Ma tu sei del giro?

Il giro (64 pp.)

La carta è tra noi. Sarà la nostalgia canaglia delle fanzine e del tempo che fu, ma sembra che qualcuno si stia muovendo e sbattendo nell’ombra per riportare sotto ai riflettori l’antica arte dell’impaginare, fotocopiare e spillare (altro…)

Al cinema con gli Stones

SHINE A LIGHT (un film di Martin Scorsese, 2008)

Se non avete mai potuto assistere a uno show degli Stones dal vivo, andate a vedere questo film, sarà un po’ come farsi un regalo da sceicco: allestire in fretta e furia uno spettacolo domestico ed esclusivo delle Pietre Ruzzolanti, dritti nel proprio salotto – e se avete un monolocale va bene anche piazzarli in cucina o al cesso!
Facilmente alla fine del film-concerto vi sembrerà di esser stati sul palco insieme alle leggende linguacciute del rock and roll, sotto riflettori roventi e l’impietoso sguardo delle centinaia di macchine da presa dislocate da Martin.
Ci si trova, in ogni caso, davanti a un film magistrale. Niente a che fare con l’ultima ondata di rockumentary, documentary, monumentary etc. etc. che infestano sale e multisala: qui ci sono gli Stones, i primi piani incessanti sulle rughe e le dentature fasulle di Mick e Keith, le loro smorfie, i ghigni, il fumo che esce diabolicamente dalla Telecaster di Keith quando si intreccia con la Gibson di Buddy Guy, quel fare flemmatico e jazz da british landlord del Sig. Watts, le vene collassate di Ron Wood mentre countreggia con la slide, la sorprendente timidezza di Jack White (White Stripes) mentre duetta in una sublime “Loving Cup” accanto a Mr Sympahty for the Devil , la zoccolaggine esibizionista e mainstream di Christina Aguilera in “Live With Me“.

Senza troppo indugiare sugli arcinoti classici stonesiani o sull’involontario compiacimento rodato da un quarantennio da migliori artefici di rock and roll sulla piazza, riducendo al minimo indispensabile i filmati di repertorio con tanto di interviste stile Mai dire Rolling Stones, il binomio Stones-Scorsese fa scintille. Il regista italoamericano, di sicuro non di primo pelo in fatto di scenari rock-diabolici (The Last Waltz, 1978), supera i precedenti lavori visivi “stonati”, Godard e Altamont compresi: in Shine a Light sembra assecondare la logica richardsiana secondo cui “il palco si sente”, nel senso che va vissuto pienamente. Ecco: le pietre rotolano ancora sul palco, nonostante qualche affanno e qualche acciacco di troppo, e quello che fanno fuori – vizi e stravizi inclusi – non è parte del rock… lo si lasci a Novella 2000. It’s only rock and roll, but we like it.

Sola andata per Darjeeling

locandina.jpgIl Treno per il Darjeeling (film di Wes Anderson, 2008)

Quando si parla Wes Anderson e del suo cinema non esistono mezze misure: o lo si ama follemente o lo si detesta neanche troppo cordialmente. Io faccio parte della prima categoria, fin dai tempi de I Tennenbaum.
E proprio come ne I Tennenbaum e nel precedente Le avventure acquatiche di Steve Sissou, il regista texano torna a parlare di rapporti all’interno di un nucleo familiare a dir poco disfunzionale (cosa era d’altronde l’equipaggio del Bellafonte se non una gran famiglia allargata?). In questo caso i protagonisti sono tre fratelli, i Whitman: Francis (Owen Wilson), Peter (Adrien Brody) e Jack (Jason Schwartzman), che non si parlano dalla morte del padre avvenuta un anno prima. Come di prassi nell’estetica Andersoniana i protagonisti, sono rigorosamente aristocratici o comunque upper-class, strampalati, con sindromi maniaco depressive e si muovono in un mondo che sembra la loro trasposizione in technicolor. Ma sono anche persone estremamente complesse, fragili e affascinanti, con un vissuto denso che impariamo a conoscere man mano che il film scorre.
L’occasione che li riunisce è un viaggio spirituale in India, organizzato dal fratello maggiore Francis- per cercare di ricostruire il loro rapporto, ritrovare la madre che li ha abbandonati (Angelica Houston attrice-feticcio del regista) e che ora si e’ fatta suora e vive in un monastero-eremo e non ultimo venire a capo delle loro vite complicate. Ognuno dei tre, infatti, porta con se un fardello esistenziale non indifferente: Francis non sa più se vuole vivere o meno e ha tentato il suicidio in moto – Peter scappa dalla moglie incinta che peraltro ama, perché ha paura di diventare padre e Jack è uno scrittore dal cuore in pezzi che si riduce a controllare la segreteria telefonica dell’ex-fidanzata dai telefoni delle piccole stazioni ferroviarie in cui s’imbatte.

L’India di Anderson per contro è coloratissima, magnificamente fotografata, caleidoscopica. Di fatto è anch’essa protagonista e non mero sfondo: impossibile non innamorarsene. L’incipit del film vale da solo il prezzo del biglietto ed è sicuramente il migliore visto al cinema negli ultimi tempi. Un malinconico Bill Murray insegue – inutilmente – il treno che sta partendo senza di lui, quando viene sorpassato dal più giovane Adrien Brody sulle note di “This Time Tomorrow” dei Kinks. Quando Brody riesce, infine, a salire all’ultimo momento, gli lancia un sguardo carico di comprensione e malinconia prima di unirsi ai fratelli. Decisamente sopra le righe e vincente è la colonna sonora, che mischia canzoni prese in prestito da Bollywood, una ballata stralunata di Peter Sarsted, i Kinks e gli Stones. Ancora meglio – se possibile – fà Hotel Chevalier, il corto che precede il film introducendo il personaggio di Jack e mostrandoci un’incantevole Natalie Portman in tutta la sua bellezza nature.

