista! dei Clash e da producer del loro singolo “Bank Robber”.
La causa del decesso è un tumore al cervello che gli è stato diagnosticato un anno e mezzo fa. Lascia, oltre a un vuoto nel panorama musicale mondiale, una moglie e sei figli.

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