Come i road movie di formazione ci insegnano, più importante della destinazione, alle volte, è il percorso che si compie. E’ in questa dimensione, nel viaggio inteso in senso fisico e spirituale, che il film si esprime al meglio funzionando sia nei momenti più comici sia in quelli drammatici, riuscendo a toccare in maniera stramba, bizzarra e agrodolce temi profondi e delicati. Prima di tutto quello della fiducia persa e poi riacquistata; poi delle ferite provocate dall’abbandono e degli strascichi che ne conseguono, cicatrici (fisiche e non) comprese; infine dell’ amore di cui tutti abbiamo disperatamente bisogno anche quando non siamo capaci di chiederlo in nessun modo.
Tutto esemplificato dalle difficoltà di comunicazione tra fratelli che non possono rinunciare a unirsi in fazioni estemporanee, nascondendosi segreti, azzuffandosi, chiudendosi in se stessi fino a chiedersi (come fa Jack nel momento più duro del viaggio): “Chissà se noi tre saremo potuti essere amici nella vita, non come fratelli, come persone”. E un malinconico e disincantato Peter risponde sconsolatamente: “Probabilmente avremo avuto più chance, direi…”.

Il tutto poggia, comunque, su una leggerezza invidiabile, sulla capacità di dire le cose fra le righe e in maniera poetica, non appesantendo mai la visione anche quando il film sembra incepparsi, prima di ripartire.
Di fronte a tanti dubbi e incertezze, è anche un film pieno di speranza, dove si può imparare che alle volte le parole più importanti, quelle che ti bruciano dentro e che non sei mai riuscito a pronunciare, puoi dirle rimanendo in silenzio e guardandoti negli occhi. In fondo se ce la possono fare i Whitman, con tutte le loro nevrosi e i loro problemi, ce la possiamo fare anche noi. Non credete ?

Joe Strummer: il film

strummermovie.jpgThe Future is Unwritten (2008, di Julien Temple)

Quando le luci in sala si spegneranno e verranno illuminate da un inestinguibile falò popolato dagli aneddoti di intimi, sconosciuti e illustri amici-musicisti di Mr. Joe Strummer… bene, proprio in quel momento, dimenticatevi la militanza oltranzista, l’epopea punk-proletaria e l’ortodossia stalinista che i Clash ci hanno insegnato fino a oggi. Se il mito prolifera e continua a diffondersi (attraverso le eredità sonore ramificate e rigogliose come piante rampicanti in tutto il pianeta, dai Rancid a Manu Chao, dai Rage Against the Machine ai Los Fabulosos Cadillac), qui è il lato pubblicamente celato a emergere, dopo anni di regime musicale. Ed è sicuramente poco cinematografico. Anche per un regista smaliziato e che-la-sa-lunga-sul-punk come Julien Temple (autore dell’altro film-documentario, guarda caso, proprio sulla grande truffa del rock and roll delle pistole del sesso).

Il problema di Temple è che mentre cimentarsi con Sid Vicious e soci significò girare spezzoni comedy, un cartone animato e liquidare la storia con un po’ di effetti speciali e fumo, il narrare la parte debole, controversa, depressa del punk e i relativi tormenti esistenziali del leader dei Clash è un atto doloroso. Qualcosa che rientra in quel materiale non accessibile e non fruibile dalla macchina da presa, una specie di montaggio proibito.
Perché il cinema funziona quando è finzione, quando asseconda la natura circense del rock and roll; ma quando gli attori principali si smascherano, quando le “mentite spoglie” della verità si palesano attraverso la forma documentaristica, cinema e rock and roll diventano altro. Un’alterità indefinita e indefinibile.

In questo costante senso di indeterminatezza il regista britannico colloca, appunto, Joe Strummer: la carriera, le scelte militanti, i dubbi, la sua esistenza con i Clash e la sua sopravvivenza dopo i Clash.
Se c’è stato un male nella vita di Strummer, in The Future is Unwritten pare esser stata proprio la band che l’ha portato al successo, quella che agli esordi gli ha fatto scrivere canzoni infuocate come “White Riot”, inni generazionali come “London Calling” fino a future colonne sonore per spot di jeans come “Should I Stay or Should I go”.

Joe Strummer è una voce narrante biascicata (come lo era la sua) che per l’intera durata del film sembra provenire da un’emittente clandestina che trasmette da qualche posto sperduto. Forse dal Tibet, dove i monaci buddhisti sono i rinnovati sandinisti degli anni Ottanta.
I Clash sono raccontati come un trauma, analogamente a quello che furono i Pink Floyd per Barrett. E ditemi se Joe non somiglia tanto a Syd, nel suo girovagare senza sosta, come un barbone alcolizzato, uno scoppiato in cerca di rave e musica techno per tentare disperatamente di agganciarsi ancora a qualcosa. Ma tutto frana. I Mescaleros, le canzoni spersonalizzate tra musica elettronica, etnica, ska, e quant’altro, pur di non scomparire… per se stesso più che per il suo pubblico.

Il merito di questo film-documentario è fugare ogni dubbio sul fatto che il futuro dei Clash non è stato ancora scritto perché i Clash non erano stati concepiti per avere un futuro. Il vero inno nichilista, il “no future” dei Pistols – in realtà – doveva cantarlo Joe Strummer.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: